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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
HUME
David Hume ha in comune con Locke e con Hobbes
il riconoscimento che tutto il materiale della nostra conoscenza provenga
dall’esperienza; egli asserisce – in termini meno compromissori col
cartesianesimo rispetto agli altri due autori – che tutte le nostre
rappresentazioni sono impressioni e idee: le "impressioni" – spiega Hume – sono
le rappresentazioni delle cose nel momento in cui tali cose sono attualmente
percepite attraverso l’empiria (vedo il tavolo, ne ho una rappresentazione),
mentre le idee sono le rappresentazioni che abbiamo delle cose quando queste non
sono più percepite attualmente, ma vivono solo nella nostra memoria (penso al
tavolo senza averlo di fronte); in sostanza, si può legittimamente dire che
l’idea è ciò che resta dell’impressione quando viene a mancare l’oggetto esterno
dell’esperienza, sono cioè impressioni illanguidite e meno vivaci. Hume concorda
pienamente con Locke sul fatto che le singole idee e le singole impressioni non
costituiscano conoscenze, ma siano solo le tessere sparpagliate di un mosaico
che devono essere riconnesse: ma tale connessione (e in ciò Hume prende le
distanze da Locke, da Hobbes e dal cartesianesimo) avviene perché certe
conoscenze possono attuarsi solo per procedure razionalistico/analitiche, ma
oltre un certo limite tale procedura si rivela assolutamente impotente. Il primo
ambito in cui vale il metodo razionalistico/analitico è quello delle conoscenze
astratte e universali derivanti dal semplice confronto tra le idee, e qui Hume
si limita a ripetere quanto già detto da Cartesio e da Locke, ma esplicitando
meglio come alla base di tali conoscenze stia il principio di identità (da Hume
sfumatamente detto "criterio di somiglianza"). Si tratterà, allora, delle
conoscenze matematiche, del tipo 2+2=4, in cui da una parte abbiamo l'idea del
2+2 e dall'altra quella del 4, e non appena le mettiamo a confronto appaiono
immediatamente uguali (2+2 è appunto uguale a 4). Ora, per sottolineare la
consonanza col razionalismo, occorre notare come - qualche anno prima rispetto a
Hume – un razionalista convinto come Leibniz avesse detto cose del tutto
analoghe, parlando esplicitamente di "verità di ragione"): "vi sono pure due
specie di verità, quelle di ragione, e quelle di fatto. Le verità di ragione
sono necessarie ed il loro opposto è impossibile, quelle di fatto sono
contingenti ed il loro opposto è possibile" (Leibniz, "Monadologia", 33). Così,
quando dico che la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a 180
gradi, con tale proposizione esplicito qualcosa di già del tutto contenuto nella
nozione stessa di triangolo, senza aggiungere un’idea ad un’altra: appunto, mi
limito ad esplicitare qualcosa di già presente, sicchè l’intera matematica è per
Hume un’immensa tautologia: da A si tira fuori B, che però era già implicito in
A (Kant parlerà a tal proposito di "giudizi analitici a priori", ma vorrà
spingersi al di là di essi). Hume si trova in questo d’accordo con il
razionalismo cartesiano: quando facciamo ragionamenti di tipo logico,
necessariamente ci basiamo sul principio di identità, ma non tutte le conoscenze
sono secondo Hume di questo genere. Quando ad esempio vedo che sul tavolo da
biliardo la palla A urta la palla B e questa si muove, ciò non può essere
spiegato con il medesimo criterio analitico con cui spiegavo che 2+2 dà 4,
poiché l’effetto (il moto della palla B) non è già contenuto in A (mentre invece
il 4 era già contenuto nel 2+2), ma è qualcosa di diverso e, essendo tale, non
mi è possibile indovinarlo in base ad A, non basta cioè esaminare A per capire
che da essa scaturirà B, come invece basta guardare l’idea di 7+5 per ricavarne
automaticamente il 12. E l’errore dei razionalisti sta appunto nel non aver
seguito il metodo dell’identità (anticipato da Cartesio e ripreso da Locke e
Leibniz) e nell’aver ritenuto possibile derivare con la ragione le conseguenze
dalle cause: si tratta – nota Hume – di una mera illusione della ragione,
giacchè essa, confrontando le idee, può solo tirarne fuori (con un’operazione
analitica) ciò che esse già contengono, ma non può estrarre dall’idea di causa
quella di effetto. Scrive a tal proposito Hume: "se un uomo fosse creato, come
Adamo, già nel pieno vigore dell’intelligenza, non potrebbe mai, senza farne
l’esperienza, concludere al movimento della seconda palla dal movimento e dalla
spinta della prima. La ragione non vede nulla nella causa, che la muova ad
inferire l’effetto"; era Hobbes che pretendeva di dimostrare la derivabilità
dell’effetto dalla causa, ma ciò è secondo Hume impossibile, poiché il modello
razionalistico è eccellente se applicato alla matematica e alla logica, ma
quando devo spiegare un dato di fatto (matter of fact), quale può essere il moto
della palla B urtata dalla palla A, la ragione non può analiticamente dirmi che
da A derivi B, ed ecco che allora si pone un problema del tutto nuovo. Come
giustificare le connessioni che si riferiscono non a idee astratte (2+2=4), ma a
dati concreti (il moto delle palle sulla tavola da biliardo)? Una possibile via
per un empirista quale è Hume sta nell’ammettere che il rapporto causale non lo
trovo nella ragione ma nell’esperienza: ma posso davvero dire che l’esperienza
mi dia ciò? Parrebbe di sì: quando vedo la palla A urtare la palla B, posso dire
di vedere la causalità? Vedo davvero A che sposta B o vedo qualcos’altro? Hume
risponde che in realtà io non vedo A che sposta B, ma vedo semplicemente una
successione spazio/temporale (A e B che si muovono nello spazio e nel tempo),
non vedo mai A che sposta B, potrebbe benissimo essere che A si ferma proprio
nel momento in cui B parte, senza che tra le due sussista un rapporto causale;
gli Occasionalisti arriveranno a dire che B si sposta perché Dio interviene per
spostarla in occasione del movimento di A (in sostanza, il moto di A sarebbe
occasione affinchè Dio sposti B). Ma – nota Hume – se ripeto più volte
l’esperimento, facendo urtare B da A nello stesso modo, l’esperienza mi fornisce
la ripetitività, ossia attesta che tutte le volte che A colpisce B, B si muove;
ma non mi dice mai che A causa il moto di B. Hume ne trae la conseguenza che
l’esperienza non dà la conoscenza necessaria del rapporto causale, ma che la
reiterazione dell’esperienza (cioè quella che Hume chiama "abitudine") può
indurmi a credere con plausibilità che ciò che è avvenuto più volte avverrà
anche in futuro, ma si tratta non di una conoscenza certa, bensì semplicemente
di una "credenza" (come è la stragrande maggioranza delle nostre conoscenze:
perfino che io sia sempre io o che gli oggetti da me percepiti continui a
sussistere anche quando non li penso più è il frutto di una credenza): ho sempre
visto che quando A tocca B, B si muove, e – per abitudine – è nata in me la
credenza che ogni volta che A toccherà B, B si muoverà. Tale credenza,
naturalmente, non è raffrontabile con la certezza del razionalismo cartesiano.
Scrive Hume sul concetto di causa: "è evidente che tutti i ragionamenti sulle
questioni di fatto si fondano sulla relazione di causa ed effetto, e che noi
possiamo inferire l’esistenza di un oggetto da quella di un altro soltanto se si
pone tra loro un nesso mediato o immediato. Per comprendere quei ragionamenti,
ci occorre quindi una perfetta conoscenza dell’idea di causa. A questo scopo,
guardiamoci attorno per trovare qualche cosa che sia la causa di un’altra. Ecco
qui una palla ferma sul tavolo del biliardo, e un’altra palla che rapidamente si
muove verso di essa. Si urtano, e la palla che prima era ferma ora acquista un
movimento. Questo è un caso di relazione tra causa ed effetto, non meno perfetto
di qualsiasi altro, che la sensazione o la riflessione ci facciano conoscere:
conviene dunque esaminarlo. é chiaro che le due palle si sono toccate prima
della trasmissione del moto, e che non c’é stato alcun intervallo tra l’urto e
il movimento. La contiguità nel tempo e nello spazio è dunque una condizione
necessaria dell’azione di ogni causa. È anche chiaro che il movimento, che era
la causa, deve precedere l’altro, che era l’effetto. La priorità nel tempo è
quindi un’altra condizione necessaria per ogni causa. Ma non basta. Facciamo
l’esperimento con quante altre palle vogliamo, della medesima specie e in una
situazione simile: troveremo sempre che la spinta dell’una produce il movimento
dell’altra. Abbiamo dunque una terza condizione, ossia una unione costante tra
causa ed effetto: qualunque oggetto simile alla causa produce sempre un oggetto
simile all’effetto. Oltre a queste tre condizioni di contiguità, priorità,
unione costante, io non so trovare altro in questo rapporto di causalità. La
prima palla si muove e va ad urtare la seconda; subito la seconda si muove; e
quando rifaccio la prova con palle uguali e simili, in condizioni uguali e
simili, trovo che al movimento e all’urto della prima palla segue sempre il
movimento della seconda. Da qualsiasi parte giri la questione e comunque la
esamini, non vi so scoprire niente di piú. Cosí vanno le cose quando la causa e
l’effetto sono presenti ai nostri sensi. Vediamo adesso quale fondamento abbia
la nostra inferenza, quando dall’esistenza dell’una concludiamo all’esistenza
passata e futura dell’altro. Se io osservo una palla che si muove verso un’altra
in linea retta, subito ne deduco che esse si urteranno e che la seconda entrerà
in movimento. é questa l’inferenza dalla causa all’effetto, e di tale natura
sono tutti i nostri ragionamenti nella pratica quotidiana; su di essa si basa
tutta la nostra fiducia negli avvenimenti storici e ogni scienza, tranne la
geometria e l’aritmetica. Se riusciamo a spiegare l’inferenza che facciamo
dall’urto di due palle, saremo in grado di giustificare la stessa operazione
dello spirito in ogni altro caso". Hume distingue – sulla scorta di Locke – tra
sensazioni (provenienti dall’esterno) e riflessioni (il rispecchiamento della
mente su se stessa), ovvero ritiene che il principio di causalità valga anche
per il mondo interno a noi: e, una volta che la causalità verrà risolta in
abitudine, ciò varrà ovviamente anche per il mondo a noi interiore, e in qualche
misura la libertà d’arbitrio verrà negata. L’esperienza – come abbiam visto –
non ci dà il concetto di causalità, ma si limita a fornirci serie spazio/temporali
e la possibilità di ripetere lo stesso esperimento conseguendo gli stessi
risultati, sicchè il resto è frutto di una nostra aggiunta e non proviene
dall’esperienza né dalla ragione (la quale lavora analiticamente), bensì nasce
dall’abitudine a vedere sempre quella stessa cosa. La spiegazione causale,
allora, ha natura extra-razionale, giacchè sfugge al rapporto analitico e non è
data ad un rilevamento razionale dell’esperienza. Servendoci di una terminologia
kantiana sensu stricto, possiamo legittimamente sostenere che tutti gli autori
di impianto razionalistico che abbiamo esaminato finora si distinguono perché
adottano un modello analitico (connettendo cioè elementi in base alla loro
identità: A=B, il che significa che B è già tutto contenuto in A), seguito
perfino da Locke (nella conoscenza prevale l’intuizione sulla dimostrazione,
intesa come catena di intuizioni), e da Leibniz (che esplicita il principio su
cui si regge tale modello analitico: il principio di identità e di non
contraddizione): anche l’empirismo estremo (e scetticheggiante) di Hume lo
accetta, ma lo limita al settore delle conoscenze logico/matematiche, ossia
delle conoscenze certe (sarà poi Kant a demolire questo modello), cosicchè
assistiamo ad un passaggio dall’atteggiamento gnoseologico che lo vuole valido
universalmente ad una posizione (quella di Hume appunto) per cui è il modello
più rigoroso ma anche meno estendibile nella realtà; come dice Leibniz stesso,
un tale modello è valido solo per le "verità di ragione", ossia per l’ambito
logico/matematico. Nel razionalismo seicentesco, tuttavia, accanto al modello
analitico, è anche emerso il modello sintetico (per il quale la conoscenza è
data dall’aggiunta di un elemento ad un altro e tale aggiunta si esprime in
termini causali: B non è già contenuto in A, ma si aggiunge ad A, configurandosi
come diverso e nuovo), propugnato da Hobbes e da Vico. Il fatto che se B non è
già contenuto a priori in A (ossia il fatto che l’effetto differisca dalla causa)
implica che non si possa mai essere sicuri che si tratti di una connessione
necessaria, cosicchè non possiamo mai dire con certezza che B deriva da A; a
meno che non vi sia l’autocausalità: se cioè sono io stesso la A che causa B
posso esser certo della loro connessione, appunto perchè sono io stesso a
causarla (e tale è la situazione di Dio, che è la causa dell’intero mondo); se
però non sono io la causa, allora posso solo fare delle supposizioni più o meno
probabili: solo di ciò che io stesso sono causa posso avere certezza (verum
ipsum factum). C’era però un altro modo per garantire la certezza di B in tutti
i casi (e non solo quando sono io stesso la causa), e questo modo consiste nel
cercare di mostrare come il rapporto causale (il rapporto sintetico
intercorrente fra A e B) sia nella natura ontologica della realtà, e non sia
solo un mero principio gnoseologico: in questo caso, la conoscenza non sarebbe
altro che rilevare tale criterio (così per Aristotele la struttura del
sillogismo rispecchiava la struttura della realtà); ovvero basterebbe dimostrare
che la realtà ha struttura causale e che non è solo la mia mente a legare tra
loro causalmente A e B. Si può, seguendo questo percorso, procedere lungo vie
diverse, che però portano alla medesima destinazione: è questo il caso di
Leibniz e di Spinoza. Finora, i termini "intelletto" e "ragione" erano stati
sinonimici, ma con Spinoza cominciano a distinguersi nettamente.
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