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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
JOHN LOCKE
Dopo Cartesio, invale una forte
differenziazione nel pensiero filosofico: si comincia a credere che la
conoscenza umana non sia onnipotenza, ma, al contrario, che abbia dei limiti
intrinseci, ravvisati da Pascal nella distinzione tra cuore e ragione, da Hobbes
nella ragione come calcolatrice delle conseguenze e da Vico nella
diversificazione tra cogitare e intellegere, cosicchè se anche la usiamo nel
miglior modo possibile, non per questo essa è illimitata. Questi limiti
congeniti della ragione umana sono anche sottolineati dall’empirismo moderno
inglese, di cui Locke è il più insigne esponente. Il motivo per cui egli pone
fin da principio un forte limite all’estensione della conoscenza umana sta nel
fatto che la fonte di tale conoscenza è data dall’esperienza empirica: in un
passo, egli polemizza duramente contro le filosofie che sostengono la
possibilità di idee innate (Cartesio, Malebranche, ma ancora di più il
platonismo di Cambridge e, in qualche misura, anche l’aristotelismo di Oxford).
Se ammettiamo l’esistenza di idee innate, esse sono chiare, complete, totali e
la conoscenza di esse finisce per essere sconfinata, senza limiti empirici, come
appunto era in Cartesio. Ora, Locke nega che possano esistere idee che occupino
la nostra mente fin dalla nascita: al contrario, tutto deriva dall’esperienza,
ed essa non è mai assolutamente oggettiva - anche senza scomodare le
argomentazioni scettiche è facile notarlo – e, quindi, non è mai illimitata e
sicura; contro le idee innate, Locke fa ricorso all’esempio delle "idee innate
teoriche" e delle "idee innate pratiche": in entrambi i casi, chi le sostiene
parte dal presupposto che con esse si attui un sapere universale (poiché se sono
innate, tutti gli uomini le hanno), in contrapposizione al sapere empirico,
secondo il quale le idee passano dall’esperienza. Ma se le idee fossero innate
dovrebbero allora averle tutti, sicchè in ogni individui dovremmo trovare la
conoscenza del principio di non contraddizione o di identità: eppure, né i
bambini né gli idioti ne sono provvisti; ciò è un forte indizio contro la
possibilità dell’esistenza di idee teoriche innate. Similmente, sul versante
pratico, Locke sbaraglia l’eventualità dell’innatismo ricorrendo al relativismo
culturale: basta leggere qualche libro in cui si parli di viaggi in terre remote
per accorgersi come in quelle terre sperdute sussistano costumi diversi dai
nostri e ciò che per noi è grave colpa (l’incesto, l’antropofagia, l’uccisione
dei genitori), per altri popoli non lo è. Ne consegue, allora, che non esistono
neanche idee pratiche innate, e i costumi e le norme comportamentali provengono
anch’essi dall’esperienza: "supponiamo che lo spirito sia come si dice un foglio
di carta bianco, privo di qualsiasi segno, senza nessuna idea; come arriva a
essere fornito di idee? [...]. Dall'esperienza, nella quale è fondata tutta la
nostra conoscenza, e dalla quale essa in ultima analisi deriva" ("Saggio
sull'intelletto umano", II, capp. I, 2-4; II, 1-2). Con ciò Locke sta dicendo
che tutte le idee si formano empiricamente; ma che cosa intende egli per "idea"?
Locke parte dal presupposto che la mente sia una tabula rasa (riprendendo
l’immagine stoica della mente come foglio bianco), priva di contenuti, ma che
l’unica cosa conoscibile siano le idee: paradossalmente, sotto questo aspetto,
egli resta nell’alveo del cartesianesimo e della sua ammissione che possiamo
conoscere soltanto idee (intese come contenuti mentali). Ora, pare dunque
evidente che pure in un empirista quale è Locke resti qualche traccia cartesiana:
non conosco mai le cose, ma sempre solamente le idee, non posso pensare altro
che idee e quindi quando faccio riferimento agli oggetti della conoscenza faccio
sempre riferimento alle idee stesse, le quali però (e qui sta la divergenza da
Cartesio) sono acquisite dall’esperienza, perfino l’idea di Dio è acquisita per
tale via (prova ne è che sussistano popoli che non hanno alcuna idea di Dio).
Per Cartesio la garanzia della corrispondenza tra cose e idee era radicata nella
bontà di Dio: in Locke questo (comodo) ponte di congiunzione manca e, quindi, la
conoscenza rimane sempre confinata a idee, ovvero resta aperto il problema della
corrispondenza delle idee al mondo esterno (ciò significa che non è detto che il
mondo esterno sia quale io me lo immagino). In altri termini, se per Cartesio
quando penso all’idea di tavolo sono certo che essa abbia riscontro nel reale
perché esiste un Dio buono, per Locke ciò non è valido, sicchè non posso aver la
certezza che l’idea abbia riscontro nel reale. Ne consegue, allora, che neanche
Locke, che pure si professa empirista, creda che le idee provenienti
dall’esterno siano mere fotocopie della realtà, come invece credevano un
Democrito o un Epicuro. Al contrario, dirà che alcune idee ci ritraggono la
realtà così come essa effettivamente è (tali sono le "idee semplici" della
solidità, dell’estensione, del numero, e così via), mentre altre idee (l’idea
del caldo, del blu, etc) non raffigurano la realtà esterna, ma la deformano a
nostro uso e consumo: ci sono cioè qualità primarie e qualità secondarie, e così
dicendo Locke commette un indebito passaggio, poiché come è possibile affermare
che vi siano qualità che corrispondono alla realtà se si conoscono solamente
idee e mai la realtà stessa? Dovrei poter disporre di un termine di confronto,
che però Locke non ammette, e infatti Berkeley e Hume elimineranno la
distinzione fra qualità primarie (le quantità) e qualità secondarie (le qualità),
riconducendo tutte le idee a rappresentazioni del soggetto, sulla base delle
quali non si può sostenere la corrispondenza con la realtà. Ma – concentrandoci
su Locke – come può egli asserire che le idee derivino dall’esperienza? A suo
avviso, ciò si verifica secondo due differenti modalità: a) attraverso
l’esperienza esterna, ovvero mediante la sensazione: le idee giungono alla mente
perché i sensi sono sollecitati da una realtà esterna. Ma non tutto è percepito
oggettivamente nella stessa maniera (ciò che percepiamo come colore, nella
realtà potrebbe non essere un colore); b) attraverso la percezione delle
operazioni che la nostra mente compie dentro di sé: non si tratta più di
esperienza esterna, ma di esperienza interna, una sorta di riflessione della
mente sulle proprie operazioni; il materiale su cui essa riflette è quello già
ricevuto attraverso l’esperienza esterna. La riflessione è qui intesa come un
percepire mediante l’esperienza. Come nel caso dell’esperienza esterna vi sono
le qualità delle cose che producono certe idee superando la barriera fra interno
ed esterno, così nell’esperienza interna accade che tali idee vengano
rielaborate dalla mente, unificate, confrontate e così via, e queste operazioni
si riflettono sulla mente così come le qualità si riflettono sui sensi. Mi vedrò
dunque operare sulle idee al mio interno. Come l’esperienza esterna, anche
quella interna è caratterizzata da una certa passività. Leggiamo cosa scrive
Locke a proposito della distinzione tra sensazione e riflessione: "in primo
luogo i nostri sensi, avendo rapporti con oggetti sensibili particolari,
convogliano nello spirito diverse percezioni distinte delle cose, secondo i vari
modi in cui quegli oggetti agiscono sui sensi. [...] Chiamo sensazione questa
grande fonte della maggior parte delle idee che abbiamo, poiché essa dipende
completamente dai nostri sensi e perché attraverso i sensi agisce
sull'intelletto. In secondo luogo l'altra fonte dalla quale l'esperienza
fornisce l'intelletto con idee è la percezione delle operazioni del nostro
proprio spirito dentro di noi, quando esso è impiegato intorno alle idee che ha
ottenuto. [...] Ma come chiamo sensazione la prima fonte delle idee, cosí chiamo
riflessione questa seconda fonte, perché, le idee che essa fornisce sono
soltanto quelle che lo spirito ottiene riflettendo sulle proprie operazioni
dentro se stesso" ("Saggio sull'intelletto umano", II, capp. I, 2-4; II, 1-2).
Si può leggere in filigrana una qualche assonanza con il discorso di Hobbes,
quand’egli diceva che la scienza conosce i nomi e mai le cose stesse: anche per
Locke la conoscenza non riguarda mai le cose, ma sempre e soltanto non i nomi
hobbesiani ma le meno astratte idee cartesiane. Ma le idee, se singolarmente
prese, non costituiscono ancora la conoscenza: per Cartesio se ho conoscenza
evidente di un’idea, si tratta già di una conoscenza in senso pieno, anche se
tale idea non è connessa ad altre; per Locke, viceversa, una o singole idee non
bastano per costituire una conoscenza, la quale è al contrario data dal rapporto
tra le idee, in una relazione di accordo o di disaccordo: "mi sembra che la
verità, in quello che il nome propriamente vuol dire, non significhi nient'altro
se non unire o separare segni secondo che le cose significate da quei segni sono
in accordo o disaccordo l'una con l'altra" ("Saggio sull'intelletto umano", IV,
cap. V, 2, 8-9). Così, se dico che "il cerchio non è un quadrato" la verità non
risiede né nella parola "cerchio" né in quella "quadrato", ma nella relazione di
disaccordo instaurata tra le due idee, e la conoscenza sta appunto nel percepire
l’accordanza o la discordanza tra le idee. Dove manca tale percezione, non si ha
conoscenza, giacchè anche nelle operazioni mentali più semplici, come quando
diciamo che "il bianco non è il nero", che altro facciamo se non percepire una
discordanza tra idee? Ma per costruire la conoscenza le singole idee non sono
sufficienti, tant’è che "sebbene possiamo fantasticare o credere o indovinare,
tuttavia non arriviamo mai alla conoscenza"; Locke sta qui dicendo che ci sono
cioè casi in cui metto in connessione (fantasticando) idee che non hanno nulla a
che vedere tra loro, come quando penso all’ippogrifo come cavallo volante. Ciò
significa che, per avere reale conoscenza, non basta mettere in relazione idee o
inventarsi rapporti di accordo o disaccordo, ma bisogna scoprire relazioni che
oggettivamente corrispondano ai rapporti che ci sono fra le idee: si pone qui il
problema della certezza della conoscenza o – per riesumare termini cartesiani –
della sua evidenza. E secondo Locke sussistono diversi gradi di evidenza: il
grado massimo è quando si intuisce (ossia quando si vede immediatamente) la
concordanza o la discordanza tra due idee, come quando ad esempio vedo l’idea di
2+2 e quella di 4 e subito colgo la loro identità (oppure 2+2 e 5 in cui colgo
il disaccordo), quasi con un colpo d’occhio. Fin qui Locke resta profondamente
cartesiano. Si tratta di una conoscenza immediata, come – dice Locke – l’occhio
coglie immediatamente la luce, così a prima vista la mente coglie che il
triangolo non è quadrato: è la conoscenza più certa ed evidente che l’uomo possa
avere. Ad un secondo (ed inferiore) grado troviamo non più l’identità di 2+2 e
di 4, ma quella di una quantità X con una quantità Y: si tratta di una
conoscenza che non è più immediatamente evidente, ma che è dimostrabile solo
attraverso il passaggio per molti momenti intermedi. Succede cioè che ci
troviamo ad avere una dimostrazione, la quale non è altro che una catena di
intuizioni. Anche qui Locke si muove in una sostanziale ottica cartesiana.
Tuttavia c’è tra i due filosofi una differenza, non grande ma che può avere
grandi conseguenze: per Cartesio questa seconda procedura (dimostrativa) ha la
stessa certezza della prima (intuitiva), sempre con l’avvertenza di usare bene
la ragione senza tralasciare nulla; Locke, dal canto suo, è meno fiducioso e
ritiene che quanto più la catena dimostrativa si allunga, tanto più si rischia
di commettere errori e quindi tanto più la conoscenza non è certa ma probabile.
Così facendo, il pensatore inglese introduce la probabilità (pressochè
sconosciuta a Cartesio) anche a livello di dimostrazione (quando cioè ragioniamo),
poiché esse – in quanto catene – non possono garantire la certezza che invece
troviamo nelle intuizioni (2+2=4). Il successivo livello proposto è quello che
si ha quando la mente percepisce la concordanza e la discordanza tra idee non
immediatamente: si ha in questo caso quella che Locke definisce una "congettura
probabile", esulante dalla certezza propria dell’intuizione. Il ragionare
consiste allora nel costruire le catene dimostrative coi nessi intuitivi: ma che
cosa ci garantisce che in tali catene non si creino fratture, sbagli o
dimenticanze? Se ad esempio dico che X=Y=Z, posso essere sicuro che X e Z siano
uguali ad uno stesso Y, e che non siano invece uguali rispettivamente ad un Y e
ad un Y1? Non vi è strumento alcuno per poter verificare ciò e dunque in tale
ambito regna il probabile, che ha così detronizzato il certo. Quello lockeano è
un impianto rigorosamente cartesiano, con la sola aggiunta della probabilità,
un’aggiunta innovativa importante per le conseguenze che crea (Hobbes stesso
quando parlava di scienza riferendosi ai nomi escludeva – cartesianamente - che
potesse infiltrarsi la probabilità al posto della certezza), stonando
decisamente con il razionalismo di marca cartesiana e intonandosi perfettamente
con l’empirismo. In qualche modo, proponendo una simile concezione del sapere
umano, Locke ritorna su posizioni razionalistiche di stampo cartesiano, tradendo
così la propria impostazione empiristica di partenza: le idee derivano sì
dall’esperienza, ma una volta che le ho acquisite posso lavorare analiticamente
su di esse senza far più riferimento all’esperienza. Un regresso simile dalle
posizioni assunte in partenza si era verificato in Hobbes, che, partito da un
sensismo esasperato, era approdato all’astratta elaborazione della teoria dei
nomi, propugnando una conoscenza razionalistica non così distante da quella
cartesiana. Ma Locke resta più cartesiano di Hobbes, poiché rimane fedele alla
teoria della conoscenza intuitiva, mentre Hobbes obbedisce (nel "De homine") ad
una struttura di tipo causale (A produce B, e quindi B è diverso da A): per
usare una terminologia kantiana, è come se Locke fosse analitico, Hobbes
sintetico. E del resto Locke ritiene che l’intelligenza ("understanding") abbia
una funzione squisitamente attiva (a differenza della mera passività
dell’esperienza), che si esplica nel mettere insieme le idee; e per meglio
chiarirsi, egli riconosce tre diversi tipi di attività: 1) il percepire la
relazione intercorrente tra idee; 2) il comporre le idee e fare di idee semplici
idee composte; 3) l’astrarre, ossia il ricavare da tante idee un qualcosa di
comune ad esse (da tante idee di uomini diversi astraggo l’idea di uomo): ma
Berkeley e Hume gli rinfacceranno che, se si vuol davvero essere empiristi, si
hanno solo immagini individuali date dall’esperienza, e da dove mai deriverebbe
tale facoltà dell’astrarre? Locke sta qui effettivamente impiegando un
meccanismo tipicamente razionalistico (cartesiano, aristotelico e tomistico),
sganciato dall’esperienza. In sostanza, egli, più che un empirista, può
configurarsi come un cartesiano che ha perso la fede e si impasta di empirismo.
Dall’esperienza ci provengono sempre idee semplici (l’idea di blu, di pesante,
di grande, ecc) e poi l’intelletto le compone in idee complesse (aggregando
l’idea di nero, di freddo, di pesante crea l’idea complessa di tavolo).
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