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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
KANT
Come abbiamo finora notato, nella gnoseologia
moderna si scontrano due diversi modelli, quello analitico (incentrato sul
principio di identità, per cui A=B) e quello sintetico (il B prodotto da A è
diverso da A stesso); la differenza tra i due può essere in prima battuta
rintracciata nel fatto che il modello analitico produce conoscenze universali e
certe (perfino Hume concordava su ciò), ma essenzialmente tautologiche (è il
caso della matematica); mentre quello sintetico produce conoscenze nuove e
arricchenti, ma incerte (o – secondo Hobbes e Vico – certe nella misura in cui
siamo noi la causa). Ora, secondo Kant, né l’uno né l’altro modello sono
soddisfacenti: i giudizi analitici a priori (così Kant chiama gli asserti
analitici del tipo "i corpi occupano spazio") non arricchiscono la conoscenza,
ma si limitano ad esplicitare qualcosa che è già contenuto nel soggetto (è già
nella nozione di corpo l’occupare spazio), e non devo far riferimento
all’esperienza per capirlo (perciò son detti "a priori"). Di fatto, tali giudizi
analitici a priori funzionano perfettamente, ma sono del tutto inutili, non
servono a nulla se non ad esplicitare ciò che era già nel soggetto ma in forma
implicita: già Leibniz aveva presagito questa profonda ambiguità dell’analitismo,
ma il suo discepolo Wolff aveva sostenuto che il principio di identità fosse in
grado di produrre reali conoscenze. L’esclusione del modello analitico dovrebbe
in teoria portare all’accettazione di quello sintetico, e infatti Kant sostiene
che abbiamo vera conoscenza solo quando congiungiamo due o più elementi (A+B),
poiché è solo in questa maniera che si producono conoscenze nuove e non
tautologiche. Ma, detto questo, Kant non esita a respingere anche il modello
sintetico, giacchè – accettando la critica mossa da Hume al concetto di
causalità – non è ammissibile che B derivi da A (non c’è infatti nulla che ce lo
attesti): in questo modo, anche i "giudizi sintetici a posteriori" (così detti
perché necessitano dell’esperienza e nascono da una sintesi di due o più
elementi, come quando appunto diciamo che A causa B) sono ripudiati. Kant resta
convinto (a differenza di Hume) che la conoscenza debba rimanere di tipo
sintetico, ma – svegliato dal "sonno dogmatico" per opera di Hume stesso – sa
bene come sia assurdo pretendere di rintracciare la causalità nell’esperienza
stessa: l’esito di ciò potrebbe essere analogo a quello dello scetticismo di
Hume, ma aggravato dal fatto che neanche l’ambito dei giudizi analitici (tipo la
matematica) si salverebbe. Il problema da affrontare è quindi quello di
giustificare oggettivamente la connessione causale, respingendo la spiegazione
humeana secondo cui essa non sarebbe che una mera credenza frutto dell’abitudine;
ed è per questo motivo che Kant cerca un’altra fonte che possa garantire tale
oggettività, ma non la trova (né la cerca) nella realtà sensibile, giacchè Hume
ha dimostrato l’impossibilità di trovare lì la causalità. L’unica soluzione
possibile sarà allora di cercare nella mente umana la causalità, la quale viene
così a configurarsi non più come un rapporto reale fra le cose, ma come una
nostra forma mentis a priori con cui leggiamo la realtà: si tratta, cioè, di una
forma del mio intelletto tale da far sì ch’esso congiunga necessariamente le
cose e che le congiunga in un determinato modo, ma ciò non avviene solo per me
singolo individuo, ma universalmente, poiché tutti gli uomini hanno una
struttura mentale affine. Quando vedo la palla da biliardo A che urta la B, dico
che A è causa di B non già perché ho ricavato dall’esperienza – per abitudine –
la nozione di causalità, poiché infatti l’esperienza non mi dà mai tale nozione
(mi dice solo che ogni volta che A si ferma, B parte), bensì perché nella mia
mente è presente fin dalla nascita la categoria della causalità, tale da leggere
l’urto di A con B in termini di causa/effetto. E’ questa la filosofia
trascendentale kantiana, quella che egli stesso definisce "rivoluzione
copernicana" del pensiero, poiché, così come Copernico aveva risolto la
questione astronomica spostando la prospettiva dalla Terra al Sole, Kant risolve
il problema conoscitivo spostando la prospettiva dall’oggetto al soggetto. E’ la
mia testa che, con una sintesi a priori, connette causalmente A con B nei
termini causali che vedono A come causa e B come effetto; si tratta di una
connessione universale e necessaria, ma che non attiene alle cose come realmente
sono (non posso infatti dire che la causalità sussista in natura), ma come
appaiono a noi uomini. Kant aveva affermato che anche per la matematica il
modello analitico non era appropriato, giacchè dava conoscenze tautologiche e,
quindi, insoddisfacenti: ed ecco che lo stesso modello sintetico testè applicato
per spiegare la causalità esterna viene ora impiegato per i numeri e per le
grandezze geometriche; tale modello sintetico a priori diventa così il
fondamento tanto della matematica quanto della fisica, giacchè connette fenomeni
forniti dall’esperienza esterna ma anche intuizioni pure (nel caso della
matematica: l’idea di 7+5=12). E’ una sintesi sintetica giacchè implicante la
connessione di due o più elementi, e a priori poiché è attuata, ancor prima che
nell’esperienza, nella mia mente. Il problema che si pone Kant fin da principio
– nella "Critica della ragion pura" - è dunque quello della possibilità di
giudizi che siano sintetici (tali cioè da fornire conoscenze arricchenti) e a
priori (cioè svincolati dalla realtà empirica): nell’introduzione della "Critica
della ragion pura", Kant dice, a tal proposito, che è già un bel guadagno nella
ricerca quando sappiamo quale è il problema da risolvere, e tale problema è –
nel nostro caso – quello riguardante la possibilità dei giudizi sintetici a
priori, e "la vita e la morte della metafisica dipendono da questo problema".
Hume ha il grande merito di aver capito che il problema della connessione causa/effetto
non può essere ricondotto al modello analitico e che neppure il modello della
sinteticità empirica è fondante; il limite del pensatore scozzese viene però
individuato nell’aver scetticamente concluso che tale principio (che per Kant è
a priori), poiché non attestato dall’esperienza, non esiste. Hume non si è cioè
accorto che, negando la possibilità della connessione a priori, non solo si
pregiudica la possibilità di spiegare il rapporto causale, ma addirittura la
stessa matematica e la stessa geometria, poiché anch’esse – per essere scienze –
devono essere sintetiche (tali da dare conoscenze non sterili, ma arricchenti).
Ma da dove proviene, allora, il materiale su cui applicare la sinteticità a
priori? Quando la mia mente applica il principio di causalità che ha a priori in
sé, su che cosa lo applica? Sotto questo profilo, Kant fa propria la tradizione
empiristica e ritiene che esso derivi solamente dall’esperienza sensibile, la
quale si configura così come il primo momento della conoscenza. La sensibilità
ci fornisce sensazioni, ossia rappresentazioni mentali, ma si tratta di
rappresentazioni caratterizzate dall’essere immediate: infatti, quando
percepisco il nero del tavolo, ho una percezione assolutamente immediata, senza
momenti intermedi tra il percepire e il non percepire. Tali rappresentazioni
immediate vengono da Kant chiamate "intuizioni", sicchè il materiale fornito
dalla sensazione altro non è se non una serie di intuizioni: così intesa,
l’intuizione è riferita alla sensibilità, in antitesi con l’uso che di essa
faceva Spinoza. Quando ho una sensazione, accade che io vedo immediatamente un
contenuto empirico (sia esso il freddo del ghiaccio, il ruvido di una stoffa o
un sentimento di paura), e la grande novità qui introdotta da Kant sta nel dire
che il contenuto rappresentato dalle intuizioni non può essere perfettamente
identico alla realtà esterna quale effettivamente è, per il semplice motivo che
la sensibilità è una facoltà umana e, come tutte le altre, ha le sue forme, le
sue strutture: non si limita cioè a recepire, ma recepisce sempre e comunque in
un certo modo, non è una pellicola fotografica che si limiti ad essere impressa,
è piuttosto – per usare un’immagine di Fischer - una lente colorata che colora
le cose di colori che, propriamente, ad esse non appartengono. Ora, la
sensazione ha due modalità di ricezione (cioè due forme a priori) che
corrispondono ai due ambiti di esercizi della sensibilità: la forma del senso
esterno sarà lo spazio, quella del senso interno sarà invece il tempo. Ciò
significa che, quando ho un’intuizione proveniente dal senso esterno, la
spazializzo, cosicchè è lecito affermare che non possiamo percepire le cose se
non nello spazio; ma questo vale anche per le intuizioni del senso interno, le
quali sono filtrate dal tempo: quando sono preoccupato, intuisco col senso
interno tale sensazione ed essa può essere percepita solo se la distinguo da una
sensazione temporalmente precedente – quando ad esempio ero lieto – e ciò
avviene necessariamente nel tempo. Di questa concezione secondo la quale il
tempo è un qualcosa di interno a noi si ricorderà Henri Bergson, quando parlerà
della "durata". Kant – dopo aver fatto questa distinzione tra tempo e spazio –
sostiene che il tempo finisce sempre per prevalere sullo spazio, giacchè tutte
le sensazioni esterne diventano interne nel momento in cui diventano mie
sensazioni, e diventando interne passano sotto il dominio del tempo: se ne
evince che tutte le sensazioni in quanto tali (sia interne sia esterne) passano
per il tempo, perfino quelle esterne (in quanto mie): non si dà mai, infatti, in
sé la sensazione del nero, ma sempre e comunque la sensazione di me che sento il
nero, cosicchè il tempo assurge in posizione egemonica. Fin qui abbiam parlato
di singole sensazioni assolutamente non connesse fra loro, secondo l’assunto
empirista che le conoscenze derivano dall'esperienza e non sono legate fra loro
(sono "idee semplici", diceva Locke per sottolineare che non riceviamo mai
dall’esperienza l’idea di tavolo, ma sempre e solo quella di nero, di pesante,
di rettangolo, ecc); in questo primo momento del processo conoscitivo manca la
sinteticità, che subentra subito dopo: deve esserci una facoltà che assolva a
tale funzione sintetica e tale facoltà è da Kant rintracciata nell’intelletto.
Anche qui il modello resta Locke: l’intelletto, infatti, è in grado di comporre
le idee semplici in idee complesse, anche se Locke non spiega che cosa renda
valida per tutti tale connessione; Kant, invece, spiega in maniera persuasiva
come questa composizione dell’intelletto sia oggettiva (e dunque universalmente
valida); finora, abbiam parlato di intuizioni (cioè di rappresentazioni
immediate), separate le une dalle altre (sento il nero e il liscio del tavolo ma
devo ricomporre l’idea di liscio e di nero per ottenere una "rappresentazione di
rappresentazione", sicchè quest’ultima non è una rappresentazione immediata,
poiché passa per la mediazione delle diverse rappresentazioni immediate che
entrano nella sua composizione: a tale rappresentazione mediata Kant dà il nome
di "concetto", il quale può essere collezione di intuizioni (tale è il concetto
di tavolo) o anche sintesi di concetti (in ogni caso scomponendo tali concetti
si giunge alle intuizioni): "la nostra conoscenza scaturisce da due fonti
fondamentali dell'animo, la prima delle quali è nel ricevere le rappresentazioni
(la recettività delle impressioni), la seconda è la facoltà di conoscere un
oggetto mediante quelle rappresentazioni (la spontaneità dei concetti). Mediante
la prima ci è dato un oggetto; mediante la seconda questo viene pensato in
relazione a quella rappresentazione (come semplice determinazione dell'animo).
Intuizioni e concetti costituiscono dunque gli elementi di ogni nostra
conoscenza, cosicché né concetti senza intuizione ad essi in qualche maniera
corrispondente, né intuizioni senza concetti potrebbero dare alcuna conoscenza.
Gli uni e le altre sono o puri o empirici. Empirici, quando vi è contenuta
sensazione (che presuppone la presenza effettiva dell'oggetto); puri invece
quando alla rappresentazione non è mescolata alcuna sensazione. Quest'ultima si
può chiamare la materia della conoscenza sensibile. Perciò la pura intuizione
contiene esclusivamente la forma, in cui alcunché vien intuito, e il concetto
puro soltanto la forma del pensiero di un oggetto in generale. Soltanto
intuizioni pure o concetti puri sono possibili a priori, e gli empirici,
soltanto a posteriori. Se noi vogliamo denominare sensibilità la recettività
dell'animo nostro nel ricevere rappresentazioni, in quanto viene in qualche
maniera impressionato, l'intelletto è invece la facoltà di produrre da sé
rappresentazioni, è cioè la spontaneità della conoscenza. La nostra natura porta
con sé che l'intuizione non può mai essere che sensibile, cioè contiene soltanto
la maniera in cui noi possiamo essere impressionati dagli oggetti. Invece
l'intelletto è la facoltà di pensare l'oggetto dell'intuizione sensibile.
Nessuna di queste proprietà è da preporre all'altra. Senza sensibilità non ci
verrebbe dato nessun oggetto, e senza intelletto nessuno ne verrebbe pensato. I
pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche"
("Critica della ragion pura", Parte II, Introduzione). Da questo brano, si
capisce come per Kant pensare equivalga a connettere, ad introdurre un rapporto
sintetico fra quegli elementi ricettivi che, di per sé, sono tra loro slegati;
non si può dunque pensare un’intuizione, poiché pensare è sempre mediare,
connettere, e le intuizioni sono per loro natura immediate: sicchè, quando
diciamo di "pensare il nero", in realtà pensiamo sempre a cose nere, anche se è
solo sul piano logico che si può distinguere tra intuizioni e concetti. Ma Kant
parla anche espressamente di "intuizioni pure": che cosa sono? Quelle di cui
abbiamo finora parlato sono tutte intuizioni empiriche (il nero, il freddo, il
ruvido, ecc), ma, accanto ad esse, sussistono secondo Kant il tempo e lo spazio,
i quali sono intuizioni perché rappresentazioni immediate (infatti mi
rappresento immediatamente sia il tempo sia lo spazio), ma sono "pure" perché
sganciate dall’esperienza, le ho in me a priori (e in ciò Kant si distacca
nettamente da quell’empirismo per il quale nihil est in intellectu quod prius
non fuerit in sensu): nella fattispecie, vedo le cose nello spazio e nel tempo
non già perché esse effettivamente lo siano, ma perché proietto su di esse
quelle formae percetionis - che ho innatamente in me - che sono il tempo e lo
spazio; è dunque sbagliato dire – come invece faceva la tradizione empiristica –
che ho in me lo spazio e il tempo poiché li ricavo empiricamente dal fatto che
le cose sono immerse in essi. E tali forme a priori della sensibilità sono
universalmente presenti in tutti gli uomini, giacchè tutti hanno analoghe
strutture. Introducendo per tale via questo elemento di necessità
nell’esperienza, viene garantita oggettività al sapere e alla percezione:
un’oggettività che però non è basata sul fatto che colgo le cose come
oggettivamente sono, bensì sul fatto che le colgo come paiono a me e a tutti gli
altri uomini. Questo processo - valente a livello sensibile per il tempo e lo
spazio – vale, a livello concettuale, per i concetti: i concetti tendono per lo
più ad essere di natura empirica (il concetto di tavolo, di sedia, di casa, ecc),
ma ve ne sono anche di "puri", non legati ai singoli contenuti rappresentativi,
ma esprimenti le forme a priori non già della sensibilità, bensì dell’intelletto:
come l’esperienza ha il tempo e lo spazio come sue forme a priori che
oggettivano l’esperienza stessa, così l’intelletto ha le sue forme pure che
presiedono alla sintesi delle intuizioni e dei concetti e che quindi
garantiscono che tali modalità siano eguali in tutti gli uomini. Queste forme a
priori dell’intelletto sono da Kant battezzate "categorie", sono in numero di
dodici (quelle di Aristotele erano dieci) ed esprimono dodici diversi modi di
connessione delle intuizioni empiriche ed esprimono la struttura del pensiero
operante tramite tale sintesi. Le categorie non sono più, dunque, modi
dell’essere (quali invece erano in Aristotele), ma sono piuttosto modi del
pensare: così la causalità non è un modo di procedere della realtà (come ha
astutamente rivelato Hume), ma è piuttosto un modo con cui la nostra mente legge
tale realtà. L’intelletto, così come lo intende Kant, appare fin da principio
come qualcosa di fortemente attivo, di contro alla passività che invece
caratterizza l’esperienza: tale intelletto, poi, ha la prerogativa di procedere
discorsivamente, aggiungendo pezzo dopo pezzo, sia nel comporre i concetti sia
nel congiungerli fra loro. E tra le dodici categorie quella prevalente risulta
la causalità: Hume aveva negato che la relazione di causa ed effetto fosse
intrinseca alle cose stesse (e in ciò Kant gli dà ragione), ma aveva poi
commesso l’errore di credere che tale causalità (mancante nell’esperienza) fosse
meramente frutto dell’abitudine: Kant – negando anch’egli che la causalità sia
rinvenibile nelle cose quali sono in se stesse -, rifiuta l’eventualità che la
causalità sia risolvibile nell’abitudine, e dice invece che è una categoria che
ho a priori nella mia mente e che proietto esternamente sulla realtà, leggendola
appunto in termini di causa ed effetto; in questa maniera, il filosofo tedesco
riesce a salvare l’oggettività della conoscenza causale, anche se tale
oggettività è stata spostata dal piano reale a quello del soggetto conoscente.
L’intelletto, dunque, - a differenza dell’intuizione - è per sua natura una
facoltà discorsiva, poiché procede aggiungendo pezzo dopo pezzo, sia nel senso
che così forma i concetti sia nel senso che forma catene di concetti, laddove
l’intuizione è invece la negazione della discorsività: l’intelletto produce cose
che prima non c’erano e che non ci sono nella realtà, e il prodotto della
conoscenza umana non ha più nulla a che vedere con la realtà quale è in sé,
poiché spazio, tempo e categorie deformano la realtà. Pensare significa allora
produrre concetti che non riproducono la realtà, ma la distorcono: la
definizione stessa del concetto non è rinvenibile nella realtà. E pertanto
l’intelletto giudica, ossia congiunge soggetto e predicato: così, quando dico "il
tavolo è nero", sto unendo il soggetto "tavolo" al predicato "nero",
sintetizzando due elementi. Ne seguirà che la funzione dell’intelletto sarà
appunto quella di giudicare, e, per far ciò, procederà discorsivamente. Dire ciò
implica una fondazione logico/linguistica della facoltà dell’intelletto,
giustificata dal fatto che opera connessioni rispecchianti le forme a priori
della nostra mente; però tale discorso ha anche una sua portata limitativa:
viene sì giustificata oggettivamente la causalità (sfuggendo allo scetticismo a
cui approdava Hume), però poi si può procedere nella catena causale ad
indefinitum, ma mai all’infinito, nel senso che non coglierò mai l’intera serie
nella sua infinità né tantomeno il punto di partenza; arriverò sempre soltanto
ad un punto che considererò momentaneamente come punto d’arrivo (o di partenza),
e questo avviene perché è la struttura stessa dell’intelletto a non poter
compiere tale operazione: esso, infatti, procede sempre da un condizionato al
suo condizionante, e così via, ma resta sempre all’interno del condizionato,
senza mai cogliere l’incondizionato (cioè il primo elemento della serie e/o la
totalità stessa della serie). Se ne evince che l’intelletto non può pensare
all’infinito, e tuttavia la ragione umana sente in sé un insopprimibile bisogno
di pervenire all’incondizionato e, per quanto essa sappia che ciò è inattuabile,
ciò non di meno essa avrà sempre tale bisogno: ed è al soddisfacimento di tale
bisogno che cerca di provvedere la facoltà della ragione, da Kant nettamente
distinta da quella dell’intelletto. La ragione afferra la possibilità di passare
dal condizionato all’incondizionato, cogliendo il primum e la catena nella sua
interezza: anch’essa – al pari dell’intelletto – sa produrre concetti (Kant li
chiama "idee"), e sono nella fattispecie concetti di totalità incondizionate:
tale è ad esempio il concetto di Dio, quello di anima e quello di mondo. La
ragione, dunque, elaborando idee, produce conoscenza, ma si tratta di una
conoscenza non valida, giacchè – passando la conoscenza per l’esperienza
sensibile – non potrò mai esperire concetti infiniti quali Dio, l’anima o il
mondo; non potrò cioè mai avere intuizioni della totalità delle condizioni o del
principio assoluto della catena; la ragione propone pertanto una conoscenza
chimerica e illusoria, ma non per questo si tratta di una facoltà da respingere,
giacchè la necessità dell’incondizionato è nell’uomo insopprimibile e, accanto a
ciò, perché, pur essendo fasulle le idee (poiché fondate su un’errata sintesi),
hanno la funzione di presentarci l’idea della totalità, idea che – sebbene
illusoria poiché non fondata sull’empirico – serve come criterio direttivo per
procedere nella legittima giustapposizione dell’intelletto. Per Kant, dunque, le
idee non hanno la funzione di fornire nuove conoscenze, ma piuttosto quella di
regolare quelle già acquisite: per meglio capire questa prospettiva, dobbiamo
immaginare la ricomposizione di un mosaico infinito. L’intelletto ci fornisce le
singole tessere, mentre la ragione ci dà invece l’immagine del mosaico nella sua
totalità, alla quale dobbiamo ispirarci per poter collocare adeguatamente le
singole tessere: similmente, la funzione della ragione umana è normativa.
L’intelletto, dal canto suo, svolge mansioni unificanti, ossia connette ciò che
di per sé è sconnesso e tale connessione avviene secondo le dodici categorie ("concetti
puri"): esse sono divise in quattro gruppi (quantità, qualità, relazione,
modalità): la categoria della quantità (a sua volta suddivisa in unità,
pluralità, totalità) sta ad indicare che, propriamente, pensiamo sempre in
termini quantitativi, proiettando sulle intuizioni empiriche che unifichiamo o
la categoria dell’unità (la penna come una), o della molteplicità (le penne sono
parecchie), o della totalità (tutte le penne dell’ufficio). La categoria della
qualità (suddivisa in realtà, negazione e limitazione) sta a significare che
percepiamo necessariamente le cose secondo una qualità: così diciamo che la
penna c’è (realtà), che non c’è (negazione), e che c’è in parte (limitazione).
La categoria della relazione, poi, (suddivisa in sostanzialità, causalità e
reciprocità) indica che percepiamo le cose in relazioni reciproche: la
sostanzialità indica un rapporto fra inerenza e sussistenza, configurandosi in
tal modo similmente alla sostanza aristotelicamente intesa; anche la causalità
viene da Kant riabilitata, insieme alla sostanza, superando così le critiche ad
esse mosse da Locke (che si era schierato contro la sostanza) e a Hume (che le
aveva attaccate entrambe). La sostanzialità risulta infatti indispensabile per
costruire una fisica e, per far ciò, Kant riconduce l’idea di sostanza rifondata
su di una nuova oggettività al nostro modo di pensare e non alla reale struttura
della cosa. Infine, la categoria della modalità (suddividentesi in possibilità,
esistenza e necessità) mi indica i modi in cui penso sempre e comunque le cose:
infatti, mi trovo sempre necessariamente a pensarle o come possibili, o come
esistenti, o come necessarie, senza poter agire diversamente; così dirò che il
futuro è possibile, il tavolo è esistente, la morte è necessaria. Questo
processo di unificazione può secondo Kant avvenire in due diversi modi: da un
lato, in maniera trascendentale (il che fa di Kant un filosofo critico e
antidogmatico), ossia l’unificazione dei dati empirici isolati in un unico
concetto empirico (il nero, il freddo, il ruvido mi danno – se connessi – il
concetto di tavolo); dall’altro lato, la sintesi logica consistente
nell’aggiungere un soggetto ad un predicato nel giudizio (anche tale operazione
è compiuta dall’intelletto): sicchè Kant può recuperare la logica aristotelico/tomista
fondata sul giudizio, e dunque la filosofia trascendentale non è che una branca
della filosofia che si aggiunge alla tradizionale logica aristotelica di tipo
formale; quest’ultima non viene da Kant rifiutata, ma integrata opportunamente.
La logica trascendentale è davvero costitutiva dell’oggetto poiché prende le
intuizioni e, unificandole in un concetto empirico, ne fa un oggetto (ad esempio,
il tavolo). La logica aristotelica, dal canto suo, non costituisce oggetti (come
fa invece quella kantiana), ma lavora su oggetti già costituiti di fronte ai
quali si trova muovendosi nel reale. Sulla base di questa definizione, Kant
spiega perché la natura umana è tale da tendere sempre a passare dal
condizionato all’incondizionato: entrambi i modi di applicazione dell’intelletto
(trascendentale e logico) comportano sempre il passaggio dal condizionato al
condizionato, senza mai raggiungere l’incondizionato; potrò sì creare concetti
empirici sempre più ampi (casa, quartiere, città, regione, nazione, ecc) e, sul
versante della logica, risalire di causa in causa, ma non arriverò mai ad un
ultimo elemento che chiuda la catena o che me la faccia cogliere nella sua
interezza. L’incondizionato non è dunque mai raggiunto, poiché non è mai dato
nell’esperienza, ma ciononostante la mente umana non si accontenta e vuole a
tutti i costi pervenire all’incondizionato: e a tentare ciò è la ragione stessa.
Per spiegare questo punto cruciale, Kant si serve del livello formale
dell’unificazione: oltre all’unificazione del soggetto e del predicato, si
possono anche unificare due giudizi in un sillogismo (anziché due concetti in un
giudizio). Di questo tipo è il sillogismo "tutti gli animali sono mortali, tutti
gli uomini sono animali; dunque tutti gli uomini sono mortali". Ne nasce però
un’illusione: le due premesse sono – come nota Aristotele – conclusioni di
precedenti sillogismi, cosicchè si può procedere regredendo di livello in
livello, fino a sillogismi sempre più generali; ma già Aristotele diceva che non
è possibile andare all’infinito, bensì vi sono princìpi primi dettati dal nouV (il
principio di non contraddizione in primis). Ad avviso di Kant, tuttavia, non
possono esservi princìpi primi, poiché l’intelletto non raggiunge mai
l’incondizionato (la causa incausata), e dunque tale tesi aristotelica dei
princìpi primi è un’illusione della nostra ragione che si autoinganna credendosi
capace di cogliere la totalità dell’essere; si tratta di un’illusione perché
tali giudizi, ad un certo punto, non sono più fondati sull’esperienza, bensì
sono costruiti ad hoc, e così la ragione formalmente procede correttamente, ma
applica tali rette connessioni formali al nulla, e così essa giunge a formulare
concetti di totalità incondizionata. Il concetto di totalità non è illegittimo
(è anzi una categoria la totalità), a patto che sia condizionato (la totalità
delle penne in un negozio o delle persone in una stanza); non posso mai però
parlare della totalità incondizionata, che tutto comprende, giacchè si
tratterebbe di esperienze mai possibili: concetti di cose mai esperite (e mai
esperibili) sono appunto quelle che Kant chiama "idee". Queste idee sono di tre
tipi: a) l’anima, cioè il concetto della totalità incondizionata di tutti i
fenomeni interni; b) il mondo, cioè la totalità incondizionata di tutti i
fenomeni possibili (interni ed esterni); c) Dio, cioè la totalità incondizionata
di tutte le condizioni della pensabilità in generale. Partiamo dall’anima: tutto
ciò che esperiamo mediante il senso interno è fenomeno datoci nel tempo, ma di
tutto ciò abbiamo necessariamente un’esperienza parziale (la gioia di cinque
minuti fa, la tristezza di prima, ecc) e unifichiamo tali esperienze interne in
quanto riferite ad un unico soggetto che le sperimenta nel tempo. Ma non potrò
mai cogliere tutte le possibili cose, bensì potrò illudermi di coglierle
pensando che ci sia un io (una mia anima) in cui quelle esperienze non colte
sono in realtà contenute metafisicamente; in altre parole, ciò che è in realtà
una funzione unificante (le esperienze interne unificate) viene sostanzializzato
e concepito come un’anima, ma si tratta di un passaggio assolutamente indebito,
giacchè la categoria della sostanza viene in tal maniera applicata a qualche
cosa che non mi è dato dall’esperienza (tutti i miei stati interni). Ben si vede,
allora, come la ragione applichi le categorie laddove manca l’esperienza,
compiendo un’operazione surrettizia: si compie – dice Kant – un "paralogismo",
ossia un errato sillogismo, in cui manca il termine medio, proprio come quando
si afferma che "il treno fuma, io fumo, dunque io sono un treno". In particolare,
il paralogismo che ci induce a ritenere che esista un’anima come sostanza è il
seguente: tutto ciò che non è pensabile come soggetto non può essere pensato che
come sostanza; il pensiero non è pensabile che come soggetto; dunque il pensiero
non è pensabile che come sostanza. L’errore risiede nel fatto che il termine "soggetto"
viene qui preso ora in un significato, ora in un altro: nella premessa maggiore,
"soggetto" è nel senso logico di soggetto a cui si attribuiscono predicati, è
cioè applicazione della categoria di sostanza; nella premessa minore "soggetto"
è invece la funzione unificante, il soggetto come "Io penso" che unifica, ma è
una funzione, non una realtà a sé stante. In definitiva, si perviene
all’illusione che sussista un’anima sostanzializzando la coscienza del mio
sentirmi soggetto unificante, illudendosi di essere sostanza. La seconda idea
della ragione è il mondo: si tratta di un’idea appunto perché non sarà mai
possibile esperire tutti i fenomeni – interni ed esterni – possibili, sicchè
anche questa totalità cade al di là dell’esperienza ed è perciò un falso
sillogismo della ragione. Più che mostrare la genesi di questa idea, Kant ne
mette in luce l’inconsistenza, rivelando le contraddizioni a cui essa porta.
L’idea di mondo, infatti, renderebbe possibili quattro tipi di antinomie, ossia
quattro tipi di ragionamenti in cui è possibile sostenere indifferentemente sia
la tesi sia l’antitesi, senza cadere in contraddizioni formali (proprio perché
si tratta di qualcosa di non dato nell’esperienza e che dunque cade al di là di
ogni verificabilità). Sono quattro perché quattro sono le categorie da cui esse
derivano: dalla categoria della quantità deriva l’asserto che propugna
l’infinitezza del mondo nel tempo e nello spazio. Stando a ciò, il mondo sarebbe
pertanto infinito; ma, nonostante le varie argomentazioni che si possono
dispiegare, è allo stesso tempo anche possibile dimostrare (con armi
argomentative altrettanto valide) che il mondo sia finito nel tempo e nello
spazio. Posso cioè sia sostenere che c’è un primo momento in cui il mondo nasce,
sia che tale primo momento è assente. Da ciò risulta quel carattere antinomico (posso
sia dimostrare che il mondo è infinito sia che è finito) a cui abbiamo
precedentemente accennato. Dalla categoria della qualità deriva l’antinomia
della divisibilità e della non divisibilità all’infinito del mondo: si tratta,
anche qui, di una questione antinomica irrisolvibile, giacchè il mondo non è mai
esperibile nella sua totalità. Dalla categoria della causalità deriva poi
l’antinomia per cui è possibile dimostrare (con argomenti di pari forza
persuasiva) che nel mondo esiste una causalità libera e, contemporaneamente, che
in esso tutto sia determinato in base a leggi naturali. Infine, dalla categoria
della relazione deriva l’ultima antinomia, quella per cui è possibile dimostrare,
con argomenti parimenti probanti, sia che il mondo dipenda da un essere
necessario sia che in esso tutto sia contingente. L’ultima idea della ragione è
quella di Dio: di una cosa qualsiasi possiamo affermare una serie di predicati,
asserendo ad esempio che l’uomo è mortale, è razionale, è animale, e così via;
ovviamente questi predicati vengono attinti da un serbatoio ideale contenente
tutti i predicati possibili. Ne segue che nella nostra mente ci deve essere
l’idea di un contenuto contenente in sé tutti i predicati, tra i quali poi ne
scegliamo alcuni da attribuire al soggetto in questione. Ora, è chiaro che
questo contenitore ideale è, appunto, un ente ideale, inesistente nel reale, è
una mera funzione della nostra ragione che ci permette di avere a disposizione
tutto il materiale possibile per la predicazione, è cioè la scatola ideale che
racchiude entro di sé tutte le tessere dell’infinito mosaico: Kant chiama tale
funzione "ideale della ragion pura"; fin qui, è tutto legittimo, ma il passo
indebito si compie nel momento in cui si escludono da questo serbatoio ideale
tutti i predicati negativi (che si limitano a negare quelli positivi) e quelli
fra loro contrastanti, per scegliere solamente quelli ineliminabili
reciprocamente. Compiendo una siffatta operazione, si viene ad avere l’insieme
dei predicati positivi non eliminantisi fra loro e si dice erroneamente che sono
predicati di un essere reale (Dio), dotato appunto di questi predicati positivi
che sono le sue molteplici facce. Quello che in principio era un contenitore
ideale viene così confuso con l’ens realissimum, cioè con l’ente più reale,
privo di contraddizioni ed esprimente l’omnitudo realitatis, la realtà nella sua
assolutezza. Poi ci si lancia alla ricerca di prove che depongano a favore
dell’esistenza di questo ente, e a tal proposito Kant si sforza di smontarle una
ad una (riconducendole però tutte a quella ontologica di Anselmo). La
conclusione a cui si perviene è che, nella misura in cui la ragione si attarda
in questi raziocini che portano a formulare tali idee, cade costantemente in
errore, conservando la struttura discorsiva e categoriale dell’intelletto, ma
prolungandola indefinitivamente anche sull’incondizionato: si tratta di un
errore connaturato all’essenza umana, e – nota Kant – è opportuno fare di
necessità virtù, prendendo ciò che tale ragione ha di buono. In particolare,
nelle idee c’è di buono il fatto che esse costituiscono elementi direttivi per
il progresso nella conoscenza, sono cioè modelli di una totalità utilissimi per
connettere gli elementi parziali cui di volta in volta l’intelletto si trova
dinanzi. Nella terminologia kantiana, ciò significa che delle idee si può (e
anzi si deve) fare un uso regolativo, un uso che è da Kant detto "impreteribilmente
necessario", ossia devono essere impiegate a mo’ di regole per l’avanzamento
della conoscenza intellettuale, mai però nel loro uso costitutivo, tale cioè da
costituire oggetti (come invece fa legittimamente l’intelletto, che non scavalca
in nessun caso il reale). Così avere l’idea di anima mi servirà per non perdermi
nel caos delle esperienze interne (ma ciò non vuol dire che realmente esista
l’anima), l’idea di mondo mi servirà per saper dare un posto alle nuove
esperienze, un ideale della ragion pura sarà poi utilissimo per orientare tutte
le conoscenze: potrò dunque tendere a sistematicizzare all'infinito il mio
sapere, a organizzare le mie conoscenze interne come se potessero essere
attribuite ad un'unica sostanza (l'anima), oppure ad organizzare tutte le mie
esperienze esterne ed interne come se appartenessero ad un unico mondo, o ancora
ad organizzare tutte le mie conoscenze come se fossero effetti di un'unica causa
(Dio). Con ciò Kant non intende certo negare che esista Dio, poiché – se così
facesse – applicherebbe la categoria della negazione ad una totalità cadente al
di fuori dell’esperienza, commettendo un grave errore: nella "Critica della
ragion pratica" sosterrà l’esistenza di Dio passando per vie alternative,
postulandola sul piano pratico per garantire la moralità, senza però mai
giungere a dimostrarla teoreticamente. Con Kant emerge una chiara
contrapposizione tra l’intelletto e la ragione, contrapposizione che era assente
nella filosofia moderna (fatta eccezione per Spinoza); inoltre, tale
contrapposizione pende tutta a favore dell’intelletto e a discapito della
ragione, giacchè è l’intelletto – in quanto facoltà discorsiva che non si
allontana mai dal condizionato – la sola facoltà che può conoscere
legittimamente e unificare le intuizioni, senza scavalcare i confini
dell’esperienza; la ragione è invece una traviamento, un indebito passaggio
all’incondizionato, sicchè essa applica la procedura discorsiva dell’intelletto
a costruzioni meramente formali che non rientrano mai nell’esperienza; in
sostanza, la ragione finisce paradossalmente per applicare le categorie a se
stessa, lavorando nel vuoto e illudendosi che vi sia un’anima, un mondo, un Dio.
Se però viene presa non già nel suo uso costitutivo, bensì in quello regolativo,
la ragione è un utilissimo supporto: "io asserisco, dunque, che le idee
trascendentali sono inadatte a qualsiasi uso costitutivo, per cui debbono
fornire concetti di oggetti; e che se sono intese in questo modo, si risolvono
in semplici concetti raziocinanti (dialettici). Esse hanno però un uso
regolativo vantaggioso e imprescindibile, consistente nel dirigere l’intelletto
verso un certo scopo, in vista del quale le linee direttive delle sue regole
convergono in un punto, che — pur essendo null’altro che un’idea (focus
imaginarius), cioè un punto da cui non possono realmente provenire i concetti
dell’intelletto, perché è fuori dell’esperienza possibile — serve tuttavia a
conferire a tali concetti la massima unità ed estensione possibile". Dove manca
l’esperienza non può prodursi conoscenza, cosicchè i raziocini della ragione –
formalmente esatti – sono errati nel senso che la sintesi viene applicata non
all’esperienza, ma a ciò che la travalica (ossia al nulla). Ne segue che tutta
la nostra conoscenza viene a dipendere da una fantomatica "cosa in sé" a noi
esterna, che noi non conosciamo mai quale essa è in se stessa, ma sempre
filtrandola attraverso le nostre forme della percezione e dell’intelletto. Sarà
Fichte ad eliminare del tutto tale "cosa in sé", negando radicalmente che la
conoscenza – per essere verace – debba passare per l’esperienza: improvvisamente,
la ragione diventa facoltà assolutamente positiva, capace di fornire la vera
forma della conoscenza, imperniata su se stessa (già Kant nota come la ragione
costruisca tutto da sé), senza bisogno alcuno dell’esperienza esterna. Ne
deriverà che la conoscenza non consisterà più nell’ordinare le intuizioni
provenienti dall’esterno, ma nella produzione dell’oggetto da parte della
ragione.
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