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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
LEIBNIZ
Gottfried Leibniz segue una strada particolare
ed esclude radicalmente che il rapporto causale abbia validità esterna: tra le
cose non sussiste alcuna causalità, sicchè quando sul tavolo da biliardo la
palla B si muove quando è urtata dalla palla A, ciò non avviene perché A causa
il moto di B. In questa maniera, Leibniz si spiana la strada, aggirando più che
risolvendolo il problema: di fronte all’evidente difficoltà del giustificare la
causalità tra le cose, egli la nega. Ma come si spiega allora che quando la
palla A urta quella B, quest’ultima si muove? Leibniz dice che a noi pare che A
sia la causa del moto di B, ma si tratta di mera apparenza, giacchè in realtà è
Dio che ha voluto che la palla A avesse una sua storia e che colpisse B, la
quale è dotata a sua volta di una sua storia per cui ad un certo punto si mette
in moto: A e B si muovono indipendentemente l’una dall’altra. Con questa
posizione, Leibniz si avvicina molto all’occasionalismo di Malebranche, anche se
il pensatore tedesco non concepisce l’intervento divino come continuo (come se
ogni volta che A tocca B Dio intervenisse a muovere B stessa), ma piuttosto come
una predisposizione originaria: in origine Dio ha – secondo Leibniz – creato
ogni cosa in un’armonia perfetta, predisponendo le varie cose come orologi
caricati sincronicamente, in grado di procedere per loro conto senza necessità
di intervento; la posizione occasionalista, invece, prevede che Dio debba
continuamente intervenire nel mondo. Pur bandito dai rapporti fra le sostanze,
il rapporto causale sussiste all’interno delle singole sostanze stesse, e
Leibniz si fa portavoce di un pluralismo metafisico, sostenendo –
aristotelicamente – che le sostanze sono tante quanti sono gli individui. Per
addurre prove a sostegno della sua tesi, egli arriva a far coincidere il
rapporto causale con la relazione (aristotelica) fra sostanza e predicato: da
sempre siamo abituati a concepire il predicato come un qualcosa che si aggiunge
al soggetto, cosicchè dire che "Socrate" (soggetto) è "camuso" (predicato),
significa appunto aggiungere qualcosa alla sostanza individuale "Socrate". Ora,
tradizionalmente, tale inerenza del predicato al soggetto è considerata come
espressione meramente logica, esistente non nella realtà esterna, ma nella
nostra mente (la quale congiunge, appunto, il soggetto e il predicato, dicendo
che "Socrate è camuso"), sicchè potrò dire che "la penna è nera", aggiungendo a
livello logico al soggetto "penna" il predicato "nera" che le inerisce. Ma –
continua Leibniz – in realtà sussiste una coincidenza assoluta tra logica e
metafisica, tra pensiero ed essere, sicchè il soggetto non è mai meramente
logico, ma è sempre una sostanza individuale precisa (Cesare, Socrate,
Alessandro Magno, ecc.) e il predicato che logicamente le inerisce è anch’esso
non già una nozione puramente logica, bensì una determinazione reale di tale
sostanza reale: non è un caso che, quando noi diciamo "inerire", Leibniz usi
invece l’espressione latina inesse, con un evidente significato ontologico (inesse
significa "essere dentro"); in questo modo, viene dimostrato che non si tratta
di una relazione meramente logica, esulante dal reale. Al contrario, sussiste
una sostanza reale (ad esempio Alessandro Magno), a cui ineriscono determinati
predicati (l’esser uomo, il diventare re dei Macedoni, il vincere Dario, il
nutrire grande affetto per il proprio cavallo, il morire giovane, ecc.), che non
sono solo nozioni logiche, ma reali proprietà che stanno dentro (insunt) ad una
sostanza, e quindi il rapporto intercorrente è un rapporto di produzione, è cioè
la sostanza (Alessandro Magno) che produce i predicati (l’esser re dei Macedoni,
vincere Dario, ecc.): se ne evincerà, paradossalmente, che, se Cesare passa il
Rubicone, lo fa perché è Cesare. Tutto ciò che ciascuno di noi realizza non
costituisce solo una trama di concetti congiunti tra loro in maniera logica alla
sostanza (chè sarebbe una connessione dubbia), ma sono produzioni reali della
sostanza, sicchè è lecito affermare che tra sostanza e predicato sussiste un
rapporto di determinazione causale che vige solo all’interno della sostanza
singola (Cesare, Alessandro Magno, Socrate, ecc.) e non tra le sostanze (Cesare
e Alessandro). Ne consegue, allora, che non si può affermare che Alessandro
Magno causa la sconfitta di Dario, giacchè ciò presupporrebbe una relazione
causale tra le due sostanze; viceversa, esiste solo una causalità interna (inest)
a Dario e una interna ad Alessandro Magno, sicchè l’uno ha nel proprio DNA
metafisico lo sconfiggere l’avversario, e l’altro ha invece l’essere sconfitto,
senza interrelazioni causali, proprio come due orologi caricati in maniera tale
da segnare la stessa ora pur non influenzandosi a vicenda. Leibniz dunque, pur
di salvare la determinazione causale fatta saltare da Hume, abbandona la
possibilità di stabilire rapporti causali tra le sostanze, ma li mantiene
all’interno delle singole sostanze stesse: certo, un contemporaneo di Alessandro
Magno avrebbe potuto presagire che sarebbe diventato un grande eroe, ma non
avrebbe sicuramente potuto immaginare che sconfiggesse i Persiani, giacchè non
conosceva tutte le proprietà che erano (inerant) in Alessandro; ma Dio – che sa
tutto – conosce tutte le singole proprietà di ogni sostanza, cosicchè dalla
semplice visione della sostanza individuale Alessandro potrà sapere tutto ciò
che ad essa accadrà in futuro. Ne segue che la constatazione che le relazioni
analitiche non valgano per le verità di fatto è valida solo al livello umano (il
livello del finito), mentre per l’onniscienza di Dio anche nelle questioni di
fatto vale il procedimento analitico, cosicchè Egli può dedurre analiticamente
dalla sostanza Dario che essa è destinata a essere sconfitta, a morire, ecc.,
così come noi cogliamo analiticamente che 2+2 dà 4. Da una prospettiva di tal
genere sembra affiorare che l’intera vita di Alessandro Magno e, più in generale,
di ciascuno di noi, sia già contenuta nella sua sostanza (e già conosciuta da
Dio ancor prima che si svolga), quasi come un tappeto che si srotola un po’ alla
volta: pare che spazio per il libero arbitrio ne resti davvero poco, ma Leibniz
– che voleva tenersi lontano dal determinismo – resta sempre piuttosto sul vago,
ricorrendo talvolta ad artefizi impensabili pur di non negare la libertà del
volere umano, puntando soprattutto su come il predicato sia produzione del
soggetto ma potrebbe anche essere diverso; sarebbe cioè stato possibile un
Alessandro Magno buono a nulla, sconfitto nella prima battaglia, ma ciò sarebbe
stato possibile solo in un altro tra gli infiniti mondi possibili, poiché nel
nostro mondo, se cambiamo anche una sola sostanza, cambiamo l’intero mondo,
giacchè ogni sostanza è rapportata (ma senza legami causali) a tutte le altre
(se Alessandro Magno fosse stato diverso, magari Dario non sarebbe stato
sconfitto, il cavallo non sarebbe stato amato, ecc). In Leibniz troviamo
sostanzializzato il concetto di soggetto e, in tal modo, il pensatore tedesco
riesce a sfuggire a quella che sarà la critica mossa da Hume al principio di
causalità in sede empirica. Man mano che il suo pensiero maturerà, Leibniz
arriverà a dire che la sostanza è dinamica, come un punto di forza (una "monade"),
che si sviluppa (Alessandro che vince Dario, conquista le terre, muore in
viaggio, ecc.), e tutto ciò deriva a Leibniz dalle sue indagini fisiche, che
l’avevano portato a scoprire che l’accelerazione dipende non dalla velocità, ma
dal quadrato della velocità, e riporta tali scoperte dalla sfera fisica a quella
metafisica, sostenendo che ogni realtà ha una forza che la fa sviluppare. Questa
soluzione di Leibniz al problema della causalità è fortissima sul piano logico,
ma poco convincente sul piano pratico, poiché viene abbandonata la possibilità
di dimostrare la validità ontologica dei nessi causali fra le cose. Sarà invece
Spinoza a percorrere la strada del rapporto causale fra le sostanze: per far ciò,
egli riterrà necessario ammettere che vi sia un supervisore della connessione
stessa (secondo Hobbes e Vico tale supervisore era l’uomo stesso, per le cose
che egli fa; secondo Leibniz, invece, è Dio stesso), poiché se si vuol dire che
il principio di causalità ha valore non solo nella sostanza (come dice Leibniz),
ma anche fra le sostanze e che gli uomini possono conoscere tali connessioni
causali, occorre dimostrare che tutte le cose derivino causalmente da Dio e che
l’uomo possa porsi dal punto di vista di Dio stesso, il quale causa ogni cosa,
cosicchè se ci si pone dal suo punto di vista possiamo conoscerle come le
conosce Dio stesso che ne è l’artefice (è il principio del verum ipsum factum
che ritorna).
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