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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
PASCAL
A rinunciare all’individuazione di una facoltà
che, attraverso un particolare strumento, colga i princìpi ultimi della realtà,
sono tutti quei pensatori che ritengono che l’intelletto (o la ragione) sia una
facoltà limitata, proprio perché specificamente appartenente a quell’essere
finito che è l’uomo: si tratta di una finitezza intrinseca, interpretabile ora
come data dall’oggetto della conoscenza, ora come data dal fatto che la mente
proceda in modo da non poter cogliere la verità, ora dal fatto che nell’uomo la
conoscenza noetica è contrapposta ad una "sentimentale" ed emotiva. Questo è il
caso di Blaise Pascal, la cui filosofia è incentrata sulla fondamentale
distinzione tra il cuore e la ragione, tra quelli che lui chiama "esprit de
finesse" ed "esprit de geometrie". In questo caso, Pascal distingue tra due
diversi modi di porsi in relazione con l’oggetto: nel primo caso, quello del
cuore, si ha un rapporto immediato con l’oggetto, un rapporto fondato
sull’intuito e su una percezione molto vaga e sfumata, quasi sentimentale, delle
cose percepite. Nel secondo caso, invece, - quello della ragione – si ha un
approccio all’oggetto che fa ricorso a strumenti razionali e precisi, a princìpi
che sono formalizzabili perfettamente (al pari della matematica e della
geometria). Ora, Pascal non ha difficoltà ad ammettere che la ragione
costituisca una forma di conoscenza più forte e comunicabile, proprio perché
formalizzabile, ma proprio per questo – egli nota – non è applicabile a tutto lo
scibile umano e all’intera realtà: c’è un ambito dell’indagine umana, che è anzi
la parte più importante – l’uomo stesso -, che sfugge a questo modo di
affrontare la conoscenza. Tutto ciò che concerne la metafisica è infatti
indagato con strumenti extra-razionali; gli stessi fondamenti della geometria,
della matematica, non sono dimostrati dalla ragione, e se vogliamo accertarli
dobbiamo fare affidamento sulla conoscenza che avviene attraverso il cuore. Se
ne evince che la ragione non solo non fornisce risposte alle grandi questioni
metafisiche (cos’è l’uomo? E la vita? Perché viviamo? Esiste Dio? E quale è il
nostro rapporto con Lui?), ma addirittura non riesce a dimostrare neppure quei
fondamenti sui quali si basa il suo stesso procedere (ad esempio i princìpi
matematici). La contrapposizione tra "spirito di finezza" e "spirito di
geometria" è assai forte: nei "Pensieri", contrapponendoli, affiorano caratteri
specifici di ciascuno dei due "spiriti". Il primo elemento di contrapposizione
risiede nel fatto che lo spirito di geometria procede attraverso formalizzazioni,
del tutto escluse dal procedere dello spirito di finezza. Il secondo elemento di
dissidio è invece rintracciabile nel fatto che lo spirito di geometria parte da
pochi princìpi chiari e formalizzabili per derivare da essi tutte le altre
formalizzazioni, mentre lo spirito di finezza non ha un numero definito di punti
di partenza, ma prende le mosse da molti presupposti, mai formalizzati e
chiariti, ma sempre sentiti in maniera allusiva e sentimentale. Il terzo
elemento di disaccordo sta nel fatto che lo spirito di geometria procede
discorsivamente, cioè per argomentazioni (aggiungendo una prova all’altra, in
maniera concatenata), mentre lo spirito di finezza procede intuitivamente,
cogliendo in maniera subitanea e immediata i princìpi e la loro connessione con
quanto segue. E’ nei "Pensieri" (S. 1-4; B. 1-4) che Pascal si sofferma su tali
distinzioni: " Nel primo i princípi sono tangibili, ma lontani dal comune modo
di pensare, sicché si fa fatica a volger la mente verso di essi, per mancanza di
abitudine; ma, per poco che la si volga a essi, si scorgono pienamente; e solo
una mente affatto guasta può ragionar male sopra princípi cosí tangibili che è
quasi impossibile che sfuggano. Nello spirito di finezza i princípi sono, invece,
nell'uso comune e dinanzi agli occhi di tutti. Non occorre volgere il capo o
farsi violenza: basta aver buona vista, ma buona davvero, perché i princípi sono
cosí tenui e cosí numerosi che è quasi impossibile che non ne sfugga qualcuno.
Ora, basta ometterne uno per cadere in errore: occorre, pertanto, una vista
molto limpida per scorgerli tutti e una mente retta per non ragionare
stortamente sopra princípi noti. Tutti i geometri sarebbero, quindi, fini se
avessero la vista buona, giacché non ragionano falsamente sui princípi che
conoscono; e gli spiriti fini sarebbero geometri se potessero piegare lo sguardo
verso i princípi, a loro non familiari, della geometria. Se, dunque, certi
spiriti fini non sono geometri, è perché sono del tutto incapaci di volgersi
verso i princípi della geometria; mentre la ragione per cui certi geometri
difettano di finezza è che non scorgono quel che sta dinanzi ai loro occhi e che,
essendo usi ai princípi netti e tangibili della geometria, e a ragionare solo
dopo averli ben veduti e maneggiati, si perdono nelle cose in cui ci vuol
finezza, nelle quali i princípi non si lascian trattare nella stessa maniera".
Per princìpi "tangibili" dobbiamo intendere quei princìpi dimostrabili e chiari
nella loro evidenza originaria, così come appunto li concepiva Cartesio; sono
tuttavia troppo lontani dalla vita quotidiana, sono generalizzazioni (e perciò
son pochi) ma non immediatamente rintracciabili: con ancora un chiaro
riferimento a Cartesio, Pascal spiega che solo il cattivo uso della mente
impedisce la conoscenza. Con queste considerazioni, il pensatore francese non
intende schierarsi contro la ragione, lui che nel Seicento fu uno dei massimi
scienziati; semplicemente, è sua intenzione mettere in luce come la ragione non
possa conoscere ogni cosa, come invece credeva Cartesio. Solo una persona colta
effettua dimostrazioni geometriche, ma è cosa da tutti comprensibile nella vita
quotidiana – senza ricorrere ad astratti princìpi - sapere quale sia l’essenza
ultima dell’uomo, la sua miserevole condizione, tesa tra il tutto e il nulla.
Non si tratta – come invece è nel caso dello spirito di geometria – di pochi
princìpi evidenti e difficilmente comprensibili, bensì siamo di fronte, con lo
spirito di finezza, ad un mare magnum di princìpi, vaghi ed incerti,
informalizzabili, sentiti nell’esperienza interna e non riconducibili ad
isolamenti; non è possibile cogliere distintamente il principio per cui l’uomo è
misero, sono tanti princìpi sentimentali che affollano il cuore. Pascal insiste
sul fatto che non ci sono strumenti di comunicazione formale delle acquisizioni
del cuore: o li si sentono o non li si sentono, non vi sono procedure
inferenziali chiare, non si può dimostrare che l’uomo è misero come si può
dimostrare che 2+2=4, è una verità che si sente col cuore. "Bisogna cogliere la
cosa di primo acchito con un solo sguardo, e non per progresso di ragionamento,
almeno sino a un certo punto", dice Pascal: questa opposizione tra spirito di
geometria e spirito di finezza è a poco a poco riproposta nei termini di
contrapposizione tra cuore e ragione, dove Pascal sostiene che la ragione non
solo non riesce a trattare i temi metafisici, ma neppure i propri princìpi, li
vede con chiarezza ma con un occhio che è del cuore: "noi conosciamo la verità
non solo con la ragione, ma anche col cuore". Ciononostante, egli non vuole
negare che la ragione abbia le sue ragioni (per certe ricerche essa è il miglior
strumento), intende semplicemente delimitare gli ambiti, mettendo in evidenza
come il cuore abbia ragioni sconosciute alla ragione, ed è anzi attento a
combattere quella tradizione scetticheggiante che metteva in dubbio qualsiasi
certezza umana, comprese quelle matematiche, sicchè Pascal spiega che la
conoscenza del cuore è superiore perchè ha a che fare con oggetti superiori (ad
esempio Dio), ma ci tiene anche a specificare che ci sono ambiti in cui la
ragione dà certezze assolute, e in tal caso il cuore serve a consolidare la
ragione. Gli Scettici sono pertanto in errore quando negano la certezza del
procedere matematico: che da P derivi P1 e poi P2 è certo, ma a dimostrare il
principio P (su cui poggia tutto il resto) è il cuore, cosicchè Pascal viene in
soccorso alle matematiche facendo leva sulla certezza di P, indimostrabile dalla
ragione (e qui Pascal concorda con gli Scettici). C’è qui una consonanza con la
tradizione aristotelica, per la quale i princìpi sono colti dal Íïõò e non dalla
ragione, con la differenza, però, che per Aristotele l’intelletto ha una
funzione tecnica, rilevare i primi princìpi, mentre per Pascal il cuore non si
limita a cogliere i princìpi primi, ma riguarda tutto ciò che cade al di là
dello spirito di geometria. L’immagine che Pascal ci dà della conoscenza risulta
in una stretta sezione in cui opera la ragione, e una sezione pressochè
illimitata in cui opera invece il cuore, che determina i princìpi su cui lavora
la ragione stessa. "Infatti la condizione dei primi princìpi […] è altrettanto
salda di quelle procurateci dal ragionamento […]. Questa impotenza [della
ragione] deve dunque servire ad umiliare la ragione": il limite che Pascal
impone alla ragione serve a mettere in evidenza come essa, valida nel proprio
ambito, non possa travalicare i suoi confini; nel suo terreno, essa è padrona (il
cuore deve starne fuori), al di fuori non può far altro che tacere, senza
invadere le regioni che competono al cuore. Si è detto che uno degli elementi di
distinzione tra ragione e cuore è il fatto che la prima si serve di un
procedimento discorsivo, il secondo di uno intuitivo; ma, allora, come può
Pascal collocarsi nel novero di quei pensatori che non distinguono diverse
facoltà nel pensare umano? Il punto di svolta sta qui: il pensatore francese,
accanto al procedimento discorsivo della ragione, riconosce una dimensione
intuitiva, ma ad essa non attribuisce in alcun modo il carattere di conoscenza
assoluta; infatti, le ragioni del cuore sono sempre umane, ancorchè esso proceda
intuitivamente, sempre di cuore umano si tratta, e l’uomo non può mai disporre
di una conoscenza intuitiva che colga i princìpi assoluti della realtà, tant’è
che i princìpi del cuore restano vaghi e confusi, sicchè Pascal è, se inserito
nella sua epoca, un outsider, in quanto riconosce sì all’uomo una sfera
genuinamente intuitiva, ma essa non è in alcun modo legata alla conoscenza di
princìpi assoluti; certo, colgo dimensioni dell’esistenza umana che, con la sola
ragione, non potrei mai cogliere, ma resto sempre nel campo dell’esistenza umana,
dell’uomo finito e limitato: neanche il cuore può varcare i limiti della
finitezza umana, tant’è che sento sì Dio, ma non lo colgo con certezza. Sarà poi
Spinoza che assegnerà all’intuito la capacità di cogliere i princìpi assoluti (Dio
stesso), mentre Pascal resta un filosofo del finito, apre spiragli verso
l’infinito, ma rimangono meri spiragli: Dio resta sempre una pura trascendenza
che non può essere attinta.
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