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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
SPINOZA
In Spinoza si pone il problema di trovare un
ordine causale oggettivamente radicato nella realtà e, per capire ciò, dobbiamo
fare alcuni riferimenti – anche se un po’ cursori – alla metafisica spinoziana,
incentrata su una definizione cardinale (l’ "Etica dimostrata alla maniera
geometrica" si configura appunto come un trattato in cui l’etica è spiegata come
la geometria, attraverso definizioni, corollari, ecc): tale definizione è quella
del concetto di sostanza: Spinoza dice che per substantiam intelligo id quod in
se est et per se concipitur, ovvero sostiene che la sostanza è ciò che sussiste
autonomamente e non ha bisogno di altro per essere compresa, è cioè del tutto
autosufficiente sia sul piano ontologico sia su quello gnoseologico; per usare
una terminologia che sarà propria di Gioberti – che pure si richiamava a Spinoza
– potremmo dire che la sostanza è "un primo ontologico" e "un primo logico".
Tale definizione implica che la sostanza sia causa sui, cioè è essa stessa che
si causa e ad essa pertiene quell’attributo che la tradizione teologica ha
sempre riferito soltanto a Dio. E infatti una delle identificazioni che Spinoza
opera a proposito della sostanza è di identificarla con Dio, tant’è che la prima
parte dell’ "Etica" reca come titolo "De Deo" (la seconda identificazione sarà
invece della sostanza con la natura). Dire che è causa di se stessa equivale a
dire che la sostanza non ha nulla fuori di sé che la condizioni e che le
impedisca di dipendere solamente da sé; essa comprende tutto ed è perciò
infinita, senza confine alcuna che la limiti: anche per questa strada, pertanto,
si arriva a dimostrare l’identità tra sostanza e Dio, in precedenza argomentata
passando per la definizione di sostanza come esistente autonomamente. In secondo
luogo, Spinoza ritiene di poter affermare che questa sostanza non ha attributi,
ovvero qualità essenziali che ne fanno parte e che non sono accidentali (se c’è
la sostanza, necessariamente ci sono anche tali qualità) e a tal proposito
Spinoza dice che queste qualità sono ciò che l’intelletto percepisce della
sostanza: questa affermazione è già una spia di una determinata direzione di
ragionamento, giacchè se l’intelletto coglie le qualità della sostanza vuol dire
che esso coglie gli attributi di Dio ed è perciò, senz’ombra di dubbio, la
facoltà suprema. Tali attributi – prosegue Spinoza – sono infiniti, perché
appunto propri di una sostanza infinita, e così come di Dio non conosciamo tutto,
anche della sostanza non possiam conoscere tutti gli infiniti attributi, bensì
ne conosciamo solamente due: il pensiero e l’estensione. In realtà, non vi è
alcun luogo in cui Spinoza giustifichi ciò, anche se lascia sottinteso che sono
gli unici due attributi di cui noi partecipiamo ed è appunto in forza di ciò che
possiamo conoscerli. Pensiero ed estensione non sono quindi sostanza (come
invece credeva Cartesio), ma attributi di un’unica sostanza che esiste in
maniera autonoma. Già Cartesio aveva detto – riprendendo la definizione data da
Aristotele – che la sostanza è ciò che per esistere non ha bisogno di null’altro
all’infuori di sé; però poi – influenzato dalla prospettiva di Tommaso - diceva
anche che sostanze erano anche quelle cose che per esistere non hanno bisogno di
null’altro all’infuori di Dio (e il pensiero e l’estensione erano appunto tali,
dipendenti dalla res divina). Spinoza critica duramente questa correzione di
sapore tomistico apportata da Cartesio alla definizione aristotelica: è sostanza
solamente ciò che esiste autonomamente, senza bisogno di nulla, neanche di Dio,
con la conseguenza che pensiero ed estensione non sono sostanze, bensì attributi
dell’unica sostanza. Successivamente, Spinoza afferma che gli attributi sono
qualità essenziali della sostanza e, per ciò, non sono accidentali; ma tali
attributi possono manifestarsi in diversi modi, e tali modi non sono più
attributi essenziali della sostanza, ma sono piuttosto qualcosa di estrinseco ad
essa e possono essere in un modo o in un altro: così come il colore dei capelli
rispetto alla sostanza "capelli" è qualità essenziale; ma poi posso acconciare
in svariati modi i capelli e tali acconciature non sono parte intrinseca dei
capelli (possono essere infatti in un modo o in un altro, senza intaccare
l’essenza dei capelli stessi). Perciò Spinoza asserisce che i modi sono "in
altro" rispetto alla sostanza, intendendo con ciò dire che non le sono
essenziali, come invece sono gli attributi. Da ciò deriva conseguentemente che,
se ci sono due attributi della sostanza (pensiero ed estensione) e sono infiniti,
essi si manifesteranno in una infinità di modi, e i modi che discendono
dall’attributo del pensiero sono le idee, mentre quelli che discendono
dall’attributo dell’estensione sono i corpi. E’ chiaro, allora, che tutto ciò
che noi vediamo è interno alla sostanza, sicchè noi vediamo uno degli infiniti
modi in cui essa si articola: "tutto ciò che è, è in Dio" (proposizione XV); ci
troviamo con Spinoza dinanzi ad un monismo assoluto, in cui tutto ciò che è, è
determinazione di questa sola sostanza; e d’altra parte "dalla necessità della
natura divina devono seguire infinite cose, secondo infiniti modi"; dalla
sostanza discendono cioè infinite serie di modi, ma noi possiamo conoscerne
solamente due, la serie dei corpi e quella delle idee, giacchè partecipiamo solo
di esse. Sono necessari perché tali modi in cui la sostanza si manifesta negli
attributi non costituiscono un mero processo emanativo, ma piuttosto un processo
di tipo causale: l’emanazione a cui ricorreva Plotino per spiegare la
derivazione del reale dall’Uno è rigettata da Spinoza, poiché ai suoi occhi non
rende adeguatamente conto della successione causale; infatti – tenendo a mente
l’esempio plotiniano della fonte luminosa che irradia la luce, si può sì dire
che tale fonte è causa della luce, ma, dopo di che, la catena causale si
interrompe. Al contrario, secondo Spinoza, all’interno dell’attributo
dell’estensione avrò una successione di corpi dei quali i precedenti sono causa
dei successivi e così via; mi trovo cioè con una catena causale che a partire
dalla sostanza scende a tutto il resto. Dire che pensiero ed estensione sono due
qualità essenziali di un’unica sostanza equivale a dire che essi sono le due
facce di una stessa medaglia e, di conseguenza, l’ordine causale dell’estensione
sarà lo stesso ordine causale del pensiero, anche se tale ordine sarà guardato
da due diversi punti di vista (ora da quello del pensiero, ora da quello
dell’estensione); la natura, quale appare ai nostri sensi, discende da
un’articolazione causale e necessaria interna alla sostanza stessa, e ciò
significa che ad ogni corpo corrisponde necessariamente un’idea. Scrive Spinoza
a tal proposito: ordo et connectio rerum idem est connectio idearum. L’ordine
causale fa quindi parte della manifestazione di Dio e tutto ciò che vediamo in
natura o nel mondo del pensiero non è che Dio stesso che si estrinseca
necessariamente in quest’ordine causale: ciò tuttavia non toglie che Egli sia
libero, giacchè per Spinoza libertà e necessità non confliggono, ma anzi – sulla
scia dello stoicismo - la necessità è la libertà con cui si segue la propria
natura necessariamente. Da ciò deriva che la libertà d’arbitrio è per l’uomo
azzerata, egli non può agire diversamente da come agisce e non ha perciò senso
pentirsi delle proprie azioni; in merito, Schopenhauer dirà: natura non
contristatur. Tutto questo discorso permette a Spinoza di riconoscere alla
causalità una dimensione assolutamente oggettiva (essa fa infatti parte
dell’essenza divina), e perciò la conoscenza procederà causalmente (torna valido
il motto scolastico scire est scire per causas), ma questo conoscere procedente
per cause può essere di più tipi, nel senso che innanzitutto può essere adeguato
o inadeguato, può cioè essere "errato" o "corretto"; infatti, quando parto dalla
conoscenza sensoriale, parto dalle affezioni che il mio corpo subisce
dall’esterno, e quindi conosco le affezioni del corpo, ossia gli effetti e non
le cose che afficiunt il corpo. Per risalire alle cause, devo indovinare,
risalendo dall’effetto alla causa ricercando, tra le cause possibili, quella che
può essere giusta, senza tuttavia disporre di criteri sicuri (come già notavano
Hobbes e Vico) e perciò mi muovo nel vago, e ho soltanto la memoria che mi dice
che in altri casi l’effetto X era stato causato dalla causa Y e che crea
un’associazione di idee; ma in questo modo, il rischio di sbagliare resta
elevato. Questo vuol dire che finchè mi limito a risalire dall’effetto alla sua
probabile causa avrò sì una conoscenza causale, ma inadeguata in quanto non
certa; l’adeguatezza consisterà invece nello scendere dalla causa all’effetto e,
per far ciò con un certo criterio, occorre ch’io abbia punti di partenza,
nozioni considerabili come punti di avvio e non effetti di altre cause; partendo
da essi e scendendo agli oggetti, ho conoscenza adeguata. Tale è il caso del
procedere scientifico, che parte da notiones communes (le definizioni di retta,
di forza, di corpo, ecc) da cui mi è possibile derivare tutto: nella prima parte
dell’ "Etica" Spinoza dice che tutti i corpi hanno "nozioni comuni", ma
successivamente arriva ad estenderle anche alle idee e viene così a dire che si
può dare spiegazione scientifica perfino delle passioni (ed è questo l’obiettivo
dell’opera), che sono, alla pari dei temporali che funestano il cielo, causate
da cause precise. A scendere dalle cause agli effetti è – secondo Spinoza – la
ragione, quella facoltà specifica dell’uomo consistente nel saper derivare gli
effetti da quelli che per ogni scienza sono considerati i princìpi. Naturalmente,
la ragione procederà in maniera discorsiva, passando di causa in causa, di
anello in anello; ma le cause prime (notiones communes) sono tali solo se
riferite alle singole scienze, non in assoluto: così il moto è causa prima della
meccanica, ma non della realtà nel suo insieme, sicchè se ne evince che anche il
moto è a sua volta causato. Lo stesso dicasi per tutte le altre "nozioni comuni",
che provengono tutte da un’unica causa: la sostanza stessa. Ci dovrà allora
essere una terza e superiore forma di conoscenza oltre alla sensibilità e alla
ragione, una forma di conoscenza che non parta dalle notiones communes, ma dalla
vera causa prima (Dio) e vede tutto il resto come conseguenza di tale causa; e,
per compiere questo salto, occorre ragionare non più discorsivamente, poichè non
c’è alcun ragionamento scientifico capace di dimostrare che le notiones communes
derivino da Dio. Ci vuole dunque un salto intuitivo e a tale compito è preposto
l’intelletto, riconosciuto da Spinoza come la più alta forma di conoscenza,
capace di afferrare intuitivamente Dio. Dopo aver colto intuitivamente l’unità
assoluta, l’intera realtà può essere a sua volta esser colta con un solo sguardo
dell’intelletto, che vede l’intera serie causale considerata come un tutt’uno,
riesce cioè a considerare l’intera realtà come prodotta direttamente e
immediatamente da Dio: la vedo così come la vede Lui, le cose non sono più
considerate nella loro determinatezza spazio/temporale, ma sotto l’aspetto
dell’eternità (sub specie aeternitatis). Spinoza è dunque il primo pensatore
moderno a distinguere nettamente l’intelletto e la ragione, assegnando al primo
la funzione di cogliere intuitivamente Dio, alla seconda di passare
discorsivamente dalle cause agli effetti. Dei tre livelli in cui si articola la
conoscenza, il primo (quello sensibile/immaginativo) risulta inadeguato, in
quanto risale dagli effetti alle cause, restando perciò nel vago. Al secondo e
superiore livello si parte invece dalle nozioni generali proprie delle singole
scienze e si procede discorsivamente attraverso la ragione. Nel terzo livello,
infine, si parte da Dio stesso colto intuitivamente. In uno scolio dell’ "Etica"
(scolio 2, proposizione 40, parte VI) Spinoza scrive: "da quanto detto sopra
risulta chiaramente che percepiamo molte cose e formiamo nozioni universali che
traggono origine da diversi elementi attraverso i sensi in maniera mutila,
confusa e senza un ordine" e, dopo aver detto ciò, descrive i tre livelli
conoscitivi. A proposito del primo, egli riconosce come si articoli,
propriamente, in due diversi momenti: quello della sensazione e quello
dell’immaginazione. La componente sensibile è "mutila" poiché i sensi non ci
forniscono mai conoscenza completa, ci danno sempre solo affezioni delle cose
sui corpi; di conseguenza, da queste affezioni si può risalire alle loro cause
solamente attraverso un processo immaginativo di associazione mnemonica di idee
(si parte da un segno – fonetico o grafico – per poi arrivare ad un significato,
risalendo dagli effetti alle cause). Su questo punto Spinoza precisa che cosa è
la memoria: essa "non è che un certo concatenamento di idee implicanti la natura
delle cose", è un concatenamento causale che avviene sulla base di
concatenamenti precedentemente esperiti dal corpo: così sento sulla mia pelle
che il fuoco brucia, e nelle occasioni future la memoria mi suggerirà di non
toccare più il fuoco. Ma tale concatenamento non può dirsi oggettivo, giacchè
può sempre accadere che si passi da un dato effetto ad un’errata causa, ossia ad
una causa che non ha prodotto tale effetto: ciò avviene perché la memoria ci
suggerisce inadeguatamente quel concatenamento, cosicchè la conoscenza sensibile
è inadeguata perché brancolante nell’incerto. Con un esempio piuttosto efficace
Spinoza chiarisce questo punto: immaginiamo delle orme di cavallo lasciate in
riva al mare; se le vede un soldato, penserà immediatamente alla guerra e ai
cavalieri, ma se le vede un contadino, quest’ultimo penserà invece alla campagna
e al lavoro agreste. Così di fronte ad uno stesso effetto si può risalire a
cause diversissime (e sbagliate). Ciò dimostra che il concatenamento che procede
empiricamente dall’effetto alla causa non può essere mai fonte di una reale ed
oggettiva conoscenza per causas. Il secondo livello – prosegue Spinoza – è
quello della conoscenza di tipo razionale, in cui si discende dalle nozioni
comuni di ogni singola scienza agli effetti; tale livello ha il grosso limite di
partire non già dalla causa prima assoluta, ma da cause prime relative alle
singole scienze; ma ha anche il vantaggio di procedere non dall’effetto alla
causa (come avveniva invece per il primo livello), ma dalla causa all’effetto.
Il terzo livello, infine, muove dalla causa prima assoluta (Dio) intuitivamente
e di qui rilegge l’intera catena causale dell’universo con un colpo d’occhio. Il
terzo livello costituisce la conoscenza migliore, poiché è la conoscenza che Dio
stesso ha delle cose ed è difficilissima da raggiungere: "il supremo sforzo
della mente e la sua suprema virtù è conoscere le cose con il terzo genere di
conoscenza"; quanto più l’uomo conosce con l’intelletto, tanto più afferma se
stesso come realtà, perché si identifica addirittura con la res divina. Possiamo
leggere in tale funzione dell’intelletto una sorta di ascesi sia morale sia
metafisica (oltrechè gnoseologica), e ciò avviene anche perché Spinoza ha un
concetto piuttosto ambiguo di "mente": da un lato, essa è un’idea che – come
tutte le altre – corrisponde ad un corpo, cosicchè la mente così intesa è idea
particolare di un corpo particolare (un "corpo in atto", dice Spinoza); però,
dall’altro lato, giocando sul fatto che la mente può anche essere considerata
come idea della mente in generale corrispondente all’idea di corpo in generale
si può pensare ad una mente non singolare, ma infinita e, sotto questo aspetto,
la mente umana non è più individuale, bensì è un individuale momento della mente
infinita di Dio, e perciò può conoscere l’intero processo casuale che presiede
all’universo. Se la nostra mente riesce a compiere questo sforzo e a diventare
mente di Dio, essa riuscirà a conoscere – almeno in parte – l’essenza stessa di
Dio e vedrà perciò tutte le conseguenze che derivano geometricamente da tale
essenza divina, anche se di attribuiti noi riusciamo a coglierne solamente due (l’estensione
e il pensiero): se si riescono a cogliere quei due attributi nella loro
esistenza in Dio, allora la mente capirà che tutti i corpi sono derivazioni di
tale estensione divina e le idee derivazioni di tale pensiero divino. Quando la
mente umana coincide con quella divina conosce le cose dal punto di vista di Dio,
conoscendole cioè come Dio stesso le conosce; il che genera un’incontenibile
gioia intellettuale nella mente umana. Per capire tale sentimento, dobbiamo
brevemente ripercorrere il concetto di laetitia e di amor in Spinoza. A suo
avviso, esistono due tipi fondamentali di passioni: la laetitia e la tristitia,
innanzitutto intese nel loro significato etimologico legato alla vita agreste:
dicesi laetus il terreno fertile e la laetitia è appunto uno star bene perché
rigogliosi, il sentire affermata la propria virtus; all’opposto è la tristitia,
che indica primariamente un depauperamento della virtus, e l’uomo è fluttuante
tra queste due passioni, sentendosi ora realizzato nel suo esistere, ora
depresso e limitato nella sua espansività vitale. Può poi capitare che tali
passioni siano legate all’idea di una causa esterna, come quando sono allegro
perché c’è il sole splendente: in questo caso, quando cioè la laetitia è legata
ad una causa esterna, si ha l’amor; similmente, quando la tristitia è in
connessione ad una causa esterna si ha l’odio. Con questo terzo livello di
conoscenza l’uomo raggiunge l’apice di laetitia, sentendosi perfettamente in
possesso del suo essere (si sente coincidere con la res divina), e perciò
proverà il massimo amore possibile per Dio (amor Dei), un amore che passa per
questa terza via conoscitiva di tipo intellettuale e che quindi sarà un amore
intellettuale: amor Dei intellectualis, dove il genitivo è sia soggettivo sia
oggettivo. Sono io che amo Dio (genitivo oggettivo), ma nella misura in cui
capisco che Dio coincide con me (e con la natura: Deus sive natura) è Dio che
ama me (genitivo soggettivo) e le cose circostanti. Con Spinoza ci siamo quindi
imbattuti in uno dei pochi pensatori – prima dell’idealismo – che distinguono
nettamente due tipi di conoscenza che avvengono secondo due diversi strumenti:
la conoscenza intuitiva (che avviene grazie all’intelletto) e quella razionale (che
avviene grazie alla ragione), con una radicale inferiorità della seconda sulla
prima. Quella di Spinoza è, se letta in trasparenza, una posizione del tutto
peculiare, sia perché prima di lui nessuno distingueva l’intelletto dalla
ragione sia perché chi anche aveva operato tale distinzione (ad esempio Pascal)
si era ben guardato dall’attribuire alla funzione intuitiva la prerogativa di
attingere direttamente all’assoluto; se infatti consideriamo il modello
pascaliano, notiamo facilmente come per il filosofo francese, fatta la
distinzione tra una ragione che procede discorsivamente e un cuore che invece si
muove intuitivamente, non si possano mai conoscere se non cose prettamente umane,
e in nessun caso il cuore può raggiungere conoscenze assimilabili a quelle che
ha Dio. La concezione spinoziana – nella quale l’intelletto può cogliere
intuitivamente l’assoluto – tornerà alla ribalta nel Romanticismo prima e
nell’Idealismo poi; ma prima che ciò avvenga dobbiamo passare per Kant.
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