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INTELLETTO E RAGIONE DA
CARTESIO A HEGEL
INTRODUZIONE
CARTESIO
PASCAL
HOBBES
GIAMBATTISTA VICO
JOHN LOCKE
HUME
LEIBNIZ
SPINOZA
KANT
FICHTE
SCHELLING
HEGEL
GIAMBATTISTA VICO
Vico è legato a Hobbes da (almeno) un
punto di contatto: anch’egli è convinto che possiamo conoscere pienamente solo
ciò che noi stessi facciamo. Però la divergenza tra i due pensatori c’è, anche
se sfumata: Cartesio aveva propugnato una concezione dell’inferenza nella quale
influivano immediatamente l’aspetto discorsivo e quello intuitivo, giacchè per
lui il ragionamento consiste in una serie di intuizioni che, connesse, dan le
deduzioni, che altro non sono se non catene di intuizioni. Per Hobbes,
diversamente, ragionare è calcolare, in particolare calcolare le conseguenze in
maniera causale: conoscere sarà dunque sapere che A causa B, che B causa C e
così via. E’ una procedura deduttiva e discorsiva, ma non intuitiva, giacchè in
nessun modo A e B vengon colti dall’intuizione. Si ha invece una progressiva
successione non per intuizione ma per deduzione causale (e Hobbes recupera la
logica sillogistica di Aristotele). Dunque, se Cartesio assegna il primato
all’intuizione, Hobbes privilegia invece il modello deduttivo. Dal canto suo,
Vico – nel "De antiquissima Italorum sapientia" – distingue tra un modello
intuitivo (l’ "intellegere") e un momento deduttivo (il "cogitare"): egli si
avvale di questi due verbi latini perché mosso dal suo filosofico interesse per
le etimologie (interesse che lo induce a scrivere il "De antiquissima Italorum
sapientia", anche se poi finisce per inventarsi le etimologie, come farà lo
stesso Heidegger). Infatti, a suo avviso, "intellegere" deriva da "intus" e da "legere",
e può esser tradotto con "leggere dentro", "penetrare", sicchè tale verbo
designa una conoscenza intuitiva, realizzantesi attraverso l’andar dentro a ciò
che si conosce. "Cogitare" deriverebbe invece da "coagere", "mettere insieme", e
quindi indica una comprensione data non dall’intuizione e dalla penetrazione, ma
dal mettere insieme elementi giustapponibili: questa distinzione è usata da Vico
per polemizzare con Cartesio, per il quale la conoscenza è data dalla raccoltà
("coagere") delle qualità delle idee. Il cogitare è secondo Vico una forma
inferiore di sapere, poiché vede le cose dall’esterno (mette insieme qualità
senza cogliere l’essenza delle cose) e perché non si è mai certi di esaurire
tutti gli elementi che si raccolgono; per comprendere in profondità il reale
occorre invece penetrare al suo interno, ossia intellegere. Scrive Vico ("De
antiquissima Italorum sapientia"): "Dai latini verum e factum sono usati
scambievolmente o, come si dice comunemente nelle scuole, si convertono l'uno
con l'altro. Di qui è dato supporre che gli antichi sapienti d'Italia
convenissero, circa il vero, in queste opinioni: il vero è il fatto stesso;
perciò in Dio c'è il primo vero perché Dio è il primo fattore: infinito, perché
fattore di tutte le cose, perfettissimo, perché rappresenta, a sé, in quanto li
contiene, sia gli elementi esterni sia quelli interni delle cose. Sapere è
allora comporre gli elementi delle cose: sicché il pensiero è proprio della
mente umana, l'intelligenza propria di quella divina. Infatti Dio legge tutti
gli elementi delle cose, sia esterni che interni, perché li contiene e li
dispone; ma la mente umana, che è finita, e ha fuori di sé tutte le altre cose
che non sono essa stessa, è costretta a muoversi tra gli elementi esterni delle
cose e non li raccoglie mai tutti: sicché può certo pensare le cose ma non può
intenderle, in quanto è partecipe della ragione ma non è padrona di essa. Per
chiarire tutto ciò con un paragone: il vero divino è l'immagine solida delle
cose, come una scultura; il vero umano è un monogramma o un'immagine piana, come
una pittura; e come il vero divino è ciò che Dio, mentre conosce, dispone ordina
e genera, cosí il vero umano è ciò che l'uomo, mentre conosce, compone e fa. E
cosí la scienza è la conoscenza della genesi, cioè del modo con cui la cosa è
fatta, e per la quale, mentre la mente ne conosce il modo, perché compone gli
elementi, fa la cosa: Dio, che comprende tutto, fa l'immagine solida; l'uomo,
che comprende gli elementi esterni, fa l'immagine piana". A differenza sia di
Cartesio sia di Hobbes, Vico distingue due facoltà conoscitive: una è
l’intuizione, l’altra è il pensiero cogitante che ci fa procedere
discorsivamente (aggiungendo pezzo a pezzo). Sulla base di questa distinzione,
sembra che tali due modalità gnoseologiche siano meramente contrapposte e che
quindi Vico non solo si distingua radicalmente da Cartesio (che le faceva
convergere) e da Hobbes (che eliminava l’intuizione), ma che addirittura sposi
la tesi pascaliana della netta e inconciliabile distinzione delle funzioni (dello
spirito di finezza e di quello di geometria), accordando maggiore importanza
all’intuito. Se però prestiamo attenzione al testo, notiamo che le cose stanno
in altri termini: le due modalità conoscitive sono sì distinte, ma non per
questo contrapposte, giacchè è possibile un intellegere in cui rientri il
cogitare (mentre non è possibile un cogitare che comprenda l’intellegere). In
questo senso, la conoscenza intuitiva è intesa in due modi: a) come un colpo
d’occhio immediato, che non ha bisogno di passaggi discorsivi ma coglie la
totalità nella sua essenza; b) come un conoscere l’essenza totale della cosa, ma
non per questo escludendo che all’interno di tale totalità si possa riconoscere
un’articolazione discorsiva (cogliere cioè gli elementi connessi tra loro
discorsivamente). In questa maniera, la discorsività non è esclusa, ma riguarda
anzi la totalità stessa: immaginiamo un puzzle ricomposto; un conto è avere una
sua visione per conoscenza discorsiva perché tessera per tessera l’abbiamo
costruito (ciò equivale al cogitare); altra cosa è avere una intellezione (intus
legere) dell’intero puzzle, pur tenendo presente la connessione delle varie
tessere. Sarà questa un’alternativa che tornerà nell’idealismo tedesco: da un
lato Schelling parlerà di un intuizionismo assoluto, dall’altro Hegel dirà che
nel tutto si mantengono i rapporti fra le singole parti. Vico opta per la strada
per cui l’intus legere non esclude il coagere (a differenza della scelta di
Pascal): e per meglio spiegarsi, mette a confronto la conoscenza di Dio con
quella dell’uomo per quel che riguarda il mondo esterno. L’uomo, trovandosi di
fronte a fenomeni esterni prodotti non da lui, non può far altro che sommare A +
B + C e cercare di allargare la sua conoscenza aggiungendo elemento a elemento,
non può cioè far altro che cogitare. La cogitatio può farlo arrivare a risultati
anche molto estesi (grandi catene di connessioni), ma in ogni caso non potrà mai
raggiungere la totalità degli eventi e, poi, non potrà mai conoscere la catena
nel suo insieme. Dio, che del mondo è l’autore, e quindi il responsabile non
solo di A e di B, ma di tutti gli elementi, e non solo della connessione di A e
di B, ma di tutta la connessione di tutti gli elementi, cosicchè Egli conosce
tutta quanta la sequenza causale e la successione di elementi senza però perdere
la possibilità di coagere, ma ciò sarà interno ad un punto di vista totalizzante
che Gli permette di intus legere la totalità, sia pur nella sua successione
causale. L’intellegere e il cogitare non sono dunque opposti, ma anzi
l’intellegere è la forma più alta del cogitare, è quel cogitare in cui non ci si
limita a raccogliere le tessere del puzzle, ma lo si vede subito nella sua
interezza; ma ciò è possibile solo per chi ha creato quella data cosa. Solo chi
ha creato una cosa può conoscere tutta la serie causale che ha portato a essere
quella cosa; chi se la trova già fatta può solo mettere insieme i pezzi che la
compongono (coagere): questo punto è compendiato da Vico nell’espressione "verum
ipsum factum" ("il vero è il fatto stesso"), con la quale egli intende appunto
dire che si può avere vera conoscenza solo di ciò che si è effettivamente fatto.
Se ho progettato io il puzzle, anche quand’esso è scomposto mi basta vedere una
tessera per capire la sua posizione esatta (perché nella mia mente ho l’immagine
completa del puzzle), ma se non l’ho creato io posso solo mettere insieme pezzo
per pezzo, senza mai arrivare a completarlo. La natura non la fa l’uomo e,
quindi, egli non può conoscerla a fondo; solo Dio può penetrarla, perché è Lui
che l’ha creata: la posizione vichiana è qui vicinissima a quella hobbesiana.
Fin qui, Vico ha distinto l’uomo da Dio, ma in realtà ciò vale solo per il mondo
naturale, perché può sussistere anche una forma di analogia tra l’uomo e Dio: se
solo ciò che si fa può essere pienamente conosciuto, allora ciò che l’uomo fa
può conoscerlo perfettamente: "il vero umano è ciò che l’uomo, mentre conosce,
compone e fa". Egli potrà intus legere non la natura (che è stata creata da Dio),
ma – hobbesianamente – la matematica ("mathematicam veram facimus", dice Vico),
che è costruzione del tutto umana (e in questa fase del pensiero di Vico è la
sola cosa che l’uomo crei davvero). Essa è la scienza più esatta, e perciò più
lontana dalla natura e, quindi, può vigere il pensiero per cui le cose quanto
più sono concrete e tanto più dipendono da Dio (e sfuggono alla nostra
conoscenza), e quanto più sono astratte tanto più sono umane (e quindi
conoscibili dall’uomo). E – nel "De antiquissima Italorum sapientia" – pone
elementi intermedi tra i due estremi rappresentati dalla matematica e dalla
natura: la meccanica è una sorta di matematica applicata al movimento, ma non
considera mai entità fisiche reali, ma sempre astratte ed è per questo la
scienza più vicina alla matematica; la fisica, invece, si serve della matematica,
ma la applica al mondo reale, e perciò è meno perfetta della meccanica. La
morale, infine, è una disciplina in cui c’è di mezzo il reale, poiché l’uomo è
creatura di Dio, però ciò è solo il punto di partenza per costruire regole
comportamentali astratte e, quindi, conoscibili. Nella sua opera più importante
– "La scienza nuova" – Vico scopre che vi è un altro ambito che è prodotto
esclusivamente dall’uomo: la storia. E’ infatti l’uomo a fare la storia e,
dunque, si tratta di un ambito disciplinare che può perfettamente conoscere.
Vico ritiene che nei fatti storici si riverberi il modo di pensare dell’uomo,
cosicchè essi non sono assimilabili a quelli naturali, giacchè dipendono del
tutto dalla struttura mentale umana e hanno impronta completamente umana, e
poiché possiam conoscere la mente umana, possiam di conseguenza conoscere anche
la storia, che si configura allora come "scienza nuova" contrapposta a quella
cartesiana. Essa è perfetta alla pari della matematica, è una vera scienza,
contrariamente a quel che di essa credeva Cartesio, il quale la intendeva come
conoscenza del probabile. Per Vico, invece, gli uomini nel fare la storia non
hanno fatto altro che proiettare all’esterno il loro procedere mentale.
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