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LIBERTA’ E NECESSITA’ DAI GRECI AD OGGI
L'ESISTENZIALISMO
Sebbene ricorrere a termini così generici implichi sempre l'identificazione di
posizioni variegate e, spesso, inaccostabili, ciononostante possiamo dire che
l'esistenzialismo è una corrente filosofica e letteraria - divenuta poi una vera
moda - che si sviluppa soprattutto a cavallo tra i due conflitti che hanno
scosso il Novecento, spazzando via l'ottimismo, tutte le certezze e i punti
fermi su cui esso riposava: l'improvvisa tragedia divampata con lo scoppio delle
guerre mondiali travolse infatti tanto la positivistica fiducia in una scienza
capace di produrre progresso, quanto l'utilitaristica convinzione del costante
miglioramento dell'agire umano e la spiritualistica certezza della coscienza
come incrollabile sede di verità inconfutabili e irrefrangibili. Se c'è un
elemento comune a tutte le molteplici manifestazioni a cui l'esistenzialismo dà
vita, quello è l'insistenza sulla finitudine dell'uomo e sull'esistenza come
radicalmente opposta all'essere in quanto tale. Certo, di per sè, queste due
nozioni non sono innovative, in quanto già ampiamente presenti nella tradizione
filosofica precedente; ma sicuramente originale e nuovo è il modo in cui
dall'esistenzialismo vengono intese: fino ad allora, infatti, l'uomo era stato
concepito come realtà oggettiva fra le tante, magari come parte integrante di
un'unica realtà (è il caso del Positivismo) oppure come vertice di una realtà
stratificata (è il caso dello Spiritualismo). Dal canto suo, l'esistenzialismo
si diversifica radicalmente da tutte queste posizioni, uscendo dai sentieri
dell'oggettivismo e sostenendo che può sì esistere un livello di realtà
oggettiva, ma precisando che tale livello non coincide minimamente con
l'esistenza dell'uomo, dotato di una soggettività irriducibile alla realtà
freddamente oggettiva. In questo senso, per gli esistenzialisti l'uomo non è mai
un mero oggetto fra i tanti. Viceversa, egli è sempre soggetto radicato in una
realtà da lui inseparabile, con la quale viene a creare una fitta rete di
rapporti intenzionali costituenti la sua situazione, in cui egli si trova
irrimediabilmente calato e a cui non può sottrarsi. Ciò comporta, naturalmente,
che l'uomo sia costituzionalmente finito, giacchè la sua esistenza è sempre e
comunque definita dagli inoggettivabili rapporti intrattenuti con la realtà
esterna. Ben si capisce, allora, perchè l'autore a cui fanno costante
riferimento gli esistenzialisti novecenteschi sia Søren
Kierkegaard, il quale aveva posto al cuore della propria riflessione
le nozioni di soggettività, di possibilità, di progettualità, di angoscia e di
esistenza, in netta opposizione alla categoria hegeliana dell'essenza (del tutto
inadeguata a cogliere l'individualità esistenziale del soggetto). L'esistenza
non può mai essere ridotta ad un mero essere oggettivo, ma, piuttosto,
dev'essere qualificata come un ex-sistere, ovvero come un tirarsi fuori da una
situazione oggettiva venendo ad essere qualcos'altro rispetto al mondo: in
questo senso, l'esistente non è mai interamente racchiuso in se stesso, ma
sporge sempre in avanti, affacciato sul proprio futuro, di cui è artefice (proprio
qui risiede la progettualità). Ne segue, allora, che l'esistenza è costantemente
contraddistinta dalla trascendenza rispetto ad una realtà data nella sua bruta,
massiccia e opaca oggettività, quale la concepiva Hegel (che di Kierkegaard è
l'idolo polemico); di contro all'essenza universale hegeliana e alla sua logica
della contraddizione - in cui gli opposti trovano una loro conciliazione nel
superiore momento della sintesi -, Kierkegaard rivendica la singolarità
dell'esistenza, tale per cui ogni scelta implica automaticamente l'esclusione di
altre possibili scelte, proprio come, giunti ad un bivio, si imbocca una strada
tralasciando l'altra. In quest'accezione, l'esistenza si configura non già come
un et et (come la logica hegeliana, in cui son possibili e A e non-A), bensì
come un aut aut (come recita il titolo di un celebre scritto kierkegaardiano).
La mia esistenza di soggetto non è mai qualcosa di ritagliabile e
scientificamente definibile: è, piuttosto, un flusso magmatico sfuggente a
qualsiasi costrizione e a qualsiasi pensiero oggettivante che si proponga di
ingabbiarlo, in opposizione al reale nella sua bruta datità oggettivabile. A tal
proposito, Heidegger (che con l'esistenzialismo intrattenne rapporti piuttosto
ambigui) - in Essere e Tempo - opera una netta distinzione tra la "presenzialità"
(ovvero l'essere come pura presenza oggettiva) e l'esistenza (Dasein),
rimproverando alla metafisica di aver sempre trascurato l'esistere, quello che
lui chiama l'essere-qui in una fitta e inestricabile rete di relazioni col mondo
(è la nozione husserliana di intenzionalità che, uscita dall'ambito coscienziale,
si trasferisce a quello della realtà esistente). Ancora Sartre contrappone
radicalmente l'in sè al per sè: il primo denota l'essere come mera presenza,
l'oggettività grezza e impenetrabile dal soggetto esistente; il secondo si
identifica invece con la coscienza umana, è mera soggettività opponentesi
all'opaca e massiccia oggettività esterna: su questa base poggia la distinzione
operata dal filosofo francese tra l’essere (la realtà esterna, nella sua datità)
e il “nulla”, ovvero la coscienza del soggetto che si oppone alla datità
dell’essere e la nullifica. Presso gli esistenzialisti il problema della libertà
non può che essere cardinale: essendo l'uomo consustanzialmente finito e
radicato nella sua situazionalità identificantesi con la sua esistenza, che cosa
può egli esser libero di fare, in un tal contesto in cui è accentuato il
rapporto e, con esso, la dipendenza del soggetto dal mondo? E' ammissibile una
libertà? E, in caso di risposta affermativa, di che tipo di libertà si tratta?
Gli esistenzialisti sostengono che, al pari della questione dell'esistenza,
nemmeno quella inerente la libertà può essere oggettivata: non ha dunque senso
disquisire astrattamente e oggettivamente di libertà; tanto più che, nella
misura in cui oggettivo la realtà, la libertà pare azzerata. Già Kierkegaard
notava che se ci limitiamo a considerare l'essere e non l'esistenza, allora
l'unica soluzione plausibile è quella spinoziana, riducente il mondo a mera
macchina in cui ogni evento è causato ed è a sua volta causa di altri eventi. Ma
se facciamo slittare la prospettiva dalla sfera della realtà oggettiva a quella
dell'esistenza, ecco che tutto cambia: significativamente, Karl Jaspers
asserisce che "là dove io sono, in quel senso originario che non si può
oggettivare, là è anche il regno della libertà". Ben si capisce allora che, per
poter parlare di libertà, occorre addentrarsi nel regno della soggettività,
lasciandomi alle spalle quello in cui ad imperare è l'oggettività, poichè la
libertà appartiene all'esistenza e non già all'essere oggettivato, essa non è -
semplicemente - una cosa fra le cose; non ha pertanto alcun senso domandarsi se
oggettivamente esista o meno la libertà, come ci si potrebbe chiedere se esista
o no la casa. Poichè la libertà dipende in tutto e per tutto dall'ambito
esistenziale e soggettivo, si evince facilmente come la sua esistenza o
inesistenza sia strettamente connessa al modo in cui si intende l'esistenza
stessa e, a tal proposito, le soluzioni prospettate sono molteplici e mai
riconducibili a schemi fissi. Già le posizioni di Pascal e di Lutero -
antesignani dell'esistenzialismo - sono emblematiche da questo punto di vista:
per il primo, l'uomo è libero nella propria decisionalità, può scegliere se
credere o non credere in Dio, se vivere autenticamente o abbandonarsi al
divertissement; al contrario, per il secondo l'arbitrio dell'uomo è servo,
incatenato alla più rigida necessità. Per trattare della libertà, la categoria
più mobile e più in voga - da Kierkegaard in poi - era stata quella della
possibilità (ripresa soprattutto da Heidegger e da
Jaspers), opponentesi alla necessità: in particolare, l'uomo coglie
la propria esistenza in quanto prende atto del fatto che è equipaggiato della
possibilità di sviluppare il proprio esistere in diverse direzioni, a seconda di
come si muove nella propria situazione. Strettamente legata alla possibilità è
la nozione di progetto: trovandosi proiettato in una situazione, il soggetto
deve sviluppare un progetto rispetto ad essa, in maniera tale da orientarla
verso una determinata direzione, operando scelte sempre configurantisi come aut
- aut, cioè elidentisi mutuamente. Secondo Kierkegaard, tali grandi scelte erano
fondamentalmente tre: in primis la vita estetica (quella condotta dal Don
Giovanni di Mozart), consistente nel non preoccuparsi del futuro e nel vivere
l'attimo come se non vi fosse storia; in secundis la vita etica, quella
dell'uomo sposato che ogni giorno riconferma la propria scelta; infine quella
religiosa, scelta da quell'Abramo che si rivela disposto a sacrificare il figlio
Isacco in nome di Dio, compiendo un atto inteso come delitto dalla società: egli
è il "cavaliere della fede" che, nell'ascoltare Dio, si isola dalla società e
conduce un'esistenza solitaria. Spetta dunque al soggetto l'individuazione delle
diverse possibilità su cui costruire progettualmente la propria esistenza in
maniera vincente, anche se poi di fatto per quasi tutti gli esistenzialisti ciò
viene a configurarsi come un progetto fallimentare e destinato - per usare le
parole di Jaspers - al “naufragio” e allo “scacco”: la possibilità si rivela
allora come una non-possibilità, e campione di questa veduta è Heidegger, ad
avviso del quale l'esito ultimo a cui approda il fallimento dell'uomo è
l'esistenza inautentica, caratterizzata dal vivere in maniera omologata e
conformata alla massa, prestando ascolto al Si impersonale, per cui non c'è più
un "io faccio, io dico, io sono", ma un inautentico "Si fa, Si dice, Si è", tale
per cui l'originarietà muore e l'uomo viene ad essere determinato nei propri
comportamenti da modelli impersonali e conformistici; in questa maniera, egli è
sottoposto ad un vero e proprio processo di deiezione, per cui cessa di esistere
autenticamente e, da mero soggetto, diventa una cosa fra le cose, incapace di
scegliere progettualmente la propria vita e di cavalcare l'onda della
possibilità. Per l'uomo portato alla deiezione ogni forma di libertà è azzerata.
L'unica via per poter vivere autenticamente è per Heidegger data
dall'anticipazione della morte, concepita come la nostra più autentica
possibilità, in quanto capace di generare quell'angoscia a cui già Kierkegaard
aveva dato grande importanza: nell’angoscia viviamo in maniera autentica ed
esperiamo quella libertà azzeratasi con la deiezione. Nell'itinerario
heideggeriano, tuttavia, la posizione esistenzialistica è meramente funzionale
ad un'altra e superiore esigenza: quella di indagare l'essere. E dopo la "svolta"
all'interno del suo pensiero, Heidegger cambia rotta, riconoscendo che
l'esistente può ricongiungersi con l'essere nella sua assolutezza: tale
ricongiunzione, però, non può avvenire in virtù dell'esistente stesso, giacchè
esso è condannato ad un'esistenza inautentica, in cui non gli è più dato di
scegliere liberamente; è invece l'essere l'attore della ricongiunzione, in
quanto esso si rivela nel linguaggio (che è "la casa dell'essere"): l'uomo
diventa finalmente "pastore dell'essere", a lui solo è affidato il compito di
custodirlo. In questa mutata prospettiva, però, l'essere - e non l'uomo - è
dotato di libertà, ma si tratta di una libertà che può dall'uomo essere
partecipata nella misura in cui egli riesce a saltare dall'esistenza all'essere
servendosi del linguaggio come trampolino di lancio. Anche per Jaspers l'uomo,
fin tanto che resta radicato nella situazionalità, resta "sotto scacco", nel
senso che, per quanto egli si impegni nella scelta, si ritrova sempre e comunque
in una situazionalità obbligata, dove pare non esservi alcuno spazio per la
libertà: la situazione dello "scacco", sotto cui ciascuno di noi costantemente
si trova, appare particolarmente lampante in quelle che Jaspers definisce "situazioni-limite"
(la morte, il dolore, ecc), cosicchè, pur essendo vero che la nostra vita
trascorre tutta sotto scacco, è anche vero che di ciò prendiamo atto solo in
quelle particolari circostanze in cui lo scacco risulta più evidente, come ad
esempio quando ci si accorge di essere malati mortalmente. La vera salvezza (e,
con essa, la vera libertà) proviene per Jaspers - come per Heidegger - dal salto
verso la trascendenza, esulando dall'esistenza, anche se tale salto è per
Jaspers in riferimento a Dio e non all'essere. Particolarmente significativo è
poi l'esistenzialismo ateo di Jean-Paul Sartre:
soprattutto nel romanzo filosofico La nausea, egli fa leva sull'assurdità
dell'esistenza in quanto tale, un'assurdità che, non appena venga avvertita,
genera immediatamente un insopprimibile senso di nausea:
"[...] eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi,
non avevamo la minima ragione d'esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun
esistente, confuso, vagamente inquieto si sentiva di troppo in rapporto agli
altri. Di troppo: era il solo rapporto ch'io potessi stabilire tra quegli alberi,
quelle cancellate, quei ciottoli. Invano cercavo di contare i castagni, di
situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei
platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di
rinchiuderli, s'isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m'ostinavo a
mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle
quantità, delle direzioni) sentivo l'arbitrarietà; non avevano più mordente
sulle cose. Di troppo, il castagno, lì davanti a me, un po' a sinistra. Di
troppo la Velleda… Ed io - fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di
cupi pensieri - anch'io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che
altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (anche
adesso ho paura - ho paura che questo mi prenda dietro la testa e mi sollevi
come un'onda). Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di
queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di
troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in
fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo
nella terra che l'avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate,
nette e pulite come denti, sarebbero state anch'esse di troppo: io ero di troppo
per l'eternità".
Sull'assurdità dell'esistenza insiste anche Albert
Camus, il cui pensiero filosofico trova espressione soprattutto in
opere teatrali (che, meglio del trattato filosofico, pongono al centro della
scena il singolo e la situazione particolare in cui egli è radicato): in Lo
straniero, il protagonista commette un omicidio e assiste impassibile, in
maniera del tutto assurda, alla propria condanna, a sottolineare che l'uomo, con
il suo pensiero, si trova ad essere straniero nel mondo in cui vive; in Il mito
di Sisifo l'esistenza è accostata alla fatica di Sisifo, il mitico personaggio
condannato dal destino a sospingere in cima ad un monte un macigno, che poi ogni
volta ricade giù, obbligando Sisifo a ripetere inutilmente il suo sforzo.
L’unico atto in grado di riscattare l’uomo e di conferire un senso al suo
esistere è la rivolta contro le ingiustizie e l’intolleranza perpetrate
sull’uomo dall’uomo stesso: in tal senso, il nuovo motto dell’esistenzialismo
camusiano - contenuto nello scritto L’uomo in rivolta - diventa “io mi rivolto,
dunque noi siamo”.
Appunti del corso tenuto dal prof. MASSIMO MORI presso
l'università di Torino nella primavera 2003.
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