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LIBERTA’ E NECESSITA’ DAI GRECI AD OGGI


IL NEOKANTISMO

Mantenendo due piani diversi di realtà, Kant salva il dualismo senza imbattersi nei problemi contro cui si era scontrato Cartesio: il noumenico e il fenomenico restano due piani di realtà diversi, ma tuttavia vi è un punto di contatto tra i due. In questa maniera, il problema dello spettro nella macchina è solo allontanato, ma non debellato: queste difficoltà sparirebbero se si cancellasse il discorso metafisico sui diversi livelli di realtà e si parlasse più semplicemente di punti di vista differenti, abbandonando il discorso ontologico e analizzando il problema sotto forma prospettivistica. E’ esattamente ciò che fanno alcuni esponenti del neokantismo di inizio Novecento. Uno dei caratteri portanti del movimento neokantiano è l’avversione ad ogni forma di metafisica: l’idealismo, lo spiritualismo e anche il positivismo, che a suo modo, parlando di leggi della realtà, finiva per essere una specie di metafisica. Secondo i Neokantiani, non è possibile fare un discorso oggettivistico di questo stampo, puntando sul fatto che vi sia un oggetto che vada al di là del mio modo di conoscerlo: questo è per loro il vero insegnamento kantiano, a cui il filosofo tedesco ha tenuto fede nella Critica della ragion pura, ma che ha poi clamorosamente tradito nella Critica della ragion pratica, ove postulava una sfera noumenica, ricorrendo in tal modo ad una scorciatoia di bassa lega. Essi negano radicalmente che si possa parlare di un oggetto indipendente dalle modalità conoscitive aliene al soggetto: per questa via, ogni metafisica è infallibilmente bandita. Wilhelm Windelband scrive nel 1904 un’opera intitolata La libertà del volere, in cui parte dai seguenti presupposti: la conoscenza non può mai essere assoluta, sicchè mai conosciamo la realtà quale essa è effettivamente; la nostra conoscenza, dunque, non attinge altro che fenomeni. Ma Windelband - dopo questo incipit kantiano - estende quello che era l’orizzonte di Kant: se per questi la conoscenza fenomenica è determinata da forme a priori (spazio e tempo nel sensibile; le 12 categorie per l’intelletto), per Windelband, invece, essa è determinata dall’applicazione di criteri diversi ("punti di vista") in forza dei quali si legge la realtà, con l’inevitabile conseguenza che la connessione causale necessaria legante i fenomeni l’uno all’altro è solo un "punto di vista", un modo di fenomenizzare (e di distorcere) che non può pretendere di conoscere la realtà nella sua noumenicità. Dunque, se per Kant c’è una sola forma di fenomenizzazione, per Windelband, viceversa, ne esistono una pluralità, tutto dipende dal punto di vista che si assume. Così, accanto alla causalità necessaria - usata nell’ambito delle scienze -, esistono anche altri modi di fenomenizzare il reale, ad esempio considerando gli oggetti in una sequenza non di cause ed effetti, ma di mezzi e fini in vista di valori: e il valore è, evidentemente, qualcosa di nettamente diverso da quella causalità necessaria in cui a contare è solamente la connessione necessaria, a prescindere dai valori; qui invece - cioè nell’ambito dei valori - vale l’esatto opposto, a contare sono i valori e, conseguentemente, la possibilità di creare gerarchie assiologiche, senza che la causalità necessaria perda il suo valore. Anzi, essa è affiancata dalla causalità libera, senza la quale non sarebbe in alcun modo possibile parlare di valori: ne segue che ci troviamo dinanzi non già a realtà diverse, bensì a diverse modalità di fenomenizzazione di una stessa realtà. In perfetta sintonia con Windelband, Cassirer - in Determinismo e indeterminismo nella fisica moderna (1937) - sostiene che vi sono diversi modi di determinazione dell’oggetto, diverse perché obbedienti a diverse forme di conoscenza, che Casirer chiama forme "simboliche", a sottolineare che non c’è oggettività, ma soggettività che costituisce l’oggetto nella sua simbolicità. Così la scienza determina l’oggetto in connessione causale, mentre la moralità lo determina coi valori. Per meglio chiarire questo punto tipicamente neokantiano, Windelband ricorre ad un esempio particolarmente chiarificante: immaginiamo di avere a portata di mano una statuetta antica; essa sarà considerabile sotto diversi punti di vista, ossia come oggetto di più modi di determinazione. Ad esempio, sul piano naturalistico del rapporto tra causa ed effetto, potrò considerarla come insieme di determinati elementi chimici interagenti fra loro; sul piano estetico, invece, introdurrò forme simboliche e potrò dire che la statuetta è bella; ancora, sul piano religioso la considererò sacra secondo modalità diverse da quelle per cui la concepivo come bella o come aggregato di elementi. Ciò significa, allora, che queste modalità di determinazione sono tra loro indipendenti, cosicchè potrò venerare la statuetta come sacra anche qualora non sia bella. Ne segue che, in realtà, di fronte a me non ho una statuetta in assoluto, ma, al contrario, una statuetta considerata ora dal punto di vista naturalistico, ora da quello estetico, ora da quello religioso: e i criteri con cui la considero in questi modi sono assolutamente slegati l’un dall’altro e non riconducibili fra loro (così, non posso valutare la bellezza della statua considerandone la composizione chimica). Anche qui ci troviamo di fronte ad un dualismo, o, meglio, ad un pluralismo che però non è più di tipo metafisico (quale invece era quello kantiano), ma è un pluralismo dei punti di vista e che, in forza di ciò, elimina il problema cartesiano - allontanato ma non debellato da Kant - dello "spettro nella macchina" (G. Ryle): questo problema, crassamente evidente in Cartesio e teoricamente allontanato (ma non del tutto) da Kant, è completamente sconfitto da Windelband e da Cassirer che, in questa maniera, salvano la libertà dell’uomo: sono libero perché il determinismo non è che un punto di vista, cosicchè, quando mi considero soggetto morale, non sono un corpo entrante nella serie causa/effetto e ciò non perché la realtà ha due diversi ordini (il fenomenico e il noumenico di cui parlava Kant); basta dire che non c’è oggettività assoluta e subito la causalità non è che un a priori della mente umana (e per ciò presente in tutti gli uomini) che fenomenizza in svariati modi, simbolizzando la realtà e riducendola (dunque ingabbiandola) a forme soggettive. Similmente, certo esistenzialismo novecentesco arriva a negare la realtà nella sua datità - la presenzialità di cui parla Heidegger -, sostenendo che essa è necessariamente sempre ridotta a significati legati all’esistenza, in virtù del rapporto esistenziale determinato dal soggetto stesso (e non dalle forme a priori dei neokantiani); secondo gli esistenzialisti, sento nella mia esistenza un certo rapporto nel vivere le cose, un modo determinato da me stesso e dal mio modo di percepire la realtà.

L’IDEALISMO

Un’altra maniera di affrontare la problematica della libertà consiste nel fare riferimento ad una realtà assoluta in cui vi è, sì, necessità, ma in cui - proprio perché si tratta della realtà assoluta - questa necessità viene a coincidere spinozianamente con la libertà: con la conseguenza che l’uomo, per essere libero, deve partecipare dell’Assoluto e della libertà che gli è propria. E’ questa la soluzione prospettata dall’idealismo tedesco a cavallo tra Settecento e Ottocento, ma che torna ancora in pieno Novecento (basti ricordare il caso italiano dello spirito di Croce e dell’atto assoluto di Gentile: la necessità si confonde con la libertà, e questo avviene chiaramente in Gentile, in maniera più ambigua e sfumata in Croce). In maniera diversa e con differente sensibilità, i tre protagonisti dell’idealismo tedesco - Fichte, Schelling e Hegel - confinano la libertà nella libertà dell’Assoluto (inteso ora come "Io assoluto", ora come "Spirito assoluto", ecc), facendo enigmaticamente coincidere la necessità e la libertà. Di questi tre pensatori, il più interessante per il modo in cui risolve la questione è forse Fichte, la cui posizione è peraltro la più debole, giacchè in lui l’assolutizzazione è conseguita solo ad un certo punto della riflessione (esattamente dopo il 1800): intorno al 1800 egli passa da una prospettiva trascendentale saldamente kantiana ad una metafisica, sollecitato e suggestionato dai Romantici. Nel periodo trascendentale, egli si ritiene un seguace ortodosso di Kant, a tal punto da credere di essere più kantiano di Kant stesso. Nella Dottrina della scienza, Fichte sostiene che esiste un principio assoluto della conoscenza dato dall’Io assoluto; quel che per Kant era una mera funzione (l’Io penso) avente il compito di unificare un molteplice empirico, diventa in Fichte un principio in sé avente un proprio contenuto e ponente se stesso e la molteplicità che egli stesso unifica (è principio assoluto contenente il principio di organizzazione e l’oggetto organizzato). Di conseguenza, Fichte concepisce tale Io assoluto come un processo dinamico al cui interno l’Io pone se stesso e oppone a sé un non-Io (la natura) in maniera inconsapevole, attraverso l’immaginazione produttiva (così detta perché non riproduce un oggetto visto, ma produce ex nihilo). Qualcosa di simile avviene anche a livello pratico, giacchè Fichte distingue tra due tipi di impulso: da un lato, abbiamo quello puro (coincidente con la ragione), dall’altro quello naturale (coincidente con la sensibilità). Il primo è quello che nasce direttamente dall’Io ed è puro in quanto spontaneo, è mera attività incondizionata dal non-Io, è cioè la pura creatività dell’Io stesso. L’impulso naturale, invece, è dato dagli impulsi che il soggetto sente in sé come non-Io (impulsi corporei, psicologici, empirici): è, in sostanza, tutto ciò che non è puro impulso razionale, ma frutto della sensibilità. Questo discorso parrebbe, almeno in prima analisi, di sapore kantiano per via della netta contrapposizione tra causalità libera razionale e causalità condizionata dalla sensibilità; e per Kant condizione della moralità e della libertà era l’eliminazione dell’impulso naturale (si deve cioè recidere la parte animale presente in noi per poter così diventare meri esseri razionali). Ciò vale perchè per Kant l’Io noumenico è radicalmente distinto dal non-Io fenomenico (la sua morale poggia proprio su ciò); ma per Fichte tale separazione è inaccettabile, giacchè l’Io comprende in sé anche il non-Io come sua produzione (di cui si serve per svilupparsi), cosicchè l’impulso puro, senza un impulso naturale che lo contrasti e lo faccia sviluppare, non può esistere; anzi, l’impulso puro si realizza sempre e comunque in una dialettica di opposizione alla sensibilità, giacchè per Fiche la vera essenza dell’uomo non è la sola ragione - come invece credeva il Kant della Critica della ragion pratica, quando diceva che se seguiamo le sensazioni siamo eteronomi -, ma l’aggregazione di ragione e sensibilità, sicchè non si potrà mai sconfiggere l’impulso naturale, ma non per questo si deve essere suoi schiavi; al contrario, esso deve essere soggiogato e fatto strumento per l’impulso puro, senza negarlo ma piegandolo al servizio della ragione. Negare la sensibilità, infatti, equivarrebbe a negare la natura umana, come obietta a Kant anche Schiller. Di conseguenza, Fichte può parlare di un terzo impulso: l’impulso morale. La libertà non è - come era per Kant - un fare come se la sensibilità non ci fosse: è, invece, dominare una sensibilità ineliminabile perché costitutiva dell’uomo, il che sembra lasciare ampio spazio di manovra all’Io, che parrebbe dunque equipaggiato di una "libertà di" scelta tra le diverse strade che possono sortire tale effetto. Ma in realtà non è così, giacchè - dice Fichte - a suggerirmi come superare di volta in volta l’impulso naturale subordinandolo a quello puro è la ragione, cosicchè in ogni situazione, dovendomi io servire di un impulso naturale finalizzandolo a quello puro, dovrò scegliere l’impulso naturale più adatto. Così, quando faccio l’elemosina, agisco secondo Kant perché l’imperativo categorico mi comanda di aiutare il prossimo; per Fichte, invece, mi trovo di fronte ad un ventaglio di impulsi sensibili (ad esempio, l’impulso ad andar dritto per la mia strada senza aiutare il mendico, l’impulso ad aiutarlo per compassione, l’impulso ad aiutarlo per fare bella figura con gli amici, ecc) che la ragione deve soggiogare; e in ogni situazione esiste sempre un solo impulso naturale pienamente adatto ed è la ragione - nella sua assoluta e divina purezza - a sapere quale esso sia, per cui, per agire in maniera veramente morale, devo comunque sempre seguire ciò che la ragione stessa prescrive. Non esiste allora la pluralità delle strategie: in ogni situazione c’è una sola cosa da fare, ma è vero che, pur essendo assoluto il comando, sono comunque libero di disattenderlo o di ottemperarlo. Se Fichte si fermasse qui, eviterebbe le insidie derivanti dalla metafisica dell’Assoluto: e invece egli - appena due anni dopo -, sotto pressione dei Romantici che gli rimproveravano di non aver dato fondamento al suo sistema, compie il salto verso la metafisica, sul piano e conoscitivo e etico. In particolare, i Romantici gli rimproveravano che, abolita la cosa in sé kantiana, l’Io assoluto restasse una struttura trascendentale non meglio definita e poggiante sul vago, priva di un’idonea veste ontologica. Allora egli viene a distinguere due diversi livelli: quello trascendentale e quello metafisico dell’essere. Con la dinamica trascendentale non si arriva all’essere, ma saprò comunque che, sotto la dinamicità trascendentale, vi è lo strato metafisico dell’essere. Questa divisione si riverbera anche sul piano morale: la ragione che mi prescrive come agire, senza tuttavia potermi costringere, adesso - determinando in modo assoluto il progresso morale - non è più solo normativa (come era in Kant), ma si fa metafisica in un mondo ontologico che è il corrispettivo dell’essere sul piano metafisico. C’è quindi un livello morale esistente in senso ontologico, per cui la realtà fenomenica è solo il piano su cui l’ordine morale metafisico si manifesta necessariamente, senza accidentalità alcuna. La mia libertà di individuo, allora, è solamente quella di adeguarmi a siffatto ordine, comprendendolo, oppure di fare ciò che necessariamente deve essere fatto, senza però capirlo. E così Fichte - nei Tratti fondamentali dell'età presente (1806) - delinea una filosofia della storia che egli identifica col processo di realizzazione della libertà, intesa come il necessario dispiegarsi dell’ordine morale: se lo accetto con coscienza e con esso collaboro, allora sono libero; se invece mi oppongo, lo subisco senza comprenderlo e non sono libero. La progressiva manifestazione della libertà è allora la progressiva trasparenza dell’ordine morale metafisico, per cui - secondo Fichte - sempre più gli uomini lo capiranno, fino ad accettarlo e ad adeguarvisi consapevolmente: in tal senso, la libertà viene a combaciare con l’adeguazione all’Assoluto. Così, nei Tratti fondamentali dell’epoca presente, Fichte scrive: "è la necessità a guidare noi e il nostro genere; in nessun modo però una necessità cieca, ma la necessità interna, perfettamente chiara e trasparente a se stessa, dell’essere divino. E solo dopo che si è giunti a porsi sotto questa delicata guida, si è divenuti veramente liberi e si è penetrati nell’essere, perché al di fuori di essa non v’è altro che illusione e inganno".

SCHELLING e HEGEL

La posizione fichteana è in certa misura confermata da Hegel e da Schelling, forse per molti aspetti è facilitata dal fatto che in loro manca il tortuoso percorso fichteano dall’Assoluto trascendentale a quello metafisico. Essi partono anzi fin da principio con la convinzione che alla base del reale vi sia un essere assoluto; inoltre, a facilitare l’assolutizzazione è il fatto che il non-Io è per Fichte solo un momento interno all’Io - si tratta infatti di un Assoluto radicato nella soggettività -, mentre per Schelling e per Hegel l’Assoluto è da subito inteso come unità di soggetto e di oggetto (di Io e di non-Io), di spirito e di natura, cosicchè in esso è compreso non soltanto l’aspetto soggettivo dell’Io che pone, ma anche l’aspetto oggettivo della realtà conoscitiva: la differenza tra Schelling e Hegel sarà poi data dal fatto che per il primo le due componenti (Io e non-Io, nella terminologia fichteana) non sono distinguibili attraverso un’articolazione concettuale (giacchè si tratta di un’assoluta identità indifferenziata di soggetto e di oggetto, di spirito e di natura, di conscio e di inconscio), ma è l’intelletto a conoscere le cose distinguendole artificiosamente. Per Hegel, invece, l’Assoluto è sempre un tutto (unità di soggetto e oggetto), ma gli elementi della soggettività e dell’oggettività sono articolati concettualmente e distinti da un rapporto dialettico per cui è possibile distinguere la totalità come insieme di momenti integrantisi a vicenda. Questa concezione dell’Assoluto ha un immediato riflesso sul problema della libertà: per Schelling l’Assoluto è totale identità di spirito e di natura, ma se lo spirito è di per sé espressione di libertà nella sua creatività spontanea, la natura, viceversa, è di per sé espressione di determinazione. Per meglio chiarire questo punto, Schelling fa ricorso con certa frequenza ai termini "conscio" e "inconscio", asserendo che lo spirito è conscio, ossia esprime l’elemento della consapevolezza, mentre la natura è inconscia; stando le cose in questi termini, allora, se l’Assoluto è unità di spirito e di natura, esso sarà anche unità indifferenziata di libertà e di necessità, ovvero la libertà e la necessità saranno due aspetti indisgiungibili della stessa realtà. Non sono dunque due aspetti articolati concettualmente, ma sono la stessa cosa che poi nella lettura dell’intelletto separante è letta ora come elemento conscio (e dunque libero), ora come elemento inconscio (e dunque necessario). Ma nell’Assoluto tale duplicità manca, e lo si evince facilmente da quelle due attività con cui l’uomo coglie intuitivamente l’unità indifferenziata (che non è coglibile dall’intelletto separante): l’intuizione per eccellenza è - così crede Schelling - quella estetico/artistica, cosicchè, per cogliere tale unità indifferenziata di soggetto e oggetto, di libertà e di necessità, di conscio e inconscio, si deve far ricorso al momento artistico. Nel dipingere la Gioconda, Leonardo ha dunque voluto raffigurare qualcosa di preciso, che egli aveva con chiarezza in mente: ma la critica successiva ha poi dato migliaia di interpretazioni diverse dell’opera, e ciò potrebbe andare avanti all’infinito, poiché la Gioconda racchiude entro sé infiniti significati, in quanto è il risultato dell’attività di un singolo (Leonardo) che, in quanto genio, si è immedesimato nell’Assoluto: attraverso la mano di Leonardo, allora, si è espresso l’Assoluto stesso, imprimendo sulla tela infiniti significati e non i due o tre che pensava Leonardo. Sicchè da un lato c’è la libertà di Leonardo, che dà libera espressione ai significati che desidera, ma, dall’altro, ci sono i mille altri significati individuati da noi che contempliamo estasiati la sua opera, e sono significati posti in essa dall’Assoluto stesso, che agiva attraverso Leonardo: questi era dunque al contempo libero e necessitato, conscio e inconscio. L’altro esempio che può chiarire le idee sulla prospettiva schellinghiana è quello della storia: essa è fatta dagli uomini, ossia da individui aventi una loro determinata volontà e imprimenti le loro azioni nella storia; da queste intenzioni individuali espresse dai singoli non nasce però un caos, ma un tutto in cui - a distanza di secoli - possiamo rinvenire un ordine e una volontà assoluta: nasce un tutto proprio perché in tale totalità di azioni esprimenti l’Assoluto non agisce solo l’arbitrio individuale, ma anche una volontà assoluta, ossia agisce quello stesso Assoluto che agisce nell’opera d’arte. Esso opera sempre laddove dalle azioni umane scaturisce qualcosa che travalica la volontà degli uomini; ma ciò non toglie che l'individuo non sia coartato: lo sarebbe se, a livello dell’Assoluto, libertà e necessità fossero due aspetti distinti, ma poiché a distinguerle è solo l’intelletto, libertà e necessità sono due aspetti dello sviluppo storico che solamente a posteriori possiamo definire come tali, giacchè "nella libertà stessa si trova la necessità". Così, Napoleone che cambia le sorti del mondo - al pari di Leonardo - è consapevole solo di una piccola parte del significato del suo agire, sta in realtà realizzando un disegno che non gli appartiene: accanto ad una ridottissima parte conscia, nel suo agire è presente un’immensa parte inconscia, parte in cui egli non è affatto libero. Ciò significa che l’agire di Napoleone e di Leonardo è sì libero, ma al contempo va contro il loro volere. Questa soluzione al problema della libertà non è la sola prospettata da Schelling nell’arco della sua carriera filosofica: essa rispecchia anzi solo una prima fase del suo pensiero, e presto verrà superata da una concezione religiosa dell’Assoluto implicante un mutamento della valutazione del problema della libertà, pur restando invariato il rapporto intercorrente tra libertà e necessità (intese come coincidenti nell’Assoluto). Diversa è invece la soluzione che propone Hegel: anche a suo avviso l’Assoluto è dato dall’interezza, anche se le sue componenti non finiscono poi per fondersi in un’unità indifferenziata di stampo romantico, ma restano anzi rigorosamente distinte fra loro attraverso una scansione dialettica che governa le leggi del pensiero e della realtà. Anche per Hegel, allora, ci sarà nell’uomo una forma di libertà coincidente con la necessità, proprio perché anche per Hegel il soggetto è la controparte dell’oggetto nell’economia del tutto. Ma, mancando il rapporto di semplice unità indifferenziata su cui poggiava il pensiero di Schelling, l’individuo dovrà passare per una fase preliminare in cui si abitua a non considerarsi solamente come individuo e in cui si mortifica nelle pretese di essere una realtà a sé stante, svincolata dal tutto: deve cioè smettere di illudersi di esser libero nella sua individualità. Sicchè vi sarà un primo momento negativo di mortificazione dell’individuale e un secondo momento positivo in cui l’individuo ritrova la propria libertà nell’essere inserito nel tutto: "una libertà per cui sussista qualcosa di veramente esterno non è libertà", poiché non deve esserci nulla di estraneo. Per Schelling, era più facile che l’individuo riuscisse a comprendere la sua partecipazione al tutto, poiché il tutto era un’identità indifferenziata; per Hegel, invece, è più difficile, in quanto l’individuo è realmente differenziato dal tutto, cosicchè la parte finisce per avere una giustificata coscienza della propria specificità che può generare l’illusione di essere non una parte del tutto, ma una realtà autonoma. Ecco allora che in Hegel troviamo la preoccupazione - sempre rinnovantesi - di mortificare la pretesa del particolare a valere disgiuntamente dal suo rapporto col tutto. Tale mortificazione si può attuare attraverso quella meditazione filosofica che ci fa cogliere la realtà come un tutto articolato in parti; ma poiché la filosofia è appannaggio di poche menti eccelse, si dovrà intraprendere una via alternativa: in particolare, la strada proposta da Hegel è quella delineata nel rapporto tra servo e signore, tratteggiato nella Fenomenologia dello Spirito (1807). Gli interessi dell’individuo sono sempre legati ad una particolare situazione radicata in diverse cognizioni della vita, tali per cui l'interesse dell'individuo è innanzitutto legato ad interessi materiali (sussistenza, felicità, ecc), costituenti la sua vita fisica e facenti sì che l’individuo stesso cerchi di affermarsi egoisticamente come parte autonoma: si tratta, pertanto, di abbattere questa falsa coscienza e, per fare ciò, Hegel ricorre alla figura del rapporto tra signoria e servitù, rapporto realizzantesi quando la coscienza capisce di essere autocoscienza, ovvero coscienza individuale contrapposta alle altre. Ora, Hegel asserisce che tale autocoscienza afferma la propria realtà soprattutto nell’elemento della vita. Se l’individuo rimanesse a questo livello, lo spirito non potrebbe progredire e non potrebbe essere momento di una totalità: occorre allora che si verifichi una situazione drammatica in cui l’autocoscienza sia di fronte all’alternativa tra una vita condannata all’individualità o una morte implicante l’universalità. Uno dei due combattenti preferirà gettar le armi e salvare la vita, rimanendo chiuso nella propria particolarità, l’altro sceglierà di morire piuttosto di vivere nella particolarità e, perciò, sarà il vero signore. Questa è la condizione preliminare per essere liberi, ma ciò non è ancora essere liberi; per essere veramente tali, occorre partecipare a quell’istituzione che concretamente nel mondo dello Spirito esprime la realtà del tutto: tale istituzione è lo Stato espressione dell’Assoluto nell’ambito delle istituzioni. Esso non è che lo Spirito assoluto manifestantesi nell’esteriorità delle istituzioni, cosicchè se l’individuo partecipa dello Stato non come mero "borghese" - individuo che vuol sfruttare lo Stato per realizzare i propri egoistici interessi -, ma come "cittadino" - momento costitutivo dello Stato -, allora egli realizza la sua appartenenza al tutto ed è momento della totalità. In questo caso, la volontà dell’individuo diventa volontà dello Stato, e viceversa, cosicchè l’individuo stesso realizza la propria libertà identificandosi nella legge dello Stato, inteso da Hegel come il tutto che perfeziona l’individualità inserendola in una rete complessiva. In tal caso sarà per Hegel possibile parlare di "libertà sostanziale", distinta dalla "libertà formale", che è quella che assegna all’individuo un certo ambito di giurisdizione contrapposto a tutti gli altri individui, è quella che oggi chiamiamo "libertà civile"; la libertà sostanziale, dal canto suo, è quella non già dell’individuo, bensì dello Stato come personificazione istituzionale dell’Assoluto, e, nella misura in cui partecipa dello Stato, l’individuo partecipa anche di tale libertà politica, consistente nel cogestire la cosa pubblica: non è più una libertà settoriale a porzioni, ma è una libertà sola da tutti partecipata. E per Hegel lo Stato moderno ha il merito di conciliare le due libertà, a differenza dello Stato antico - in primo luogo la ðïëéò greca - che privilegiava quella sostanziale, sacrificando quella formale; nello Stato moderno, la libertà formale è invece assegnata e tutelata dallo Stato stesso. Resta però il fatto che la libertà di cui finora abbiam parlato a proposito di Hegel è una libertà di tipo politico/giuridico e non morale: questo perché, secondo Hegel, la libertà giuridico/politica è quella suprema, ricomprendente in sé qualsiasi altra libertà, giacchè il momento dell’eticità è superiore a quello della moralità interiore di marca kantiana, la quale è espressione di un puro dover essere, una mera idealità superata dall’eticità concreta: per essere veramente libero, devo incarnare la mia libertà nell’istituzione dello Stato. Kant parla spesso di dovere, ma mai lo concretizza, lasciandolo invece come mera formulazione formale e priva di contenuto: il dovere è invece per Hegel fare ciò che mi prescrive lo Stato, e per capire il nostro dovere non dobbiamo far altro che guardare la nostra posizione nella società, piuttosto che guardare dentro di noi. In questo modo, la libertà è coincidente con la necessità, una necessità che, in quanto riconosciuta come mia, non soffoca la libertà, ma anzi si identifica con essa. Dopo che Hegel ebbe elaborato queste dottrine, Schelling mutò radicalmente la propria prospettiva: nel suo periodo della "Filosofia della libertà" - così detto per via dello scritto del 1809 intitolato Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà umana), Dio non può essere - dice Schelling - inteso se non come Dio persona, e ciononostante ritiene che anche in questo caso non si possa parlare di Dio se non come assoluta coincidenza di necessità e libertà, giacchè una libertà non coincidente con la necessità sarebbe aperta all’indeterminatezza e ai condizionamenti esterni. Secondo questa nuova prospettiva religiosa, anche l’uomo deve essere in tal senso libero, in quanto fatto ad immagine e somiglianza di Dio: ma l’uomo non è Dio, è effetto di un processo da Lui derivante e per ciò la sua libertà sarà necessariamente inferiore a quella divina. Tale inferiorità consisterà appunto nella non coincidenza con la necessità. Sicchè la libertà non può consistere nel determinismo (in ciò Schelling si schiera contro la tradizione deterministica del Seicento e del Settecento) né nell’indeterminatezza, ovvero nel libero arbitrio, perché altrimenti non si dovrebbe parlare di libertà ma di caso. Per capire in che cosa realmente la libertà consista, occorre tener conto del fatto che, pur volendo introdurre una prospettiva personalistica di Dio, Schelling resta ancorato ad una concezione saldamente panteistica: ciò sembrerebbe contraddire la concezione personalistica, ma Schelling - per non cadere in contraddizione - precisa che il panteismo a cui egli fa riferimento non è quello da sempre erroneamente inteso spinoziasamente come meccanicismo camuffato ed esteso ad una sostanza universale (chè infatti la Sostanza di Spinoza altro non era se non un’infinita catena di cause); al contrario, il panteismo qui in questione consiste nel considerare Dio come entità processuale e il mondo come derivazione di tale processo divino. A tal proposito, Schelling opera una distinzione tra identità e medesimezza, dicendo che il mondo e Dio sono sì identici, ma non medesimi, giacchè essi possono essere distinti: il mondo è in Dio, ma nello stesso tempo deriva da Dio, il quale resta un qualcosa di diverso e superiore rispetto al mondo stesso. Così dicendo, Schelling si riallaccia direttamente al panteismo vitalistico di Giordano Bruno e alla mistica tedesca, in particolare a Bohme e a Baader: da quest’ultimo, recupera la dottrina secondo cui tutte le cose (ivi compreso Dio) hanno in sé un duplice principio: un principio oscuro (il fondamento) e uno luminoso (l’intelletto); il primo esprime una brama oscura di essere che non ha ancora ricevuto forma ed esistenza; il secondo è invece legato alla forma e all’esistenza, e fa sì che la brama informata passi ad esistere. Da tale polarità - manifestantesi attraverso il passaggio dall’oscuro alla luce - derivano sia Dio sia il mondo, con però la differenza che in Dio (che è realtà assoluta) si tratta di un passaggio immediato ed inevitabile, tale per cui il momento della luce è indisgiungibile da quello della libertà, cosicchè Dio riesce a superare pienamente l’oscurità stessa; nel mondo, invece, questi due elementi sono necessariamente connessi e in gran parte del creato - la parte in cui si giunge alla coscienza - il passaggio non è pienamente compiuto. Nell’uomo - che del mondo è il vertice - il passaggio non è obbligato, e per ciò in lui la libertà non coincide con la necessità: in questo senso, l’uomo si trova dinanzi ad un "punto di indifferenza", un momento in cui scegliere se restar legato alla bramosia oscura del fondamento, rimanendo vittima del particolare, oppure sviluppare fino in fondo l’intelletto e realizzare lo Spirito dell’amore, comprendendo l’unità col tutto e quindi realizzando perfettamente la propria destinazione. La prima scelta è meramente negativa e coincide col male, la seconda è positiva e coincidente col bene: la libertà è allora per Schelling scelta tra il bene e il male, scelta che manca in Dio, giacche implicante una libertà di seconda qualità rispetto a quella divina. E qui tutto si complica, poiché Schelling, dopo aver originariamente asserito che la libertà non è libertà di scelta, ora sembra ammetterla: del resto, la creazione dell’uomo rientra in quel processo di manifestazione di Dio e quindi riveste un carattere necessario, di contro alla libera scelta poc’anzi riconosciuta all’uomo. La soluzione prospettata da Schelling resta assai ambigua: l’uomo compie l’atto di scelta tra il bene e il male, ma tal scelta non è compiuta dall’uomo in ogni momento della sua vita né nel corso del tempo, bensì è dall’uomo compiuta in un momento extratemporale, esattamente al momento della creazione. E’ dunque un atto di scelta compiuto al di là della determinazione, poiché l’uomo è ancora puro essere spirituale non ancora entrato nel circolo del tempo; dopo la scelta, tutto diventa necessario, giacchè l’uomo ha scelto la propria natura, che da quel momento sempre lo condiziona necessariamente. Per meglio chiarire questo punto, Schelling ci ricorda quante volte, accusati di aver agito in un dato modo, ci scusiamo dicendo "non è colpa mia, son fatto così!", parole con cui non vogliamo sottrarci alla responsabilità quanto piuttosto mettere in luce come la nostra natura sia determinata; il fatto stesso che un bambino si riveli malvagio implica che egli presumibilmente sarà tale anche una volta diventato adulto. Schelling poi - che dopo esser stato luterano si convertì al cattolicesimo - attacca i Luterani: essi hanno ragione a concepire l’uomo come determinato, ma sbagliano nel credere che tale determinazione sia opera della volontà divina; al contrario, la predestinazione stessa è il frutto della scelta operata dall’uomo.
 

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