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LIBERTA’ E NECESSITA’ DAI GRECI AD OGGI
KANT
Abbiamo visto, da un lato, il modello dualistico prospettato da Cartesio, che
garantisce alla sostanza pensante la libertà, e, dall’altro, il modello negante
il dualismo e, perciò, rinunciante alla contrapposizione tra una res libera e
una necessaria, il tutto a svantaggio della libertà, che viene
inequivocabilmente a trovarsi schiacciata dall’imperare del determinismo più
rigoroso. Ma la soluzione dualistica, tramontata immediatamente dopo la
formulazione datane da Cartesio, ritorna periodicamente nella storia della
filosofia successiva al Settecento, e il primo caso significativo in cui la
ritroviamo sostenuta con energia - in difesa della libertà - è costituito da
Kant: il suo è però un dualismo diverso da quello cartesiano, giacché provvede
ad eliminare le difficoltà contro cui il filosofo francese s’era scontrato;
questi aveva parlato di due sostanze opposte ma appartenenti ad un medesimo
livello di realtà, tant’è che nell’uomo finivano per interferire - sotto forma
di anima e di corpo -, implicando una seria difficoltà nello spiegare come due
sostanze così eterogenee possano compenetrarsi in maniera tale che l’anima si
intrufoli enigmaticamente nel corpo a dirigerlo secondo libertà, quasi come uno
"spettro nella macchina" (Ryle). Il dualismo kantiano, invece, è molto più
raffinato, in quanto non implica il sussistere di due sostanze opposte ed
interagenti nella stessa realtà, ma comporta piuttosto l’esistenza di due
diversi livelli di realtà, uno sovrastante l’altro: così, da un lato troviamo la
realtà sensibile ("fenomenica"), cui appartengono il corpo e tutte le sue
determinazioni, e dall’altro una realtà intelligibile non data dai sensi ma a
cui si può pervenire tramite un’esperienza extra-sensibile. Così inteso, l’uomo
finisce per essere non una combinazione di due sostanze (quale invece era
secondo Cartesio), ma come un’entità appartenente a due diversi ordini di realtà,
sicchè si tratterà di spiegare l’interazione tra questi due ambiti, ossia si
dovrà render conto di come le azioni originate dalla realtà intelligibile
possano trovare una loro precisa corrispondenza in quella sensibile. Prima di
entrare in medias res, occorre tuttavia chiarire come questo dualismo consenta a
Kant di recuperare due giurisdizioni diverse, riconoscendo, per un verso, un
regno (il mondo fenomenico) in cui vige la causalità meccanica e, per un altro
verso, un regno (quello intelligibile) in cui impera invece una causazione non
necessaria; pertanto il dualismo kantiano, nel cercare un terreno per la libertà,
assolve la stessa funzione di quello cartesiano, ma senza incappare in quelle
grette contraddizioni in cui Cartesio era scivolato. Con la sua soluzione, Kant,
compiendo tale operazione di difesa della libertà nel mondo noumenico, è
rigoroso nell’escludere ogni forma di libertà in quello fenomenico, cosa che
pare ovvia ma che, se bene analizzata, non lo è affatto, giacché, nella misura
in cui gli autori post-cartesiani filo-deterministi si preoccupavano di salvare
un margine di libertà anche all’interno del determinismo, ricorrevano
solitamente alla bislacca tesi per cui, nel caso della determinazione
psicologica, gli elementi che determinano il mio agire coincidono con la mia
soggettività e quindi rappresentano una forma di spontaneità tale per cui è
impossibile dire che l’uomo non sia in certo modo libero. E’ questa la soluzione
propugnata soprattutto da Hume, ma anche da Leibniz: quest’ultimo aveva difeso
la libertà dell’agire in primis operando una decisa distinzione tra necessità e
contingenza, mettendo in luce come il determinismo fosse espressione di
contingenza (e non di necessità), nel senso che implica la ragion sufficiente
delle cose ma non comporta che necessariamente quella sia la causa del dato
effetto. In secondo luogo, Leibniz difendeva la libertà dell’uomo, pur restando
nell’alveo del determinismo, facendo leva sulla spontaneità: è vero, sì, che
nell’anima tutto è determinato da una consecuzione causale interna di stati, ma
tuttavia tali stati appartengono all’anima stessa (che anzi è essa stessa il suo
sviluppo), cosicchè viene difesa una sfera di libertà intrinseca al determinismo
e incentrata sulla spontaneità dell’anima e Leibniz può affermare: "per quel che
riguarda la spontaneità, ci è propria perché abbiamo in noi il principio delle
nostre azioni […]. Infatti, in termini rigorosamente filosofici, le cose esterne
non hanno influenza su di noi". Escluso il nexus physicus, l’evoluzione della
monade è tutta interna, con la conseguenza che sarei coatto se ci fosse una
determinazione dall’esterno, ma, non essendoci, sono sì determinato, ma da me
stesso. Ora, Kant dice chiaramente che questi discorsi "psicologici" sulla
libertà sono privi di fondamento, sono dei raggiri che rivelano subito la loro
debolezza: è inutile che io cerchi di dire che il determinismo interno è meno
forte di quello esterno, poiché essi sono entrambi espressione del determinismo
fenomenico, con l’unica differenza che, per quel che concerne la mia interiorità,
esso è dato nel tempo, mentre per l’esteriorità nello spazio. In entrambi i casi,
tuttavia, è e resta parimenti fenomeno, ossia un qualcosa di dato sensibilmente
e, per ciò stesso, solo in termini di causalità necessaria. L’errore che ha
indotto fior di pensatori a fantasticare una libertà psicologica trae secondo
Kant origine dal fatto che chi lo commette riconduce la nozione di causalità
necessaria solamente con l’elemento dello spazio, come avviene quando la palla
da biliardo A urta quella B e ne causa il movimento sul tavolo da biliardo. Ma
Kant ricorda come in realtà la categoria della causalità - come tutte le altre
undici - non è che una determinazione nel tempo, e, per spiegare ciò, egli
ricorre ad un duplice esempio: in primo luogo, egli ci rammenta di come tutti i
nostri dati sensibili ci sian dati nello spazio ma poi - nel momento in cui
diventano miei - son ricondotti nell’interiorità, ove regna il tempo, cosicchè
vengono prontamente temporalizzati; ne segue che tutti i fenomeni - sia esterni
sia interni - son connessi secondo un determinato ordine di successione nel
tempo. Si possono allora dare due diversi casi: tale successione temporale non è
il prodotto di una categoria, ma dell’immaginazione: a sostegno di ciò, possiamo
immaginare di guardare un palazzo facendo scorrere lo sguardo dal tetto alle
fondamenta; in questo caso, si ha una successione di immagini, di dati e di
fenomeni, ma essa non è necessaria, giacchè posso far scorrere lo sguardo dal
tetto alle fondamenta o viceversa, sicchè, per quanto i fenomeni interni sian
sempre dati in successione, quest’ultima può non essere costitutiva dell’oggetto
stesso proprio perché non interviene la categoria della causalità. Passiamo ora
ad esaminare il secondo caso, in cui l’ordine di siffatta successione non è
arbitrario, ma necessario in quanto costitutivo dell’oggetto stesso: così, il
giocatore di biliardo sposta la palla B urtandola con quella A; in questo caso,
non si può che immaginare quella determinata sequenza per cui la stecca colpisce
A e questa urta e muove B, giacchè tale ordine è costitutivo dell’oggetto ed è
tale perché è subentrata quella causalità che mi fa concepire le cose così e non
in un altro modo. Allora la categoria della causalità non è se non una
determinazione nel tempo: ciò che mi induce a dire che il movimento delle palle
da biliardo segue una certa sequenza non è lo spazio, ma il tempo e dunque è un
grave errore illudersi che la causalità abbia la sua radice nello spazio e che
il tempo possa esentarsi da essa. Ciò significa che in tutti i casi la
successione causale è strettamente necessaria, giacchè è la stessa categoria
della causalità ad essere applicata ora nel fenomeno esterno, ora in quello
interno: così, quando penso ad un ricordo triste e mi intristisco, tra il
ricordo e il nascere della mia tristezza applico la causalità, poiché non posso
dire che prima mi sono angosciato e poi ho pensato al ricordo triste. Dunque, è
la causalità a legare ciò, e non l’immaginazione, alla pari di quel che avviene
con le palle da biliardo, senza far distinzioni tra fenomeni esterni o interni.
A contare davvero è che in entrambi i casi si tratta di fenomeni, di conoscenze
che, per costituirsi, necessitano di essere causalizzate, per cui posso capire
la dinamica delle palle sul tavolo da biliardo o del mio intristirmi solamente
se applico la causalità. E allora - prosegue Kant - la libertà di cui favoleggia
Leibniz quando vagheggia una determinazione spontanea è in realtà la spontaneità
di un girarrosto che gira da solo, ma non già perché sia libero di girare, bensì
perché necessitato a farlo, esattamente come se subisse una determinazione
esterna. Sicchè quando pensiamo alla nostra vita interiore fenomenica dobbiamo
pensare ad un mondo determinato necessariamente non di meno di quello fisico.
Allora la conclusione a cui Kant perviene è che o riesco ad uscire dal
fenomenico (sia esterno sia interno) e giungo ad attingere un livello di realtà
extra-fenomenico oppure non c’è scampo e non vi è alcuna forma di libertà. Si
tratta dunque di esaminare se vi sia la possibilità di un livello di realtà che
si sottragga alla fenomenicità, distinguendo il fenomeno dalla cosa in sé e
riconoscendo nel primo la necessità, nella seconda la libertà: se non potessimo
operare tale distinzione, "l’uomo sarebbe una marionetta […], costretto e
caricato dal sommo maestro di tutte le arti". L’uomo, così inteso, sarebbe un
automa, magari anche un automa illudentesi di essere libero, poiché non in grado
di scorgere la causazione operata dal burattinaio (Dio), le sue volizioni
sarebbero determinate da altre sue volizioni, e queste da altre ancora, ma
all’inizio qualcuno deve aver messo in moto l’automa, che così viene a dipendere
dall’azione esterna di un artefice. Se tempo e spazio esprimessero la realtà
ultima della cosa in sé (e non fossero solo forme a priori della sensibilità),
non vi sarebbe libertà alcuna e vigerebbe lo spinozismo, tale per cui tutto
cadrebbe sotto il dominio della fredda necessità. Il rimprovero mosso da Kant al
post-cartesianesimo non è tanto di aver rinunciato al dualismo, quanto piuttosto
di essere stato incoerente, poiché, rinunciando al dualismo, si è poi
impossibilitati ad ammettere la libertà a livello fenomenico. Il passo verso il
noumeno non può esser compiuto con quegli strumenti conoscitivi che si servono
delle forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) e dell’intelletto (le
dodici categorie), poiché conoscere qualcosa significa fenomenizzarla, ovvero
riconnetterla ad una rete di connessioni causali neganti la libertà. Per
giungere al noumeno, si dovrà allora percorrere una strada alternativa, extra-gnoseologica,
la strada dell’esperienza morale e pratica. Il problema è risolto nella Critica
della ragion pratica, ma è già lumeggiato nella Critica della ragion pura,
seppur qui non sia minimamente risolto: discutendo sulle modalità conoscitive,
Kant ammette la possibilità della libertà, una possibilità non verificabile in
un’opera inerente alla conoscenza (quale è la Critica della ragion pura) ma
comunque non escludibile, aprendo in tal modo uno spiraglio al di là del
determinismo fenomenico. Nella Dialettica trascendentale - che è la parte della
Critica della ragion pura in cui Kant prende in esame le facoltà della ragione,
contrapposta all’intelletto - si parla dell’idea del mondo come totalità
incondizionata di tutti i fenomeni e Kant sostiene che, proprio perché idea di
un concetto incondizionato mai esperibile, su tale idea del mondo si possono
sostenere affermazioni contraddittorie senza poter provare l’errore teorico né
delle une né delle altre, cosicchè si può procedere ad un’antinomia della ragion
pura in cui, da un lato, si sostiene la tesi, dall’altro l’antitesi, senza che
sia possibile trovare un errore formale nelle argomentazioni addotte a favore
della tesi o dell’antitesi (sarebbe possibile trovarle se si potesse fare
esperienza dell’idea di mondo). Delle quattro antinomie individuate da Kant, la
terza consiste nella contrapposizione tra una tesi secondo cui la libertà esiste
e un’antitesi negante tale libertà. La tesi recita che "la causalità in base
alle leggi della natura non è l’unica da cui sia possibile far derivare tutti i
fenomeni del mondo: per la loro spiegazione, si rende necessaria l’ammissione di
una causalità secondo libertà". Accanto alla causalità necessaria, ne è dunque
riconosciuta una libera, che concorre alla causazione dei fenomeni che, per
altro verso, sono già spiegabili con la causalità fenomenica: così, il moto
della palla da biliardo B sarebbe causato da una causa noumenica, inserendosi
poi in una serie causale fenomenica per cui può esser ritenuto l’effetto di
un’altra causa fenomenica (l’urto della palla A). Ci verremmo dunque a trovare
di fronte a due causalità complementari. Di contro, l’antitesi recita l’esatto
opposto, negando ogni forma di libertà: ora, queste due affermazioni paiono
elidersi mutuamente e Kant ritiene che invece esse possano essere entrambe vere,
appunto se, anzichè riferirle entrambe al regno fenomenico, riferiamo
l’affermazione della necessità al mondo fenomenico e quella della libertà ad un
mondo non fenomenico, la cui esistenza sarà postulata nella Critica della ragion
pratica: nella Critica della ragion pura, invece, Kant non dispone di alcuno
strumento per ammetterlo e perciò si limita a dire che esiste la possibilità di
una causalità libera e che tale possibilità è solo problematica, ossia non può
essere esclusa teoricamente poiché non si può teoricamente escludere l’esistenza
di una realtà noumenica. La Critica della ragion pura si affaccia al problema
della causalità libera come possibilità problematica che non può essere né
esclusa né affermata; la Critica della ragion pratica risolve tale problema, ma
in sede pratica, senza risvolti teoretici. Che cosa si debba intendere per "causalità
libera" - affermata nella tesi della terza antinomia - viene da Kant spiegato in
questi termini: essa è una causalità in cui il soggetto è principio di una serie
causale, ovvero in cui il soggetto causante non è a sua volta effetto di una
causa. La possibilità di un mondo intelligibile garantirebbe l’esistenza di
siffatta causalità libera, ma ciò nella Critica della ragion pura resta una
problematica eventualità: è solo con l’ingresso nel campo morale della Critica
della ragion pratica e della Fondazione della metafisica dei costumi che il
problema trova una sua debita risoluzione. Il problema è nelle due opere posto
in maniera terminologicamente diversa: nella Fondazione della metafisica dei
costumi, Kant si chiede se sia possibile una volontà buona di per sé, tale per
cui la sua bontà non sia funzionale ad un determinato obiettivo, ma sia
intrinseca alla volontà stessa. Invece, nella Critica della ragion pratica - che,
tentando di seguire le orme della Critica della ragion pura, si configura come
un’opera più tecnica - Kant si domanda se la ragion pura possa essere pratica,
ossia se, accanto alle mansioni conoscitive e teoretiche esercitate a priori,
essa possa anche determinare la norma dell’agire umano. Ciò equivale a chiedersi
se essa possa determinare una regola pratica d’azione che sia universale, cioè
per tutti valida. Quale sia questo elemento di universalità, lo troviamo nella
formulazione dell’imperativo categorico, così recitante: "agisci soltanto
secondo quella massima che , al tempo stesso , puoi volere che diventi una legge
universale". Ora, questa soluzione del problema morale comporta che la volontà
intrinsecamente buona (ovvero la ragion pura immediatamente pratica), oltre ad
esprimere l’universalità, esprima un principio di autonomia, giacchè, per essere
universale, la volontà non può essere determinata da passioni o da interessi
estranei alla ragione, in quanto questi sono necessariamente particolari.
L’unico elemento che possa determinare immediatamente la volontà stessa, senza
farla precipitare nella particolarità, è la ragione stessa nella sua
universalità, cosicché la volontà sarà universale nella misura in cui è
determinata dalla ragione. Tra questa e il mio io intercorre un rapporto di
identità, nel senso che io sono la mia ragione e, nella misura in cui la volontà
è da essa determinata, sono io ad autodeterminarmi, senza che vi sia un
principio esterno che mi coarti; se invece la volontà è determinata da passioni
o da interessi particolari generati dalla sensibilità, allora tutto cambia,
poiché la sensibilità è manifestazione della natura interna, che è un qualcosa
che non esprime l’essenza dell’umanità (come invece è la ragione), giacchè anche
gli animali ne sono equipaggiati. La sensibilità è allora un qualcosa di altro
rispetto a noi, sicchè, quand’anche obbediamo alle passioni nostre, stiamo in
realtà obbedendo a qualcosa che non siamo noi. Pertanto se agisco in modo tale
che solo la ragione determini la mia volontà, il mio agire sarà autonomo, mentre
se la volontà è determinata dalla sensibilità, allora la mia azione sarà
eteronoma. A tal proposito, nella Fondazione della metafisica dei costumi, Kant
scrive che "l’autonomia della volontà è quel carattere della volontà per cui
essa è legge a se stessa, indipendentemente dai caratteri". L’autonomia è la più
alta espressione di libertà, in quanto esprime entrambi gli elementi componenti
della libertà: da un lato, la libertà negativa ("libertà dalla" natura, dalla
sensibilità, dalle passioni e dai "moventi eteronomi"); dall’altro, la libertà
positiva come autodeterminazione, per cui non mi limito a rifiutare l’impulso
sensibile, bensì lo rimpiazzo con le prescrizioni della ragione, che detta una
legge coincidente con me stesso, senza determinazioni esterne. Comincia qui ad
affiorare, seppur opacamente, il problema della causalità libera. "La volontà è
una specie di causalità degli esseri viventi in quanto ragionevoli […]. La
libertà è […] quel carattere per cui essa può agire senza dipendenze da enti
esterni": anche la causalità libera ha le sue leggi (altrimenti l’agire umano
ricadrebbe nel caso), ma si tratta di leggi interne al soggetto, in quanto è la
ragione stessa a promulgarle. Ne deriva che autonomia (o libertà) e morale sono
indisgiungibilmente connesse, giacchè non può esserci moralità senza libertà e
viceversa. Ma finora non abbiamo dimostrato che la libertà esista o che la
moralità sia principio obbligante per l’uomo: il legame tra le due - libertà e
moralità - è stato illustrato sul piano teoretico, senza tuttavia dimostrare che
esse realmente esistano, sicchè quel passaggio (richiesto nella Critica della
ragion pura) ad un fondamento morale della libertà non è ancora stato compiuto.
A questo punto, Kant cambia improvvisamente idea dinanzi al bivio: si può
dimostrare che l’uomo è libero - egli sostiene - e che perciò ha in sé la legge
morale (vista la stretta connessione fra le due); oppure è possibile mostrare
che nell’uomo vi è la legge morale e che, per ciò, egli è libero. Nella
Fondazione della metafisica dei costumi, Kant sceglie la prima via, dimostrando
in primis la libertà e, sulla base di ciò, deduce la moralità; per dimostrare
l’esistenza della libertà, basta rivolgersi - con atto di introspezione - alla
propria coscienza e accorgersi che in quanto essere ragionevole faccio parte di
due mondi: come animale, appartengo al mondo fenomenico, ma in quanto detentore
di ragione (facoltà intelligibile) sono parte integrante di un mondo non
fenomenico, per cui la libertà è indipendente da cause precedentesi; al
contrario, essa è autocausantesi e, perciò, è principio di una serie causale. In
questo modo, l’uomo, anfibio tra due mondi, verifica la libertà in quanto
avverte la propria appartenenza anche ad un mondo non-fenomenico, cosicchè la
dimostrazione della libertà dell’uomo diventa anche fondamento della
dimostrazione della sua moralità, data l’indisgiungibile connessione fra le due
cose: "gli imperativi categorici sono dunque possibili perché l’idea della
libertà mi rende membro di un mondo intelligibile"; posta la libertà, è
necessariamente data anche la moralità, a tal punto che se l’uomo fosse - per
dirla con Schopenhauer - una "pura testa alata d’angelo", ovvero un’entità
meramente intellettuale e priva di corpo, sarebbe immediatamente un essere
morale, senza il contrasto prodotto da elementi esterni alla ragione. Ma,
essendo l’uomo anche ente animalesco, la moralità si dà sotto forma di
imperativo implicante sofferenza e sforzo contro gli istinti sensibili che
contro tale imperativo confliggono, sicchè in noi la moralità non è automatica
ma comandata e sofferta. Nella Critica della ragion pratica il rapporto è
ribaltato, giacchè qui Kant fonda la libertà sulla moralità: per tutta l’opera,
egli va ripetendo che condizione della libertà è la moralità. Perché mai egli
avverte l’esigenza di stravolgere la prospettiva? Nella Fondazione della
metafisica dei costumi, la libertà era ricavata dalla coscienza data
dall’introspezione, senza venir conosciuta teoreticamente, cosa che non soddisfa
pienamente un filosofo rigoroso quale è Kant, che già in tale opera denuncia il
limite noetico di questa coscienza, quasi come se fosse un’intuizione
spinozianamente intesa. In effetti, si trattava di una posizione alquanto debole
e difficilmente sostenibile, poggiante sulla coscienza di non appartenere solo
al mondo fenomenico; era, come Kant stesso nota con amarezza, un "punto di
vista", una sorta di ipotesi. Come non posso avere un’autentica conoscenza
oggettiva di appartenere al mondo noumenico, così non posso avere un’autentica
conoscenza di essere libero. Nella Critica della ragion pratica, Kant sente
l’esigenza di fondare la morale come conoscenza di tipo costitutivo, in maniera
non meno debole della conoscenza incentrata sulla sintesi a priori della Critica
della ragion pura, e non a caso la legge morale è una conoscenza sintetica a
priori, data da una sintesi differente da quella della Critica della ragion pura
(dove si sintetizzavano intuizioni sensibili in un concetto), in quanto vengono
qui sintetizzate la volontà e la ragione, dimostrando che tra esse sussiste un
rapporto sintetico per cui la ragion pratica le pensa unite così come la ragion
pura pensa unite in concetto le intuizioni e le categorie. La moralità sarà
allora un sapere con pari dignità noetica rispetto al sapere della ragion pura.
Per ribaltare la prospettiva, Kant asserisce che se la connessione tra volontà e
ragione è identica e costitutiva della ragion pratica, allora la legge morale è
un fatto della ragione, e non un qualcosa di derivato (come invece era nella
Fondazione della metafisica dei costumi): la Deduzione trascendentale (che nella
Critica della ragion pura riguardava le dodici categorie) ha appunto per oggetto
la giustificazione ("deduzione") della legge morale, sicchè la deduzione non
riguarda un quid facti, ma un quid juris, cioè un qualcosa che accampa un
diritto da dimostrare. Se la legge morale è il fatto fondamentale della ragion
pratica, allora non necessita di esser giustificata; ma qui avviene qualcosa di
paradossale, giacchè tale legge morale giustifica a sua volta (senza dover
essere giustificata essa stessa) la libertà, in quanto questa è condizione
essenziale per l’esercizio della moralità. Il rapporto rispetto alla Fondazione
della metafisica dei costumi è invertito: là la libertà era un concetto
meramente negativo ed era una prospettiva debole e negativa, cosicchè, se si
vuol dare valore conoscitivo forte (ed è ciò che Kant vuole), occorre far
derivare la libertà dalla moralità, che so essere una conoscenza assolutamente
oggettiva della ragion pura nella sua veste pratica. Per superare
quest’apparente incongruenza, Kant distingue - in una nota della Critica della
ragion pratica - tra due piani: da un lato, la libertà è la ratio essendi della
moralità (ovvero la condizione per la sua esistenza), dall’altro la moralità è
la ratio cognoscendi della libertà (ossia la condizione per conoscerla). Dunque
l’ordine noumenico interferisce su quello fenomenico, per cui l’evento x è
noumenicamente determinato dalla mia ragione e nello stesso tempo tale azione si
inserisce nella serie causale fenomenica; e il fatto x è a sua volta spiegabile
facendo riferimento ad una causa fenomenica, senza far riferimento
all’imperativo categorico. L’intero discorso è condotto in base ad una
conoscenza morale e non teoretica, sicchè sarà una conoscenza certa
dell’esistenza della libertà e della moralità, ma non per questo è una
conoscenza teoretica.
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