|
La scuola cirenaica.
Aristippo
Il fondatore della scuola cirenaica è ARISTIPPO di Cirene. Nato verso il
435, andò ad Atene dopo il 416; e qui conobbe e frequentò Socrate. Dopo la morte
di lui insegnò in varie città della Grecia e fu anche a Siracusa presso la corte
del primo o secondo Dionigi. Gli sono state attribuite numerose opere, fra le
quali una Storia della Libia; ma l'attribuzione è malsicura e di tali opere non
è rimasto nulla. Come per gli altri fondatori delle scuole socratiche, riesce
difficile discernere nell'insieme di dottrine che ci sono state tramandare come
patrimonio dei Cirenaici, quelle che appartengono genuinamente al fondatore
della scuola. Anzi, poiché Aristippo ebbe una figlia, ARETE, che continuò il suo
insegnamento ed iniziò alle dottrine del padre il figlio ARISTIPPO, qualche
scrittore antico ha attribuito al più giovane Aristippo lo sviluppo, sistematico
delle idee della scuola. Ma le testimonianze di Platone, di Aristotele e di
Speusippo (autore di un dialogo intitolato Aristippo andato perduto) convincono
ad attribuire al primo Aristippo le dottrine fondamentali della scuola.
Anche per i Cirenaici, come per i Cinici ed i Megarici, la ricerca teoretica
passa in seconda linea e viene coltivata soltanto come un aiuto risolvere il
problema della felicità e della condotta morale. La loro etica però comprendeva
anche una fisica ed una teoria della conoscenza, perché (secondo le
testimonianze di Sesto Empirico e di Seneca) era divisa in cinque parti: la
prima intorno alle cose da desiderare e da fuggire, cioè intorno al bene e al
male; la seconda intorno alle passioni; la terza intorno alle azioni: la quarta
intorno alle cause, cioè ai fenomeni naturali, e la quinta intorno alle verità
(SESTO E., Adv. math., VII, 11). Evidentemente la quarta e la quinta parte sono
la fisica e la logica.
Nella teoria della conoscenza, Aristippo si ispira prevalentemente a Protagora.
Egli ritiene che il criterio della verità è la sensazione e che questa è sempre
vera, ma non dice nulla intorno alla natura dell'oggetto che la produce. Che noi
vediamo il bianco o sentiamo il dolce, si può affermare con certezza; ma che
l'oggetto che produce la sensazione sia bianco o dolce non è possibile
dimostrarlo. Ciò che ci appare, il fenomeno, è soltanto la sensazione; questa è
bensì certa, ma al di là di essa è impossibile affermare nulla (SESTO E., Adv.
math., VII, 193 sgg.).
La dottrina della sensazione che il Teeteto (156-57) platonico sviluppa
deducendola dal principio di Protagora che l'uomo è misura delle cose, pare che
sia propria di Aristippo, al quale Platone allude con la frase: «altri più
raffinati». Ci sono, secondo questa dottrina, due forme di movimento ognuna
delle quali è poi infinita di numero: l'una ha potenza attiva (l'oggetto),
l'altra ha potenza passiva (il soggetto). Dall'incontro di questi due movimenti
si genera da un lato la sensazione, dall'altro l'oggetto sensibile. Le
sensazioni hanno i loro nomi soliti: vista, udito, ecc. o anche piacere, dolore,
desiderio, timore, ecc.; i sensibili hanno nomi correlativi alle sensazioni:
colori, suoni, ecc. Ma né l'oggetto sensibile, né la sensazione sussistono prima
né dopo l'incontro dei due movimenti che ad essi danno luogo; e in tal senso
nulla è, ma tutto si genera.
La sensazione è anche il fondamento degli stati emotivi dell'uomo. Questi stati
sono tre: l'uno per cui sente dolore, simile alla tempesta nel mare; l'altro per
cui sente piacere, simile alla lieve onda, perché il piacere è un movimentio
lieve paragonabile ad un venticello favorevole; il terzo è lo stato intermedio,
per cui non si sente né piacere né dolore, simile alla calma del mare (EUSEBIO,
Praep. ev., XIV, 18). Secondo Aristippo, il bene consiste soltanto nella
sensazione piacevole; e la sensazione piacevole è sempre attuale. Il fine
dell'uomo è dunque il piacere, non la felicità. La felicità è il sistema dei
piaceri particolari, nel quale si sommano anche i piaceri passati e futuri; ma
essa non viene desiderata di per se stessa, bensì per i piaceri particolari di
cui è tessuta (Diog. L., 11, 88). Il piacere, e quindi il bene, era dunque per
Aristippo qualcosa di puntuale, che vive solo nell'attimo presente. Egli non
dava alcun valore al ricordo dei piaceri passati e alla speranza di quelli
futuri, ma soltanto al piacere dell'attimo. Consigliava di pensare all'oggi,
anzi, nell'oggi, all'attimo in cui ciascuno opera o pensa, perché, diceva, «solo
il presente è nostro, non il momento passato né quello che attendiamo, perché
l'uno è già distrutto e dell'altro non sappiamo se ci sarà» (ELIANO, Var. hist
., XIV, 6).
Eppure, proprio in questo vivere per l'attimo e nell'attimo, Aristippo
realizzava quella libertà spirituale che gli consentiva di affermare
orgogliosamente:
«Posseggo,
non sono posseduto» (DIOG. L, 11, 15). E difatti vivere nell'attimo significava
per lui non rimpiangere il passato, non tormentarsi nell'attesa del futuro, non
desiderare un piacere maggiore di quello, sia pur modesto, che l'attimo presente
può offrire; significava quindi non lasciarsi dominare dai desideri smodati,
contentarsi anche del poco, non preoccuparsi di un futuro che probabilmente non
verrà. Accettare il piacere dell'attimo, era dunque per lui la via della virtù.
E la tradizione ce lo presenta di umore costantemente eguale e sereno,
coraggioso di fronte al dolore, indifferente di fronte alla ricchezza (che
tuttavia non disprezzava), freddo ed umano. Aristotele ci narra che ad una
osservazione un po' altera di Platone, egli rispose soltanto: «Il nostro
compagno (Socrate) parlava altrimenti», (Ret., 11, 1398 b).
|