LE SCUOLE SOCRATICHE
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Altri Cirenaici

Nei succesori di Aristippo il principio del piacere attuale entra in contrasto con la ricerca del piacere guidata dall'intelletto.
TEODORO L'ATEO affermò che il fine dell'uomo non è il piacere ma la felicita, e la felicità consiste nella saggezza. La saggezza e la giustizia sono beni; sono mali la stoltezza e l'ingiustizia. Il piacere e il dolore non sono né beni né mali, ma sono di per sé del tutto indifferenti. Egli riteneva inutile l'amicizia sia per gli sciocchi sia per i sapienti; gli uni non la sanno usare, gli altri non ne hanno
bisogno perché bastano a se stessi (DlOG;. L., 11, 98). Teodoro affermava che la patria del
sapiente è il mondo e negava non solo l'esistenza degli dèi popolari, ma anche quella della divinità in generale; di qui il suo soprannome di Ateo (CICER., De nat. 1, 2, 63, 117).
Una conclusione pessimistica trae dall'edonismo EGESÍA. I mali della vita son tanti che la felicità è impossibile. L'anima soffre e si turba insieme con il corpo e la fortuna impedisce di conseguire ciò che si spera. Il sapiente non deve perciò affaticarsi nel vano tentativo di cercare la felicità, ma deve piuttosto scansare i mali, tentare di vivere esente da dolori, giacché questo si può conseguire anche da chi resta indifferente al piacere. Egli riteneva che la vita, la quale è un bene per lo sciocco, è indifferente per il sapiente. Uno scritto intitolato valse il soprannome di Ğavvocato della morteğ (Peisithanatos); e mosse le autorità di Alessandria a interdire il suo insegnamento.
In opposizione ad Egesía, il suo contemporaneo ANNICERIDE fondava la morale sulla simpatia verso gli altri uomini. Di fronte all'impossibilità di ottenere dalla vita la felicità, Anniceride riteneva che l'uomo dovesse trovare la sua soddisfazione nell'amicizia e nell'altruismo. Egli rivalutava quindi i legami familiari e l'amor di patria e rompeva così il frigido individualismo in cui si erano chiusi Teodoro ed Egesía.