LA SCUOLA CINICA
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Diogene


DIOGENE di Sinope che fu scolaro di Antistene in Atene e di lì passò a Corinto dove morì molto vecchio nel 323, fu chiamato (forse da Platone) il Socrate pazzo. Questo appellativo rivela il carattere del personaggio. Egli ha portato all'estremo il disprezzo proprio della scuola cinica per ogni costume, abitudine o convenzione umana e ha voluto realizzare integralmente quel ritorno alla natura che è l'ideale della scuola cinica. Dei suoi sette drammi e dei suoi scritti in prosa (tra cui una Repubblica) non ci è rimasto quasi nulla.
La leggenda si è impadronita di lui attribuendogli un gran numero di aneddoti e di caratteristiche che probabilmente non hanno niente di storico. Certamente egli non ha abitato sempre in una botte, né sempre è vissuto da mendicante. Ma la sua opposizione a tutti gli usi e le convenzioni umane era radicale. Si dice che per primo abbia usato il mantello di rozza stoffa che serviva anche da coperta, la bisaccia dove teneva il cibo e il bastone, che poi divennero i distintivi dei Cinici nella loro vita di
mendicanti (Diog. L., VI, 22). Diogene sosteneva la comunanza delle donne e quindi dei figli; si dichiarava cittadino del mondo e manifestava in tutte le circostanze della vita quella sfacciataggine che divenne proverbiale dei Cinici. Costoro che, per affermare la forza d'animo dell'uomo, miravano a ricondurlo alla naturalità primitiva della vita animale, poco conto potevano fare del sapere e della scienza; e su questo punto veramente la scuola cinica è stata gravemente infedele all'insegnamento socratico che nella ricerca scientifica riconosceva la vera vita dell'uomo. Fra la numerosa schiera di Cinici che mostrano tutti monotonamente gli stessi tratti e agitano furiosamente mantelli e bisacce per esibire una forza d'animo che Socrate aveva insegnato doversi raggiungere con la serena e paziente ricerca scientifica, si distingue CRATETE, un tebano di nobile famiglia che fu seguito nella sua vita di mendicante dalla moglie Ipparchia. Egli compose poesie satiriche e tragedie dove celebrava il cosmopolitismo e la povertà.