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La scuola megarica
EUCLIDE di Megara (da non confondere con il matematico Euclide che visse ed
insegnò ad Alessandria circa un secolo più tardi) dopo la morte di Socrate
ritornò nella città natale e qui cercò di continuare con il suo insegnamento
l'opera del maestro. Pare che egli sia appartenuto alla prima generazione dei
discepoli di Socrate e che non sia vissuto più di un decennio dopo la morte di
lui. Altri rappresentanti della scuola sono EUBULIDE di Mileto, l'avversario di
Aristotele; DIOD0R0 CRONO (morto il 307 a. C.) e STILPONE, che insegnò in Atene
verso il 320.
La caratteristica della scuola megarica è quella di unire l'insegnamento di
Socrate con la dottrina eleatica. Euclide riteneva che uno solo è il Bene, ed è
l'Unità che è sempre identica a se stessa nonostante venga chiamata con molti
nomi: Saggezza, Dio, Intelletto e così via. Nello stesso tempo, negava la realtà
di tutto ciò che è contrario al bene. E poiché la conoscenza del bene è la virtù,
egli ammetteva che c'è un'unica virtù e che le varie virtù non sono che diversi
nomi di essa.
Per affermare l'unità i Megarici, sulle orme degli Eleati, ripudiavano
completamente la sensibilità come mezzo di conoscenza e prestavano fede
esclusivamente alla ragione. Conseguentemente, come gli Eleati, negavano la
realtà del molteplice, del divenire e del movimento; e svilupparono una
dialettica, simile a quella di Zenone di Elea, diretta a ridurre all'assurdo
ogni affermazione che implicasse la realtà del molteplice, del divenire e del
movimento.
Contro la molteplicità usarono argomenti rimasti famosi e sviluppati
sofisticamente. EUBULIDE usò tra gli altri l'argomento del sorite (o cumulo):
togliendo un granello da un cumulo, il cumulo non diminuisce; quindi neanche
togliendoli tutti ad uno ad uno (DIOG. L., VII, 82). Lo stesso argomento si
ripeteva per i capelli o per la coda di un cavallo (argomento del calvo: CICER.,
Acad., II, 49; ORAZIO, Ep., II, 1 ). Alla stessa negazione di ogni molteplicità
mette capo la critica dei Megarici della possibilità del giudizio. Secondo
STILPONE, è impossibile attribuire un predicato al soggetto e dire, per esempio,
che «il cavallo corre».
Difatti l'essere del cavallo e l'essere di chi corre sono diversi e li definiamo
diversamente: non si può dunque identificarli come si fa nella proposizione.
D'altronde se fossero identici, se cioè il correre fosse identico al cavallo,
come si potrebbe attribuire lo stesso predicato del correre anche al leone ed al
cane? Ammessa una molteplicità qualsiasi o come composizione di parti (come
nell'argomento del sorite) o come diversità di predicati, ne scaturisce
l'assurdo; e così risulta dimostrata la falsità dell'ammissione.
I Megarici svilupparono pure argomenti che non hanno di mira la riduzione
all'assurdo del molteplice ma appartengono al genere di quelli che oggi si
chiamano antinomie o paradossi, cioè argomenti indecidibili; nel senso che non
si può decidere sulla loro verità o falsità. Il più famoso di tali
argomenti è quello del mentitore che così viene riferito da Cicerone: «Se tu
dici che mentisci, o dici il vero e allora mentisci o dici il falso e allora
dici la verità» (Acad., IV, 29, 96). Se uno dice «mentisco» (senza alcuna
limitazione), fa un'asserzione che concerne tutte le sue asserzioni compresa
quella che enuncia in questo momento; ma se mentisce nel dire «mentisco» ciò
significa che dice la verità; e se dice la verità vuol dire che mentisce; e così
via. La base dell'argomento consiste dunque nel fare asserzioni prive di
limitazioni, che concernono tutti i casi, compreso quello costituito
dall'asserzione stessa: consiste, in altri termini, nell'uso autoriflessivo
della nozione «tutti» considerata inclusiva dell'asserzione stessa. Argomenti
del genere sono discussi anche nella logica contemporanea. Nell'antichità, li
discussero, oltre che i Megarici, gli Stoici; e nel Medioevo la discussione di
essi fece parte integrante della logica terministica che li chiamava insolubili
(lnsolubilia).
Contro il divenire e il movimento i Megarici, per opera di DIODORO CRONO,
negarono che vi sia potenza quando non c'è l'atto; ad esempio, chi non
costruisce non ha potenza di costruire. Questo principio sopprime il movimento e
il divenire perché (come nota Aristotele) chi sta in piedi starà sempre in piedi
e chi sta seduto starà sempre seduto, essendo impossibile alzarsi a chi non ha
la potenza di alzarsi. L'argomento di Diodoro Crono (detto l'argomento
vittorioso) dice che solo ciò che si è verificato era possibile, giacché se
fosse possibile ciò che non si verifica mai, dal possibile verrebbe fuori
l'impossibile. Una possibilità che non si è verificata non era una possibilità,
altrimenti non si sarebbe trasformata in impossibilità. L'argomento porta ad
ammettere che tutto ciò che accade deve necessariamente accadere; e che la
stessa immutabilità che c'è per i fatti passati c'è anche per i futuri, anche se
non appare. Scherzando su questo argomento Cicerone scriveva a Varrone: «Sappi
che se mi fai una visita, questa visita è una necessità, giacché se non lo fosse
rientrerebbe fra le cose impossibili». Diodoro riprendeva pure, rielaborandoli,
gli argomenti di Zenone contro il movimento.
STILPONE poneva l'ideale del saggio nell'impassibilità (apatheia) e riteneva che
il sapiente basta a se stesso e perciò non ha bisogno di amici.
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