DELLA NATURA "AMBIGUA" DELLA LUCE
Sutra di storia
del pensiero scientifico
di
(Umberto Bartocci)
Umberto Bartocci è nato a Roma,
nel 1944. Laureato in Matematica (Roma, 1967),
assistente di Istituzioni di Geometria Superiore
a Roma dal 1969, borsista CNR a Cambridge
(Inghilterra) dal 1972 al 1974, è dal 1976
professore ordinario di Geometria presso
l’Università di Perugia, dove insegna anche, da
20 anni, Storia delle Matematiche. Coordinatore
del gruppo di ricerca in "Geometria e Fisica",
si occupa attualmente di storia del pensiero
scientifico e dei fondamenti della fisica e
della matematica, rivolgendo la propria
attenzione al mondo dell’eresia scientifica (ha
promosso quattro congressi internazionali ad
esso dedicati: 1989, Perugia; 1991, Ischia;
1996, Perugia; 1999, Bologna). Opere più
significative: America: una rotta templare -
Un’ipotesi sul ruolo delle società segrete nelle
origini della scienza moderna, dalla scoperta
dell’America alla Rivoluzione copernicana",
Della Lisca, Milano, 1995; Albert Einstein e
Olinto De Pretto: la vera storia della formula
più famosa del mondo, Andromeda, Bologna, 1999;
La scomparsa di Ettore Majorana: un affare di
stato?, Andromeda, Bologna, 1999.
1 - Si può fissare l’origine della scienza
moderna, e la fine di quel periodo che chiamiamo
Medioevo, nel progetto di Enrico il Navigatore
(collegato ai resti dell’Ordine Templare, dopo
la persecuzione che lo estinse quasi
completamente all’inizio del XIV secolo), di
chiamare intorno a sé a Sagres (1416) i massimi
esperti del tempo di matematica, geografia,
astronomia, etc., per la maggior parte arabi o
ebrei. Lo scopo è quello di utilizzare le
conoscenze scientifiche dell’antichità per
l’esplorazione del globo, e la conquista di
nuove terre. Si sa bene quali furono le
conseguenze dell’iniziativa del principe Enrico,
meno bene si comprende che essa fu anche la
causa scatenante della cosiddetta rivoluzione
astronomica (Copernico, De Revolutionibus Orbium
Coelestium, 1543).
2 - La scienza moderna nasce quindi applicativa,
e non teorica, esattamente nella successione
inversa che comunemente si crede (cfr. Martin
Heidegger, "La questione della tecnica", 1953),
anche se gli esiti delle sue prime
"applicazioni" divennero presto eminentemente
speculativi, e in grave rotta di collisione con
la concezione generale del mondo allora
dominante nell’Europa cristiana. É solo
relativamente tardi che il pensiero scientifico
comincia ad elaborare teorie sistematiche di
tipo moderno (ovvero, "non-sacro"), e dopo gli
eventi che vedono protagonisti Galileo e Keplero
all’inizio del XVII secolo, il primo tentativo
degno di nota in questo senso è quello di
Cartesio. Egli riprende l’opinione secondo la
quale lo spazio vuoto è una "assurdità fisica" -
che fu già professata in tempi antichi prima da
Anassagora e poi da Aristotele - nel suo grande
trattato di fisica teorica Principia
Philosophiae (1644). Lo spazio di Cartesio (res
extensa) è tutto pieno di una materia sottile
onnipervadente (etere), il cui movimento
rotatorio intorno al Sole è per esempio la causa
dei moti dei pianeti (teoria dei vortici).
Questa concezione suggerisce a Christiaan
Huyghens (Tractatus de Lumine, 1690) quella che
oggi chiamiamo la teoria ondulatoria della luce,
laddove scrive: "Non c’è dubbio che la luce
arrivi da un corpo luminoso a noi come moto
impresso alla materia interposta". Del resto, la
concezione fluido-dinamica dell’universo, ovvero
la teoria dello "spazio pieno", mal si concilia
evidentemente, a livello di "analogia"
(essenziale nel pensiero cartesiano per ogni
tentativo di "spiegazione"), con una descrizione
corpuscolare della luce.
3 - La teoria cartesiana suscita subito grandi
entusiasmi, ma anche grandi ostilità. É indubbio
comunque che il suo "dualismo" tra materia e
"spirito" (res cogitans) è il primo - ed
ultimo?! - ampio tentativo di sintesi tra il
nuovo e l’antico. Alla fine del 600 compare
sulla scena il gigante Isaac Newton, la cui
opera è tutta anti-cartesiana (è ovvio sin dal
titolo dei Philosophiae Naturalis Principia
Mathematica, 1687, il rimando "critico"
all’opera di Cartesio: l’aggiunta dei due
aggettivi Naturalis e Mathematica allude a due
specificazioni entrambe di grande significato
filosofico), e lo spazio diventa all’improvviso
completamente vuoto, sede di non meglio
identificate "forze". Nella concezione
cartesiana, invece, una forza è soltanto una vis
a tergo, e l’attore è lo spazio fisico stesso.
Questa (prima) scomparsa dell’etere dona
naturalmente vigore alla teoria corpuscolare
della luce. In verità Newton, come pensatore di
passaggio, è ancora intriso di dubbi, e di
ripensamenti, ma i "newtoniani" sono più decisi
del maestro, come capita sovente (ne vedremo un
altro esempio più avanti, in relazione ad Albert
Einstein, e alla "seconda" scomparsa
dell’etere): "Non ci sarà assolutamente luogo
per i movimenti delle comete, se quella materia
immaginaria non viene completamente rimossa dai
cieli" (Roger Cotes, Prefazione alla seconda
edizione dei Principia, 1713).
4 - Nonostante isolati illustri tentativi
(Leibniz per esempio cerca di precisare
matematicamente quella che si può definire la
teoria cartesiana della gravitazione, a partire
dal suo Tentamen de motuum coelestium causis,
1689), la stella di Cartesio si eclissa di
fronte all’affermazione della matematica
newtoniana. Che al definitivo successo dei
partigiani dell’inglese contribuiscano anche
(soprattutto?!) motivi ideologici (cfr. Margaret
C. Jacob, The Newtonians and the English
Revolution 1689-1720, Gordon & Breach, N.Y.,
1976), appare chiaro dalla descrizione che dà
Voltaire (il quale non può dirsi proprio noto
per i suoi talenti fisico-matematici) dei due
punti di vista in contrapposizione (Lettere
inglesi, 1734): "Un francese che arriva a Londra
trova le cose veramente cambiate ... Ha lasciato
il mondo pieno; lo trova vuoto. A Parigi,
l’universo lo si vede composto di vortici di
materia sottile; a Londra non si vede niente di
tutto ciò ... La generale opinione sui due
filosofi in Inghilterra è che il primo era un
sognatore, l’altro un saggio. Sono molto poche
le persone che leggono Descartes, le cui opere
in realtà sono divenute inutili ... Non nego che
tutte le opere di Descartes brulichino di errori
... la sua filosofia divenne solo un romanzo
ingegnoso, e tutt’al più verosimile per gli
ignoranti ... Non credo che si osi, in verità,
minimamente paragonare la sua filosofia a quella
di Newton: la prima è un tentativo, la seconda è
un capolavoro". Vedremo purtroppo che,
nonostante un breve momento nel XIX secolo, i
giudizi espressi da Voltaire sono rimasti
sostanzialmente immutati! Eppure, "La cosmogonia
di Cartesio, prima di essere ripudiata, ebbe un
momento di vero trionfo. E fu questo l’istante
in cui l’uomo, per pura intuizione andò più
vicino alla realtà dell’architettura
dell’Universo!" (Marco Todeschini, Teoria delle
Apparenze, Bergamo, 1949, p. 29).
5 - Il XVIII secolo vede ovunque il trionfo
dell’Illuminismo: la luce della ragione libera
finalmente l’uomo dall’oscurità delle religioni
e delle superstizioni; l’antichità, secondo il
"modernista" Francis Bacon (1561-1626), è
soltanto l’infanzia dell’umanità. La matematica
viene ritenuta unico criterio di verità per ogni
forma di investigazione nel campo della
conoscenza, tra le quali viene così privilegiata
quella "scientifica". Si avvera così il detto di
un altro proto-illuminista, Nicola Cusano
(1401-1464): "Nihil certi habemus in nostra
scientia nisi nostram mathematicam". Regina
della fisica diventa la teoria newtoniana dei
moti, vale a dire la meccanica, di cui quella
cosiddetta "celeste" costituisce l’indiscussa
gemma. Anche in questo caso, sparute autorevoli
eccezioni (Leonhard Euler, "Mémoire dans lequel
[sic] on examine Si les Planetes se meuvent dans
un milieu dont la résistance produise quelque
effet sensible sur leur mouvement?", 1762 - cfr.
anche "De Causa Gravitatis", in questo stesso
numero di Episteme) non modificano il quadro
generale. Per quanto riguarda la luce, "la
fiducia nei metodi newtoniani, portata
all’esagerazione, aveva reso quasi tutti
credenti nell’ipotesi dei corpuscoli luminosi
emessi quali proiettili e regolati dalle leggi
meccaniche" (Giovanni Giorgi, L’etere e la luce,
Ed. Cremonese, Roma, 1938, p. 23). Quando il
newtoniano James Bradley scopre il fenomeno
dell’aberrazione astronomica (1728; il moto
annuale del nostro pianeta intorno al Sole si
riflette in un analogo moto apparente annuale di
ogni corpo celeste visto dalla Terra), è proprio
rifacendosi alla teoria corpuscolare della luce
che egli spiega quanto da lui osservato.
6 - La situazione cambia alquanto agli inizi
dell’800, con il progredire degli studi fisici
in altri campi, quali l’ottica e
l’elettromagnetismo, come diciamo oggi (in
realtà, la comprensione dei rapporti tra
elettricità e magnetismo fu una graduale e
grande conquista delle ricerche di questo
periodo). Thomas Young (1801) e Augustin J.
Fresnel (1815) illustrano il fenomeno
dell’interferenza luminosa, il quale riporta in
auge la teoria ondulatoria della luce e il
fantomatico etere (o etere luminifero - la
"nuova" concezione della luce si rivela capace
anche di spiegare il fenomeno dell’aberrazione
astronomica: T. Young, 1804). La realtà fisica
dell’esistenza di questo "mezzo" elusivo riceve
nuove conferme anche dalle ricerche di Michael
Faraday, che "vede" i vortici d’etere (etere
elettromagnetico) attraverso la disposizione
della limatura di ferro intorno ai poli di un
magnete (linee di forza del "campo"). Tutto
questo movimento d’opinione vede il suo culmine
nell’opera di James Clerk Maxwell, il quale
teorizza la luce come fenomeno elettromagnetico,
unificando quindi così "diversi" tipi di etere:
"Riempire tutto lo spazio con un nuovo mezzo
ogni volta che si debba spiegare un nuovo
fenomeno non è certo cosa degna di una seria
filosofia, ma se lo studio di due diverse
branche della scienza ha suggerito in modo
indipendente l’idea di un mezzo, e se le
proprietà che si devono attribuire al mezzo per
spiegare i fenomeni elettromagnetici sono
identiche a quelle che si attribuiscono al mezzo
per spiegare i fenomeni luminosi, si rafforzerà
notevolmente il complesso di prove a favore
dell’esistenza fisica del mezzo". Maxwell
sostiene infine, in conclusione del suo celebre
Treatise on Electricity and Magnetism, 1873,
che: "All these theories lead to the conception
of a medium in which the propagation takes
place, and if we admit this medium as an
hypothesis, I think it ought to occupy a
prominent place in our investigations". Lo
stesso concetto si ritrova nel suo "Etere e
campo", 1890: "Per quante difficoltà possiamo
incontrare nella formulazione di una valida
teoria della struttura dell’etere, non vi può
essere dubbio che gli spazi interplanetari e
interstellari non sono vuoti, ma sono occupati
da una sostanza o corpo materiale, che è
certamente il corpo più esteso e probabilmente
il più uniforme che si conosca".
7 - Alla fine del XIX secolo troviamo dunque la
fisica in una situazione assai curiosa, e
imbarazzante. Da un canto lo spazio è tutto
vuoto per la meccanica, pilastro basilare della
fisica (e "mito fondatore", con le ben note
vicende relative all’opposizione della Chiesa
alla teoria copernicana, dell’immagine di questa
scienza presso il pubblico), ed è invece tutto
pieno per i teorici dell’ottica e
dell’elettromagnetismo, che vedono nelle
proprietà fisiche dell’etere la migliore
spiegazione possibile per i fenomeni di loro
competenza. Una situazione altamente
contraddittoria quindi, anche se relativa a due
campi di indagine differenti, per una fisica
ancora incapace di escogitare gli artifici
dialettici post-relativistici e post-darwinisti,
quando a un intelletto ormai ridotto a quello di
un "povero mammifero primate" (la "rivoluzione
evoluzionista" data dal 1859), manifestamente
insufficiente per intuire i profondi misteri
della struttura dell’universo, poté parlarsi del
dualismo onda-corpuscolo; vale a dire, elaborare
una teoria secondo la quale la luce si manifesta
per noi talvolta come un’onda, tal’altra come
una particella, ma che in realtà non è nessuna
delle due (principio di complementarità di Niels
Bohr: "Esiste un’esclusione mutua tra particella
ed onda, le quali devono essere considerate
descrizioni complementari dei sistemi atomici" -
Franco Selleri, La causalità impossibile -
L’interpretazione realistica della fisica dei
quanti, Ed. Jaca Book, Milano, 1987, p. 84).
Siamo soltanto noi esseri umani ad essere
incapaci di concepire cosa essa realmente sia
(se questa asserzione ha qualche senso), per la
limitatezza dei nostri concetti mentali basati
su una assolutamente scarsa esperienza. Riuscire
a prevedere di tanto in tanto con le nostre
formule matematiche gli effetti quantitativi di
certi fenomeni ci deve bastare, come ammonisce
l’illustre fisico Richard P. Feynman, premio
Nobel per questa disciplina nel 1965: "What I am
going to tell you about is what we teach our
physics students ... and you think I’m going to
explain it to you so you can understand it? No,
you are not going to be able to understand it.
... It is my task to convince you not to turn
away because you don’t understand it. You see,
my physics students don’t understand it either.
That is because I don’t understand it. Nobody
does. ... It’s a problem that physicists have
learned to deal with: They’ve larned to realized
that whether they like a theory or they don’t
like a theory is not the essential question.
Rather, it is whether or not the theory gives
predictions that agree with experiment. ... The
theory of quantum Electrodynamics describes
Nature as absurd from the point of view of
common sense. And it agrees full with
experiment. So I hope you can accept Nature as
She is - absurd" (QED - The strange theory of
light and matter , Princeton University Press,
1985, pp. 9-10).
8 - Ma procediamo con ordine. Le cose stavano al
punto in cui le abbiamo lasciate alla fine
dell’800, quando arriva il "newtoniano" Albert
Einstein, il quale sostiene con la sua teoria
della relatività (1905) che l’etere non esiste,
o meglio che non ce n’è alcun bisogno, che si
tratta di un ente la cui introduzione è
"superflua" (ma, come accadde nel caso di
Newton, la mera inesistenza dell’etere è la
lezione che tutti hanno successivamente tratto
dai suoi insegnamenti). É da notare che il
tentativo einsteiniano (per certi versi
riuscito) di salvare capra e cavoli si inserisce
proprio in un momento in cui così si esprimevano
gli eteristi: "L’unica nube nel cielo limpido
della teoria dell’etere è il risultato
dell’esperimento di Michelson-Morley", Lord
Kelvin, 1900; "La probabilità dell’ipotesi
dell’etere sfiora la certezza", J. Chwolson,
1902. Einstein, con abilità retorica senz’altro
apprezzabile, riuscì a convincere tutti, o
quasi, utilizzando per i meccanici il sacrosanto
principio di relatività (i moti uniformi non
hanno effetti fisici - uno dei principi
fondatori della meccanica newtoniana,
perfettamente compatibile con l’ipotesi dello
spazio vuoto), per gli "eteristi" l’altrettanto
sacrosanto principio dell’invarianza della
velocità di propagazione di una perturbazione
dalla velocità della sorgente perturbatrice
(relativamente al mezzo in cui la perturbazione
si propaga). Ecco spiegata la ragione del
fenomeno per cui TUTTI trovano accettabile e
intuitivo almeno un principio della relatività,
ma di solito non l’altro! In effetti, le due
"concezioni" da cui detti principi provengono
sono tra loro assolutamente antitetiche, e
l’opzione di Einstein, attraverso possibili
tentativi di riconduzione del secondo principio
al primo, è tutta a favore dell’ipotesi dello
spazio vuoto, omogeneo e isotropo, comune ai
padri fondatori della meccanica, ma non a quelli
dell’elettromagnetismo. É indubbio che la
riconciliazione tra i due punti di vista avviene
soltanto sul piano formale, puramente
logico-matematico (felici per questo ruolo
fondante della matematica sono soprattutto i
cultori di questa disciplina, che non
aspettavano altro che vedere anche le loro
generalizzazioni astratte indispensabili per la
costruzione di qualsiasi modello fisico), e
costa, privilegiando un modo irrimediabilmente
contro-intuitivo di fare fisica, la rinuncia
definitiva alla categorie ordinarie di spazio e
di tempo, oltre che un primo scrollone al
principio di causalità (disfatta della
RAZIONALITÀ ORDINARIA). Il fisico Fabio Cardone
contrappone un proprio "Ordo et connectio
idearum idem NON est ac ordo et connectio rerum"
allo spinoziano "Ordo et connectio idearum idem
est ac ordo et connectio rerum", che lo
scrivente invece cerca di rinverdire
nell’ambiente dei fisici (e dei matematici) da
oltre 20 anni, anche se, deve ammettere, con
scarso successo.
9 - Con l’affermazione della relatività riprende
nuovo vigore la teoria corpuscolare della luce,
e il concetto di fotone (quanto di luce), che
Einstein utilizza con successo per spiegare
l’effetto fotoelettrico. Questa, e non l’ancora
da alcuni aborrita teoria della relatività, sarà
la motivazione per il suo Nobel del 1921-1922,
due date per una storia nella storia alquanto
interessante. Dell’effetto in questione Einstein
stesso dice: "Questo risultato sperimentale non
poteva prevedersi in base alla teoria
ondulatoria. Ancora una volta una nuova teoria
sorge dal conflitto tra teoria in voga ed
esperimento" (L’evoluzione della fisica, 1938,
con Leopold Infeld; ed. it. Boringhieri, 1965,
p. 269). Si può sottolineare come tale pubblica
sottomissione di Einstein all’esperimento appaia
piuttosto frutto di un atteggiamento politically
correct, poiché si sa infatti assai bene come
quegli privilegiasse piuttosto la sistematicità
e la coerenza delle teorie, sostanzialmente
condividendo quanto brillantemente osservato dal
fisico dissenziente Tom Phipps: "Ergo, as usual,
experimental evidence is ambiguous or
indecisive". Quasi tutti oggi ritengono che le
cose stiano nei termini detti da Einstein, ma
non per esempio un altro fisico "eretico", Theo
Theocharis, il quale scrive sull’American
Journal of Physics (54, 11, 1986, p. 969), che:
"It is not well known, but it is well
established that the alleged particle behavior
of light, photoelectric and Compton effects, is
explainable purely in terms of waves" (vengono
citati i lavori di R.H. Stuewer, 1970, e J.N.
Dodd, 1983).
10 - Le vicende della fisica contemporanea non
si fermano qui, perché nasce ormai con la teoria
della relatività una fisica che dovrà rinunciare
d’ora in poi e per sempre a ogni tentativo di
spiegazione per analogie, e quindi a una fisica
qualitativa che si accompagni a una fisica
quantitativa. Infatti, con il crescente
progresso delle indagini sul mondo microfisico
(particelle), si continuano ad incontrare
fenomeni di tipo ondulatorio ASSIEME a fenomeni
di tipo corpuscolare, e per gli STESSI enti.
Come la luce, che più spesso ci appare nel suo
aspetto di "onda", a volte si comporta come
costituita da tante "particelle", così un
elettrone, per esempio, a volte si comporta
nettamente come una particella, a volte sembra
invece possedere strane proprietà di
interferenza, che ne rivelerebbero una natura
ANCHE ondulatoria. Vediamo come il già citato
Feynman descrive questo fenomeno all’inizio
delle sue celebrate lezioni di Meccanica
Quantistica, 1965: "We choose to examine a
phenomen which is impossible, absolutely
impossible, to explain in any classical way, and
which has in it the heart of quantum mechanics.
In reality, it contains the only mystery".
11 - In effetti, tolto di mezzo l’etere, viene
meno anche ogni possibilità di cercare di
spiegare certa bizzarra fenomenologia delle
particelle "quantistiche" attraverso
l’interazione di queste con il "mezzo" (la quale
si avverte meno per i corpi "più grandi" della
meccanica classica, ma che comunque ci deve
essere sempre). Così si esprimono ancora ai
nostri giorni altri due fisici, Bernard H.
Lavenda ed Enrico Santamato, che cercano di dare
della meccanica quantistica un’interpretazione
che non impropriamente si potrebbe definire
"razionale" nel senso che qui stiamo
illustrando: "Quantum indeterminism is
explainable in terms of the random interactions
between quantum particles and the underlying
medium in which they supposedly move"; "It might
perhaps be possible to develop a completely
classical formulation of quantum mechanics based
upon the irregular motion of a single Brownian
particle immersed in a suspension of lighter
particles" (Foundations of Physics, 11, 9/10,
1981; International Journal of Theoretical
Physics, 23, 7, 1984). Dopo il successo della
relatività, però, questa strada viene detta non
più percorribile, e si propongono invece delle
"irrazionalità", quali i già enunciati dualismo
onda-corpuscolo e principio di complementarità,
per non dire del principio di indeterminazione
di Werner Heisenberg (non si possono stabilire
con assoluta certezza e allo stesso tempo
posizione e velocità di una particella, per cui
ogni descrizione della fenomenologia quantistica
non può essere che di natura statistica e
probabilistica). Tutte asserzioni relative a una
fenomenologia che si afferma essere inspiegabile
razionalmente, di cui invece una semplice
analogia su base eterista riuscirebbe a dare
decente ragione, almeno da un punto di vista
qualitativo. Bisognerebbe aggiungere, per la
verità, che Einstein a questo punto si sveglia,
e protesta: non gli piace la visione del mondo
acausale e indeterministica che è venuta fuori
dalla sua stessa fisica. "Dio non gioca a dadi",
proclama, tentando di costruire alternative, ma
ormai è troppo tardi, e muore sostanzialmente
ignorato da tutti coloro che contano nel Gotha
della fisica.
12 - Oggi siamo di fronte a una situazione che
il fisico teorico Franco Selleri chiama, con
definizione molto pertinente: "epistemologia
della rassegnazione". Nessuno ha la minima idea
di come possano essere convenientemente
interpretati quasi tutti i fenomeni naturali
(luce, gravitazione, elettricità, magnetismo,
... - ricevo da un altro fisico eretico, George
Galeczki, l’informazione che: "Einstein himself
told Pauli, decades after 1905, that he till had
no idea how light is propagating, although light
plays a central role in STR. This was
characteristic of him"). Esistono soltanto dei
modelli matematici più o meno complicati, di cui
si riconosce il maggiore o minore valore a
seconda del grado di predittività quantitativa,
e di applicabilità tecnologica. Senza peraltro
analizzare a cosa sia dovuto il fenomeno che
lamenta, il fisico Carlo Bernardini ammette che
la fisica si sia per lo più trasformata nella
sola capacità di saper fare uso di una sorta di
prontuario "per tecnici praticoni, per
ingegneri, che hanno bisogno di regole piuttosto
che di idee" (L’Espresso, 1984). Si rinvia al
libro contro-corrente di Selleri già citato per
particolareggiate informazioni storiche sul
periodo che vede l’affermazione
dell’interpretazione attuale della meccanica
quantistica (la cosiddetta interpretazione di
Copenhagen), specialmente a proposito della
vicenda intellettuale di Erwin Schrödinger, di
cui fu accettata la famosa equazione, ma non la
relativa interpretazione strettamente
ondulatoria e causale (è ben nota la "delusione"
di questo scienziato nei confronti di
"un’interpretazione di tipo trascendentale,
quasi psichica, del fenomeno ondulatorio ... ben
presto salutata dalla maggioranza dei teorici
più importanti come la sola conciliabile con gli
esperimenti, e che ora è diventata il credo
ortodosso, accettata da quasi tutti, con alcune
notevoli eccezioni"; loc. cit., p. 33).
13 - Una nota di ottimismo, all’autore di solito
estranea. La situazione sta forse lentamente
cambiando, tanto che un altro fisico eretico di
oggi, Dennis McCarthy, è costretto a dire più o
meno quello che diceva Maxwell cento anni fa:
"Some people think it’s silly to argue that it’s
just a big conspiracy of coincidences that
electromagnetism should exhibit so many
properties that are unique to media - including
interference, Doppler, Lorentzian retardations,
Sagnac effect, aberration, refraction,
diffraction, amplitude, frequency, etc. If you
don’t believe electromagnetism is a media
process, then it must seem as if this allegedly
intangible force of the universe was
deliberately endowed with a plethora of media
characteristics just to fool people like
Maxwell, Huygens, Lorentz, Young, Fizeau, and
Sagnac... ".
14 - I fisici contemporanei, relativistici e
quantistici (potremmo dire con una sola parola:
"modernisti") continuano naturalmente ad andare
avanti per la loro strada, sostenendo senza
apparente imbarazzo opinioni del tipo: "Special
relativity: Beyond a Shadow of a Doubt"
(Clifford Will, Was Einstein right?, Oxford
University Press, 1988), o: "La possibilità che
un dubbio sulla teoria della relatività possa
essere accolto è la stessa che avrebbe un dubbio
sul sistema copernicano" (Tullio Regge, Cronache
dell’Universo, Ed. Boringhieri, Torino, 1981), e
a portare avanti, a favore delle loro pure
speculazioni (tra le quali la celebre teoria
cosmologica del Big-Bang), esperimenti tanto
reclamizzati come quello di J.C. Hafele e R.
Keating, relativo al cambiamento del ritmo di
orologi in volo su un aereo. Così facendo,
mostrano di ignorare quanto risulta da un
rapporto interno della Marina degli Stati Uniti
(USNO, Hafele, 1971), finalmente disponibile al
pubblico, riportante un parere dello stesso
Hafele: "Most people (including myself) would be
reluctant to agree that the time gained by any
one of these clocks is indicative of anything
... The difference between theory and
measurement is disturbing" (informazione da un
altro fisico eretico: Al G. Kelly, "A New Theory
on the Behavior of Light", The Institution of
Engineers of Ireland, Monograph N. 2, 1996, p.
8).
15 - Chiudiamo ricordando le recenti parole del
direttore della rivista Time, Walter Isaacson
(31.12.1999, numero speciale dedicato al
personaggio del secolo, Albert Einstein):
"L’impatto della teoria di Einstein ha
travalicato l’ambito della scienza …
Indirettamente, la teoria della relatività ha
aperto la strada a un nuovo relativismo nella
morale, nell’arte, nella politica. Con lei si è
incrinata totalmente la fede nei concetti
assoluti, non solo a proposito dello spazio e
del tempo, ma anche della verità e della morale
… Così come il darwinismo è diventato, un secolo
fa, non soltanto una teoria biologica ma anche
una teoria sociale, allo stesso modo la
relatività ha dato forma alla teologia sociale
del XX secolo". A queste aggiungiamo quelle di
un noto collaboratore di Einstein a Princeton, e
suo esecutore testamentario, Gerald Holton,
attualmente professore ad Harvard: "La sua
visione unitaria della fisica si sposava con il
suo profondo istinto democratico. Le leggi della
fisica dovevano rimanere identiche, per
qualunque osservatore, ovunque nel cosmo. Questa
è stata la sua intuizione fondamentale in
fisica. E le leggi morali dovevano vincolare
allo stesso modo qualsiasi essere umano, ovunque
nel mondo. Il legame profondo tra questi due
assunti era chiarissimo per lui". Tutto ciò può
far comprendere quanto sia difficile scardinare
oggi l’intrico ideologico-politico-scientifico
che si è venuto determinando nel corso degli
ultimi decenni: altro che Galileo, con quei
quattro gatti di poveri preti suoi
contraddittori, che cercavano di difendere un
mondo in via di estinzione, ma non erano
abbastanza in gamba per poterci riuscire...
Bibliografia essenziale:
E.T. Whittaker, A History of the Theories of
Aether and Electricity, Dublino, 1910; Vasco
Ronchi, Storia della Luce, Ed. Laterza, 1953;
Umberto Bartocci,
http://www.dipmat.unipg.it/~bartocci (in questo
sito si possono trovare maggiori informazioni,
anche bibliografiche, sugli argomenti trattati
nell’articolo).