LA MATEMATICA DA IPPOCRATE DI CAIO
AD ARCHITA DI TARANTO

Nel v secolo sono affiorati tre grandi problemi matematici, che conserveranno un posto molto notevole nella storia di questa scienza: la duplicazione del cubo; la trisezione dell'angolo; la quadratura del cerchio.

Sulla duplicazione del cubo ci è stata tramandata una interessante leggenda: esisteva un celebre tempio consacrato ad Apollo con un altare a forma di cubo. Essendo una volta scoppiata nella città una grave pestilenza fu interpellato l'oracolo onde sapere quale dono il dio esigesse per far cessare la grave sciagura. Fu risposto che egli desiderava l'erezione di un altare, sempre di forma cubica ma con volume doppio del precedente. Gli abitanti credettero di ottemperare la richiesta costruendo un altare con spigolo doppio; la pestilenza però, anzichè cessare, subì un notevole rincrudimento. Che cosa era accaduto? Semplicissimo! La richiesta del dio non era stata eseguita; il volume dell'altare era stato infatti moltiplicato per otto, non per due!
A parte la leggenda ora riferita, è chiaro che il problema della duplicazione del cubo non costituì altro che un ampliamento del problema della duplicazione del quadrato, che aveva potuto venir facilmente risolto per mezzo del teorema di Pitagora (è chiaro infatti che se il quadrato primitivo ha per lato l'unità, il quadrato doppio deve avere come lato √2, cioè la diagonale del quadrato stesso). Ma il problema della duplicazione del cubo risultò subito assai più difficile, portandoci dal campo delle radici quadrate a quello delle radici cubiche.
Chi nel v secolo diede il maggior contributo alla soluzione di questi problemi fu il matematico Ippocrate di Chio (da non confondere con il celebre medico Ippocrate di Cos), di cui abbiamo poco sopra menzionato il sottile ingegno. Si racconta che egli fosse un commerciante, ma, avendo perduto quanto possedeva, si recò ad Atene dove « si mise a frequentare i filosofi » ed insegnò la geometria, probabilmente fra il 450 ed il 430. Fu per l'appunto la necessità di dare un ordine preciso alla propria materia di insegnamento che lo indusse a scrivere quello che oggi diremmo un « libro di testo »; tale libro ebbe il titolo generico di Elementi (Stoichéia) e aperse la strada ai futuri Elementi di Euclide


Volendo accennare al contributo dato da Ippocrate allo studio del problema della duplicazione del cubo, basta ricordare che egli dimostrò l'equivalenza fra tale problema e un altro, a prima vista completamente diverso, riguardante le proporzioni. Questo secondo problema consiste nella ricerca di una doppia media proporzionale da inserirsi fra due dati segmenti, di lunghezza a e 2a; si tratta in altri termini di trovare due segmenti incogniti x ed y tali che a : x = x : y = y : 2a . Qualunque un po' pratico di algebra, ricava immediatamente da questa proporzione il valore di x: x3 = 2a3, e quindi comprende senza difficoltà l'equivalenza dei due problemi. Partendo invece dagli scarsi mezzi matematici posseduti nel v secolo, la scoperta di Ippocrate presenta una notevole difficoltà; essa suscitò pertanto un forte interesse. Non riuscì tuttavia, come è ovvio, a far risolvere il problema della duplicazione del cubo, poiché si vide ben presto che quello della ricerca di una doppia media proporzionale era altrettanto difficile quanto il primo. Ebbe, comunque, il vantaggio di familiarizzare i matematici dell'epoca con il concetto di riducibilità di un problema all'altro.

La parte più originale dell'attività matematica di Ippocrate è quella da lui dedicata alla quadratura del cerchio. Lo studio di questo problema lo indusse ad indagare l'area delle lunule (che sono porzioni di piano racchiuse da due archi di cerchio, di raggio diverso, ma con i medesimi estremi) dimostrando fra l'altro un risultato veramente notevole: la somma delle aree delle due lunule tratteggiate in figura è equivalente all'area del triangolo ABC. Alcune antiche testimonianze ci narrano che Ippocrate avrebbe ritenuto possibile dedurre che, in generale, tutte le lunule sono quadrabili (qualunque sia il rapporto fra il raggio del primo ed il raggio del secondo arco che le delimitano), e, partendo da questo risultato erroneo, si sarebbe illuso di giungere alla quadratura del cerchio.



Sembra strano che un ingegno così sottile come il suo sia caduto in questo equivoco, ed è probabile (non essendo giunto fino a noi il testo originale) che si tratti più di una inesattezza di chi ci riferisce i risultati di Ippocrate, che non di un errore di Ippocrate stesso; comunque, esso non diminuirebbe il merito di aver attratto l'interesse dei matematici sulle lunule e di aver provato che alcune di esse godono effettivamente di proprietà molto eleganti.


Anche i sofisti Ippia e Antifonte si cimentarono intorno al problema della quadratura del cerchio: il primo :ideò, per risolverlo, una « curva meccanica » — la quadratrice — che riesce indubbiamente allo scopo voluto (anzi, riesce pure a risolvere il problema della tricezione dell'angolo) ma ha il difetto di non prestarsi a venir disegnata con la medesima esattezza delle figure tracciabili con riga e compasso; il secondo suggeri una strada ottima, quella di giungere alla circonferenza partendo da un poligono regolare inscritto in essa e via via raddoppiandone il numero dei lati, ma commise l'errore di ritenere che, a un certo punto, questo poligono avrebbe dovuto senz'altro coincidere col cerchio. Malgrado l'imperfezione logica di qualche ragionamento — come appunto quest'ultimo — gli studi matematici dei due sofisti  furono, come quelli di Ippocrate, fecondi di ampi sviluppi e contribuirono in modo molto serio al progresso della cultura matematica della loro epoca.

Filolao:

Filosofo e scienziato, vissuto a Taranto tra la fine del v secolo e la prima metà del iv, ultima figura di statista pitagorico. Egli resse per lungo tempo la sua città incrementandone la prosperità e la potenza militare, facendone la prima della Magna Grecia.
Si ritiene che Archita abbia applicato la propria dottrina matematica alla meccanica militare, e, poiché sappiamo pure che fece uso di strumenti meccanici  per risolvere problemi geometrici, si può dire che per primo (e sfortunatamente con pochi imitatori per molto tempo) egli intuì la fecondità teorica e pratica di una relazione fra matematica e meccanica. Profonda fu l'impressione che la personalità di
Archita suscitò in Platone in occasione del suo soggiorno a Taranto nel 389.

In campo matematico, Archita riprese il problema di Delo secondo le linee tracciate da Ippocrate di Chio, e lo portò a soluzione mediante la rappresentazione strumentale di figure geometriche in movimento. La soluzione di Archita è troppo complessa per essere quì riportata: da essa risulta comunque che egli era familiare con i processi mediante cui si generano cilindri, coni e altri solidi di rivoluzione, e che fu il primo ad usare consapevolmente il concetto di luogo geometrico. In questo modo, Archita offriva il primo esempio di applicazione della geometria dello spazio alla soluzione dei problemi di geometria piana, e insieme dava inizio alle ricerche che concluderanno alla teoria delle coniche. Ma quello che va messo in maggiore rilievo, è lo spregiudicato coraggio con il quale faceva ricorso — nonostante la polemica-platonica a tutti i metodi e gli strumenti che permettessero di far progredire la ricerca. Parimenti ardite le sue impostazioni in aritmetica e in acustica: quanto alla prima, egli contribuì a sviluppare il concetto che il numero è essenzialmente un rapporto, perciò indipedente dalle condizioni di commensurabilità e razionalità, e poté quindi tornare a rivendicare la supremazia dell'aritmetica fra  le scienze matematiche; quanto alla seconda, egli scoprì che il suono è dovuto al movimento e all'urto dei corpi, e che l'aria è un corpo atto a ricevere la vibrazione e a propagarla.

La tradizione, che fa di Archita uno dei maestri di Eudosso, anche se dubbia, vale certamente a simboleggiare la funzione del tarantino nel passaggio dalla matematica del V secolo alla grande fioritura che ebbe luogo nel IV.


VITA E OPERE DI EUDOSSO
 

Il più grande scienziato della prima metà del IV secolo fu Eudosso, nato a Cnido verso il 408 a.C. e morto nel 355. Ingegno enciclopedico, egli si occupò di matematica, astronomia, musica, morale, legislazione, geografia, medicina. metafisica. Dice un'antica tradizione che egli meritava il nome, non di Eudosso, ma di Endoxos (che in greco significa « illustre »).
All'età di ventitré anni fu ad Atene, ove seguì l'insegnamento prima dei sofisti poi di Platone (nell'Accademia). In seguito compì lunghi viaggi scientifici. come avevano fatto Democrito e Platone. Fu per sedici mesi in Egitto, ad Eliopoli (ove già era stato Platone), e qui studiò astronomia dai famosi sacerdoti di tale città. Studiò, invece, matematica e medicina nella Magna Grecia, presso Archita. Rientrato in Grecia, fondò, verso il 378 una scuola a Cizico sulla Propontide (oggi Mar di Marmara). Una decina d'anni più tardi tornò per qualche tempo ad Atene, ove ebbe vari discepoli. Per la grande fama raggiunta, ricevette dai concittadini i massimi onori.
Alla scuola di Eudosso si formarono molti valenti scienziati; basti ricordare i matematici Menecmo, Dinostrato, Elicone, Ateneo e gli astronomi Polemarco e Callippo di Samo. Anche Aristotele attinse da Eudosso linee principali della sua astronomia.
Scrisse molte opere, di diversi argomenti; di esse però, e neanche di tutte, ci sono giunti appena i titoli. Sappiamo con certezza che il contenuto del libro v degli Elementi di Euclide (uno dei più pregevoli dell'opera, rivolto allo studio generale delle proporzioni) è ricavato da un'analoga trattazione di Eudosso.
occupò pure della costruzione di macchine, e probabilmente sostenne l'opportunità di applicare la matematica alla meccanica (programma poi sviluppato con successo da Archimede).
Nei secoli successivi hanno scritto grandi elogi di lui Eratostene (che lo qualificò col titolo di « divino »), Cicerone, Tolomeo, Sesto Empirico, Proclo, ecc.


 

LA PERSONALITÀ SCIENTIFICA DI EUDOSSO
 

Diogene Laerzio colloca Eudosso fra i pitagorici; molti storici moderni preferiscono caratterizzarlo come allievo di Platone. In realtà, se vogliamo considerare Eudosso come pitagorico, dobbiamo tuttavia ammettere che lo fu in un senso molto diverso da Filolao e da Archita. In nessun modo, poi, può reggere la sua caratterizzazione come platonico, non bastando certo, a giustificarla, il fatto che egli abbia seguito per qualche tempo l'insegnamento di Platone all'Accademia. Sembra, anzi, lecito pensare che alla seconda permanenza di Eudosso in Atene (ove, come abbiamo detto, egli si fece numerosi discepoli) non sia mancato un intento polemico, più o meno aperto, contro Platone.

Aristotele attribuisce ad Eudosso una morale edonistica; e alcune testimonianze (non molto sicure, però) asseriscono che contro l'edonismo eudossiano sarebbe diretto il dialogo platonico Filebo. Checché si pensi su questo problema, è certo comunque che i dissensi fra Eudosso e Platone furono parecchi, il che ovviamente non impedì loro di nutrire una seria stima scientifica uno per l'altro.
In conclusione, se è innegabile che vi furono stretti rapporti tra Eudosso e l'Accademia, nulla ci prova che sia stata solo questa ad esercitare un'influenza su quello;è più probabile, invece, che l'influenza si sia esercitata in ambo i sensi.
Ciò che distingue nettamente la posizione di Eudosso sia dalla scuola pitagorica sia da quella platonica è che egli aprì decisamente la via alla specializzazione degli studi, con una rigorosa distinzione tra le varie discipline. Ce lo conferma il fatto che i suoi maggiori allievi furono cultori specializzati di campi circoscritti della scienza. La cosa è tanto più notevole, in quanto Eudosso ebbe invece interessi enciclopedici e compì ricerche originali nelle più varie discipline. Ma proprio per la vastità della sua cultura, egli dovette rendersi conto delle diversità dei metodi praticati nei vari studi e dei pericoli cui si va incontro confondendoli uno con l'altro.


Più che erede di Platone egli va considerato, in un certo senso, erede dei sofisti, avendo appreso soprattutto da essi i pericoli insiti nella genericità del linguaggio comune. Proprio per evitare questi pericoli, Eudosso comprese la necessità di creare linguaggi specializzati per le singole discipline; e diede egli sesso mirabili esempi, in ispecie nella matematica e nell'astronomia, di ciò che si possa raggiungere con tale specializzazione. Vedremo, nel prossimo paragrafo, guanto siano artificiose e scarsamente intuitive alcune sue definizioni e dimostrazioni geometriche; ma tale « artificiosità » era necessaria per collocare definitivamente la matematica sulla via del rigore, e garantirla dal rischio di ricadere in antinomie sul tipo di quelle ingegnosamente costruite un secolo prima da Zenone di Elea.

L'OPERA MATEMATICA

Testimonianze assolutamente attendibili ci assicurano che molteplici e varie furono le ricerche matematiche di Eudosso: dalla già menzionata teoria delle proporzioni alle più complesse questioni di stereometria (molti teoremi di geometria dello spazio, riferiti nei libri xi e xii degli Elementi di Euclide, risalgono quasi certamente a lui); dal problema della duplicazione del cubo a quello del calcolo di aree e volumi col metodo di esaustione.
Non potendo fermarci ad esporre i risultati particolari di queste ricerche,
ci limiteremo ad illustrare il valore logico della sua definizione di proporzione e del metodo di esaustione (da lui inventato o comunque — se già usato in cas: particolari dai matematici antecedenti — da lui elevato alla dignità di metodo fondamentale per la geometria).
Il concetto di proporzione come eguaglianza di due frazioni risale al v secolo o a periodi ancora precedenti. Esso si riduce a dire che quattro grandezze geometriche A, B, C, D (delle quali A omogenea a B, e C omogenea a D) sono in proporzione quando la frazione numerica che esprime il rapporto fra A e B eguaglia quello che esprime il rapporto fra C e D. Tale concetto però richiede. per venire applicato, che A e B siano tra loro commensurabili, e così pure lu siano, ovviamente, C e D. In questa ipotesi la proporzione geometrica si riduce ad una proporzione fra numeri interi. Se, per esempio, il rapporto fra A e
B vale 2/3 e quello fra Ce D vale 10/15, la proporzione fra A, B, C, D si riduce alla proporzione, fra numeri interi, 2 : 3 = 1O : 15.
Il problema difficile consiste nel trovare una estensione di tale concetto che lo renda applicabile anche al caso della incommensurabilità (ricordiamo che la prima grande crisi della scuola pitagorica risultò proprio connessa alla scoperta dell'esistenza di segmenti tra loro incommensurabili). Orbene, il merito fondamentale di Eudosso nella teoria delle proporzioni sta proprio nell'aver scoperta tale estensione, nell'averci dato cioè una definizione di proporzione applicabi:e tanto al caso delle grandezze commensurabili quanto a quello delle grandezze incommensurabili, e riducibile, nel primo di essi, alla definizione intuitiva poco sopra riferita.
La definizione eudossiana, fatta propria da Euclide nel libro v degli Elementi, è stata ripetuta, tanto era perfetta, da tutti i testi di geometria razionale fino alla fine del secolo scorso; oggi si preferisce sostituirla con un'altra (logicamente equivalente) che fa esplicito riferimento ai numeri reali, razionali od irrazionali (ecco la definizione odierna: si dice che A, B, C, D sono in proporzione quando il rapporto reale fra le due prime grandezze eguaglia il rapporto reale fra le due ultime).
Vale la pena di riferire la definizione di Eudosso:
« Quattro grandezze geometriche A, B, C, D si dicono in proporzione quando — presi due multipi qualunque di A e B, per esempio mA ed nB (con m ed n interi) e presi i due multipli corrispondenti di C e D, cioè mC ed nD —risulti sempre vero che se mA >/< nB anche mC
>/< nD. »
Come ognuno vede, la definizione eudossiana è apparentemente espressa in termini pitagorici, perché fa riferimento soltanto a multipli interi delle grandezze in esame; ciò che la rende applicabile anche alle grandezze incommensurabili il fatto nuovo che essa parla non di una determinata coppia di multipli, ma di due multipli « qualunque » di A e B (e dei due corrispondenti di C e D). Senza dubbio l'introduzione di questi multipli qualunque diminuisce notevolmente l'intuibilità
del concetto definito; è proprio essa, però, che gli fornisce la generalità di qui il geometra ha bisogno. Come abbiamo detto, essa rende infatti applicabile il concetto di proporzione a tutte le quadruple di grandezze geometriche A, B, C, D, a due a due omogenee, indipendentemente dal fatto che siano o non siano commensurabili. Costruendo su di essa un ampio edificio di teoremi, noi potremo essere pertanto sicuri (e questa era la garanzia cercata da Eudosso) che tali teoremi risulteranno applicabili, senza contraddizioni o limitazioni, a tutto il campo delle proporzionalità geometriche.

Non è necessario aggiungere altro per illustrare l'importanza del passo compiuto da Eudosso; è bene però riflettere sulle difficoltà che il grande geometra greco dovette superare per giungere ad un concetto che oggi può sembrarci ovvio solo perché inserito in un livello molto più alto di cultura scientifica.

Il metodo di esaustione - l'altra sua grande invenzione in campo matematico - è, sostanzialmente, il metodo delle classi contigue ancora oggi usato da molti testi per il calcolo di lunghezze, aree e volumi (come per esempio la lunghezza della circonferenza, l'area del cerchio, il volume della piramide, ecc.).
Il punto centrale di esso consiste nel dimostrare che due lunghezze o aree o volumi « debbono » essere eguali perché è assurdo che la loro differenza sia diversa da zero. La prova di questa assurdità si ottiene, non da un confronto diretto delle due figure che non è possibile, salvo a immaginarle suddivise in una infinità attuale di parti (con tutti i rischi dell'infinito attuale), ma dal confronto tra classi di altre figure (di lunghezza, di area o di volume calcolabili) che racchiudono le due date con differenze via via minori: concezione questa che implica soltanto l'infinito potenziale, cioè l'illimitata proseguibilità delle classi di figure testé considerate.

Qui l'intento di Eudosso era manifestamente quello di evitare le antinomie connesse alla suddivisione di una figura in una infinità (attuale) di grandezze infinitamente piccole, antinomie che avevano provocato tante preoccupazioni a tutta la matematica pitagorica; il metodo di cui si serve è contorto, artificioso, di scarsissima intuibilità, ma logicamente impeccabile. Sarà il metodo seguito, in questo genere di ricerche, da tutti i più grandi geometri fino alla scoperta del calcolo infinitesimale moderno.


L'ASTRONOMIA EUDOSSIANA

Passando dalla matematica all'astronomia, va ricordato anzitutto che Eudosso ha il grande merito di avere liberato questa scienza da ogni infiltrazione teologica. Egli ne ha fatto un « sistema matematico del mondo » (come scrive P. Tannery), sistema che oggi apparirebbe certo inidoneo a rendere conto dei molti fenomeni astronomici in nostro possesso, ma che nel IV secolo poteva a buon diritto venir considerato come una spiegazione abbastanza soddisfacente di gran parte dei dati allora conosciuti dagli studiosi. Di fronte ad essa il nostro giudizio non deve lasciarsi influenzare dalla radicale diversità fra le ipotesi eudossiane e quelle accettate dall'astronomia moderna: ciò che conta è il carattere scientifico della teoria ideata dal grande pensatore di Cnido, la formulazione rigorosamente matematica che egli ha dato alle leggi astronomiche, il potente sforzo razionalistico che sorregge la sua costruzione. Essa rappresenta senza dubbio uno dei principali capisaldi di tutta la storia dell'astronomia antica.
Oggi il principio generale che sta alla base di tutte le teorie astronomiche un principio di carattere dinamico (ad esempio la legge sull'attrazione delle masse di Newton); ai tempi di Eudosso, mancando ogni nozione esatta di dinamica, tale principio non poteva essere che di carattere geometrico. Ciò ha fornito al sistemi eudossiano l'aspetto di semplice modello teorico ideato per descrivere l'ordine dei fenomeni celesti, non per indicarcene le cause.
Il corso delle stelle, del Sole, della Luna, ci suggerisce l'idea del moto circolare uniforme. I pitagorici e Platone avevano accettato in pieno questa idea. stabilendo come assioma generale che ogni moto celeste debba venir pensato come moto circolare uniforme o come combinazione di più moti di tale tipo. Eudosso ereditò da essi questo assioma e ne fece il principio generale (di carriere geometrico) della sua astronomia. Introdusse però una importante innovazione: invece di parlare di anelli celesti, immaginò i vari astri come fissi sopra superfici sferiche ideali, trasparenti, che ruotano uniformemente intorno a due poli; Sole, Luna e tutti i pianeti (in quei tempi se ne conoscevano cinque) devono avere la propria sfera indipendente dalle altre; un'ultima sfera (unica deve essere quella delle stelle fisse. Tutte queste sfere debbono risultare concentriche fra loro e con la Terra interpretata come centro dell'universo.

Si constata però agevolmente che, se questo modello può servire a farci comprendere senza difficoltà il moto apparente delle stelle fisse, non serve altrettanto bene per quello del Sole e della Luna, e tanto meno per quello dei pianeti che sembrano avanzare ora più ora meno del dovuto, piegando ora a destra ora a sinistra nel senso della latitudine. A risolvere la gravissima difficoltà, Eudosso introdusse un'ipotesi veramente geniale: ognuno di tali astri possiede non una sfera, ma un ordine di più sfere, una interna all'altra, tutte concentriche e ruotanti con moto uniforme, ma con periodo diverso e intorno ad assi di rotazione differenti, ciascuno dei quali imperniato nella sfera precedente. Mentre, per la rotazione uniforme della prima sfera di tale ordine, ogni punto di essa descrivi un cerchio, per la rotazione di due sfere collegate nel modo anzidetto ogni punto della seconda sfera descriverà una curva assai più complessa che un cerchio. (Eudosso era in grado, per la sua competenza geometrica, di farsi un'idea abbastanza precisa di tali curve). Le cose si complicano ancora maggiormente al crescere del numero delle sfere collegate. Ebbene, Eudosso si convinse di poter dare con questo modello una spiegazione geometrica soddisfacente del moto apparente del Sole e della Luna, supponendo ciascuno di essi fornito di un ordine di tre sfere; per i pianeti, data la maggior complessità del loro moto apparente, suppose che ciascuno possedesse un ordine di quattro sfere. Si avevano così, intutto ventisei sfere, più una ventisettesima delle stelle fisse.
Il sistema ora accennato dava risultati indubbiamente buoni per i pianeti Saturno Giove e Mercurio; assai meno soddisfacenti per Venere, e ancora meno per Marte. I continuatori di Eudosso si trovarono quindi di fronte al compito di migliorare le spiegazioni del maestro, senza abbandonare però il modello generale da lui tracciato. Fu così che Callippo e Polemarco (già più sopra menzionati aumentarono il numero delle sfere da ventisette a trentatré. In questo modo essi riuscirono pure a determinare con maggiore esattezza i solstizi e gli equinozi e la durata delle stagioni.

Anche Aristotele accetterà la teoria eudossiana delle sfere; ne accrescerà però il numero da trentatré a cinquantacinque, e soprattutto le materializzerà, trasformandole da puri modelli matematici in realtà fisiche.


ERACLIDE PONTICO

Malgrado la sua meravigliosa simmetria, il sistema di Eudosso si trovò tutttavia, fin dall'inizio, di fronte ad una difficoltà insolubile: quella del diverso splendore dei pianeti (specialmente di Marte e di Venere) nei diversi periodi della loro rotazione. Tale variabilità è invero assolutamente inconciliabile con l'ipotesi che le sfere dei pianeti risultino concentriche alla Terra, perché quest'ipotesi avrebbe come conseguenza la costanza della loro distanza dalla Terra e quindi la costanza del loro splendore. Fu un discepolo di Platone, Eraclide Pontico (contemporaneo di Eudosso), a far perno su tale difficoltà per respingere l'edificio del matematico e astronomo di Cnido. Studiando i moti di Mercurio e di Venere, Eraclide intuì che il loro centro di rotazione doveva essere non la Terra ma il Sole; suppose pertanto che, mentre il Sole gira intorno alla Terra, i due pianeti in questione girino nello stesso senso intorno al Sole secondo sfere di raggio minore. Spiegato in questo modo il diverso splendore di Venere, restava l'analogo problema per Marte; esso fu risolto un po' più tardi (non si sa con sicurezza se dallo stesso Eraclide o da qualche pitagorico a lui vicino).
Senza insistere oltre sull'argomento, tanto più che non ci risulta con precisione quali vedute avesse Eraclide sui restanti pianeti, basti osservare - a guisa di conclusione - che la sua astronomia, anche se assai meno rigorosa (da un punto di vista matematico) che quella di Eudosso, rivela un'orientazione nuova, un carattere che l'avvicina a concezioni molto più moderne. Tanto è vero che un sistema simile verrà ripreso, diciannove secoli più tardi, da Tycho Brahe.

Un continuatore di Eraclide, Aristarco di Samo, giungerà a formulare l'ipotesi che vada collocato nel Sole il centro, non solo del moto di alcuni pianeti, ma di tutto l'universo.
 

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