Lingua e grammatica



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Origine del linguaggio    Archivio



Serpeggiante con alterne vicende nei diversi sistemi culturali, il problema dell'
origine del linguaggio ha conosciuto piú di un momento di gloria nell'evoluzione del pensiero linguistico dall'antichità ai nostri giorni. La cultura classica, innanzitutto, ci ha tramandato, per bocca di Erodoto, il racconto di un esperimento compiuto dal faraone Psammetico I Mi sec. a. C.) con l'intenzione di scoprire quale fosse, appunto, la lingua originaria: dopo aver fatto allevare due neonati da un pastore per un periodo di due anni col preciso ordine che nessuna parola dovesse essere pronunciata in loro presenza, ne registrò la prima parola articolata, békos; venuto poi a sapere che la voce in questione esisteva effettivamente e significava `pane' in frigio, ne concluse che quest'ultima lingua era certo piú antica dell'egiziano e poteva quindi considerarsi come l'idioma originario. Di analoghi esperimenti, veri o leggendari che fossero, si ha in seguito notizia in riferimento sia all'imperatore Federico II, sia - tre secoli dopo - al re di Scozia Giacomo IV, e sul piano della storia dei modelli culturali non è certo irrilevante, in quest'ultimo caso - siamo ormai nel Rinascimento - il racconto che i due bambini cominciassero a parlare in ebraico, lingua notoriamente considerata, nel normativismo teologale che contraddistiese la tarda antichità e soprattutto il medioevo cristiano, come l'idioma originario direttamente ispirato da Dio (la linguarum diversitas essendo conseguenza della punizione divina inflitta agli uomini per la costruzione della torre di Babele).

Durante il Sei-Settecento si cercò ripetutamente di far luce sull'
origine del linguaggio, nell'ambito sia della filosofia empirista che di quella razionalista: al problema non furono estranei Leibniz e gli autori della Grammaire générale et raisonnée di Port Royal, ma è soprattutto con Locke, Vico, Condillac e Rousseau da un lato, e con Herder dall'altro, che si manifestò un particolare interesse per la ricostruzione ipotetica della preistoria del linguaggio. Quest'ultima fu allora (ed anche in seguito, dai primi comparatisti) immaginata consistere in gesti espressivi e imitativi, nell'uso particolarmente esteso di gridi e interiezioni, o comunque nell'utilizzazione iniziale di sole onomatopee ed associazioni auditive che, in principio esclusivamente accidentali, solo successivamente si sarebbero fissate per designare determinati referenti (un panorama storico delle diverse teorie proposte a riguardo è reperibile in Révész [1946); ci si chiese altresí se il linguaggio umano non rappresentasse uno stadio perfezionato del linguaggio degli animali, né si rinunciò alla spiegazione del suo manifestarsi per intervento divino, oltre che per "apparizione spontanea", senza poi trascurare l'ipotesi di una comune, inseparabile origine di linguaggio e pensiero: di pari passo al progressivo articolarsi di quest'ultimo sarebbero comparse le differenziazioni grammaticali e lessicali che caratterizzano le lingue storiche.

Caduto il dogma dell'ebraico come lingua primitiva unitaria dell'umanità intera, continuava tuttavia a restarne quella sorta di eredità sotterranea configurantesi, sul piano del rinnovato paradigma culturale, come la teoria della monogenesi delle lingue, teoria che si sarebbe riproposta non solo in piena epoca positivistica, ma in piú di un'occasione della riflessione glottogenetica moderna e contemporanea: le poche e più rappresentative eccezioni in proposito sono costituite, alla fine del Settecento, dall'inglese James Burnett (altrimenti noto come Lord Monboddo), pronto ad ammettere la poligenesi nel suo monumentale trattato in sei volumi Of the Origins and Progress of Language (Edinburgh 1773-92), e nel corso dell'Ottocento dal tedesco August Friedrich Pott, che nel saggio Die Ungleichheit der menschlichen Rassen hauptsàchlich vom sprachwissenschaftlichen Standpunkte (La disuguaglianza delle razze umane principalmente dal punto di vista glottologico, Lemgo 1856) sostenne l'irriducibilità di tutte le lingue ad una sola origine, esasperando sul piano genetico la concezione humboldtiana della diversità linguistica rapportata allo sviluppo spirituale del genere umano, ma ancor piú convinto assertore della poligenesi originaria fu l'etnografo e glottologo Fríedrich Miiller negli anni Settanta.

Sul versante della monogenesi si collocano dunque, intorno alla metà dell'Ottocento, l'opuscolo del semitista e storico delle religioni Joseph-Ernest Renan, De l'origine du langage, uscito a Parigi nel 1848 e l'autorevole memoria di Jacob Grimm, Uber den Ursprung der Sprache (Sull'origine del linguaggio), presentata all'Accademia di Berlino nel 1851, anno in cui nella stessa città veniva pubblicata la monografia di Heymann Steinthal, Der Ursprung der Sprache im Zusammenhange mit den letzten Fragen alles Wissens (L'origine del linguaggio in rapporto alle questioni ultime di tutto il sapere), né va dimenticato che il dibattito sul problema dell'origine del linguaggio coinvolse, nella seconda metà dell'Ottocento, non soltanto linguisti, ma anche filosofi come il tedesco Ludwig Noiré, che in proposito ebbe a scontrarsi con l'indianista e cultore di mitologia e di storia delle religioni Max Múller. Che le ricerche sul tema della preistoria linguistica, nonostante l'interesse manifestato dagli studiosi, non approdassero comunque a plausibili risultati scientifici, è quanto può desumersi dalla decisione presa nel 1866 dai fondatori della Société de Linguistique di Parigi di non ammettere, a norma di statuto, alcuna comunicazione che riguardasse l'origine del linguaggio; e tuttavia questa stessa disposizione, criticata da piú parti, fini per essere abrogata con la revisione statutaria del marzo 1878. Non piú che un accenno meritano infine le proposte, in senso monogenetico, del glottologo italiano Alfredo Trombetti (L'unità d'origine del linguaggio, Bologna 1905) e del linguista georgiano Nikolaj Jakovlevic Marr, che nella sua monografia del 1920, tradotta in tedesco e pubblicata a Lipsia nel 1923 come Der japhetische Kaukasus und das dritte ethnische Element im Bildungsprozess der mittelldndischen Kultur (Il Caucaso jafetico e il terzo elemento etnico nel processo di formazione della cultura mediterranea), postulava alle origini del linguaggio la presenza esclusiva di quattro parole totemiche monosillabiche, responsabili della successiva formazione, mediante il progressivo affermarsi di ogni loro possibile variante, di qualsiasi parola testimoniata nelle diverse lingue del mondo.

Un rinnovato interesse per i problemi riguardanti l'origine del linguaggio si è manifestato a partire dagli anni Sessanta del nostro secolo, e scientificamente piú accettabili appaiono le ricerche connesse, frutto della collaborazione che tende sempre piú a stabilirsi fra linguisti, geografi, etnologi e studiosi di preistoria , pur se un ragionevole scetticismo sembrerebbe infirmare la possibilità di ricostruire un'unica lingua originaria per l'intera umanità: se è vero, infatti, che « il linguaggio è possibile dal momento in cui la preistoria fa comparire degli utensili, poiché l'utensile e il linguaggio  sono legati neurologicamente e poiché l'uno e l'altro sono indissociabili nella struttura sociale dell'umanità » [Leroi-Gourhan 1964-65], ciò equivale a dire che l'umanità stessa parla da almeno seicentomila anni e che conseguentemente le nostre conoscenze sul linguaggio - che arrivano al massimo al iv millennio a.C. per le più antiche iscrizioni interpretabili, quelle sumeriche, laddove a non piú di 30 000 anni fa sembrerebbero risalire le prime testimonianze pittografiche di scritture umane - ripercorrono ben poca cosa del lungo cammino dell'homo loquens. Gioverà tuttavia ricordare, in proposito, il recentissimo filone di ricerche nato dalla cooperazione tra linguisti e studiosi di genetica, secondo i quali - nella prospettiva di una correlazione esistente fra la distribuzione dei geni e quella delle lingue - l'albero genealogico delle popolazioniumane corrisponderebbe a quello delle lingue parlate nel mondo, ed entrambi presupporrebbero migrazioni che, stando a quanto indi­cano i dati biologici, avrebbero avuto origine in Africa [si vedano Ammer­man e Cavalli-Sforza 1984; Cavalli­Sforza 1992]: invero già Darwin aveva sostenuto che, se si fosse conosciuto l'albero dell'evoluzione genetica, si sarebbe potuto prevedere quello dell'evoluzione linguistica, ma è forse ancor presto per poter dire di aver tracciato con sicurezza scientifica l'intero percorso delle popolazioni umane - e conseguentemente delle loro lingue, via via differenziatesi nel contesto di successive migrazioni - a partire da un'unica sede originaria.


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