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La logica nel Novecento
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Per secoli
logica e aristotelismo sono stati quasi sinonimi; certo, nel
tempo, basta ricordare la Scolastica, ci sono stati affinamenti
e approfondimenti, così come si sono conosciute altre forme
logiche - quelle inaugurate dagli Stoici, per esempio - ma
fondamentalmente quel binomio non è stato sciolto neppure nel
Rinascimento o nel Seicento e Settecento, quando pure furono
all'opera scienziati e filosofi del calibro di Galilei, Cartesio
e Leibniz. Con l'Ottocento si apre una nuova stagione, con
pensatori come Boole e Frege, e con il Novecento fioriscono
indagini che intrecciano logica, matematica e discipline
linguistiche.
La logica del Novecento
La
logica, diceva Kant, è nata già compiuta fin dai tempi di
Aristotele. Queste parole - che non volevano cosituire un
complimento alla disciplina quanto piuttosto sottolinearne la
limitatezza - sono state recisamente smentite dalla storia
successiva. In tempi recenti si è prodotta una rivoluzione
totale nella rappresentazione logica del ragionamento, oggi ben
al di là del sillogismo aristotelico. La logica moderna si
sviluppa a partire dalla nuova analisi della proposizione
introdotta da Gottlob Frege alla fine dell''800, e apre una
serie di problematiche che sarà al centro del dibattito
filosofico novecentesco.
Tre ambiti di ricerca, variamente intrecciati fra loro, hanno
segnato in maniera cruciale lo scenario di questo straordinario
incontro tra logica e filosofia: il dibattito sui fondamenti
della matematica, il paradigma dell'Intelligenza Artificiale e
la svolta linguistica che ha dato luogo alla filosofia analitica.
Logica e filosofia vivono da sempre in un gioco di rimandi e di
circolarità complesse. Se non è in generale un rapporto univoco
che vede un'innovazione logica come nata sotto la spinta di un
problema teoretico, o piuttosto un paradigma filosofico come
ispirato dalla disponibilità di particolari strumenti logici,
nel caso della logica moderna è vero tuttavia che essa è sorta
essenzialmente a seguito di un'esigenza di natura filosofica,
sulla scia di eventi che andavano mettendo in crisi l'immagine
rassicurante della matematica come la più certa delle conoscenze.
L'Ottocento aveva assistito al sorgere delle geometrie non-euclidee.
La rottura della coincidenza tra percezione spaziale e coerenza
logica aveva inferto un colpo mortale alla fiducia nell'evidenza
quale strumento di certezza. Se esistono spazi logicamente
coerenti e tuttavia non percepibili, se la geometria non
descrive più quell'unico, autentico spazio nel quale ci muoviamo
e che ci garantisce l'affidabilità della descrizione, è
necessario allora che sia la logica ad assicurci che una
contraddizione non si nasconda nella teoria. D'altro lato, l'uso
di concetti problematici quali quelli dell'analisi
infinitesimale - grandezze irrazionali, grandezze continue,
infinito attuale - non poteva che accrescere il senso diffuso di
disagio. E' su questo sfondo che nasce la logica moderna,
concepita inizialmente quale strumento per fornire una
giustificazione razionale - una fondazione filosofica - alla
matematica. Sotto lo stendardo mitologico della certezza
assoluta, Frege, Russell, Hilbert nei primi anni del secolo
combatteranno la battaglia che lascerà i loro tentativi sul
campo dei paradossi semantici e del teorema di Gödel (1931);
Oggi siamo maggiormente attenti anche a filosofie della
matematica capaci di tenere in conto l'uomo - con le limitazioni
intrinseche al suo punto di vista - quale soggetto attivo di
conoscenza (come quelle che già allora ci proponevano Poincaré,
Weyl e la scuola intuizionista, Husserl).
Se questo primo incontro tra logica e filosofia ci ha senz'altro
regalato splendidi linguaggi formali di calcolo, il desiderio di
assolutizzazione con cui li ha accompagnati ha precluso al
Novecento la possibilità di esplorare altre strade oltre a
quella della sistematizzazione logica a posteriori di
dimostrazioni matematiche (l'euristica matematica, la ricerca di
una logica che aiuti nella scoperta di nuove dimostrazioni, è
stata ad esempio quasi del tutto trascurata). In un certo senso,
un destino analogo ha avuto il secondo, fenomenale incontro tra
logica e filosofia, quel programma di ricerca che nella seconda
metà del '900 va sotto il nome di Intelligenza Artificiale
Nel 1936 il matematico inglese Alan Turing definisce una
macchina ideale dalla costituzione semplicissima in grado di
computare, avendo a disposizione spazio e tempo illimitati,
qualsiasi funzione computabile dal più potente dei calcolatori.
Al concetto intuitivo di funzione effettivamente computabile si
sostituisce il concetto rigoroso di funzione computabile da una
macchina di Turing. Nel 1950 Turing propone il famoso gioco
dell'imitazione, con il quale intende operare un'ulteriore
sostituzione: alla questione se le macchine siano o meno in
grado di pensare, Turing propone di sostituire la questione se
le macchine possano avere prestazioni analoghe a quelle umane
nel gioco dell'imitazione (cosa che equivale a chiedere: le
macchine sono in grado di ingannarci come lo è un essere umano?).
Nasce così la sfida del demiurgo informatico: costruire una
macchina che riproduca l'uomo nella sua parte più nobile, la
mente. Il dibattito sul tema è amplissimo. La cosiddetta IA
forte, sotto il già noto stendardo della conoscenza assoluta,
tentò di identificare senza residui il ragionamento umano con
l'intelligenza computante. La mente è un programma. Il pensiero
è ricostruibile rappresentandone i procedimenti in
concatenazioni di passaggi logici elementari, algoritmicamente
gestibili e dunque infallibili. Alla base dell'IA forte stava il
postulato del funzionalismo: la mente, in quanto funzione del
cervello, è separabile dal suo supporto materiale e non ne
dipende in alcun modo essenziale. Di conseguenza, trasferendone
su un elaboratore elettronico gli algoritmi, la macchina diviene
a tutti gli effetti una mente vera e propria.
Purtroppo o per fortuna, i successi di quest'impostazione
radicale non sono andati oltre alcune limitate implementazioni
interne a contesti formali. Come anche le recenti scienze
cognitive vanno mostrando, in un ambito più generale non pare
possibile ridurre la conoscenza a elementi costitutivi atomici,
a passaggi minimi dotati di un significato astorico e
indipendente dal contesto. Conoscenza e informazione sono
fenomeni interattivi, sistemici, evolutivi, nei quali l'uomo
entra in relazioni complesse con l'ambiente che lo circonda. Il
pensiero umano non si limita a seguire procedimenti simbolici
corretti, ma utilizza continuamente strategie euristiche
fallibili, e tuttavia estremanente potenti nell'elaborazione
dell'informazione.
Terzo, influente incontro tra logica e filosofia novecentesche è
quello che vede la costruzione dei linguaggi formali all'origine
della filosofia analitica, corrente di pensiero tuttora
dominante nel mondo anglosassone. Più che di una tradizione
dottrinaria con un corpus condiviso di assunti tematici, si
tratta di una modalità precipua di fare filosofia, affrancata da
costruzioni sistemiche e speculazioni metafisiche e impegnata
piuttosto in un minuzioso lavoro di analisi degli strumenti
linguistici a nostra disposizione. Opera fondamentale nel
gettare le basi di una simile impostazione è il Tractatus
logico-philosophicus di Wittgenstein (1921). Prendendo le mosse
dai lavori di Frege e di Russell, Wittgenstein vede il
linguaggio formale - un linguaggio ripulito dalle proprietà
accidentali delle grammatiche naturali - quale scrittura ideale
del pensiero in sé stesso, rispecchiamento a propria volta della
struttura del mondo, costituita secondo processi di composizione
a partire da componenti atomici immutabili. Compito delle
scienze positive, unico modello di comunicazione significante, è
quello di descrivere le varie forme compositive che trovano
realizzazione nel mondo attuale, laddove alla filosofia resta il
ruolo strumentale di analizzare e rendere trasparente il
linguaggio utilizzato nella descrizione. Il Tractatus ebbe
un'enorme influenza nel panorama epistemologico del XX secolo,
in particolare su coloro che si riconobbero nel pensiero del
Positivismo logico, o Neoempirismo, sorto all'interno del
cosiddetto Circolo di Vienna ma presto esportato oltreoceano da
vicende storiche europee. La risonanza e le evoluzioni che le
idee neoempiriste ebbero negli Stati Uniti aprirono
definitivamente la via all'analisi linguistica come strumento di
lavoro dell'indagine filosofica, strumento che tanta parte ha
avuto lungo tutto il secolo scorso e continua ad avere fino ai
giorni nostri. |