La Divina Commedia



Poema didattico-allegorico di Dante Alighieri (1265-1321), composto di 100 canti in terzine, a rima incatenata, raggruppati nelle tre cantiche Inferno, Purgatorio, Paradiso

Incerta è la data della composizione: pare sia ammissibile però quanto riferisce il Boccaccio, ed è confermato da studi recenti (G. Ferretti) che i primi sette canti dell'Inferno siano stati composti da Dante prima dell'esilio (1302) e che, ritrovati nel 1306, siano stati successivamente mutati e inseriti nella prima cantica. Sono sicure invece le date del 1317 e 1319 relative alla pubblicazione delle prime due cantiche, mentre il Paradiso fu pubblicato postumo dai figli. L'assunto della Commedia come opera dottrinale ci viene indicato dallo stesso Dante, che con la sua opera si propone di rimuovere coloro che in questa vita vivono dallo stato di miseria, e indirizzarli allo stato di felicità (Epistola XIII a Can Grande della Scala, par. 15); la ragione apparente invece sembra potersi individuare in un passo della Vita nova (cap. 42): "Apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta [cioè di Beatrice] infino a tanto che io potessi più degnamente parlare di lei". Titolo esatto dell'opera è: Comedia Dantis Alagherii, florentini natione, non moribus come risulta dalla lettera allo Scaligero (Epist. XIII , par. 10); il termine Comedia è spiegato sempre nella medesima lettera: "la commedia poi prende inizio dall'asprezza di qualcosa, ma la sua materia ha fine prospero ...; da questo appare palese perchè la presente opera è detta Commedia " e viene ripetuto nell'Inferno (XVI, 27-8): "... e per le note di questa comedia, lettor ti giuro". L'aggiunta di "divina", che qualcuno attribuisce al Boccaccio, comparve la prima volta nella edizione veneziana del 1555, stampata dal Giolito a cura di Ludovico Dolce e deriva forse dai seguenti versi: "Se mai continga che il poema sacro / al quale ha posto man e cielo e terra / sì che mi ha fatto per più anni macro" (Par. XXV, 1-3).


Quanto poi al fatto di aver composto il poema in volgare anzichè in latino, come avrebbe desiderato Giovanni del Virgilio: "Nessuno di quei poeti, nella cui schiera hai voluto esser sesto, nè quell'altro [Stazio] con il quale ti accompagnasti per salire al cielo, s'è mai acconciato a servirsi della loquela delle piazze (sermone forensi) " (Egloghe I, 17-19), Dante si giustifica, affermando che il suo proposito fu di attingere gloria poetica con una letteratura moderna nel contenuto e nella lingua, anche se inizialmente il poema fu composto in latino (solo una piccolissima parte) come ci ricorda il Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante e in Comento (lez. I): "Cominciò il presente libro in versi latini Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis ... ; e già era alquanto proceduto avanti quando gli parve da mutare stilo ...; donde prese argomento che se volgare fosse il suo poema egli piacerebbe; dove in latino, sarebbe schifato E perciò, lasciati i versi latini, in ritmi volgari scrisse, come veggiamo". Secondo il Boccaccio (Trattatello ..., cap. XV) l'Inferno fu dedicato a Uguccione della Faggiuola, in cui alcuni commentatori videro simboleggiato il "veltro", il Purgatorio al marchese Moroello Malaspina, cui è dedicata la IV epistola e presso i cui parenti Dante esule trovò ospitalità, il Paradiso al re Federigo II d'Aragona o a Can Grande della Scala, cui è dedicata l'epistola XIII.

Il primo canto dell'Inferno, che è anche il canto proemiale di tutta l'opera - non si dimentichi che ogni cantica è formata di 33 canti, tranne l'Inferno, che è di 34, per l'aggiunta di questo canto introduttivo - ci presenta lo spunto del racconto, offerto da un particolare biografico: il poeta immagina di essersi smarrito "nel mezzo del cammin di nostra vita" in una selva oscura "che poco è più morte"; giunto poi ai piedi di un colle, illuminato dai raggi del sole, ancora pieno di paura, inizia la salita ma tre fiere (una lonza, un leone e una lupa) "che di tutte brame / sembiava carca nella sua magrezza" (vv. 49-50), gli fanno perder la speranza dell'altezza; e mentre ruina "in basso loco" (siamo sull'orlo della morte spirituale), mandato da Beatrice e indirettamente da santa Lucia e dalla Vergine, che "tre donne benedette / curan di te nella corte del cielo" (II, 1/24-25), viene in suo soccorso Virgilio, che gli indica la strada sicura per salire al monte attraverso l'Inferno e il Purgatorio fino alle soglie del Paradiso terrestre, da dove Beatrice lo accompagnerà verso i cieli del Paradiso sino all'Empireo. Il simbolico viaggio inizia l'8 aprile del 1300, anno del primo giubileo cattolico indetto da papa Bonifacio VIII (venerdì santo, giorno che ricorda la morte del Redentore) o secondo altri il 25 marzo (giorno della creazione di Adamo e della concezione e morte del Salvatore) e dura sette giorni. Nel significato reale il viaggio serve per risanare l'anima di Dante, sconvolta dal peccato, con i mezzi che possono essere forniti dalla ragione (Virgilio) e dalla teologia (Beatrice), onde superare i gravissimi pericoli rappresentati dall'invidia (lonza), dalla superbia (leone) e dall'avarizia (lupa) e poter ascendere il colle della salvezza dopo avere conosciuto le gravi conseguenze del peccato (Inferno) e la sospirosa attesa verso il Paradiso delle anime contente della pena (Purgatorio). "Allegoricamente - afferma il Sapegno - ritrae il processo di purificazione per cui l'uomo si fa meritevole del premio eterno attraverso la considerazione delle conseguenze del peccato e l'esperienza consapevole del pentimento e della mortifcazione; e configura l'arduo cammino dell'umanità sorretta dalla dottrina filosofica e governata dall'autorità imperiale verso la felicità terrena (il Paradiso terrestre) e ispirata dalla Rivelazione e illuminata dalla Chiesa verso la beatitudine suprema (l'Empireo)". Quanto alla topografia generale dei luoghi oltremondani, Dante immagina che l'Inferno si trovi dentro la terra dalla parte dell'emisfero boreale, mentre il Purgatorio si erga, montagna solitaria, dalla parte opposta dell'Inferno, cioè sulle acque dell'emisfero meridionale, terminando sulla vetta con il Paradiso terrestre; attorno alla terra immobile (secondo il sistema tolemaico, cioè geocentrico) girano nove cieli concentrici, più l'Empireo, che formano il Paradiso. L'Inferno è un'ampia voragine a forma di cono rovesciato, formatasi con la caduta di Lucifero cacciato dal cielo in seguito alla sua ribellione a Dio, e consta dell'Antinferno, dove si trova il Limbo con gli uomini virtuosi non battezzati (Omero, Orazio, Ovidio, Lucano, Aristotele, Saladino, Platone, Cicerone, Orfeo, Seneca, Ippocrate, Avicenna, Averroè) e di nove cerchi o zone, in cui sono puniti i vari peccatori, e termina al centro della terra, dove si è fermato Lucifero nella sua precipitosa caduta. L'Inferno ha un suo giudice, Minosse, e un custode o sorvegliante per ogni cerchio: è percorso dai quattro fiumi Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito, che si sono formati dalle lacrime (le sofferenze causate dalla malvagità umana) che sgorgano da una fessura del Veglio di Creta; è diviso in due zone, segnate dalle mura della città di Dite: la prima zona comprende cinque cerchi, in cui sono puniti i vili (Antinferno), i lussuriosi (II), i golosi (III), gli avari e prodighi (IV), gli iracondi (V), che hanno peccato tutti di incontinenza; la seconda zona, dentro la città di Dite, comprende quattro cerchi, dove espiano le loro colpe gli eresiarchi (VI); i violenti, suddivisi in tre gironi, cioè i violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i violenti contro Dio, natura e arte (VII); i fraudolenti, divisi in dieci bolgie o sacche (i ruffiani e seduttori), gli adulatori, i simoniaci, gli indovini, i barattieri, gli ipocriti, i ladri, i consiglieri di frode, i seminatori di discordie, i falsari (VIII), i traditori, divisi nelle quattro zone della Caina (traditori dei congiunti), Antenora (traditori della patria e del proprio partito), Tolomea (traditori degli ospiti) e Giudecca (traditori dei benefattori IX): in fondo all'Inferno, proprio al centro della Terra, c'è Lucifero, il trifauce, che stritola Giuda, il deicida, e i cesaricidi Bruto e Cassio. Tutta la zona infernale è completamente oscura; i peccatori sono distribuiti secondo i peccati di "incontinenza", "matta bestialitade" (violenza) e "malizia" seguendo uno schema morale fissato dallo stesso poeta nel canto XI (16-90); la pena è in funzione della colpa secondo la legge del contrappasso, in forma analoga o contraria; le anime sono sempre e dovunque nude: inoltre ignorano il presente, ma conoscono il futuro; di questo il poeta si serve per far pronunciare loro diverse profezie (Ciacco, Farinata, Brunetto Latini), il che costituisce un nuovo motivo poetico.

Il Purgatorio è una grande montagna, che si erge dalle acque oceaniche agli antipodi dell'Inferno, il quale per la sua forma può essere considerato come la matrice del Purgatorio: alla sua base si trova una spiaggia, dove giunge la barca guidata dall'Angelo con le anime, che, prelevate alle foci del Tevere, devono espiare. Il monte è  formato da due grandi ripiani e da un baratro che Dante supera in volo con l'aiuto di Lucia durante un sogno: qui c'è la porta d'ingresso al vero e proprio Purgatorio, custodita da un angelo. Dopo il baratro, il monte si divide in sette cornici o balze, in cui le anime purgano i loro peccati; alla fine della settima cornice viene il Paradiso terrestre o Eden, simbolo della felicità terrena, percorso da due fiumi, l'Eunoe e il Lete: il primo ravviva il ricordo delle buone azioni, il secondo cancella il ricordo dei peccati. Quanto ai peccatori, nell'Antipurgatorio si trovano le anime dei neghittosi, divisi in scomunicati negligenti per prigrizia, morti di morte violenta e principi negligenti nella cura del principato (questi ultimi raccolti in una "valletta amena"). Sulle sette cornici o balze, disposte in senso inverso ai cerchi dell'Inferno, si trovano: i superbi (I), gli invidiosi (II), gli iracondi (III), gli accidiosi (IV), gli avari e prodighi (V), i golosi (VI) e i lussuriosi (VII). Nel Paradiso terrestre, dove Dante trova Matelda, simbolo della vita attiva, e vede Beatrice, simbolo della vita contemplativa, si svolge la sacra processione e avviene il congedo di Virgilio.

Il Paradiso è la sede dei beati, cioè l'Empireo, cielo di pura luce fuori del tempo e dello spazio. Per ragioni artistiche Dante immagina che Dio, per fargli capire in forma chiara e sensibile i diversi gradi di beatitudine, permetta agli spiriti di presentarsi in quel cielo, dal quale ciascuno all'atto del nascere ha ricevuto particolari influenze; perciò il Paradiso comprende nove cieli, disposti secondo il sistema tolemaico, concentrici, dal minore al maggiore, che partono per così dire dal Paradiso terrestre dopo la zona dell'aria e del fuoco, che separa l'Eden dei nostri progenitori dal primo cielo, quello della Luna cui sovraintendono gli angeli e dove si trovano gli spiriti, che non adempirono compiutamente i voti.

Seguono Mercurio con gli Arcangeli e gli spiriti attivi per desiderio di gloria, (II cielo), Venere con i Principati e gli spiriti che convertirono l'amore terreno in amore verso Dio (III cielo); il Sole con le Potestà e gli spiriti sapienti (IV cielo); Marte con le Virtù e gli spiriti militanti che combatterono per la fede (V cielo); Giove con le Dominazioni e gli spiriti giusti (VI cielo); Saturno con i Troni e gli spiriti contemplanti (VII cielo); le stelle fisse con i Cherubini e gli spiriti trionfanti, il trionfo di Cristo e l'incoronazione della Vergine (VIII cielo); il Primo Mobile o Cristallino, i Serafini e i cori angelici (IX cielo). Dopo essere stato esaminato sulla fede da san Pietro, sulla speranza da san Giacomo, sulla carità da san Giovanni, Dante, giunge nel Primo Mobile e vede le nove gerarchie angeliche, che sovraintendono ai vari cieli, girare come cerchi di fuoco attorno a un punto luminoso; sale quindi all'Empireo e qui contempla i beati disposti in un immenso anfiteatro ("candida rosa") e gli Angeli scendere e salire a Dio in un moto aereo incessante: è qui che san Bernardo, sostituendosi a Beatrice, che ha preso il proprio posto fra i beati, ottiene per Dante dalla Vergine la grazia di vedere Dio. Uno-Trino e Dio-Uomo: con questa visione ha termine il mirabile viaggio.

Si tratta di un viaggio simbolico, ma ricco di tutte le incertezze, gli inconvenienti, gli impedimenti, le gioie e le meraviglie di un qualsiasi viaggio terreno: il pellegrino, che compie con la guida della Ragione (Virgilio) il faticoso percorso nel baratro infernale per aver conoscenza del peccato e delle sue gravi conseguenze, non è tanto il Dante che storicamente conosciamo, vissuto al tempo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini nell'accesissima città di Firenze, e quindi esiliato per faziosità cittadine, quanto la creatura umana, che caduta nell'errore e nel travaglio del peccato, per merito della ragione e con l'aiuto della grazia, si pente e ascende così alle sfere della beatitudine celeste. La struttura del poema, così chiara e lineare, ha svegliato la fantasia, ha creato scene e personaggi, ha formato stati d'animo, ha fornito toni a tutto il viaggio, ha saputo creare quella fusione tra il mondo antico e il nuovo, per cui tutto ha assunto un aspetto di novità assoluta. I fiumi infernali sono quelli della tradizione classica, i mostri quelli del mito antico, Caronte il traghettatore di anime, Minosse il giudice dell'Inferno, Cerbero il "gran vermo", Plutone il "maladetto lupo", Flegiàs il "galeotto" dello Stige, le Furie "infernal di sangue tinte", la Medusa, il Minotauro, i Centauri, le Arpie: ma con Dante questi mostri giustizieri e tormentatori delle anime costituiscono solo la parte esornativa dell'Inferno, mentre sono i dannati quelli che creano la grande poesia dell'oltretomba e che, suscitando ricordi e rinnovando passioni, ci danno il vero Dante: Paolo e Francesca, Ciacco, Filippo Argenti, Farinata, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Niccolò III, Ciampolo, Vanni Fucci, Ulisse, Maestro Adamo, Ugolino della Gherardesca. La presenza di un vivo nel luogo della "morta gente" fa affiorare ricordi, accendere passioni, suscitare odi, rinfocolare ire, e quindi nuovi sentimenti, nuove visioni di casi umani, nuovi giudizi passati sotto il vaglio dell'uomo che, pur tormentato dall'esilio, pur fiorentino "di nascita, ma non di costumi", si sente però libero di valutare come vuole persone e fatti dell'Inferno: luogo della depravazione dell'anima, schiava delle sue forze naturali. E l'anima, qui, continua a peccare come in vita, eternamente dannata, eternamente impenitente. Forse solo il canto di Ulisse (XXVI) sembra staccarsi da questo tono poetico; ma l'ansia di Ulisse, che ormai "vecchio e tardo" rinuncia alle gioie della vita per non lasciare illanguidire l'ingegno, si tramuta nell'ansia di Dante, che anela alla conquista della verità.

Ben diverso è il tono poetico del Purgatorio; se nell'Inferno si vede l'ira di Dio, che si attua in un tormento per le anime senza speranza alcuna, nella seconda cantica Dio è  presente col suo perdono e l'attesa alla beatitudine diventa certezza. Qui c'è luce del cielo, aria libera, laddove nei gironi infernali dominano oscurità e tenebre: il Purgatorio, come spiega il De Sanctis, è il regno dello spirito, che sale di grado in grado sino al Paradiso, mentre l'Inferno è il regno della carne, che scende con costante regresso sino a Lucifero. Nel Purgatorio l'anima è perdonata da Dio e il suo peccato cade nell'oblio, perchè la punizione non avviene per atti peccaminosi, ma per tendenze peccaminose; agli scontri con le anime dell'Inferno qui subentrano gli incontri: il dialogo fra Dante e le anime è sempre cordiale, affettuoso, simile quasi a una confessione. C'è calma interiore, c'è un mondo di pace, di affetto, denso di gioia, ricolmo dei doni dell'amicizia, abbellito di pitture e sculture, "... che non pur Policreto / ma la natura l avrebbe scorno" (X, 32-33) . I personaggi, pur separati, sono mirabilmente fusi, sicchè umano e divino assumono la stessa tinta con leggere sfumature; le anime, pur distinte e separate, sono in realtà unite non solo al gruppo cui appartengono, ma soprattutto in una comune ansia di bene che, distruggendo l'egoismo e donando il perdono, crea la legge santa dell'amore, motivo di "armonia sociale". Questo amore comune dà origine alla coralità e detta il canto, una specie di continuo salmodiare. Così le anime diventano "esseri musicali", che "cantavan tutti insieme ad una voce" (II, 47), "sì che parea tra esse ogni concordia" (XVI, 21). Anche la natura si accorda mirabilmente e musicalmente con queste voci, onde anime e natura costituiscono l'unico vero canto: il viaggio dalla spiaggia del Purgatorio fino al Paradiso terrestre è  accompagnato da luci e ombre, da albe e tramonti, quattro albe e tre tramonti velati da un motivo nostalgico o meglio dall'amarezza della lontananza "E già per li splendori antelucani / che tanto a' pellegrin surgono più grati, / quando, tornando, albergan men lontani" (XXVII, 109-111). Poesia del tramonto, quindi, che crea uno stato continuo di melanconia; e la vita terrena si disabbellisce, tramontano tutte le illusioni, cessano gli affetti terreni. Poesia arcadica, che fa pensare a Virgilio, un naufragare di cose che ricorda la poesia ellenistica: "Come le pecorelle escon del chiuso /a una, a due, a tre, e l'altre stanno / timidette atterrando l'occhio e 'l muso" (III, 79-81): "E' uno dei più nitidi studi dal vero - osserva il Momigliano - di tutto il poema, in cui Dante ha trovato più genialmente la parola pittrice e in cui meglio si nota l'affetto dell'artista per l'oggetto della sua osservazione". Questo è il Purgatorio, il regno di Catone, cioè della libertà, un dolce rifugio, un soave conforto della vecchiaia.

Con il Paradiso Dante innalza la terza navata del tempio votivo eretto in onore di Beatrice: è questa la sfera di Beatrice, qui si manifestano le più pure facoltà di Dante, sempre mosso d'amore, attraverso il linguaggio rapito della luce che si traduce in "forme musicali incorporee ed estatiche": vivere in Paradiso significa partecipare alla conoscenza e all'amore di Dio, farsi celeste, "trasumanarsi", provare insomma l'impossibile trapasso della materia a Dio. Materia del Paradiso è la luce, "la più spirituale che i sensi conoscano", anzi nel "luminismo del Paradiso che pare ispirarsi a suggestioni di pittura musiva, la luce, che dispone i piani, pennelleggia con grandi capacità di sfondo" (Di Pino). Eppure, per renderlo artistico, Dante immagina un Paradiso umano, che diventa accessibile al senso e all'immaginazione, e di cui egli è spettatore terreno, conciliando così teologia e arte: "Così parlar conviensi al vostro ingegno, / però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d'intelletto degno" (Paradiso, IV, 40-42). Ma la forma, così materiale nell'Inferno e pittorica nel Purgatorio, qui è "lirica e musicale; immediata parvenza dello spirito, assoluta luce senza contenuto e cerchio dello spirito, non spirito" (De Sanctis). I cieli del Paradiso sono dunque la più spirituale manifestazione di Dio, come la luce è la materia più spirituale: "Luce intellettual, piena d'amore / amore di vero ben, pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore" (XXX, 40-42). L'Empireo è la vera sede dei beati: "... tutti fanno bello il primo giro, / e differentemente han dolce vita / per sentir più e men l'etterno spiro". (IV, 34-36). Moto e luce delle anime aumentano man mano che il pellegrino Dante si avvicina all'Empireo, anzi moto e luce si fondono, sicchè il lettore ha la possibilità di vedere luci che si avvicinano, o luci che si infiammano o danzano, o formano figure o scritte: perfino gli affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce, come pure le gradazioni di beatitudine, espresse con la luce in forma quantitativa. La luce è quindi l'unico elemento di tutte le forme terrene: essa avvolge le anime, senza essere vera forma, ma illusione dell'occhio umano; infatti luce è beatitudine, letizia delle anime: parvenze di letizia, che si configurano negli aspetti più diversi (corone concentriche, croce, aquila, scala, scritte) e che sono rese intelligibili con ricorsi alla natura terrestre: "così rientra la Terra in Paradiso, non come sostanziale, ma come immagine, parvenza delle parvenze celesti: è la Terra che rende amabile questo Paradiso" (De Sanctis). L'impressione del divino nasce appunto da questo sentimento della natura terrestre, dal paragone, che rimane impresso nella mente del lettore, senza sapere a che cosa si debba riferire: "Nel suo aspetto tal dentro mi fei / qual si fe' Glauco nel gustar de l'erba" (I, 67-68). Nè sono banditi dal Paradiso affetti e interessi terreni, come il traviamento degli ordini religiosi francescano e domenicano, l'usurpazione di papa Bonifazio VIII, la Chiesa ridotta a "cloaca" (XXVII, 25), l'assenza dell'autorità imperiale, le male arti dei governanti, "mala segnoria, che sempre accora / li popoli suggetti" (VIII, 73-74), le lotte fra i guelfi e i ghibellini, la corruzione generale, la triste situazione dell'Italia e del mondo, "l'aiuola che ci fa tanto feroci" (XXII, 151). Così, accanto ai canti trionfali di san Francesco (XI), di san Domenico (XII), della Firenze antica (XV), della Vergine (XXXI), spunta la satira, la caricatura, l'ironia, il sarcasmo, e i più colpiti sono papi, monaci e sovrani. Quella del Paradiso è quindi poesia vigorosa e solenne, che nasce da questa antitesi tra cielo e terra, tra bene e male, e dal fatto che al mondo eroico pagano subentra il mondo eroico cristiano: poesia del pensiero, non della carne, dramma delle idee e della coscienza, non dei desideri e delle passioni.

Questa grande opera che è la Commedia, autentico miracolo di poesia, di dottrina teologica, di sapienza umana, che fa del suo autore il "giudice e profeta della sua età" (Sansone), trova la sua genesi in Beatrice e nell'esilio del poeta: inizia e termina con Beatrice, punto di partenza e di arrivo; ma è l'esilio quello che completa Dante come uomo e come poeta.

Se solo l'esilio fosse stato l'elemento genetico e motore della poesia dantesca avremmo avuto una poesia dura, dagli sfondi cupi e paurosi, dalle tinte scure e terribili, dai personaggi vigorosi e giganteschi, dal calore ardente e vibrante, con tutta la gamma dei colori prodotti dall'ira, dalla ingiustizia, dal risentimento, dall'odio.

L'amore per Beatrice attutisce l'asprezza dell'esilio, la poesia si colora di infinite sfumature e al tormento s'accompagna la speranza, all'odio l'amore, all'ira la pace, ai toni cupi e paurosi i colori tersi e luminosi: è una poesia che esprime, al di là dei fatti storici, in cui pur si inquadra il poema dantesco, il dramma della creatura umana nella pienezza del suo essere: l'iter verso Dio è difficile e faticoso, ma percorribile, e Dante, uomo del Trecento, ancora comunica "come l'uom s'etterna" (Inferno, XV, 85).


 
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