Poema didattico-allegorico di Dante Alighieri (1265-1321),
composto di 100 canti in terzine, a rima incatenata, raggruppati nelle tre
cantiche Inferno, Purgatorio, Paradiso
Incerta è la data della composizione: pare sia ammissibile però quanto riferisce il
Boccaccio, ed è confermato da studi recenti (G. Ferretti) che i primi sette canti
dell'Inferno siano stati composti da Dante prima dell'esilio (1302) e che,
ritrovati nel 1306, siano stati successivamente mutati e inseriti nella prima
cantica. Sono sicure invece le date del 1317 e 1319 relative alla pubblicazione
delle prime due cantiche, mentre il Paradiso fu pubblicato postumo dai figli.
L'assunto della Commedia come opera dottrinale ci viene indicato dallo stesso
Dante, che con la sua opera si propone di rimuovere coloro che in questa vita
vivono dallo stato di miseria, e indirizzarli allo stato di felicità (Epistola
XIII a Can Grande della Scala, par. 15); la ragione apparente invece sembra
potersi individuare in un passo della Vita nova (cap. 42): "Apparve a me una
mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire
più di questa benedetta [cioè di Beatrice] infino a tanto che io potessi più
degnamente parlare di lei". Titolo esatto dell'opera è: Comedia Dantis Alagherii,
florentini natione, non moribus come risulta dalla lettera allo Scaligero
(Epist. XIII , par. 10); il termine Comedia è spiegato sempre nella medesima
lettera: "la commedia poi prende inizio dall'asprezza di qualcosa, ma la sua
materia ha fine prospero ...; da questo appare palese perchè la presente opera
è detta Commedia " e viene ripetuto nell'Inferno (XVI, 27-8): "... e per le note
di questa comedia, lettor ti giuro". L'aggiunta di "divina", che qualcuno
attribuisce al Boccaccio, comparve la prima volta nella edizione veneziana del
1555, stampata dal Giolito a cura di Ludovico Dolce e deriva forse dai seguenti
versi: "Se mai continga che il poema sacro / al quale ha posto man e cielo e
terra / sì che mi ha fatto per più anni macro" (Par. XXV, 1-3).
Quanto poi al fatto di aver composto il poema in volgare anzichè in latino, come
avrebbe desiderato Giovanni del Virgilio: "Nessuno di quei poeti, nella cui
schiera hai voluto esser sesto, nè quell'altro [Stazio] con il quale ti
accompagnasti per salire al cielo, s'è mai acconciato a servirsi della loquela
delle piazze (sermone forensi) " (Egloghe I, 17-19), Dante si giustifica,
affermando che il suo proposito fu di attingere gloria poetica con una
letteratura moderna nel contenuto e nella lingua, anche se inizialmente il poema
fu composto in latino (solo una piccolissima parte) come ci ricorda il Boccaccio
nel Trattatello in laude di Dante e in Comento (lez. I): "Cominciò il presente
libro in versi latini Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus
quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis ... ; e già era
alquanto proceduto avanti quando gli parve da mutare stilo ...; donde prese
argomento che se volgare fosse il suo poema egli piacerebbe; dove in latino,
sarebbe schifato E perciò, lasciati i versi latini, in ritmi volgari scrisse,
come veggiamo". Secondo il Boccaccio (Trattatello ..., cap. XV) l'Inferno fu
dedicato a Uguccione della Faggiuola, in cui alcuni commentatori videro
simboleggiato il "veltro", il Purgatorio al marchese Moroello Malaspina, cui
è dedicata la IV epistola e presso i cui parenti Dante esule trovò ospitalità, il
Paradiso al re Federigo II d'Aragona o a Can Grande della Scala, cui è dedicata
l'epistola XIII.
Il primo canto dell'Inferno, che è anche il canto proemiale di
tutta l'opera - non si dimentichi che ogni cantica è formata di 33 canti, tranne
l'Inferno, che è di 34, per l'aggiunta di questo canto introduttivo - ci presenta
lo spunto del racconto, offerto da un particolare biografico: il poeta immagina
di essersi smarrito "nel mezzo del cammin di nostra vita" in una selva oscura
"che poco è più morte"; giunto poi ai piedi di un colle, illuminato dai raggi del
sole, ancora pieno di paura, inizia la salita ma tre fiere (una lonza, un leone
e una lupa) "che di tutte brame / sembiava carca nella sua magrezza" (vv.
49-50), gli fanno perder la speranza dell'altezza; e mentre ruina "in basso
loco" (siamo sull'orlo della morte spirituale), mandato da Beatrice e
indirettamente da santa Lucia e dalla Vergine, che "tre donne benedette / curan
di te nella corte del cielo" (II, 1/24-25), viene in suo soccorso Virgilio, che
gli indica la strada sicura per salire al monte attraverso l'Inferno e il
Purgatorio fino alle soglie del Paradiso terrestre, da dove Beatrice lo
accompagnerà verso i cieli del Paradiso sino all'Empireo. Il simbolico viaggio
inizia l'8 aprile del 1300, anno del primo giubileo cattolico indetto da papa
Bonifacio VIII (venerdì santo, giorno che ricorda la morte del Redentore) o
secondo altri il 25 marzo (giorno della creazione di Adamo e della concezione e
morte del Salvatore) e dura sette giorni. Nel significato reale il viaggio serve
per risanare l'anima di Dante, sconvolta dal peccato, con i mezzi che possono
essere forniti dalla ragione (Virgilio) e dalla teologia (Beatrice), onde
superare i gravissimi pericoli rappresentati dall'invidia (lonza), dalla
superbia (leone) e dall'avarizia (lupa) e poter ascendere il colle della
salvezza dopo avere conosciuto le gravi conseguenze del peccato (Inferno) e la
sospirosa attesa verso il Paradiso delle anime contente della pena (Purgatorio).
"Allegoricamente - afferma il Sapegno - ritrae il processo di purificazione per
cui l'uomo si fa meritevole del premio eterno attraverso la considerazione delle
conseguenze del peccato e l'esperienza consapevole del pentimento e della
mortifcazione; e configura l'arduo cammino dell'umanità sorretta dalla dottrina
filosofica e governata dall'autorità imperiale verso la felicità terrena (il
Paradiso terrestre) e ispirata dalla Rivelazione e illuminata dalla Chiesa verso
la beatitudine suprema (l'Empireo)". Quanto alla topografia generale dei luoghi
oltremondani, Dante immagina che l'Inferno si trovi dentro la terra dalla parte
dell'emisfero boreale, mentre il Purgatorio si erga, montagna solitaria, dalla
parte opposta dell'Inferno, cioè sulle acque dell'emisfero meridionale,
terminando sulla vetta con il Paradiso terrestre; attorno alla terra immobile
(secondo il sistema tolemaico, cioè geocentrico) girano nove cieli concentrici,
più l'Empireo, che formano il Paradiso. L'Inferno è un'ampia voragine a forma di
cono rovesciato, formatasi con la caduta di Lucifero cacciato dal cielo in
seguito alla sua ribellione a Dio, e consta dell'Antinferno, dove si trova il
Limbo con gli uomini virtuosi non battezzati (Omero, Orazio, Ovidio, Lucano,
Aristotele, Saladino, Platone, Cicerone, Orfeo, Seneca, Ippocrate, Avicenna,
Averroè) e di nove cerchi o zone, in cui sono puniti i vari peccatori, e termina
al centro della terra, dove si è fermato Lucifero nella sua precipitosa caduta.
L'Inferno ha un suo giudice, Minosse, e un custode o sorvegliante per ogni
cerchio: è percorso dai quattro fiumi Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito, che si
sono formati dalle lacrime (le sofferenze causate dalla malvagità umana) che
sgorgano da una fessura del Veglio di Creta; è diviso in due zone, segnate dalle
mura della città di Dite: la prima zona comprende cinque cerchi, in cui sono
puniti i vili (Antinferno), i lussuriosi (II), i golosi (III), gli avari e
prodighi (IV), gli iracondi (V), che hanno peccato tutti di incontinenza; la
seconda zona, dentro la città di Dite, comprende quattro cerchi, dove espiano le
loro colpe gli eresiarchi (VI); i violenti, suddivisi in tre gironi, cioè i
violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i violenti contro
Dio, natura e arte (VII); i fraudolenti, divisi in dieci bolgie o sacche (i
ruffiani e seduttori), gli adulatori, i simoniaci, gli indovini, i barattieri,
gli ipocriti, i ladri, i consiglieri di frode, i seminatori di discordie, i
falsari (VIII), i traditori, divisi nelle quattro zone della Caina (traditori
dei congiunti), Antenora (traditori della patria e del proprio partito), Tolomea
(traditori degli ospiti) e Giudecca (traditori dei benefattori IX): in fondo
all'Inferno, proprio al centro della Terra, c'è Lucifero, il trifauce, che
stritola Giuda, il deicida, e i cesaricidi Bruto e Cassio. Tutta la zona
infernale è completamente oscura; i peccatori sono distribuiti secondo i peccati
di "incontinenza", "matta bestialitade" (violenza) e "malizia" seguendo uno
schema morale fissato dallo stesso poeta nel canto XI (16-90); la pena è in
funzione della colpa secondo la legge del contrappasso, in forma analoga o
contraria; le anime sono sempre e dovunque nude: inoltre ignorano il presente,
ma conoscono il futuro; di questo il poeta si serve per far pronunciare loro
diverse profezie (Ciacco, Farinata, Brunetto Latini), il che costituisce un
nuovo motivo poetico.
Il Purgatorio è una grande montagna, che si erge dalle acque oceaniche agli
antipodi dell'Inferno, il quale per la sua forma può essere considerato come la
matrice del Purgatorio: alla sua base si trova una spiaggia, dove giunge la
barca guidata dall'Angelo con le anime, che, prelevate alle foci del Tevere,
devono espiare. Il monte è formato da due grandi ripiani e da un baratro che Dante
supera in volo con l'aiuto di Lucia durante un sogno: qui c'è la porta d'ingresso
al vero e proprio Purgatorio, custodita da un angelo. Dopo il baratro, il monte
si divide in sette cornici o balze, in cui le anime purgano i loro peccati; alla
fine della settima cornice viene il Paradiso terrestre o Eden, simbolo della
felicità terrena, percorso da due fiumi, l'Eunoe e il Lete: il primo ravviva il
ricordo delle buone azioni, il secondo cancella il ricordo dei peccati. Quanto
ai peccatori, nell'Antipurgatorio si trovano le anime dei neghittosi, divisi in
scomunicati negligenti per prigrizia, morti di morte violenta e principi
negligenti nella cura del principato (questi ultimi raccolti in una "valletta
amena"). Sulle sette cornici o balze, disposte in senso inverso ai cerchi
dell'Inferno, si trovano: i superbi (I), gli invidiosi (II), gli iracondi (III),
gli accidiosi (IV), gli avari e prodighi (V), i golosi (VI) e i lussuriosi
(VII). Nel Paradiso terrestre, dove Dante trova Matelda, simbolo della vita
attiva, e vede Beatrice, simbolo della vita contemplativa, si svolge la sacra
processione e avviene il congedo di Virgilio.
Il Paradiso è la sede dei beati, cioè l'Empireo, cielo di pura luce fuori del tempo
e dello spazio. Per ragioni artistiche Dante immagina che Dio, per fargli capire
in forma chiara e sensibile i diversi gradi di beatitudine, permetta agli
spiriti di presentarsi in quel cielo, dal quale ciascuno all'atto del nascere ha
ricevuto particolari influenze; perciò il Paradiso comprende nove cieli, disposti
secondo il sistema tolemaico, concentrici, dal minore al maggiore, che partono
per così dire dal Paradiso terrestre dopo la zona dell'aria e del fuoco, che
separa l'Eden dei nostri progenitori dal primo cielo, quello della Luna cui
sovraintendono gli angeli e dove si trovano gli spiriti, che non adempirono
compiutamente i voti.
Seguono Mercurio con gli Arcangeli e gli spiriti attivi per desiderio di gloria,
(II cielo), Venere con i Principati e gli spiriti che convertirono l'amore
terreno in amore verso Dio (III cielo); il Sole con le Potestà e gli spiriti
sapienti (IV cielo); Marte con le Virtù e gli spiriti militanti che combatterono
per la fede (V cielo); Giove con le Dominazioni e gli spiriti giusti (VI cielo);
Saturno con i Troni e gli spiriti contemplanti (VII cielo); le stelle fisse con
i Cherubini e gli spiriti trionfanti, il trionfo di Cristo e l'incoronazione
della Vergine (VIII cielo); il Primo Mobile o Cristallino, i Serafini e i cori
angelici (IX cielo). Dopo essere stato esaminato sulla fede da san Pietro, sulla
speranza da san Giacomo, sulla carità da san Giovanni, Dante, giunge nel Primo
Mobile e vede le nove gerarchie angeliche, che sovraintendono ai vari cieli,
girare come cerchi di fuoco attorno a un punto luminoso; sale quindi all'Empireo
e qui contempla i beati disposti in un immenso anfiteatro ("candida rosa") e gli
Angeli scendere e salire a Dio in un moto aereo incessante: è qui che san
Bernardo, sostituendosi a Beatrice, che ha preso il proprio posto fra i beati,
ottiene per Dante dalla Vergine la grazia di vedere Dio. Uno-Trino e Dio-Uomo:
con questa visione ha termine il mirabile viaggio.
Si tratta di un viaggio simbolico, ma ricco di tutte le incertezze, gli
inconvenienti, gli impedimenti, le gioie e le meraviglie di un qualsiasi viaggio
terreno: il pellegrino, che compie con la guida della Ragione (Virgilio) il
faticoso percorso nel baratro infernale per aver conoscenza del peccato e delle
sue gravi conseguenze, non è tanto il Dante che storicamente conosciamo, vissuto
al tempo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini nell'accesissima città di Firenze, e
quindi esiliato per faziosità cittadine, quanto la creatura umana, che caduta
nell'errore e nel travaglio del peccato, per merito della ragione e con l'aiuto
della grazia, si pente e ascende così alle sfere della beatitudine celeste. La
struttura del poema, così chiara e lineare, ha svegliato la fantasia, ha creato
scene e personaggi, ha formato stati d'animo, ha fornito toni a tutto il
viaggio, ha saputo creare quella fusione tra il mondo antico e il nuovo, per cui
tutto ha assunto un aspetto di novità assoluta. I fiumi infernali sono quelli
della tradizione classica, i mostri quelli del mito antico, Caronte il
traghettatore di anime, Minosse il giudice dell'Inferno, Cerbero il "gran
vermo", Plutone il "maladetto lupo", Flegiàs il "galeotto" dello Stige, le Furie
"infernal di sangue tinte", la Medusa, il Minotauro, i Centauri, le Arpie: ma
con Dante questi mostri giustizieri e tormentatori delle anime costituiscono
solo la parte esornativa dell'Inferno, mentre sono i dannati quelli che creano
la grande poesia dell'oltretomba e che, suscitando ricordi e rinnovando
passioni, ci danno il vero Dante: Paolo e Francesca, Ciacco, Filippo Argenti,
Farinata, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Niccolò III, Ciampolo, Vanni Fucci,
Ulisse, Maestro Adamo, Ugolino della Gherardesca. La presenza di un vivo nel
luogo della "morta gente" fa affiorare ricordi, accendere passioni, suscitare
odi, rinfocolare ire, e quindi nuovi sentimenti, nuove visioni di casi umani,
nuovi giudizi passati sotto il vaglio dell'uomo che, pur tormentato dall'esilio,
pur fiorentino "di nascita, ma non di costumi", si sente però libero di valutare
come vuole persone e fatti dell'Inferno: luogo della depravazione dell'anima,
schiava delle sue forze naturali. E l'anima, qui, continua a peccare come in
vita, eternamente dannata, eternamente impenitente. Forse solo il canto di
Ulisse (XXVI) sembra staccarsi da questo tono poetico; ma l'ansia di Ulisse, che
ormai "vecchio e tardo" rinuncia alle gioie della vita per non lasciare
illanguidire l'ingegno, si tramuta nell'ansia di Dante, che anela alla conquista
della verità.
Ben diverso è il tono poetico del Purgatorio; se nell'Inferno si vede
l'ira di Dio, che si attua in un tormento per le anime senza speranza alcuna,
nella seconda cantica Dio è presente col suo perdono e l'attesa alla beatitudine
diventa certezza. Qui c'è luce del cielo, aria libera, laddove nei gironi
infernali dominano oscurità e tenebre: il Purgatorio, come spiega il De Sanctis,
è il regno dello spirito, che sale di grado in grado sino al Paradiso, mentre
l'Inferno è il regno della carne, che scende con costante regresso sino a
Lucifero. Nel Purgatorio l'anima è perdonata da Dio e il suo peccato cade
nell'oblio, perchè la punizione non avviene per atti peccaminosi, ma per tendenze
peccaminose; agli scontri con le anime dell'Inferno qui subentrano gli incontri:
il dialogo fra Dante e le anime è sempre cordiale, affettuoso, simile quasi a una
confessione. C'è calma interiore, c'è un mondo di pace, di affetto, denso di
gioia, ricolmo dei doni dell'amicizia, abbellito di pitture e sculture, "... che
non pur Policreto / ma la natura l avrebbe scorno" (X, 32-33) . I personaggi,
pur separati, sono mirabilmente fusi, sicchè umano e divino assumono la stessa
tinta con leggere sfumature; le anime, pur distinte e separate, sono in realtà
unite non solo al gruppo cui appartengono, ma soprattutto in una comune ansia di
bene che, distruggendo l'egoismo e donando il perdono, crea la legge santa
dell'amore, motivo di "armonia sociale". Questo amore comune dà origine alla
coralità e detta il canto, una specie di continuo salmodiare. Così le anime
diventano "esseri musicali", che "cantavan tutti insieme ad una voce" (II, 47),
"sì che parea tra esse ogni concordia" (XVI, 21). Anche la natura si accorda
mirabilmente e musicalmente con queste voci, onde anime e natura costituiscono
l'unico vero canto: il viaggio dalla spiaggia del Purgatorio fino al Paradiso
terrestre è accompagnato da luci e ombre, da albe e tramonti, quattro albe e tre
tramonti velati da un motivo nostalgico o meglio dall'amarezza della lontananza
"E già per li splendori antelucani / che tanto a' pellegrin surgono più grati, /
quando, tornando, albergan men lontani" (XXVII, 109-111). Poesia del tramonto,
quindi, che crea uno stato continuo di melanconia; e la vita terrena si
disabbellisce, tramontano tutte le illusioni, cessano gli affetti terreni.
Poesia arcadica, che fa pensare a Virgilio, un naufragare di cose che ricorda la
poesia ellenistica: "Come le pecorelle escon del chiuso /a una, a due, a tre, e
l'altre stanno / timidette atterrando l'occhio e 'l muso" (III, 79-81): "E' uno
dei più nitidi studi dal vero - osserva il Momigliano - di tutto il poema, in cui
Dante ha trovato più genialmente la parola pittrice e in cui meglio si nota
l'affetto dell'artista per l'oggetto della sua osservazione". Questo è il
Purgatorio, il regno di Catone, cioè della libertà, un dolce rifugio, un soave
conforto della vecchiaia.
Con il Paradiso Dante innalza la terza navata del
tempio votivo eretto in onore di Beatrice: è questa la sfera di Beatrice, qui si
manifestano le più pure facoltà di Dante, sempre mosso d'amore, attraverso il
linguaggio rapito della luce che si traduce in "forme musicali incorporee ed
estatiche": vivere in Paradiso significa partecipare alla conoscenza e all'amore
di Dio, farsi celeste, "trasumanarsi", provare insomma l'impossibile trapasso
della materia a Dio. Materia del Paradiso è la luce, "la più spirituale che i sensi
conoscano", anzi nel "luminismo del Paradiso che pare ispirarsi a suggestioni di
pittura musiva, la luce, che dispone i piani, pennelleggia con grandi capacità di
sfondo" (Di Pino). Eppure, per renderlo artistico, Dante immagina un Paradiso
umano, che diventa accessibile al senso e all'immaginazione, e di cui egli
è spettatore terreno, conciliando così teologia e arte: "Così parlar conviensi al
vostro ingegno, / però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia
d'intelletto degno" (Paradiso, IV, 40-42). Ma la forma, così materiale
nell'Inferno e pittorica nel Purgatorio, qui è "lirica e musicale; immediata
parvenza dello spirito, assoluta luce senza contenuto e cerchio dello spirito,
non spirito" (De Sanctis). I cieli del Paradiso sono dunque la più spirituale
manifestazione di Dio, come la luce è la materia più spirituale: "Luce
intellettual, piena d'amore / amore di vero ben, pien di letizia, / letizia che
trascende ogni dolzore" (XXX, 40-42). L'Empireo è la vera sede dei beati: "...
tutti fanno bello il primo giro, / e differentemente han dolce vita / per sentir
più e men l'etterno spiro". (IV, 34-36). Moto e luce delle anime aumentano man
mano che il pellegrino Dante si avvicina all'Empireo, anzi moto e luce si
fondono, sicchè il lettore ha la possibilità di vedere luci che si avvicinano, o
luci che si infiammano o danzano, o formano figure o scritte: perfino gli
affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce, come pure le
gradazioni di beatitudine, espresse con la luce in forma quantitativa. La luce è
quindi l'unico elemento di tutte le forme terrene: essa avvolge le anime, senza
essere vera forma, ma illusione dell'occhio umano; infatti luce è beatitudine,
letizia delle anime: parvenze di letizia, che si configurano negli aspetti più
diversi (corone concentriche, croce, aquila, scala, scritte) e che sono rese
intelligibili con ricorsi alla natura terrestre: "così rientra la Terra in
Paradiso, non come sostanziale, ma come immagine, parvenza delle parvenze
celesti: è la Terra che rende amabile questo Paradiso" (De Sanctis). L'impressione
del divino nasce appunto da questo sentimento della natura terrestre, dal
paragone, che rimane impresso nella mente del lettore, senza sapere a che cosa
si debba riferire: "Nel suo aspetto tal dentro mi fei / qual si fe' Glauco nel
gustar de l'erba" (I, 67-68). Nè sono banditi dal Paradiso affetti e interessi
terreni, come il traviamento degli ordini religiosi francescano e domenicano,
l'usurpazione di papa Bonifazio VIII, la Chiesa ridotta a "cloaca" (XXVII, 25),
l'assenza dell'autorità imperiale, le male arti dei governanti, "mala segnoria,
che sempre accora / li popoli suggetti" (VIII, 73-74), le lotte fra i guelfi e i
ghibellini, la corruzione generale, la triste situazione dell'Italia e del
mondo, "l'aiuola che ci fa tanto feroci" (XXII, 151). Così, accanto ai canti
trionfali di san Francesco (XI), di san Domenico (XII), della Firenze antica
(XV), della Vergine (XXXI), spunta la satira, la caricatura, l'ironia, il
sarcasmo, e i più colpiti sono papi, monaci e sovrani. Quella del Paradiso è quindi
poesia vigorosa e solenne, che nasce da questa antitesi tra cielo e terra, tra
bene e male, e dal fatto che al mondo eroico pagano subentra il mondo eroico
cristiano: poesia del pensiero, non della carne, dramma delle idee e della
coscienza, non dei desideri e delle passioni.
Questa grande opera che è la Commedia, autentico miracolo di poesia, di dottrina
teologica, di sapienza umana, che fa del suo autore il "giudice e profeta della
sua età" (Sansone), trova la sua genesi in Beatrice e nell'esilio del poeta:
inizia e termina con Beatrice, punto di partenza e di arrivo; ma è l'esilio quello
che completa Dante come uomo e come poeta.
Se solo l'esilio fosse stato l'elemento genetico e motore della poesia dantesca
avremmo avuto una poesia dura, dagli sfondi cupi e paurosi, dalle tinte scure e
terribili, dai personaggi vigorosi e giganteschi, dal calore ardente e vibrante,
con tutta la gamma dei colori prodotti dall'ira, dalla ingiustizia, dal
risentimento, dall'odio.
L'amore per Beatrice attutisce l'asprezza dell'esilio, la poesia si colora di
infinite sfumature e al tormento s'accompagna la speranza, all'odio l'amore,
all'ira la pace, ai toni cupi e paurosi i colori tersi e luminosi: è una poesia
che esprime, al di là dei fatti storici, in cui pur si inquadra il poema
dantesco, il dramma della creatura umana nella pienezza del suo essere: l'iter
verso Dio è difficile e faticoso, ma percorribile, e Dante, uomo del Trecento,
ancora comunica "come l'uom s'etterna" (Inferno, XV, 85).