Il Capitale
Karl Marx
(1818-1883)
Si compone di tre libri, il primo soltanto dei quali venne pubblicato da Marx
nel 1867, mentre il secondo e il terzo, rimasti alla morte dell'autore a uno
stadio ancora incompleto di redazione, vennero ordinati e pubblicati da Engels,
rispettivamente nel 1885 e nel 1894.
Il Capitale rappresenta la sintesi più
completa del pensiero economico marxiano, ma non è un'opera di pura economia, nel
senso che non è possibile comprenderne la struttura e il significato senza far
riferimento all'impostazione più generalmente "filosofica" che lo sottende e che
si trova esemplarmente sintetizzata nell'Introduzione a Per la critica
dell'economia politica (1859), in cui Marx mostrava la fecondità
dell'applicazione del metodo dialettico hegeliano all'analisi della struttura
economica, intendendosi per dialettica quella reale, che procede "sui piedi",
ossia dai rapporti di produzione, e non "cammina sulla testa", ossia nello
svolgimento dell'Idea. Posto che la reale struttura dello svolgimento storico
sia costituita appunto dai rapporti di produzione, la dialettica spiega il
necessario svilupparsi di contraddizioni all'interno degli assetti sociali nei
quali i rapporti di produzione vengono via via a esprimersi: le contraddizioni
portano a una crisi, il cui superamento è costituito da un nuovo assetto sociale
dei rapporti stessi. Per quanto riguarda il sistema economico capitalistico,
caratteristico dell'epoca storico-sociale borghese, le contraddizioni destinate
a sfasciarlo sono determinate sia dall'antagonismo tra la classe dei capitalisti
e quella dei proletari, sia da ragioni intrinseche alla struttura del
capitalismo stesso, come appunto intende dimostrare l'analisi più specificamente
economica svolta nel Capitale. E' da notare che il pensiero economico di Marx si
distingue dall'indirizzo prevalentemente seguito dagli studiosi di impostazione
liberale, o comunque borghese, proprio per il fatto che non si restringe a
un'analisi puramente economica di problemi specifici, quali quelli
dell'equilibrio, o del mercato, ma ha di mira una prospettiva generale, la quale
a sua volta si esprime attraverso canoni interpretativi che apparentano Marx
piuttosto agli esponenti dell'economia "classica", come Smith e Ricardo.
Inoltre, mentre l'economia borghese studia il fatto economico come un dato
immodificabile, Marx lo indaga con l'intendimento di individuarne i fattori che
ne provocheranno successivamente la trasformazione. Dei tre libri che compongono
il Capitale, il primo è considerato anche il più importante. Le dottrine
fondamentali che vi sono svolte fanno riferimento ai concetti di valore (d'uso e
di scambio), di forza-lavoro, di plusvalore (assoluto e relativo) e di
accumulazione capitalistica. Posto che il valore da considerare in una merce
anche per Marx è il valore di scambio, mentre la merce, in quanto tale, è un valore
d'uso, egli insiste tuttavia sul fatto che non è lo scambio a determinare il
valore, ma il valore a determinare lo scambio: "La forma di valore o
l'espressione di valore della merce sorge dalla natura del valore di merce, e
non è vero l'inverso, che valore e grandezza di valore sorgano dal suo modo
d'esprimersi come valore di scambio". Questo perchè, in accordo con i principi
dell'economia classica, il valore di un prodotto secondo Marx è dato dalla quantità
di lavoro impiegata per produrlo: "Un valore d'uso o bene ha valore soltanto
perchè in esso viene oggettivato , o materializzato , lavoro astrattamente
umano". La grandezza del valore verrà misurata quindi sulla quantità di "sostanza
valorificante", cioè di lavoro contenuta nel prodotto e la quantità di lavoro si
misurerà a sua volta con la sua durata temporale: ciò consente a Marx di
concludere che "come valori, tutte le merci sono soltanto misure determinate di
tempo di lavoro congelato ". In un regime capitalistico, il lavoro contenuto in
un prodotto non proviene da colui che possiede il prodotto stesso e lo può
scambiare con denaro, cioè il capitalista, bensì dal lavoratore dipendente, che
vende al capitalista il proprio lavoro, impiegato nella produzione. Non si
tratta comunque di semplice e astratto lavoro, avverte Marx, bensì di
forza-lavoro, cioè "l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che
esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo, e che egli
mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsiasi genere". La
forza-lavoro si consuma nella produzione e richiede perciò di essere reintegrata
con adeguati mezzi di sussistenza: il valore di scambio della forza-lavoro si
esprimerà quindi come valore dei mezzi di sussistenza necessari all'operaio per
reintegrare la sua forza-lavoro stessa, cioè per mantenersi in vita e reggere la
fatica. "Ma - osserva Marx - il lavoro trapassato, latente nella forza-lavoro e
il lavoro vivente che può fornire la forza-lavoro, cioè i costi giornalieri di
mantenimento della forza-lavoro e il dispendio giornaliero di questa sono due
grandezze del tutto distinte ... Che sia necessaria una mezza giornata
lavorativa per tenerlo in vita per ventiquattro ore, non impedisce affatto
all'operaio di lavorare per una giornata intera . Dunque il valore della
forza-lavoro e la sua valorizzazione nel processo lavorativo sono due grandezze
differenti. A questa differenza di valore mirava il capitalista quando comperava
la forza-lavoro". In altre parole, l'operaio percepisce attraverso il salario
l'equivalente del valore della sua forza-lavoro, ma il salario paga solo quel
valore, mentre di fatto l'operaio lavora ogni glorno per un tempo maggiore di
quello richiesto per produrre il valore della sua forza-lavoro: egli produce così
"pluslavoro", che si traduce in "plusvalore", una quantità eccedente di valore
prodotto, che viene incamerato dal capitalista. E' questa la condizione dello
sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Posto che occorre ogni giorno un
certo numero di ore di lavoro per produrre il valore della forza-lavoro, sarà
interesse del capitalista aumentare al massimo le ore di lavoro dell'operaio,
per ricavarne il massimo plusvalore, e quindi il massimo profitto: si tratta
della produzione del plusvalore che Marx chiama "assoluto", e delle cui
disastrose conseguenze sociali egli dà una vivace descrizione in un lungo
capitolo dedicato alla "giornata lavorativa" in cui stigmatizza la voracità degli
industriali, che cercano in ogni modo di aumentare appunto la giornata
lavorativa - fissata allora in Inghilterra in dodici ore - sottoponendo gli
operai a ogni sorta di turni. Nè la situazione migliora quando, portato
all'estremo limite lo sfruttamento che dà luogo al plusvalore assoluto, si passa
alla formazione di plusvalore relativo, dovuto cioè alla maggior produttività
realizzata attraverso il miglioramento degli strumenti di produzione: Marx nota
infatti come la conseguenza immediata dell'introduzione della meccanizzazione
nell'industria sia consistita "nell'appropriazione di forze-lavoro addizionali
da parte del capitale", e cioè nell'impiego di donne e fanciulli, nel
prolungamento della giornata lavorativa, nell'intensificazione del lavoro.
Attraverso un tipo di discussione che non disgiunge mai le esemplificazioni e i
richiami storici dall'esposizione della teoria, Marx analizza minutamente le
varie condizioni di lavoro che si sono realizzate con l'introduzione della
macchina, comprese le ripercussioni sul lavoro a domicilio. Uguale accuratezza
d'analisi egli riserva anche alla trattazione del salario, nelle sue varie
specificazioni, come il salario a tempo e quello a cottimo.
Il plusvalore, una volta incamerato dal capitalista, si trasforma in capitale,
in quanto viene reimpiegato nell'industria: ma il capitale si distingue in due
aliquote: la parte costante, assorbita nelle materie prime e nel macchinario, e
la parte variabile, investita nei salari. Secondo Marx, è legge generale del
capitalismo che l'accumulazione si traduca "in un continuo aumento della parte
costitutiva costante a spese della sua parte costitutiva variabile", il che
significa impoverimento progressivo dei lavoratori e formazione di una
sovrappopolazione operaia, ossia di "un esercito industriale di riserva", sempre
pronto a vendere il proprio lavoro per un boccone di pane. D'altro canto,
l'accumulazione porta al progressivo assorbimento delle proprietà private minori
da parte dei capitali maggiori, che tendono sempre più a concentrarsi nelle mani
di pochi. A questo punto si acutizzeranno al massimo grado le contraddizioni del
sistema, nel senso che "la centralizzazione dei mezzi di produzione e la
socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui divengono incompatibili
col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l'ultima ora
della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati ".
E' qui che si palesa il meccanismo dialettico che sottende il corso storico: a
giudizio di Marx, posto che l'appropriazione capitalistica ha costituito la
negazione della proprietà privata individuale, essa genera da sè, "con
l'ineluttabilità di un processo naturale" la propria negazione, che si
costituisce quindi hegelianamente come "negazione della negazione", la quale a
sua volta d luogo a una nuova sintesi dialettica, traducentesi nel "possesso
collettivo della terra e dei mezzi di produzione".
Il secondo e il terzo libro
del Capitale sono più propriamente "tecnici": l'uno affronta vari problemi
inerenti alla circolazione del capitale, alle sue trasformazioni cicliche, alla
sua rotazione; l'altro questioni inerenti alla trasformazione del plusvalore in
profitto, e di parte del profitto in rendita fondiaria, processo quest'ultimo
che a Marx interessa soprattutto in quanto mette in luce come "l'agricoltura,
precisamente come la manifattura, sia dominata dal modo di produzione
capitalistico". Questo fatto implica che "tale modo di produzione domini tutte
le sfere della produzione e della società borghese, e che esistano quindi,
pienamente sviluppate, le sue condizioni essenziali, quali la libera concorrenza
fra i capitali, la loro trasferibilità da una sfera di produzione all'altra, un
livello uniforme del profitto medio ecc.".