MAHABHARATA

Opera della letteratura indiana antica in lingua sanscrita



Mahabharata

E' certo che, a prima vista, Mahabharata fa pensare a un tempio indiano, enorme, costruito attraverso i secoli, con aggiunte di ogni genere. Il gusto occidentale è assai lontano da molti aspetti di questo poema, dal suo stile, dalle sue immagini. Tuttavia esso non si discosta molto dalla struttura di altre opere orientali, che possono definirsi "enciclopedie poetiche", insiemi di canti, di digressioni, di inserti filosofici, sapienziali, rituali, di novelle debolmente legate con il tema centrale. Nel Mahabharata esiste però, a parte il racconto centrale che gli dà il titolo, un'unità interiore, filosofica, di sentimenti e d'intenti: su di essa si incentra il poema, che ritrova così anche una sua più profonda unità artistica. Il titolo si riferisce all'intreccio centrale e vuol dire I grandi Bharata. Bharata è il capostipite delle due famiglie di cugini che si combattono aspramente, i Kuruidi e i Panduidi: a questo intreccio sono dedicati solo 25.000 versi (o sloka), dei 100.000 che formano l'intero poema. Lo sloka è propriamente un verso doppio, simile al nostro alessandrino. Secondo la leggenda narrata nello stesso poema, autore di questo sarebbe il beato asceta Vyasa, che scrisse "dapprima una raccolta di sei milioni di versi", poi, su richiesta degli dei, la ridusse a tre milioni. I Mani e i Geni vollero, anch'essi, edizioni più ridotte, di circa un milione e mezzo di versi. Infine la redazione per gli uomini: 100.000 versi. Il poema si formò sulla base di tradizioni e leggende orali dell'India nord-occidentale. Queste fonti risalgono al 1500 a.C.: il testo iniziale corrisponde probabilmente alla parte "narrativa" (la storia della guerra tra Kuruidi e Panduidi) che abbiamo indicato. Nella successione dei secoli questa parte si dilatò. Gli studiosi pensano che le redazioni più attendibili risalgano una al IV sec. a.C. e un'altra ai secoli VVII d.C. Il poema contiene non pochi episodi, affermazioni e passaggi in contrasto fra loro, passi che anzi si escludono a vicenda. La contraddizione fondamentale venne rivelata già da studiosi tedeschi del secolo scorso (come Holtzmann): Yudhisthira e i suoi fratelli Panduidi, per esempio, vengono rappresentati nel poema come modelli di virtù ma vincono anche grazie a mosse astute e sleali di ogni genere; i figli di Dhrtarastra, i Kuruidi, combattono sempre lealmente, e sono vinti solo per la perfidia dei loro avversari e in special modo del consigliere di questi, Krishna. Secondo tale autore, in origine il poema avrebbe celebrato la virtù e l'onore dei Kuruidi e bollato i Panduidi come usurpatori: ma poi sarebbe avvenuto un rimaneggiamento del poema per cui i Panduidi furono posti nella miglior luce possibile. Un'azione sleale dei Panduidi è l'uccisione di Bhisma da parte di Yudhisthira. Bhisma aveva fatto voto di non combattere contro un certo eroe: e i Kuruidi, facendosi scudo di questo, trafiggono il forte Bhisma. Molti altri sono i tranelli e le trappole che i Kuruidi mettono in atto: per esempio Bhisma spacca le gambe all'avversario Duryodhana, contro ogni regola d'onore (in realtà egli si giustifica, dicendo di aver giurato che avrebbe spaccato le gambe a Duryodhana, che aveva offeso Draupadi, e in effetti lo aveva giurato). Nella narrazione primitiva Krishna appariva come un semplice mortale: nelle redazioni successive viene divinizzato come incarnazione di Vishnu. Il Mahabharata rifletterebbe inoltre le lotte religiose che si sono susseguite in India: buddhismo, influenze dei bramani, culti di Vishnu (Krishna) e di Siva. La critica ottocentesca è per oggi a sua volta criticata da chi sostiene la sostanziale unità del poema. Il concetto di "mostruoso" attribuito al poema da Winternitz è dovuto alla concezione limitata dei generi letterari e del gusto all'interno di una concezione "europea" della poesia. In realtà, dunque, oggi si afferma l'unità del poema, pur con tutte le sue digressioni, incongruenze, inserti ecc. Nell'intenzione dell'ignoto autore il Mahabharata doveva essere, e difatti fu, una vera e propria enciclopedia poetico-religioso-filosofica dell'India, il libro nazionale del popolo indiano, che trova il suo centro ideale nella parte che viene chiamata Bhagavadgita (Canto del beato), in cui acutamente viene messo a nudo il destino dell'uomo, in cui emergono le contraddizioni fra il senso del dovere e la pietà, e addirittura un dio esorta gli uomini alla guerra fratricida, in nome del dovere del guerriero e affermando la "vanità" del corpo e la vittoria finale del Tempo: ma anche la meta dell'uomo, che è quella di rientrare in seno al brahman liberandosi dalla passione e dall'egoismo. Inoltre l'ignoto autore ha mostrato anche notevole sapienza letteraria nel distribuire le parti narrative e quelle didascaliche. Oggi è poi possibile rendersi meglio conto della realtà del poema, da un punto di vista filologico, grazie alla monumentale edizione indiana di Poona, uscita tra il 1933 e il 1966; in questa edizione molti episodi ripetuti nelle redazioni tradizionali sono stati eliminati, perchè se ne è dimostrata l'interpolazione tarda o dovuta a errori di redattori antichi e moderni. Vediamo dunque le linee essenziali del poema: il Mahabharata è diviso in 18 libri (o " parvan maggiori": a loro volta i libri sono distinti in " parvan minori" o sezioni). Il numero 18 ha un carattere particolare, sacrale e magico: per esempio, la grande battaglia conclusiva tra Kuruidi e Panduidi dura 18 giorni, e anche la Bhagavadgita è divisa in 18 canti. Coloro che iniziano la "catena degli eventi" dei Panduidi e dei Kuruidi sono il veggente Parachara che si congiunge con Satyavati, una donna di origini non umane (suo padre era un mitico pesce) e ne ha il figlio Vyasa (narratore del poema e partecipe della vicenda). Satyavati ridiventata vergine per virtù dei poteri di Parachara, sposa Santaria, re dei Kuru e discendente di Bharata; Santana ha anche un altro figlio da una seconda moglie, Ganga, la ninfa del fiume Gange: questo figlio è il prode e leale guerriero Bhisma, una delle figure più nobili del poema. Bhisma fa voto di castità, per permettere agli altri due figli di Santana, Chitrangada e Vichitravirya, di ereditare il trono. Santana muore, e muore anche Chitrangada: Vichitravirya sale al trono, ma muore anch'egli senza eredi, lasciando due vedove. Satyavati allora chiama Vyasa, ormai asceta dall'orrido aspetto (è andato molto avanti sulla via della penitenza e dell'esperienza religiosa), e gli chiede di congiungersi con le due vedove, per dare un erede al trono dei Kuru: cosa che Vyasa fa, anche per dovere di levirato. Le due donne si spaventano a vedere l'aspetto di Vyasa: la prima, durante l'atto sessuale, chiude gli occhi e genera per questo un figlio cieco, Dhrtarastra; la seconda impallidisce e genera un figlio pallido, Pandu. Vyasa chiede di nuovo alla prima moglie di giacere con lui, ma la donna non vuole, e fa andare nel proprio letto un'ancella: da questa Vyasa genera Vidura. Dhrtarastra sposa Gandhari, e ne ha cento figli e una figlia: sono i Kuruidi, il maggiore dei quali è Duryodhana. La prima moglie di Pandu (Kunti) genera tre figli e cioè Yudhisthira, Arjuna e Bhima, la seconda (Madri) genera due gemelli, Nakula e Sahadeva: tutti questi sono i Panduidi. In realtà i cinque Panduidi non sono figli di Pandu che, per una maledizione, doveva morire immediatamente dopo aver compiuto l'atto sessuale. Così i cinque Panduidi sono generati da dei: Yudhisthira è figlio di Dharma, dio della giustizia; Arjuna è figlio del re degli dei Indra; Bhima è figlio di Vayu, dio del vento; Nakula e Sahadeva sono figli dei gemelli divini Asvini. Il re (o meglio reggente) Dhrtarastra accoglie alla sua corte per farli educare anche i pronipoti Panduidi, i quali vengono quindi allevati alla corte di Hastinapura. Qui hanno come maestri d'arme Kripa e Drona, e come compagni oltre ai Kuruidi anche Asvatthaman, figlio di Drona, e Karna, figlio del Sole e di Kunti: Kunti l'aveva avuto prima del matrimonio, e il dio le aveva, come di regola, ridato poi la verginità; Karna era stato però abbandonato da Kunti e allevato da un auriga, che il giovane considerava suo padre. Karna era pertanto fratello uterino dei tre Panduidi maggiori, ma ciò era ignoto. Ben presto fra i cugini Kuruidi e Panduidi nacquero contrasti, provocati da invidie e rancori: i contrasti si trasformarono in profonda inimicizia. I Kuruidi odiavano i Panduidi anche perchè Dhrtarastra aveva consacrato suo erede e successore proprio il maggiore dei Panduidi, Yudhisthira, invece del proprio figlio Duryodhana, il quale cercò più volte di uccidere i cugini. Questi fuggirono con la loro madre Kunti in una foresta dove ebbero molte avventure: Bhima ebbe anche un rapporto con una raksasa (uno dei demoni che avevano l'abitudine di divorare gli uomini), la quale gli generò un figlio, Ghatotkacha. Giunti nel regno del re Drupada, il quale aveva organizzato le gare per trovare un marito degno alla figlia Draupadi, i cinque Panduidi, travestiti da bramini, parteciparono alla gara: Arjuna vinse la prova dell'arco e prese in moglie Draupadi: poi le comunicò che, in base al costume della sua famiglia, la ragazza doveva essere moglie anche degli altri quattro fratelli (questo riflette usanze poliandriche sopravvissute fino a non molto tempo fa nel Tibet e probabilmente presenti in alcune trib indiane). I Panduidi diventarono anche amici di Krishna, figlio di Vasudeva e re degli Yasava: essi hanno ora due forti alleati, cioè Krishna e Drupada, re dei Panchala. I Kuruidi decisero allora di lasciare loro metà del regno e i Panduidi ritornarono e fondarono la città di Indrapastha, quale capitale del loro regno. Indrapastha era collocata vicino alla moderna Delhi. Con questo ha fine il primo libro (Libro delle origini o Adi Parvan). Yudhisthira regnò per un po' di tempo, distinguendosi per lo spirito di giustizia e per le ricchezze: ma aveva il debole del gioco, e di questa debolezza approfittò l'invidioso Duryodhana, il quale organizzò un torneo di gioco (ai dadi), al quale invitò naturalmente Yudhisthira: questi purtroppo perse il regno, i fratelli, se stesso e la moglie. Avvennero scene di odio, e Bhima furente giurò che avrebbe bevuto il sangue di uno dei suoi avversari, Duhsasana. Per cercare di placare gli animi il vecchio Dhrtarastra concesse delle grazie a Draupadi: e Draupadi ottenne la libertà per i cinque fratelli; Dhrtarastra riuscì anche a convincere i figli a restituire ai Panduidi la metà del regno perduta da Yudhisthira. Tuttavia, dopo che i Panduidi se ne furono andati, i Kuruidi, furenti perchè le loro speranze erano state vanificate, riuscirono a ottenere dal vecchio padre un altro torneo ad altre condizioni: i perdenti dovevano andarsene in esilio per dodici anni e passare il tredicesimo anno in incognito: se qualcuno li avesse riconosciuti, allora avrebbero dovuto fare altri dodici anni di esilio. Yudisthira, imprudente e ostacolato dal destino, naturalmente perse e così i Panduidi dovettero andare in esilio. Il secondo libro (detto Libro delle Selve o Vana Parvan) è appunto dedicato alla vita dei Kuruidi nella selva, come asceti: lunghi anni di stenti e di privazioni, passati fra la selva Kamyaka e la selva Dvaita, in cacce per procurarsi il cibo, in pellegrinaggi ai sacri laghi, e in lunghi viaggi e avventure per conquistare armi divine: Arjuna ottiene queste armi dopo un soggiorno nel cielo di Indra, dopo aver combattuto col dio Siva (che voleva metterlo alla prova), travestito da selvaggio cacciatore, mentre altre armi gli vengono date da Indra, re degli dei. Nel cielo di Indra, Arjuna suscitò l'amore della ninfa Urvasi, ma la respinse: Urvasi, indispettita, lo maledisse e lo condannò a essere eunuco per un anno dopo il ritorno alla sua terra (questo fatto sarà molto utile ad Arjuna). In questo libro si narrano le imprese di Rama, e cioè il soggetto del Ramayana (la versione del Mahabharata che ci è pervenuta è posteriore alla stesura del Ramayana), e la bella storia di Savitri, figlia del pio re Asvapati. Savitri, ormai giovinetta, si recò, su invito del padre, in un boschetto sacro dove solevano riunirsi i re e i figli dei re: lì scelse il suo sposo, Satyavat il Verace, figlio del virtuoso principe Dyumatsena. Savitri tornò per annunciare al padre la sua scelta e trovò assieme al padre Narada, messaggero degli dei. Annunciò dunque il nome dello sposo prescelto, e Narada disse: "Ahimè, grande errore ha commesso l'ignara Savitri nello scegliere a marito il virtuoso Satyavat". Turbato, il re chiese al dio perchè mai la figlia avesse commesso un errore, e Narada rispose che Satyavat aveva tutte le virtù, ma un solo difetto: "Un difetto che nessuno sforzo può distruggere: fra un anno Satyavat lascerà la sua spoglia mortale, giunto al termine della vita. Così era nel destino". Il re pregò la figlia allora di scegliersi un altro marito, ma Savitri disse: "Io ho scelto lui, e non ne sceglierò un secondo. Ho seguito l'impulso del cuore". Narada lodò la fermezza della fanciulla. Andarono a chiedere il consenso del padre di Satyavat, Dyumatsena, il quale viveva col figlio nella foresta, perchè era stato privato del regno. Dyumatsena disse: "Come potrà tollerare la vita dura dell'eremitaggio questa tua figlia non abituata alle foreste?" Ma il re Asvapati rispose: "Piacere e dolore continuamente nascono e continuamente svaniscono, e questo sa mia figlia, e questo so pure io. Non parlarmi così: con ferma decisione sono venuto da te, o principe". Fu celebrato dunque il rito, "e gioì Satyavat di ottenere in moglie lei, adorna di ogni virtù". Savitri, finiti i festeggiamenti, partito suo padre col seguito, lasciò dunque le vesti sfarzose e i ricchi ornamenti, e indossò un abito di scorza d'albero e il mantello scuro degli asceti. Giunse il tempo in cui Satyavat doveva morire. Quattro giorni prima della morte (conosceva quel giorno, perchè Narada gliel'aveva comunicato) Savitri fece voto di restare tre giorni e tre notti immobile e digiuna. Venuto il giorno, Satyavat, ignaro volle andare nel folto della selva per celebrare un rito, e Savitri lo seguì. Giunti alla meta, Satyavat sentì un'improvvisa stanchezza, un dolore di capo, tremore alle membra. Savitri capì che il momento era giunto: difatti le apparve un uomo maestoso, vestito di rosso, con un diadema in capo, scuro di pelle, con gli occhi rossi, un laccio in mano: di aspetto tremendo. Era Yama, il dio della morte, che si fermò davanti a Satyavat. Coraggiosamente Savitri gli parlò. Yama spiegò alla giovane donna perchè fosse venuto di persona a prendere Satyavat: "Perchè è religioso e bello e le sue virtù sono vaste e profonde come l'oceano; non meritava di essere portato via dai miei servi: perciò sono venuto io stesso". Estrasse dal corpo di Satyavat un piccolo uomo, un'immagine, la sua anima, e presala col laccio si avviò verso le terre del sud. Allora Savitri coraggiosamente volle seguire, Yama e per strada gli parlò: le sue parole erano così sagge e profonde che il dio dei morti le concesse molte grazie e fra queste, finalmente, la vita di Satyavat. "O cara, orgoglio della tua famiglia, eccoti il marito tuo, liberato da me; lo condurrai sano e salvo e i tuoi desideri si compiranno. Teco unito egli raggiungerà un'età di quattro secoli: e per virtù ed opere religiose andrà famoso nel mondo". Il terzo libro è ricco di altre e famose storie: la storia del re Nala e della sua sposa Damayanti. Nala, preso dal demone del gioco, perse ai dadi il regno: l'aveva spinto al gioco il malvagio fratello Puskara, il quale gli propose poi di giocare la sposa, ma Nala non volle e con la diletta Damayanti fuggì per aspre selve. Damayanti, a un certo punto, fu abbandonata dal marito, reso folle dal dolore e dal rimorso di aver portato la moglie a un simile passo. Nala riuscì poi a ritrovare la sposa e a riconquistare il trono. Fra gli altri, è molto bello anche il racconto del re Usinara: per provare la pietà di questo re, gli dei Indra e Agni decidono di trasformarsi, Indra in falco e Agni in colombo. Il re vede dunque un colombo inseguito da un falco, e il colombo si rifugia tra le braccia del re. Il falco sopraggiunge e chiede al re il colombo: il re gli risponde che mai avrebbe tradito la fiducia di un supplice. Il falco afferma che se il colombo aveva diritto di vivere, anche lui l'aveva, e il colombo era il suo cibo, così com'era stabilito dagli dei. Dopo una serrata discussione il re offrì al falco i suoi regni, ma il falco rifiutò. Finalmente, il falco propose al re di tagliare un pezzo della sua carne e di dargliela in cambio del colombo, dello stesso peso di questo. E il re così fece: ma il colombo era pesante, sempre più pesante, e il re continuava a tagliarsi pezzi di carne, finchè dovette egli stesso salire sulla bilancia. Allora il falco e il colombo si rivelarono. Il falco disse: "Io sono Indra, o giusto sire, e questo colombo è Agni ... Risplenderà per il mondo la tua gloria, perchè tu tagliasti la carne del tuo corpo, e la tua fama sarà eterna fra gli uomini, e sempre essi celebreranno le tue gesta: e gioia eterna ti aspetterà in cielo". Il quarto è il libro di Virata, dal nome del re presso il quale i Panduidi dopo i 12 anni di esilio vissero per un anno in incognito. Yudhisthira si impieg come gentiluomo di corte, Bhima come cuoco, Arjuna come eunuco e maestro di ballo della principessa Uttala, Sahadeva e Nakula come addetti, rispettivamente, alle stalle delle vacche e alle scuderie. E dovettero lottare non poco per difendere Draupadi da vari pretendenti. Assicuratasi l'alleanza anche del re Virata, i Panduidi, scaduto il periodo, tornarono ad Hastinapura dove regnava Duryodhana e chiesero a questi che fosse loro restituito secondo i patti il regno di Indrapastha. Ma Duryodhana rifiutò e così tutti si prepararono alla guerra. Krishna tentò di metter pace, ma non ci riuscì e allora offrì a Duryodhana di scegliere: uno sterminato esercito, o lui stesso come auriga. Duryodhana scelse l'esercito, e Krishna si fece auriga dei Panduidi. Ha inizio così la guerra che dura 18 giorni e alla quale prendono parte 18 eserciti. Prima della battaglia, avviene il lungo colloquio tra Krishna e Arjuna, che costituisce un vero e proprio trattato poeticofilosofico, il famoso Canto del beato (Bhagavadgita). Nelle sacre pianure del Kuruksetra ha inizio dunque il combattimento. Si conclude qui il V libro, o Libro degli armamenti. I libri successivi, fino al IX, sono dedicati ciascuno ai comandanti che via via si susseguono alla testa dei Kuruidi, e alle loro imprese: il VI libro al valoroso Bhisma, il VII a Drona, l'VIII a Karna, il IX a Salya. Abbiamo già visto in che modo, cioè approfittando di un suo voto, Bhisma sia stato colpito a morte. Il voto di Bhisma di non uccidere un eroe era dovuto al fatto che questo eroe (dietro il quale si ripara Krishna), e cioè Sikhandin, era in realtà nato donna e il cambiamento di sesso era avvenuto in un secondo momento. Bhisma non voleva colpire le donne. Bhisma dunque è trafitto da migliaia di frecce ma non muore subito: essendo uno yogin, doveva morire solo dopo il solstizio invernale perchè solo in tale data gli yogi potevano raggiungere il paradiso di Brahma. Quindi, coricato sul suo letto di frecce, sopravviver alla fine della guerra e, nei libri XII e XIII, darà una serie di ammaestramenti e di consigli. Il libro X è chiamato Sauptika Parvan o Libro della strage notturna. Caduti tutti gli eroi che hanno dato il nome ai libri precedenti, ferito a morte anche Duryodhana, la vittoria era praticamente dei Panduidi: ma tre guerrieri sopravvissuti alla strage dei Kuruidi penetrarono nottetempo nel campo panduide e fecero strage dell'esercito, già decimato. I tre guerrieri erano Asvatthaman, Kripa, e Kritavarman, che avevano giurato di vendicare Duyodhana. L'idea di entrare di notte nel campo dei nemici e di coglierli nel sonno venne ad Asvatthaman nel vedere un gufo dagli occhi rossi piombare silenzioso a far strage di cornacchie addormentate. Dopo una lunga discussione i tre guerrieri si avviarono verso il campo nemico, ma all'ingresso c'era un demone di guardia, vestito di pelle di tigre, imbrattato di sangue, con le braccia cinte di serpenti; la bocca era enorme, con zanne mostruose, gli occhi mandavano fiamme. L'impavido Asvatthaman lanciò contro il demone infinite frecce, giavellotti e poi una clava, ma il mostro inghiottiva tutto, come se niente fosse. Allora l'eroe pensò che non restava altro che pregare il dio Siva, il terribile sposo della terribile Durga, il dio dalla cintura di teschi, signore di tutti i geni, demoni, spiriti, vampiri, cimiteri, e promettergli un insigne sacrificio. Così davanti all'eroe apparve un altare d'oro e intorno a questo altare si affollavano le figure spaventose degli spiriti sottomessi al dio Siva: "Alcuni con volti accesi ed occhi di fiamma, altri con molte teste, molte braccia e molte zampe, altri simili al sole o a montagne, altri in forma di cani, di cinghiali, di cammelli, con musi di cane, di cavallo, di sciacallo, di bue, con testa d'orso, di gatto, di tigre, di pantera, di rospo, di oca, di serpente, di coccodrillo, di delfino, di pescecane, con muso d'elefante o di tortora, alcuni avevano le mani al posto degli orecchi, alcuni avevano mille occhi, alcuni un ventre immenso e mostruoso; molti erano gli scheletri, di ogni forma, con testa, senza testa, con teste deformi o animalesche". Il poema prosegue per versi e versi a enumerare e descrivere le migliaia di spiriti che comparivano davanti ad Asvatthaman, e urlavano, suonavano, muggivano, mandavano lampi e baleni: volevano spaventare l'eroe, in realtà accrescevano il suo coraggio. Del resto erano accorsi, certi che si sarebbero saziati del sangue delle vittime, e desideravano quindi assistere alla strage notturna. L'eroe offrì se stesso in sacrificio al dio Siva, e per ciò stesso divenne sacro: il dio difatti gli comparve e gli disse: "Ho mandato questi demoni per metterti alla prova", e dette all'eroe una spada lucente. Lo stesso dio penetrò nel corpo di Asvatthaman: i demoni divennero invisibili e seguirono l'eroe nel campo nemico, come suoi seguaci. Asvatthaman compì da solo la strage e lasciò i due compagni all'ingresso del campo, ordinando loro di non lasciare uscire nessuno vivo. Furono uccisi tutti, anche i figli dei Panduidi; quelli che tentavano di mettersi in salvo, furono uccisi da Kripa e Kritavarman, i quali, poi, appiccarono il fuoco in diversi punti, in modo che i guerrieri nemici che si erano nascosti nei cespugli, morissero bruciati. "Quanti mostri si videro, quella notte, e vampiri d'ogni sorta, divorare le carni e bere il sangue dei guerrieri morti! Ballavano i demoni, in festa, e bevevano il sangue e dicevano: Com'è dolce questo sangue, com'è delizioso! E i vampiri si saziavano di sangue, di ossa, di midollo, di grasso e con la pancia piena, correvano via". Compiuta la vendetta, Asvatthaman e i suoi amici tornarono da Duryodhana morente e lo trovarono che vomitava sangue, circondato da sciacalli. Aveva le gambe spezzate da Bhisma. Asyatthaman gli comunicò che la vendetta era stata compiuta e Duryodhana morì felice. L'XI libro (Stri Parvan o Libro dei lamenti) è dedicato ai lamenti delle donne degli uccisi, mentre i libri XII e XIII sono dedicati, come s'è detto, agli insegnamenti del morente Bhisma a Yudhisthira (Santi Parvan o Libro dei conforti, e Anusasana Parvan o Libro dei precetti). Nel Li-bro dei lamenti , più alto di tutto risuonava-il pianto della regina Gandhari: nemmeno uno dei suoi cento figli era rimasto a conso-lare la sua vecchiaia e la vecchiaia del cieco marito Dhrtarastra. I precetti e pensieri di Bhisma sono veramente tanti: in essi si esprimono i concetti della vita indiana, il senso dell'esistenza, le idee filosofiche e cosmogoniche, in cui si trovano anche riflessi buddhisti. Eccone alcuni, tratti dalla sconfinata materia (le massime di Bhisma sono più di 10.000): "Come un sarto con l'ago fissa il filo in un vestito, così il filo dell'esistenza viene assicurato con l'ago del desiderio", "Chi si affligge per un morto, per una cosa perduta e passata, aggiunge dolore a dolore: invece di un solo male, ne ha due", "L'avidità non ha limiti; nella parsimonia sta invece il massimo della felicità; per i saggi dunque sommo bene è accontentarsi di poco", "Chi ha denari ha amici, chi ha denari ha parenti, chi ha denari viene considerato una brava persona; chi ha denari ha anche cultura" (come si vede le massime sono di un certo pessimismo realistico: inoltre sembrano riflettere concezioni del tutto diverse e spesso in contrasto, il che è testimonianza del carattere composito di questo libro in particolare). E ancora: "I molto stupidi o i molto intelligenti stanno bene al mondo: solo i mediocri soffrono e stentano", "Un buon precettore vale più di dieci dotti bramani; un maestro vale più di dieci precettori; un padre più di dieci maestri, una madre sola più di dieci padri: essa supera in dignità tutta la terra: non c'è nessuno superiore alla madre". Yudhisthira era sconvolto per il sangue e le nefandezze compiute durante la guerra: profondo rimorso lo tormentava, fra l'altro, per aver ucciso Karna che, come aveva poi saputo dalla madre, era suo fratello. Voleva farsi asceta, ma Vyasa, apparsogli, gli consigliò di compiere il rito del "sacrificio del cavallo" (ashvameda): a questo rito è dedicato il libro XIV (Ashvameda Parvan). Secondo un'antica usanza, i monarchi potenti sceglievano un destriero dotato di particolari qualità e lo lasciavano libero. Poteva andare ovunque volesse. Se non era fermato da nessuno, ciò voleva dire che il territorio attraversato dal cavallo si intendeva sottomesso al re che l'aveva mandato. Se qualche principe tratteneva il cavallo, gli impediva di procedere oltre, il re doveva fargli guerra e sottometterlo oppure rinunciare al rito. Il cavallo, lasciato libero da Yudhisthira venne seguito da Arjuna con un esercito: in tutti i posti in cui il destriero venne fermato, Arjuna combattè e vinse. Quando il cavallo tornò ad Hastinapura, molti territori erano stati sottomessi al regno dei Panduidi e nuovi principi, con gli altri, intervennero al sacrificio. Difatti, dopo il ritorno, il nobile destriero venne, in una solenne cerimonia, sacrificato agli dei. A questo sacrificio non partecipò Krishna che era lontano, tornato nel suo regno di Dvaraka dove regnava sugli Yadava. E la ruota del destino camminava anche per Krishna, che era stato maledetto da Gandhari (nel Libro dei lamenti). Per questa maledizione Krishna avrebbe visto la morte del suo popolo ed egli stesso sarebbe morto solo, dopo 36 anni. La fine del regno di Krishna sarà argomento del XVI libro. Nel XV libro si narrano gli ultimi anni della vita di Dhrtarastra e Gandhari: è il Libro dell'eremitaggio (Ashrama Parvan). Il vecchio e cieco Dhrtarastra rimase per 15 anni alla corte di Yudhisthira, poi, angosciato sempre per le sventure sofferte, seguendo l'esempio degli antichi re, decise di ritirarsi nelle foreste, come asceta. Fu seguito dalla moglie Gandhari, da Kunti la madre dei Panduidi, dal saggio Vidura e dall'auriga Sanjaya. Vidura morì per primo, gli altri, dopo aver attraversato il fiume Kuruksetra, si fermarono nei boschi lungo il Gange. Ciascuno praticava severe penitenze: Dhrtarastra teneva in bocca un sasso e viveva solo di vento, Gandhari si nutriva solo di acqua. Un giorno scoppiò nel bosco un incendio, che il vento propagò subito: tutti gli animali cercarono scampo nei laghi o nel fiume. Il re decise con la moglie e Kunti di attendere l'ora della morte e ordinò all'auriga di porsi in salvo. E così avvenne. Il XVI libro è dedicato alla fine del regno di Krishna e porta il nome di Mausala Parvan, o Libro delle clave (della strage con le clave). Trentasei anni erano passati dalla grande battaglia fra Kuruidi e Panduidi: rovina e morte stavano per piombare su Dvaraka, sul re Krishna, e su tutta la sua stirpe. Alcuni guerrieri di Krishna, ottenebrati dal destino, diedero inizio al processo di distruzione schernendo ignobilmente tre santi asceti, i quali lanciarono la loro maledizione. Avvennero prodigi: un figlio di Krishna, che era stato travestito da donna per schernire gli asceti, partorì miracolosamente una clava, che fu fatta a pezzi da Krishna: ma la clava era il segno della morte della gente di Krishna. Difatti, durante un banchetto, cominciarono a litigare e il litigio si trasformò in rissa e in vera e propria battaglia, eccitati com'erano dal vino e dall'ira: per un altro prodigio, gli steli di un'erba detta eraka (una specie di giunco), non appena strappati dai guerrieri, si trasformavano in clave: e con queste clave i guerrieri di Krishna si massacrarono tutti, l'un l'altro: "E Krishna vede con angoscia cadere tutti i suoi figli e i suoi guerrieri". Il fratello di Krishna, Rama, si allontanò dalla strage; Krishna, prima di raggiungerlo, mandò l'auriga Daruka dai Panduidi, perchè li informasse della strage e chiedesse ad Arjuna di venire a Dvaraka per prendere le donne e condurle a Indrapastha. Poi Krishna tornò nella selva, dove Rama lo aspettava, immerso in meditazione. A un tratto Krishna vide che un serpente bianco usciva dalla bocca di Rama e si dirigeva verso il mare. Era l'anima di Rama, che scendeva nel mare e veniva accolta con grandi onori e segni di devozione dai sacri fiumi e dai serpenti divini. Così morì Rama, fratello di Krishna. Poi fu la morte di Krishna, secondo la maledizione di Gandhari: Krishna si immerse in meditazione in un punto folto della selva, e un cacciatore, Jaras (che vuol dire propriamente "vecchiaia"), credendo che fosse una gazzella, colpì Krishna al tallone (l'unico punto vulnerabile del re, come per l'Achille di Omero) . Krishna volò al cielo, dal quale era disceso, riprendendo il suo posto di signore supremo. Arjuna, saputo dall'auriga di quanto era accaduto, giunse a Dvaraka, osservò angosciato la capitale un tempo bella e ricca, ora desolata e morta. Le 16.000 mogli di Krishna, abbandonate, piangevano nel gineceo. Arjuna raccolse allora donne, bramani, e tutti coloro che erano rimasti: non appena la carovana di donne, vecchi e bambini ebbe lasciata la città per dirigersi verso Indrapastha, l'oceano avanzò e sommerse Dvaraka. Krishna, compiuto ciò che doveva fare sulla terra, tornò dunque in cielo, e anche i Panduidi sentirono che era venuto per loro il momento di lasciare la vita terrena. Così Yudisthira e i suoi fratelli lasciarono Hastinapura (dove Yudhisthira pose come re Pariskit) e Indrapratha (dove diventò re Vraja, il superstite unico degli Yadava) e indossate le vesti di scorza d'albero divennero asceti. Con loro andò la gloriosa Draupadi. E' questo l'argomento del libro XVII, o Libro del viaggio supremo (Mahaprasthanika Parvan). I Panduidi erano seguiti nel loro viaggio nella foresta verso est da un cane che non aveva voluto abbandonarli. Giunti all'oceano, estremo confine d'Oriente, apparve loro il dio Agni, il quale richiese ad Arjuna l'arco Gandiva, il divino arco che era stato di Varuna. Arjuna obbedì e gettò nel mare l'arco divino e le frecce: e Agni scomparve. I Panduidi volsero il cammino verso sud-ovest, risalirono verso ovest dove videro Dvaraka inondata e, quindi, si diressero verso il nord: scorsero la grande montagna Himalaya, la valicarono, attraversarono un deserto di sabbia e giunsero ai piedi del monte divino, il gran monte Meru. Tutti, meno Yudisthira, caddero durante l'ascesa l'uno dopo l'altro, a cominciare da Draupadi. Morirono per varie colpe antiche: Draupadi perchè aveva preferito troppo, tra i figli, Arjuna; Sahadeva perchè "non stimava nessuno uguale a sè in saggezza"; Nakula perchè credeva di essere l'unico in bellezza e morì anche il divino Arjuna. Anche lui infatti aveva avuto una debolezza, che nessun saggio deve avere: si riteneva il più grande degli arcieri. Cadde anche Bhima, il prodigioso eroe, per essere stato troppo vorace (era soprannominato, difatti, Pancia-di-lupo) e perchè si vantava sempre della propria forza. Rimasero Yudhisthira e il cane. "E il dio Indra facendo riecheggiare il cielo e la terra, sul suo splendido cocchio avanzò verso Yudhisthira e lo invitò a salire nel mondo celeste". Ma Yudhisthira chiese: " Ho visto morire i miei fratelli, vengano anch'essi con me . Indra gli disse: Rivedrai i tuoi fratelli in cielo dove sono saliti preceduti da Draupadi abbandonando il corpo. Ma tu, Yudhisthira, salirai al cielo col tuo corpo ". Yudhisthira, il giusto e misericordioso, però, non fu contento: un cane l'aveva seguito, avendo fiducia in lui, per tutto il viaggio. Non poteva abbandonarlo: anche il cane doveva salire in cielo. Qui il dio Indra iniziò una lunghissima discussione con Yudhisthira, e cercò di fargli capire che i cani non erano ammessi ai riti nè potevano, quindi, entrare nel mondo celeste. Non era crudele abbandonare il cane, ma giusto, perchè conforme alle leggi degli dei. Yudhisthira continuava a non essere d'accordo: "Indra, grande Indra, io ho sempre cercato di non abbandonare e di non tradire, anche a costo della mia vita, tutti coloro che mi hanno chiesto aiuto perchè terrorizzati, miseri, addolorati o solo per affetto, coloro che implorarono salvezza da me ... Abbandonare questo cane è per me come lasciare nel pericolo chi chiede soccorso, uccidere una donna, derubare un bramano, insidiare un amico". Udite queste parole il cane si trasformò: era il dio Dharma, che aveva voluto mettere alla prova Yudhisthira (era suo figlio). Allora Yudhisthira fu fatto salire sul cocchio divino e trasportato con grande gloria nell'alto dei cieli, nei celesti palazzi degli dei, unico a salire il cielo con il proprio corpo. Ma egli cercava, più che il trionfo celeste, i suoi cari. L'ultimo libro si chiama Libro dell'ascensione al cielo (Svargarohana Parvan). Giunto al terzo cielo, il giusto re Yudhisthira vide, risplendente come sole, Duryodhana. Indignato, così parlò agli dei: "Non voglio godere i mondi celesti insieme con l'avido Duryodhana, per colpa del quale amici, parenti, tutta la terra, furono tormentati dalla guerra e tutti soffrimmo, e la bellissima nostra consorte fu trascinata in mezzo all'assemblea e insultata. Io desidero andare dove sono i miei fratelli. Se i miei fratelli hanno avuto come iniqua ricompensa il mondo infernale, ebbene, io starò con loro. Dove sono i miei fratelli, i miei amici, là è il mio cielo". Gli dei permisero a Yudhisthira di recarsi nel regno degli empi, accompagnato dal messaggero degli dei. La visione del Naraka (Inferno) è spaventosa: vanno per un sentiero coperto di tenebre, orribile, avvolto da vegetazione mostruosa, melmoso di carne e sangue, pieno di insetti schifosi; intorno, la zona è disseminata di carogne, ossa, capelli, vermi, dominio di terribili fantasmi, di corpi squarciati. Yudhisthira, con orrore, vide una selva le cui foglie erano coltelli, pentoloni pieni di liquido bollente; si sentì venir meno, e quasi avrebbe voluto tornare indietro (cosa che gli era concessa), ma a un tratto sentì le voci dei fratelli: la tua presenza, gli dicevano, è come un vento fresco nei nostri tormenti. E Yudhisthira comunicò al messaggero degli dei: "Va', e di' loro che io non tornerò in cielo, ma rimarrò qui perchè solo se sto con loro, i miei fratelli si consolano". Ma breve fu il soggiorno di Yudhisthira all'Inferno, perchè comparvero Indra e gli altri dei, e il fetore e l'orrore svanirono e scomparvero tutti i tormenti e i tormentati. Indra, re degli dei, così parlò serenamente a Yudhisthira: "Quello che hai veduto era solo illusione". Gli dei avevano voluto mettere alla prova Yudhisthira, anche perchè aveva procurato la morte di Drona con un inganno e quindi doveva soffrire prima di godere la gloria celeste. Così Yudhisthira salì al cielo, dove fu accolto dai fratelli, dalla madre, da tutti i suoi cari e amici, da tutti i combattenti, i guerrieri che erano morti per lui. E tutti, ormai purificati, siedono nel cielo, Panduidi e Kuruidi. Il Mahabharata è stato ed è tuttora fonte di soggetti e immagini letterarie in numerose letterature: non solo in quella sanscrita e pracrita, ma anche nelle altre letterature nazionali dell'India, Malesia, Indonesia, Ceylon, Birmania. L'influenza dell'epos dura tuttora. In ciascuna letteratura il Mahabharata ha avuto un'interpretazione particolare: di qui centinaia di rifacimenti, di modifiche, non tanto di semplici o meccaniche traduzioni. In Europa questo poema fu conosciuto alla fine del XVIII secolo.

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