1)LE ORIGINI, LE FONTI E LA
TRADIZIONE MANICHEA
-Il
fondatore e la tradizione scritta
Le religioni universali oggi esistenti,
come il buddhismo, il cristianesimo e l'Islàm, non si sono presentate come
tali ai loro inizi, e d'altra parte non si sono diffuse ovunque sul nostro
pianeta. La situazione è però diversa per il manicheismo, il cui fondatore
si è proposto fin dall'inizio di divulgare il più possibile le sue idee
nel mondo del III secolo d.C. attraverso l'opera di missionari, formulando
la sua dottrina in modo così flessibile da renderla adatta a questo scopo.
A differenza delle religioni da lui espressamente definite antiche, come
lo zoroastrismo, il buddhismo e il cristianesimo, e dei loro rispettivi
fondatori, egli ha cercato di evitare i loro errori, ossia soprattutto
l'assenza di una tradizione fissa nell'ambito della dottrina e della
prassi. Egli si è creato un proprio canone di Sacre Scritture, destinato a
costituire il fondamento della sua dottrina, alla cui fissazione scritta
ha prestato la massima attenzione.
-Una religione universale
Il
manicheismo è l'unica religione
dell'antichità che sia stata concepita esplicitamente da un personaggio
storico come una religione universale e che sia stata fornita fin dai suoi
inizi di una tradizione stabile posta per iscritto. In pratica questa sua
configurazione si è conservata per diversi secoli, durante i quali tale
religione si è diffusa in vaste regioni del mondo di allora (impero
romano, Iran, India, Asia centrale, Cina). Inoltre essa ha rappresentato
un tentativo del tutto singolare di collegare tra loro le tradizioni
religiose dell'Oriente (Iran, India) con quelle dell'Occidente
(cristianesimo, giudaismo, che d'altra parte avevano origini orientali), e
quindi per così dire ha tratto la somma di una parte considerevole della
tradizione religiosa, inquadrandola nella concezione dualistica della
gnosi. In tal senso il manicheismo è veramente una religione universale
gnostica, dotata di un proprio <<fondatore>>, e di una tradizione autonoma
e fissa.
 |
Le rovine di Dura Europos, sulle rive dell'Eufrate
siriano. Nei primi secoli dell'era cristiana, Dura fu una importante
città di frontiera fra l'impero romano e i territori dei
Parti. Nel
sito, conquistato dai Sassanidi, sono state ritrovate aree templari
che rispecchiano il sincretismo religioso e le diverse influenze
culturali della Mesopotamia del tempo di Mani. |
-Le diverse definizioni
Nelle fonti troviamo che questa
religione designa se stessa con nomi diversi, dovuti talvolta alla
tradizione specifica a cui per motivi pratici si aderisce. Mani stesso ad
esempio parla più volte della «chiesa» che lui ha eletto (ossia fondato,
Kephalaia), o del «fruinento della vita» che ha prodotto. Si parla inoltre
di «religione(o chiesa) degli apostoli (dellaluce)» «religione (o
comunità) della luce». Con maggior precisione la si potrebbe definire però
come «la dottrina dei due principi e dei tre tempi», poiché in questo modo
si tematizzano due concezioni fondamentali di questa religione:
il dualismo di luce e tenebre, e il corso della storia universale dal suo
inizio alla sua fine. La religione di Mani è in realtà un «mistero»
(myslerion) e una «rivelazione» (apokàlypsis). II manicheismo è quindi una
delle grandi cosiddette «religioni rivelate» dell'antichità.
-Gli elementi originali
Nell'ambiente in cui è sorta
la religione manichea confluita perciò l'eredità di diversi popoli,
civiltà, religioni e lingue. Le vie commerciali che univano l'Occidente
(Roma) all'Oriente (Asia) attraversavano questa regione, tanto la
cosiddetta Via della Seta quanto, più a sud, quella che conduceva al Golfo
Persico e all'India (e che fu seguita anche da Mani). Non è sempre facile
perciò filtrare gli elementi originali degli inizi attraverso la
tradizione scritta manichea assai ramificata. Ha poco senso, d'altra
parte, definire sincretistica questa religione, poiché da un punto di
vista storico-religioso il manicheismo è una realtà autonoma e
inconfondibile, che per questo motivo ha anche una sua denominazione
propria. Ma più di ogni altra religione di quest 'ambiente e di
questo periodo, esso è frutto anche di un complesso di eredità che fanno
apparire del tutto privo di senso definirlo un'«eresia» zoroastriana o
cristiana, come si e fatto in passato in una prospettiva eresiologica e
teologica.
-Le fonti indirette
Fino all'inizio del XX secolo la conoscenza del manicheismo si fondava
esclusivamente sulla letteratura antimanichea (eresiologica) e sulle
citazioni degli scritti manichei che essa riporta. I documenti che si
possedevano erano costituiti dagli editti antimanichei degli imperatori
romani (Diocleziano, Valentiniano I, Teodosio I e dalle due formule greche
di abiura del VI secolo. Tra le testimonianze eresiologiche, ancora oggi
importanti, vi è anzitutto quella del vescovo nestoriano Teodoro bar Konài
(VIII secolo) che nel suo Libro di scolii, scritto in siriaco, ha dedicato
un ampio capitolo ai manichei, con interessanti citazioni. Similmente il
bibliotecario musulmano Muhammad ibn Nadim (X secolo) nel suo Indice dei
libri (Fihrist) ci ha lasciato una ricca descrizione sul medesimo
argomento, che è divenuta determinante per la successiva letteratura sulle
sette (Sahrastani, al-Birùni). Il più antico interessamento (greco) alle
dottrine manichee è dovuto ad un filosofo neoplatonico vissuto in contatto
con le comunità manichee d'Egitto: Alessandro di Licopoli (verso il 300).
Di questo stesso periodo è una lettera di un vescovo alessandrino
(Teona?), che mette in guardia contro i manichei. E fòrse anche in questo
periodo va collocata la descrizione (in greco) che un certo Egemonio ci ha
lasciato) di una polemica fittizia tra un vescovo di nome Archelao e Mani,
ambientata in Mesopotamia, la quale, con il titolo di Acta Archelai, ha
esercitato un notevole influsso sulla tradizione ed ha spesso condizionato
l'immagine del manicheismo fino ai nostri giorni.
-Gli scritti polemici
In seguito si moltiplicano le
polemiche contro il manicheismo, che si rende sempre più presente in
Oriente e in Occidente attraverso missioni specifiche e la fondazione di
comunità. Dall'Oriente provengono gli Inni eresiologici di Efrem di Edessa
(306-373) e al Trattato contro i manichei (che non ci è pervenuto per
intero) di Tito di Bosra (verso il 350). Se si prescinde dai suoi riflessi
nei testi manichei e negli editti di Kirdir, la polemica zoroastriana si
ritrova solo nella posteriore letteratura pahlavica del IX secolo, come
nel Dénkart e nello ,Skand-Gumànìk Vicàr («Risoluzione decisiva dei
dubbi»). Per l'Occidente, specialmente in Egitto e nel Nordafrica,
ricordiamo Epifanio di Salamina (315-403), che nella sua Cassetta dei
medicinali (Panarion) ha «trattato» anche dei manichei (con citazione di
scritti perduti); Didimo di Alessandria, detto il Cieco (IV secolo);
Serapione di Thmuis (IV secolo); Cirillo di Alessandria (V secolo); e
soprattutto Agostino, il quale dopo aver aderito al manicheismo come laico
per quasi dieci anni, ha condotto un'ampia polemica contro i suoi
correligionari di un tempo (soprattutto tra il 391 e il 401), che per
secoli ha rappresentato una delle fonti principali del manicheismo e
ancora oggi è di grande aiuto per la conoscenza del ramo
latino-nordafricano dei manichei. L'ulteriore letteratura polemica si
trova nelle posteriori fonti bizantine e latine delle correnti dualistiche
(pauliciani, bogomili, catari, albigesi). «Manicheo» diventa così la
parola preferita per designare queste e altre «eresie» e ancora all'epoca
della Riforma viene usato come termine ingiurioso nelle dispute tra le
varie confessioni.
-Le testimonianze
cinesi
Per l'epoca medievale anche la Cina ci
fornisce fonti secondarie. La polemica contro la «religione della Luce»
inizia nel secolo VIII, in seguito agli editti della corte imperiale. Qui
è singolare il fatto che i manichei siano tenuti distinti, anche se spesso
non in maniera chiara, da altre «società segrete» parallele, che talvolta
propugnavano una rivoluzione sociale. In Cina però, e precisamente a
Fukien, si trova l'unico tempio manicheo che si sia conservato, divenuto
oggi un santuario buddhista; l'immagine cultuale e chiaramente quella di
Mo-mo-ni (Màr Màni, «Signore/Maestro Mani»), come confermano anche altri
reperti archeologici delle vicinanze e testimonianze letterarie del XVII
secolo.
-Le
fonti dirette
Solo nel XX secolo è stato
possibile accedere alle fonti originali del manicheismo, per via delle
scoperte avvenute in due luoghi del tutto diversi. Anzitutto, numerose
spedizioni tedesche, russe ed inglesi, condotte tra il 1902 e il 1911 in
Asia centrale (Turkestan), hanno ritrovato, oltre a centri buddhisti e
cristiani (nestoriani), anche degli insediamenti manichei (specialmente
nel Turfan, a Bazaklik e nella zona di Qoco), con ricchi manoscritti e
pitture che oggi si conservano a Berlino. Bisogna menzionare inoltre i
ritrovamenti avvenuti nell'oasi di Dun-huang (che documentano la presenza
del manicheismo in Cina). I manoscritti manichei, spesso incompleti, sono
redatti in diverse lingue e scritture: in dialetti iranici (partico,
persiano, sogdiano), in paleoturco O uigurico, in cinese. Gli studiosi del
manicheismo poterono così disporre dei primi documenti originali di questa
religione. Anche se si tratta per lo più di traduzioni effetuate in epoche
posteriori (VI-XII secolo), questi manoscritti conservano antiche
tradizioni dei primi tempi del manicheismo (III-IV secolo). Per la prima
volta si è venuti in possesso di interi «libri», e anche di frammenti di
opere dello stesso Mani, come lo Sabuhràgàn e il Libro dei Giganti. Sono
venuti alla luce testi cosmogonici, raccolte di inni e preghiere, «modelli
di confessioni», opere di etica e di teologia, racconti storici e lettere.
Il difficile lavoro di pubblicazione e di edizione, interrotto in Europa
per via degli eventi politici del XX secolo, non è ancora terminato. Solo
recentemente sono stati editi scritti importanti, come il Libro delle
Parabole, il Sermone del Nous-Luce o il Sermone dell'Anima. Questi
ritrovamenti dell'Asia centrale hanno documentato in maniera eccellente
l'amore proverbiale dei manichei per l'arte e la scrittura manuale
raffinata.
-I manoscritti copti
L'altro grande luogo in cui
si sono verificati i ritrovamenti è l'Egitto. Qui nel 1930-1931 furono
posti in vendita sul mercato antiquario dei manoscritti copti su papiro, i
quali furono acquistati dal collezionista inglese Chester BeattY e dallo
storico berlinese Carl Schmidt. Erano stati trovati tra le rovine di
Medinet Màdi, nell'oasi del Fayum (Basso Egitto). I testi, che Schmidt
quasi subito identificò come manichei, sono composti più precisamente in
un dialetto dell'Alto Egitto (il subakhmimico o licopolitano) e provengono
perciò da un antico centro manicheo. Vengono datati al IV o V secolo.
Anche in questo caso si tratta di traduzioni ma esse sono vicine al
periodo delle Origini del manicheismo più di quanto lo siano i testi del
Turfan, e sono meglio conservate. Si tratta sostanzialmente di 6 o 7
libri, di cui tre sono già stati editi, ossia i Kephalaia («Punti
fondamentali» della dottrina manichea, rivelati e spiegati da Mani), le
Omelie e il Salterio (Libro dei Salmi). Durante gli eventi tumultuosi
della Seconda guerra mondiale alcune patti delle opere rimanenti sono
state trasferite alcove (in Russia o in Polonia) o sono andate distrutte.
Si tratta della raccolta delle Lettere liturgiche tratte dall'Evangelo
Vivente, dei Detti (Lògoi) dei discepoli di Mani (forse) e di un secondo
libro dei Kephalaia.
-Il
codice Mani di Colonia
Un alto ritrovamento
significativo ci ha riservato ancora l'antico Egitto con il più piccolo
libro dell'antichità (cm 3,5 x 4,5), che negli anni Settanta e venuto a
far parte della collezione di papiri dell'Università di Colonia e ha
perciò assunto il nome di Codice Mani di Colonia. Il suo titolo è Sul
divenire del suo (= di Mani) corpo. Si tratta di racconti biografici sulle
prime fasi della vita di Mani. Possediamo perciò per la prima volta non
solo un testo greco originale, tradotto probabilmente dall'aramaico
babilonese, ma anche una testimonianza della comunità sulla vita di Mani
fino ai suoi primi viaggi. Il manoscritto risale quasi certamente al V
secolo (difficilmente al secolo VIII).
Frattanto archeologi australiani hanno trovato ancora altri papiri
manichei nell'oasi di Dakhleh, nella zona occidentale del Medio Egitto,
dove risiedeva evidentemente anche una colonia manichea. Come già si
sapeva, si tratta fra l'altro di frammenti di un Libro dei Salmi e di un
sensazionale Glossario siriaco-copto.
I manoscritti ritrovati nel XX secolo hanno perciò arricchito enormemente
la nostra conoscenza del manicheismo e hanno fornito alla ricerca un
solido fondamento che prima non possedeva.
|
Gli scritti di Mani
Nonostante la cura che Mani ha
dedicato alle sue opere, queste ultime si sono conservate in misura
molto ridotta; probabilmente furono distrutte già dai suoi avversari.
Conosciamo però i titoli dei suoi libri..
I. Lo Sàbuhràgan, l'unica opera scritta in mediopersiano, conservata
solo in frammenti; secondo la tradizione uigurica è detto anche il
Libro dei due princìpi.
2. Il Grande Evangelo o l'Evangelo Vivente, in 22 capitoli, conservato
solo in alcune citazioni e in un'antologia liturgica (Synaxeis); è
scritto nella lingua madre di Mani, l'arainaico orientale, come lo
sono pure le opere seguenti, ma ci è noto quasi esclusivamente nelle
sue traduzioni (greco, latino, copto, iranico, turco, cinese).
3. Il Tesoro della Vita, noto solo da alcune citazioni.
4. La Pragmateia, un trattato sulle norme di condotta, anche questo
non conservato.
5. Il libro dei Segreti (o dei Misteri), non conservato.
6. Il Libro dei Giganti, conservato solo in alcuni estratti (in
mediopersiano); tratta dei racconti dei tempi primordiali, che
conosciamo dal capitolo 6 della Genesi e dalla tradizione biblica
parallela (Libri di Enoc), naturalmente nell'esegesi di Mani.
7. La raccolta delle Lettere o delle Epistole di Mani ai suoi
discepoli o alle sue comunità; ci è nota solo tramite un elenco
riportato nel Fìhrist di Ibn an-Nadìm e da alcune citazioni (in greco
e in latino).
8. Alcuni Salmi e Preghiere, per uso liturgico, conservati solo in
frammenti.
9.Una specie di Libro delle Immagini (Eìkòn o Ardhang), con cui si
spiegava la cosmologia manichea attraverso una serie di illustrazioni;
non si è conservato.
Tra queste opere di Mani solo cinque sono ritenute canoniche o
«sacre», corrispondentemente al valore che assume il numero 5 nel
sistema manicheo:
il Grande Evangelo (che è il Nuovo Testamento di Mani), il
Tesoro della Vita, il Libro dei Misteri, la Pragmateia e il Libro dei
Giganti. In esse è racchiusa la «ragione (nous) e la sapienza» che
Mani in qualità di «medico» possedeva quale «farmaco» con cui andare
incontro ai dolori dell'umanità. |
2).MANI, L'«APOSTOLO
DELLA LUCE», E LA SUA OPERA
Il fondatore del manicheismo proviene dalla Mesopotamia. Il suo giorno
natale può essere fissato al 14 aprile 216, nelle «città gemelle»
Seleucia-Ctesifonte sul Tigri (corrispondenti agli attuali ruderi nelle
vicinanze di Salman-Pak) . Si ritiene che i suoi genitori fossero di discendenza
arsacide, ma la cosa è controversa. Mentre sappiamo che il nome del padre
era Pattìk (greco Patikios, siriaco Pattìk), il nome della madre non è
sicuro (Maria?). Non sappiamo neppure se Mani fosse il nome originario o
un titolo posteriore, poiché questa parola in aramaico significa «vaso»,
«spirito», e l'usuale forma greca Manichaios (latino Manichaeus) deriva da
mànì hayyà, «vaso/spirito della vita». Suo padre, prima ancora della
nascita di Mani, aveva abbandonato la religione degli avi (iranica?) e si
era unito ad una comunità di «battisti» (baptistès) situata nelle
vicinanze ( Mesene), la quale si dedicava a pratiche ascetiche.
-La
prima formazione presso una comunità di «battisti»
Quando Mani ebbe quattro anni, il padre lo sottrasse alla madre e lo
introdusse in questa comunità, dove egli si trattenne per i due decenni
successivi. Solo il Codice Mani di Colonia fornisce notizie autentiche su
questo periodo e su questa conmnità battista, mentre in precedenza le
poche informazioni si basavano su fonti siriache e soprattutto arabe (Ibn
an-Nadìm). Secondo questa testimonianza, i «battisti» erano seguaci di un
certo Elkasai (greco Alchasaios, aramaico hayl-kasyà, «forza occulta»),
attivo come profeta escatologico in alta Mesopotamia agli inizi del II
secolo, il quale in un suo libro prescriveva rigorose pratiche di
purificazione (tra cui un battesimo quotidiano) e comunicava altre
«rivelazioni». Le sue dottrine possono essere considerate una forma
particolare di giudeo-cristianesimo, a cui non erano estranei elementi
gnostici. Mani ha dunque ricevuto la sua prima formazione spirituale in
quest'ambiente, il quale però costituisce solo una delle fonti del suo
pensiero. Purtroppo egli non dice nulla sulle fonti da cui trae le sue
informazioni e fa riferimento soltanto alla sua scienza soprannaturale:
«La verità e i misteri di cui parlo [...] non li ho ricevuti da uomini o
da creature di carne, e neppure leggendo degli scritti, ma quando il mio
beatissimo padre (ossia Gesù il Luminoso), che mi ha chiamato nella sua
grazia, ha rivolto lo sguardo su di me e ha avuto pietà di me [...] con la
sua grazia mi ha portato fuori dalla comunità della moltitudine, che non
conosce la verità, e mi ha rivelato i suoi misteri» (Codice Mani di Colonia 64,4-65,22). Mani conosce anche
buona parte degli scritti biblici, soprattutto le lettere (di Paolo, ma
anche la letteratura extracanonica e la tradizione e la mitologia
iranico-zoroastriana. Non fa problema la sua familiarità con concezioni
gnostiche. Si è pensato che abbiano fatto da mediatori Marcione, strenuo
seguace di Paolo e fondatore di una chiesa (II secolo), e il filosofo
siriaco BarDaisàn (Bardesane, 154-222), ma in questo caso bisogna tenere
presente la polemica eresiologica, che ha associato questi due personaggi
a Mani, creando quasi una triplice alleanza eretica.
Il Codice Mani di Colonia ci dice inoltre che Mani, come suo padre, ha
seguito anzitutto le dottrine e la prassi dei battisti, ma dopo numerose
visioni ed esperienze si è formato altre idee, soprattutto riguardo ai
riti di purificazione e alle norme sui cibi.
 |
Sigillo in corniola di epoca sassanide con iscrizione
in pahlavi (V secolo), British
Museum, Londra.
La nascita della dottrina manichea coincide con la fondazione della
dinastia sassanide. Nel 240, infatti, anno in cui Sàpur I
(Sapore I) venne
incoronato re, Mani cominciò a riformare la dottrina battista, che era
stata la fede di suo padre. |
-La nascita del
manicheismo
Questa evoluzione raggiunse
il suo massimo sviluppo in un'esperienza che egli ebbe a 24 anni e che è
legata anche ad un evento politico, essendosi verificata nell'anno in cui
il primo sovrano arsacide, Ardasir, conquistò Hatra e pose sul capo del
proprio figlio Sàpur (Sàbuhr) la corona imperiale (il grande diadema) ,
ossia nell'anno 240; il giorno dovrebbe coincidere con il 17/18 aprile.
Questa data segna la nascita della religione manichea. Mani è convinto che
il «Signore santissimo» (non s'intende qui il «Signore della grandezza»,
ma Gesù il Luminoso o il Nous-Luce) gli ha inviato un «compagno» (syzygos)
o «gemello» (dìdymos; arabo taumà; aramaico tòmà; mediopersiano nrymyg),
il quale non solo gli ha rivelato i «misteri», ma lo ha assistito in tutti
i pericoli, i dubbi e le sofferenze. Mani ha conservato questa sua fede
per tutta la vita: questo era il suo angelo protettore (così nei testi
copti), il suo «io» celeste.
Dopo questa sua esperienza, Mani tenta di riformare la dottrina battista,
richiamandosi all'autorità di Gesù e del fondatore della setta Elkasai
(Alchasaios), attribuendo loro le sue idee sull'inutilità delle abluzioni
esterne e sull'impurità dell'acqua che esse provocano; nello stesso tempo,
però, si manifestano già i tratti dualistici della sua dottrina, con le
conseguenze che ne derivano sul piano ascetico. Ormai è inevitabile la
rottura con i battisti. Egli viene scomunicato da un sinodo.
La sua situazione disperata gli viene allora chiarita dal suo «gemello»,
che così lo esorta: «Tu non sei stato inviato soltanto a questa religione,
ma ad ogni popolo, ad ogni scuola e ad ogni luogo [...] . In grandissimo
numero (gli uomini) accoglieranno la tua parola. Pertanto esci e va» (Codice
Mani di Colonia 104). Mani trova i primi tre seguaci tra gli stessi
battisti: suo padre Pattikios, Simeone e Abizachia.
-I viaggi e l'amicizia
con l'imperatore Sàbuhr I (Sapore I)
Iniziano
a questo punto i viaggi missionari di Mani, sui quali siamo informati
soltanto per i primi tre anni. Essi sono accompagnati da attività di
predicazione, guarigioni e altri prodigi. Anzitutto, Mani si reca nella
capitale Ctesifonte e dintorni, e poi in Media (Ganzak) e altri «luoghi
ineffabili» (probabilmente dell'Armenia e dell'Iran). Nel Kugan dovrebbe
aver convertito il sovrano locale (re). In compagnia dei suoi discepoli
torna nella Babilonia meridionale (Mesene) e si imbarca a Ferat per
raggiungere l'India (Sind). Di qui per via di terra attraverso il Turan,
dove pure ottiene la conversione del re della regione, torna in Persia per
assistere a corte all'intronizzazione del nuovo sovrano sassanide Sàbuhr I
(primavera del 242). Anche altrove (per esempio Kephalaia, cap. 76) Mani
racconta con orgoglio dei suoi numerosi viaggi, nei quali ha suonato
l'«arpa della sapienza» e ha annunciato la «verità» della sua dottrina.
Veniamo a sapere anche che fin dagli inizi, parallelamente alle sue
attività, ha inviato alcuni tra i suoi discepoli più idonei, per esempio
Addà(s) a Palmira e in Egitto, Tommaso in Siria, Mar Ammò in Partia.
Personalmente, si limita invece soltanto all'Oriente (Armenia, Iran e
India). Il fatto che inizialmente ottenga buoni successi – si parla
continuamente di comunità da lui fondate o visitate – e legato
all'interesse e alla simpatia accordatigli dall'imperatore Sàbuhr, che in
qualche occasione lo accoglie tra il suo seguito (anche durante campagne
militari). Perciò Mani gli dedica la sua prima opera, lo Sàbuhràgàn di cui
ci sono rimasti solo frammenti. Possiamo intravedere quali fossero i
motivi di questa simpatia: probabilmente la religione di Mani offriva a
questo sovrano la possibilità di riunificare (o almeno di tentare di
riunificare) sotto un flessibile tetto religioso le popolazioni e le
confessioni religiose più diverse. Il dissidio, manifestatosi in seguito,
tra Mani e la classe religiosa zoroastriana non era ancora, agli inizi,
così acuto.
D'altro lato, Mani era abbastanza abile nel guadagnarsi il favore del
sovrano e anche di altri personaggi influenti dell'impero iranico (per
esempio del fratello di Sàbuhr, Pèròz. Onesto gli riuscì anche con il
successore di Sàbuhr, Hormizd I (270/272-273), ma non più con Vahràm
(Bahràm I (273-276). Le ragioni di questa disgrazia non sono chiare.
Probabilmente i sacerdoti zoroastriani, i Magi, avevano conseguito un
prestigio maggiore a corte e si erano trovati perciò costretti ad
eliminare il rivale troppo favorito. La loro accusa e questa: «Manichaios
nel suo insegnamento e andato contro la legge (nomos) del popolo». Il
responsabile principale di questa coalizione fu il capo dei Magi (magupàt)
Kirtìr, fautore di una politica rigida contro coloro che non erano
zoroastriani. Ad ogni modo, all'inizio del 276 Mani si trova a corte a
Bèlapàt (Gundaisàbùr). Di quest'ultimo viaggio conosciamo un regolare
itinerario (descritto soprattutto nelle Omelie, 42-46, che può aver preso
a modello il cammino di Gesù sulla via della croce. Mani visitò le sue
comunità della Susiana, della Mesene e di Ctesifonte-Seleucia, prima di
giungere a Bèlapàt (alla fine di gennaio), dove dopo diversi tentativi gli
riuscì di presentarsi all'imperatore.
-La condanna a morte
Ne seguirono molti interrogatori e
discussioni che però non riuscirono a persuadere il re e il suo seguito;
anzi, Mani fu gettato in prigione, dove morì incatenato dopo 26 giorni,
ossia il 14 o il 28 febbraio del 270 (secondo un altro computo il 26
febbraio del 277). Prima però aveva avuto ancora la possibilità di
ricevere qualche delegazione delle sue comunità. Alcuni tra i suoi seguaci
sono stati testimoni del suo decesso e lo hanno considerato come un'ascesa
di Mani nel Regno della Luce, mentre la sua sofferenza e stata vista come
una «crocifissione». Secondo fonti posteriori (cristiane e
islamiche) il suo cadavere fu scorticato ed esposto, e ciò
corrisponderebbe bene agli usi del tempo. La leggenda secondo cui Mani
sarebbe stato crocifisso si richiama al valore simbolico che la morte
possiede per i manichei oppure al trattamento del cadavere. Naturalmente,
si diffusero anche reliquie del defunto.
-Le persecuzioni e successori di Mani
Dopo la morte del suo fondatore
la chiesa manichea ebbe a subire diverse persecuzioni, soprattutto sotto
Vahràm (Bahràm) II (276-293) e Hormizd II (302-309). Inoltre la comunità
rimase per molti anni senza una guida, e questo diede luogo a qualche
temporanca divisione interna. Come capo supremo (archegòs) e perciò
successore di Mani fu infine riconosciuto Sisinnio, che subì il martirio
nel 291 292. La stessa sorte toccò al secondo successore, Innaio. La
costante repressione dei manichei nei territori iranici portò in seguito
all'emigrazione nelle regioni orientali e occidentali. Soltanto sotto
l'islàm, nel secolo VIII, molti manichei tornarono in Mesopotamia, ma già
nel X secolo il patriarcato dovette essere trasferito nuovamente da
babilonia a Samarcanda. I1 baricentro del manicheismo è rimasto da allora
in Oriente, mentre in Occidente, e soprattutto nell'impero romano, il
manicheismo cessò di esistere.
Come abbiamo detto all'inizio. Mani stesso ha posto ì fondamenti per una
diffusione universale delle sue dottrine: «La mia speranza andrà verso
l'Occidente e andrà anche verso l'Oriente. E sarà udita in tutte le lingue
la voce del suo messaggio e sarà annunciata in tutte le città. Su questo
punto, la mia chiesa e superiore a tutte le chiese che l'hanno preceduta.
Queste chiese infatti sorgevano in paesi particolari e in particolari
città. La mia chiesa si diffonderà in tutte le città, il mio Vangelo
toccherà ogni paese» (Kephalaia, cap. 14)).
-L'opera dei discepoli
Con la sua sapienza, ricevuta dal
«padre», egli avrebbe potuto arricchire tutto il mondo, se questo lo
avesse ascoltato. La sua coscienza missionaria si trasmise totalmente ai
suoi discepoli, che in quanto missionari portavano il titolo di
«banditori» o «apostoli» (iranico frèstag, «inviato»). Ad imitazione di
Gestì, egli ne scelse dodici che inviò in diverse regioni, e, oltre a
questi, i suoi seguaci diffusero il messaggio manicheo soprattutto tra i
mercanti viaggiatori (nelle fonti orientali mercante e manicheo sono
spesso sinonimi). Ad esempio, Addà(s) (Adeimantios, latino Adamantius) e
Pattìg (il maestro, non il padre di Mani) già verso il 244 furono inviati
nel confinante impero romano e nel 260 Addà ottenne qualche successo a
Palmira (Tadmor), e di qui raggiunse l'Egitto (Alessandria), dove già era
attivo Pappo. La Siria fu territorio di missione dell'apostolo Tommaso
(verso il 300), la Palestina di Akuas (Mar Zakú) , l'Armenia di Gabryab
(Gabriabios). Ben presto sorsero comunità nell'Arabia settentrionale
(Hìra), in Asia Minore, nei Balcani (pietra sepolcrale di Salona, in
Dalmazia), in Italia (con testimonianze dell'inizio del IV secolo a Roma),
in Gallia e in Spagna. Il Nord Africa viene raggiunto dall'Egitto e
dall'Italia.
-La condanna in Occidente
Questa diffusione così ampia in
un tempo relativamente breve provocò la reazione dello stato e delle
chiese stabilite: già sotto l'imperatore Diocleziano (284-305) fu
promulgato il primo editto antimanicheo (297), a cui ne seguì un altro
sotto Valentiniano 1 (372), inasprito sotto Teodosio (379-395) e i suoi
successori. Si ebbero poi le polemiche eresiologiche, e infine le formule
di abiura (verso il 600). Con il VI/VII secolo vengono meno le notizie sui
manichei in Occidente, anche se il nome non scompare dai cataloghi delle
eresie.
-I successi delle missioni in Oriente
Più fruttuosa e durevole fu la missione
in Oriente, dove si giunse ad un'epoca di fioritura quando in Occidente la
religione di Mani era già tramontata. Le cause vanno ricercate anzitutto
nella diffusione dell'islàm, che pose fine al predominio zoroastriano e
cristiano, ma per quanto riguarda l'Asia centrale, anche in altre
situazioni politiche e religiose. Alla fine del secolo VI si arrivò ad uno
scisma, quando le comunità situate al di là dell'Oxus (dette dénawàr,
«devote») si dichiararono indipendenti dall'archegòs di Babilonia; solo
all'inizio del secolo VIII si pervenne ad una riunificazione. Sotto i
califfi Omayyadi (661-750) il manicheismo fu nuovamente tollerato, in
parte come religione di moda dei ceti intellettuali, ma sotto gli Abbasidi
(dal 750) la situazione cambiò. Il punto focale della diffusione rimase
perciò l'Asia centrale. Essa prese l'avvio con la missione nell'Iran
orientale ancora ai tempi di Mani, soprattutto con l'apostolo Mar Ammò in
Partia e in Corasmia. Il centro della missione successiva fu soprattutto
la Sogdiana. Seguendo la via della seta lungo il Turkestan si raggiunse la
Cina. I primi sacerdoti manichei (sogdiano mozak, cinese muche) fanno la
loro prima apparizione alla corte imperiale sotto l'imperatore Kao-tsung
(650-683). L'imperatrice Wu (684-704) accolse il primo vescovo manicheo
Mihr-Ohrmazd, che probabilmente tradusse anche in cinese alcuni testi
manichei.In Cina i manichei dovettero competere con i cristiani
nestoriani, i zoroastriani e i buddhisti, tre religioni che erano
considerate proprie «dei barbari occidentali». Numerosi editti (a
cominciare dal 732) ci fanno conoscere quanto fosse incerta la posizione
della religione di Mo-mo-ni, la quale aveva adottato anche la terminologia
buddhista e taoista, per farsi capire dall'ambiente. I suoi avversari più
accaniti erano i sapienti confuciani. Nell'anno 843/844 scoppiò contro di
essa (e contro il buddhismo) una persecuzione sanguinosa, dalla quale non
le fu più possibile riaversi. La sua storia successiva nel «Regno di
Mezzo» si coglie attraverso quella delle società segrete (setta della
nuvola bianca o del loto bianco, religione della luce), e questo e
chiaramente un segno della sua forte «sinizzazione». Solo nel sud (Fukien)
sono sopravvissuti alcuni seguaci del manicheismo fino al XVII secolo
(vedi sopra); essi vennero denominati «adoratovi vegetariani dei demoni».
-La situazione in Cina
La posizione raggiunta dal manicheismo
in Cina nei primi tempi e collegata al grande influsso che ebbe nel
Turkestan, dove la propaganda manichea ottenne il suo successo più
splendido nel 763 con la conversione del sovrano degli Uiguri. II
manicheismo divenne così per la prima ed unica volta una religione di
stato. Anche dopo la caduta del (primo) regno uigurico nell'anno 840, ad
opera dei Ghirghisi, il manicheismo non perdette la protezione
accordatagli da alcune frange della nobiltà uigurica e sopravvisse perciò,
assieme al buddhismo e al cristianesimo, nei piccoli stati che vennero a
formarsi nel bacino del Tarim, soprattutto nell'oasi di Turfan, come
indicano i ritrovamenti archeologici. Sopra. L'invasione dei Mongoli nel
XIII secolo pose fine anche a questo capitolo della storia imponente delle
chiese e della missione dei manichei.
3).LA DOTTRINA
-La sapienza
«scritta»
Mani ha voluto dare grande
importanza alla fissazione per iscritto delle sue dottrine e delle norme
di comportamento, per non cadere negli errori di coloro che egli ha
riconosciuto come suoi predecessori, ossia Buddha, Zoroastro e Gesù, che
non hanno fatto nulla al riguardo. Pertanto egli non solo ha creato
accanto all'alfabeto siriaco-babilonese (in estranghelo) un nuovo tipo di
scrittura, che fu ulteriormente sviluppato dai suoi discepoli, ma ha anche
composto alcune opere alla cui realizzazione calligrafica ha posto grande
attenzione. L'alta qualità dei libri e dell'arte grafica, divenuta
proverbiale, risale allo stesso Mani. Per lui una prerogativa della sua
religione è il fatto di aver scritto la stia «sapienza nei libri sacri, in
modo che non <la> si muti <dopo di> me. Come io l'ho scritta nei libri,
così <ho> anche comandato che la si raffiguri. Infatti tutti gli apostoli,
miei fratelli, che sono venuti prima di me, <non hanno scritto> la loro
sapienza (sophia) come l'ho scritta io, <nè hanno> riprodotto la loro
sapienza con immagini, come l'<ho riprodotta> io. La mia religione
(chiesa) [...] fin dai suoi inizi è superiore alle religioni (chiese) che
l'hanno preceduta» ( Kephalaia. cap. 154). Nello stesso capitolo si fa
osservare che tutte le tradizioni delle religioni precedenti, come gli
scritti, la sapienza, le rivelazioni, le parabole e i salmi, sono
confluite nella «sapienza» di Mani: «Come un'acqua si aggiunge ad un'
(altra) acqua e si trasforma in molteplici rivi, così anche i libri
antichi si sono aggiunti ai miei scritti e si sono trasformati in una
grande sapienza, di cui non ne è stata proclamata una simile tra tutte le
antiche generazioni, I libri, così come li (ho) scritti io, non sono mai
stati scritti né divulgati (prima)».
-Le
varianti dottrinali e il nucleo autentico
Poiché gli scritti originali
di Mani sono andati perduti, non ci è ancora possibile stabilire con
precisione quale fosse il suo sistema dottrinale primitivo e autentico.
Conosciamo finora soltanto una certa varietà – o delle varianti – della
dottrina manichea, tramite i testi che ci sono pervenuti in diverse
lingue. Tali varianti. tuttavia, nella lingua e nel contenuto rivelano un
certo adattamento a diversi ambienti, dovuto agli interessi missionari che
le ispirano: cristiano, iranico-zoroastriano, paleoturco, buddhista o
taoista. Non è chiaro se si tratti soltanto di traduzioni o di una
cosciente trasposizione della dottrina in un altro ambiente linguistico e
culturale. E' quasi certo che nelle tradizioni iraniche si è conservato
molto materiale che si può far risalire all'epoca della prima comunità,
dal momento che le concezioni che cí vengono trasmesse nei Kephalaia o nel
Codice Mani di Colonia possono rispecchiare il pensiero
autentico della «comunita primitiva». Anche se in questo senso emerge
chiaramente il contributo cristiano-gnostico alla dottrina di Mani, giunto
a lui con la mediazione dell'ambiente siriaco-mesopotamico, soprattutto
tramite il giudeo-cristianesimo eretico dei gruppi battisti, non va
dimenticato tuttavia che la struttura di fondo di tutto il sistema resta
iranico-zoroastriana. Benché il rivestimento latino-cristiano, evidente in
Agostino, come pure la versione che ne hanno fornito gli autori arabi, o
la «trasformazione» cinese-buddhista o cinese-taoista, lascino intravedere
chiari «perfezionamenti», analisi più approfondite mostrano che anche in
queste tradizioni si sono conservate alcune idee di fondo che sono
autenticamente manichee, più di quanto si fosse disposti ad ammettere in
passato.
-Cosmologia
e soteriologia
Il fondamento della dottrina di Mani è costituito da un lato dal dualismo
tra spirito e corpo, luce e tenebre, bene e male, e dall'altro dallo
schema iranico delle tre età della storia salvifica: quella in cui luce e
tenebre sono divise, quella in cui sono fuse insieme e infine quella in
cui sono nuovamente distinte, con il ritorno allo stato originario.
Inserito in questo dramma cosmico
con procedimento parallelo si svolge il processo salvifico, vale a dire la
liberazione della luce dalle tenebre. Tutta quanta la cosmologia, dunque.
è posta al servizio solo della soteriologia, e anzi si attua solo per
questo fine. Il cosmo, la terra e l'uomo sono coinvolti in un processo
universale che ha come fine la liberazione di Dio attraverso Dio stesso e
in cui l'uomo rappresenta un, strumento decisivo per raggiungere lo scopo.
Attraverso il discernimento o la «conoscenza» (gnosis) di questo
processo universale e una condotta corrispondente l'uomo, in quanto
portatore potenziale di luce dell'«anima vivente» o del «Se»), è posto in
grado di raggiungere la «liberazione».
-Regno
della Luce e il Regno delle Tenebre
Il punto di partenza è
costituito dai due mondi. rispettivamente della luce e delle tenebre, del
principio del bene e del principio del male, contrapposti l'uno all'altro
in maniera indivisa e originaria. Il signore del Regno della Luce, situato
a nord, porta diversi nomi: «Padre della Grandezza», «Primo Padre», «Re
del Paradiso della Luce», «Dio della Verità», Zurvàn (che è il dio «Tempo»
di una tradizione iranica) e altri. La sua natura consiste in una
quaternità o «Tetrade»: Dio, Luce, Forza e Sapienza; la sua forza si
manifesta in cinque proprietà spirituali, o ipostasi, «membra» o «mondi»:
Intelligenza, Pensiero, Intenzione, Riflessione, Ragionamento. A queste si
aggiungono numerosi Eoni e mondi di luce. Dal lato opposto si colloca il
Regno delle Tenebre, situato a sud, chiamato spesso con la parola greca
hyle, formato anch'esso da un re e da cinque «mondi»: Fumo, Fuoco, Vento,
Acqua torbida, Tenebre (descritti anche come modi negativi in cui si esprime
la facoltà intellettuale del Dio della Luce: Intelligenza tenebrosa ecc.).
Agitate dalla propria irrequietezza, le tenebre (hyle) giungono ai confini
della luce e dalla loro profondità intraprendono una lotta invidiosa con
il mondo luminoso. Queste sono le premesse da cui deriva lo stadio
successivo della «mescolanza».
-Dal «Grande Spirito»
alla creazione del cosmo
Il «Padre della Grandezza»
nel corso di questa lotta con le tenebre crea tre «evocazioni», che
costituiscono l'armatura con cui il mondo della luce agisce in questo
processo universale. Anzitutto viene prodotto il «Grande Spirito» o la
«Sapienza» (sophìa), da cui deriva la «Madre dei Viventi». Quest'ultima a
sua volta evoca l'«Uomo Primordiale» o, secondo la versione iranica, il
dio «Ohrzmid», che è armato di cinque elementi, «abiti» o «figli»: Etere,
Vento, Luce, Acqua e Fuoco. Questa Pentade viene detta anche «Anima
Vivente», «Anima della Luce» o nei testi iranici «Sé Vivente/Luminoso».
Nella lotta contro le forze delle tenebre l'Uomo Primordiale soccombe e
cede la sua «quintuplice anima» al mondo degli inferi. Per salvare l'Uomo
Primordiale il Padre prepara una seconda «evocazione» che è costituita
dalle figure dell' «Amato (o Amico) delle Luci«, del «Grande Architetto»,
e dello «Spiriti Vivente». Ouest'ultimo a sua volta ha cinque figli o «dei»:
l'«Ornamento di Splendore», il «Re d'Onore», «Adamas-Luce», il «Re di
Gloria» e «Atlante» o il «Portatore». Inviando un «Appello» per
risvegliare l'Uomo Primordiale, al quale questi reagisce con -Risposta-
(Appello e Risposta fOrmano assieme il «Pensiero della Vita»), lo «Spirito
Vivente» inizia la stia opera salvifica clic termina con la sottrazione
de111.0mo Primordiale alle tenebre, con l'aiuto della «Madre dei Viventi».
Questo processo costituisce il modello della salvezza successiva di Adamo
e per conseguenza di ogni uomo credente. Poiché tuttavia i cinque «figli»
dell'Uomo Primordiale sono rimasti in potere delle tenebre, il processo
non è ancora giunto alla sua conclusione. Per la loro liberazione lo
«Spirito Vivente» in quanto dio creatore pone in atto la creazione del
cosmo. Questa avviene per mezzo degli Arconti che in base alla luce da
loro ingoiata, formano il materiale di cui sono tatti gli astri, il cielo
e la terra. Il mondo pertanto e costituito da parti di luce e parti di
tenebre. Si parla di dieci firmamenti e di otto terre. Per conservare
quest'ordine cosmico entrano in azione i cinque figli dello Spirito
Vivente, a ciascuno dei quali e affidata la custodia di un settore
dell'universo.
-Il «Terzo Inviato»
Per realizzare la liberazione delle
parti di luce si pone in movimento il cosmo. A questo scopo segue la terza
«evocazione», la cui figura principale e rappresentata dal «Terzo Inviato»
o «dio del Regno della Luce». La sua residenza e il Sole e le sue figlie
sono le dodici Vergini che formano lo Zodiaco (che nel suo aspetto
femminile è detto anche al singolare la «Vergine della Luce»). Egli pone
in movimento il meccanismo della purificazione della luce mediante le
ruote del Fuoco, dell'Acqua e del Vento. Per accogliere le parti di luce
liberate egli crea la «Colonna della Gloria (o dello Splendore)». detta
anche «Uomo Perfetto», che corrisponde alla Via Lattea. Attraverso di essa
le parti di luce salgono sulla barca luminosa della Luna, la quale le
trattiene con sé fino alla sua pienezza (Luna Piena), per trasferirle poi
quando si svuota (Luna Nuova) sulla barca luminosa del Sole, con la quale
esse raggiungono il «Nuovo Eone», creato dal «Grande Architetto». Per
sottrarre alle forze tenebrose (gli Arconti) la loro luce, il «Terzo
Inviato» si mostra loro nudo nel suo aspetto maschile e femminile,
provocando rispettivamente agli Arconti maschi il versamento del loro seme
e a quelli femmine un aborto. Lo sperma degli Arconti cade da un lato
sulla terra arida e fa germogliare gli alberi e dall'altro cade nel mare e
genera un mostro marino che viene sconfitto da «Adamas-Luce» (si intravede
qui il motivo della lotta contro il drago). Anche gli aborti degli Arconti
femmine cadono sulla terra, diventano demoni (Ahrmén e Az) e divorano i
frutti delle piante, ossia i semi delle tenebre già mescolatisi alla luce;
essi si uniscono tra loro e generano il mondo animale. Le parti di luce
sono quindi presenti sulla terra negli animali e nei demoni, ma
soprattutto nelle piante.
-La lotta tra le
tenebre e la luce
Poiché la potenza delle
tenebre non vuole cedere definitivamente le parti di luce, tenta di legare
saldamente il «Terzo Inviato» con una contro-creazione. Da una coppia di
demoni, Saklas (o Saqlòn) e Nebroél (o Namraél) secondo l'«immagine»
maschile-femminile del Terzo Inviato viene creata la prima coppia umana di
Adamo ed Eva, dopo che quelli hanno inghiottito tutti gli altri dèmoni, in
modo da accogliere in sè la luce che era rimasta in essi. Dalla sorte del
primo uomo (terrestre) dipende tutto il resto. Il Terzo Inviato evoca
«Gesù il Luminoso» (in persiano detto anche «Dio di grande Intelletto») e
lo invia ad Adamo, per illuminarlo su tutte le cose e condurlo alla
«conoscenza» (gnosis) salvifica. Viene vanificata così ancora una volta
l'intenzione delle tenebre di trattenere stabilmente la luce. Per salvare
l'umanità futura «Gesù il Luminoso» evoca l'«Intelletto Luminoso», il
«Nous-Luce», che è il padre di tutti gli apostoli; mediante il messaggio
liberatore di quest'ultimo egli entra in tutti gli uomini che attendono di
essere salvati. Con l'aiuto delle sue cinque «membra», che corrispondono
alle cinque proprietà del «Primo Padre» e a quelle dell'anima dell'Uomo
Primordiale, l'anima addormentata dell'uomo prende coscienza di se stessa
e viene rafforzata nella sua opposizione contro le forze tenebrose del
corpo e del mondo. Questo processo di creazione dell'uomo nuovo attraverso
i doni del Nous-Luce forma il nucleo centrale dell'etica manichea ed è
divenuto il tema fondamentale di intere opere letterarie (per esempio del
Sermone del Nous-Luce). L'azione salvifica che si compie in Adamo
riproduce l'evento primordiale che si è realizzato nell'Uomo Primordiale,
ed ambedue costituiscono il modello della salvezza futura di ogni uomo o
del suo nucleo divino. In questo modo l'uomo diventa il centro del
processo universale. La sua anima o il suo «Sé» è una parte della luce,
ossia di Dio, che deve essere salvata; lo spirito (nous o pnèuma) che gli
viene inviato con la rivelazione (messaggio) o la conoscenza è l'elemento
che realizza questa salvezza. Gli Inni al Sé Vivente e il Sermone
dell'Anima, trovati nel Turfan, documentano efficacemente il ruolo
centrale di questo «io» (Sé) divino, la cui conoscenza in tutte le sue
espressioni è il fondamento della salvezza. Al contrario, il corpo è
l'elemento tenebroso e malvagio, che la morte annienta, mentre l'anima di
colui che possiede la «conoscenza» torna (ascesa dell'anima) alla sua
origine (il Nuovo Eone, il Regno della Luce) attraverso il cammino che
abbiamo descritto sopra. L'anima che non viene destata e resta incosciente
rinascerà invece ad una nuova vita sulla terra (trasmigrazione
dell'anima).
-Manicheismo e
gnosticismo
Mani afferma sostanzialmente che
l'uomo si salva con la sua conoscenza e la condotta che ne consegue
(ascesi). Questa concezione corrisponde perfettamente a quella della
gnosi, nella cui tradizione Mani si pone. Lo gnostico è nello stesso tempo
Salvandus (un uomo da salvare) e Salvator (salvatore); la retta coscienza
porta alla salvezza. Ma il primo passo, il «risveglio dell'anima», si
realizza con un evento esterno che può essere un insegnamento, una
rivelazione o una lettura. A questo scopo appaiono nel corso del tempo gli
«Appellatori» o inviati (apostoli), per incarico del Nous-Luce o di Gesù
il Luminoso (due figure che spesso sono identificate tra loro). Benché la
loro comparsa nel tempo e nello spazio assuma forme diverse, il loro
messaggio è unico, la verità salvifica nel senso in cui la intende Mani.
Nei testi manichei vengono spesso menzionati i seguenti apostoli e «fratelli»
di Mani, che lo hanno preceduto e nella cui tradizione egli ha voluto
collocarsi: Seth(èl), Noè, Enos, Enoc, Sem, Abramo, Buddha, Zarathustra (Zoroastro),
Gesù e Paolo. Al termine di questa serie di messaggeri della luce si
colloca lo stesso Mani; egli è l'apostolo dell'ultima generazione, il
messia annunciato (Paraclito, Usétar, Maitreya) e colui che porta
al loro compimento tutte le religioni (chiese). Nelle fonti arabe
(al-Bìrùnì, al-Murtadà) egli viene chiamato perciò «sigillo dei profeti»,
un titolo usato dal Corano. «Questa mia rivelazione dei due principi e i <miei>
scritti viventi, la mia sapienza e la mia conoscenza sono superiori e
migliori di quelle delle religioni che mi hanno preceduto» (M 5294). Per i
suoi seguaci Mani è perciò «salvatore», «messaggero di luce», «colui che
risveglia», «animatore della chiesa», «medico» (dell'anima),
«illuminatore» (greco phostèr), addirittura un «dio» (bag) come gli altri
«dei della luce» del pantheon manicheo, il «dio della luce, il Buddha» (in
paleoturco e in sogdiano). La letteratura innica e liturgica abbonda di
questi attributi.
-Gesù nel sistema di
Mani
E' singolare il ruolo che viene
attribuito a Gesù nel sistema di Mani. Egli ne è uno degli elementi
essenziali, ma la sua persona risulta suddivisa in molte figure, che si
possono ridurre almeno a tre. Vi è anzitutto «Gesù il Luminoso», inteso
come Dio salvatore, di cui già abbiamo parlato, che costituisce una parte
della terza evocazione; nel manicheismo nordafricano egli si identifica
perciò con il Terzo Inviato. Una seconda forma è quella che le fonti
latine in Agostino presentano come il «Gesù sofferente» (Jesus patibilis),
simbolo dell'anima sofferente (ossia delle parti di luce disperse nel
mondo), la quale soffre nella materia (hyle) come il Gesù crocifisso (la
cosiddetta «croce della luce»). La «crocifissione» a questo modo perde
completamente i suoi tratti storici e viene intesa in senso puramente
cosmologico: il processo universale (per quanto riguarda la sorte
dell'anima) è una passione di Dio che salva se stesso. Quest'idea è gia
presente nel Codice Mani di Colonia. Anche nelle fonti copie si parla di
Gesù come «bambino», che rappresenta l'anima bisognosa di salvezza. Il
manicheismo orientale ha coniato perciò l'immagine di «Gesù Bambino», non
tanto però per indicare le sue sofferenze, quanto in corrispondenza
perfetta con i canoni della religione iranico-zoroastriana, per
significare la sua volontà salvifica vittoriosa. Infine, il Gesù
storico-terreno in quanto predecessore di Mani è un apostolo della luce e
pertanto un inviato del Nous-Luce o di Gesù il Luminoso. La vita di Gesù
viene ricordata in diverse maniere, secondo i racconti del Nuovo
Testamento, ma non assume alcun rilievo particolare, poiché il destino di
Gesù equivale a quello degli altri apostoli. La crocifissione non ha alcun
valore salvifico in senso cristiano. Quando Mani nelle sue lettere, ad
imitazione di Paolo, chiama se stesso «apostolo di Gesù Cristo», intende
riferirsi anzitutto a Gesù il Luminoso che ha una funzione salvifica nel
contesto del Terzo Inviato. La prassi missionaria naturalmente ha
presentato diversamente la cosa.
-La liberazione della
luce
La fine di tutto il dramma della storia
universale tripartita sopraggiunge quando si compie in certo qual modo la
liberazione della luce. Si realizzano allora gli eventi descritti anche
dal Nuovo Testamento (Matteo 24 sg. e paralleli): appare Gesù come re, si
compie il giudizio universale e si dissolve il mondo materiale con un
incendio che dura 1468 anni, con il quale vengono liberati gli ultimi
elementi di luce che ancora restano imprigionati nella materia. Le tenebre
o hyle sono ridotte ad una specie di palla (bolos) che viene incarcerata
perché non debba ancora una volta originarsi il mondo. La comunità però si
è divisa sulla questione se tutte le parti di luce presenti agli inizi
ritornino veramente allo stato originario o se alcune di esse non
rimangano mescolate con le tenebre e il peccato. Questo problema è
comunque legato ad un altro: se il Regno della Luce e quindi Dio stesso
ritornino veramente nel loro stato di perfezione.
4).LA «CHIESA» MANICHEA E I SUOI RITI
-Gli «eletti» e gli «uditori»
La «chiesa» fondata e organizzata da
Mani è l'ultima e definitiva comunità di salvezza. Il suo compito
fondamentale è di accogliere in sé la luce che si trova nel mondo
(«l'anima vivente»), cercando da un lato di evitare di tormentarla
ulteriormente e dall'altro di purificarla e farla tornare al suo stato
originario. Poiché la condotta ascetica legata alla dottrina
dualistica può essere attuata solo in modo imperfetto e da pochi, ne
consegue che la comunità resta divisa in due gruppi. Il suo nucleo
fondamentale è formato dagli «eletti» o «perfetti», detti anche «giusti» O
«veritieri», attorno ai quali gravita il vasto gruppo degli «uditori» o
«catecumeni». Solo dagli «eletti» provengono i membri della gerarchia
voluta da Mani: l'archegòs o «capo della chiesa» (successore di Mani), i
dodici apostoli o «maestri», i 72 vescovi o diaconi, i 360 «anziani» o
sacerdoti e i semplici eletti. Per determinate funzioni vi erano
predicatori, scrittori, cantori e maestri di coro. Le donne potevano far
parte del gruppo degli eletti ma non potevano esercitare alcun ufficio
gerarchico. La vita monastica, forse per influsso buddhista, è divenuta
l'assetto più normale assunto dalla chiesa manichea in Asia centrale e in
Cina.
-L'etica manichea
Le concezioni etico-morali
sono condizionate completamente dal dualismo. Il corpo e il mondo
terrestre sono cattivi e sono l'origine e la sede del peccato. Il peccato
consiste nell'essere coinvolti nelle tenebre, ossia nel mondo terrestre.
L'anima è senz'altro innocente, buona e pura, ma senza l'assistenza
dell'«Intelletto luminoso» (Nous) o dello Spirito è inerme ed esposta alle
forze delle tenebre nella forma del corpo e delle sue cattive qualità
(odio, miscredenza, concupiscenza, ira, ottusità). Essa, inoltre, ha
bisogno di venir sostenuta dagli ordinamenti e dai comandamenti della
chiesa. Perciò, quando si entra a far parte della chiesa manichea, il
peccato viene cancellato. L'illuminazione che si riceve dal Nous-Luce
elimina gli ostacoli che il corpo frappone all'anima. I manichei
descrivono questo processo con l'immagine biblica dell'uomo vecchio e
dell'uomo nuovo: quest'ultimo viene ripristinato con l'osservanza dei
comandamenti. Se si verifica una ricaduta, nel senso che il corpo riprende
il sopravvento, l'anima può tornare ad essere innocente e pura con un
semplice pentimento (metànoia); la confessione è divenuta perciò
un'istituzione importante del manicheismo. Solo il peccato che consiste
nell'opporsi espressamente alla conoscenza salvifica, ossia
all'illuminazione del Nous-Luce, porta inesorabilmente alla caduta
definitiva nelle tenebre (hyle). Il peso che viene conferito alla forza
del peccato (che ha la sua origine solo nel corpo) e la possibilità di una
ricaduta distinguono la dottrina di Mani dalle altre scuole gnostiche.
-Gli
eletti e i «tre sigilli»
Si può capire facilmente come
l'ideologia di una rigorosa rinuncia al mondo possa condurre la comunità
ad una doppia morale. Solo un gruppo ristretto è in grado infatti di
rispondere senza compromessi alle esigenze severe dell'etica manichea,
sostanzialmente negativa, il cui principio fondamentale è il
raggiungimento della salvezza tramite la rinuncia. Gli eletti sono coloro
che rappresentano autenticamente e coerentemente la dottrina e la morale.
Essi sono posti sotto i cosiddetti «tre sigilli della bocca, della mano e
del seno» (signacula oris, manus et sinus) , ossia devono trattenersi
rigorosamente dal gustare la carne e il vino, dalla menzogna e
dall'ipocrisia, dal danneggiare la natura con il lavoro e il commercio
sessuale. È proibito maltrattare gli animali, danneggiare le piante (il
manicheo cammina perciò con gli occhi bassi), inquinare l'acqua, perché la
luce o l'«anima vivente», presente in queste realtà, non venga «turbata».
I «perfetti» devono dedicare la loro vita solo alla religione o alla
chiesa e alla missione. Sono prescritti lunghi periodi di digiuno (fino a
trenta giorni) e un solo pasto vegetariano al giorno. L'ideale di vita
dell'eletto è quello dell'«itinerante», che si pone al servizio della
dottrina.
-I laici e le dieci
norme
Poiché non era possibile affrontare questo tipo di vita senza l'aiuto di
altre persone, era indispensabile che i laici si mettessero al servizio
degli eletti. Gli «uditori» o catecumeni dovevano provvedere alle loro
necessità, come il nutrimento e il vestito. Questo servizio costituiva una
buona azione («elemosina»), ma richiedendo un lavoro portava al peccato.
Questo peccato veniva loro perdonato da parte degli eletti, ma la loro
liberazione, ossia la liberazione della loro anima, veniva differita nel
tempo. Potevano cioè rinascere in una pianta (piena di luce) oppure in un
eletto (cfr. Kephalaia, capp. 99 e 115). I laici erano dunque accolti
nella religione manichea, ma in misura limitata. Essi dovevano osservare
dieci norme di condotta: il matrimonio monogamico, evitare la lussuria, la
menzogna e l'ipocrisia, l'idolatria e la magia, il furto e l'uccisione
degli animali, non dubitare della religione e non tralasciare la cura
degli eletti. Solo gli autori arabi (lbn an-Nadìm) affermano che essi e
gli eletti occultavano la loro religione (reservatio mentalis) quando si
scatenavano le persecuzioni.
-Le
pratiche rituali e la vita della comunità
Poco nota e la prassi
cultuale, come pure in genere la vita della comunità. Poiché solo la
conoscenza porta alla salvezza, ogni rito esteriore viene respinto in
quanto non necessario. I sacramenti cristiani sono istituzioni delle
tenebre e quindi vanno rifiutati. Il culto perciò consiste principalmente
nella recitazione di inni e di preghiere, nel canto di salmi, nelle
letture di scritti, nella musica, nei digiuni e nelle feste. Gli eletti
dovevano recitare sette preghiere o inni al giorno, gli uditori soltanto
quattro. I testi ritrovati ci fanno conoscere quanto fosse ricco il
repertorio della poesia liturgica. I manoscritti illustrati del Turfan ci
permettono di farci qualche idea sulla vita della comunità locale. Le
molteplici norme sul digiuno non sono ancora del tutto chiare, ma vengono
previsti «cinquanta giorni del Signore (domeniche)» all'anno per il
digiuno degli uditori e altri cinquanta (i lunedì?) per gli eletti (cfr.
Kephalaia, cap. 109). Vi sono poi i trenta giorni di astinenza prima della
festa del Béma e altre prescrizioni per determinate occasioni o feste,
come ad esempio per i sette giorni di commemorazione dei martiri (detti in
turco feste yimki). Al centro della giornata si svolgeva l'unico pasto (la
«tavola») che gli eletti consumavano in comune e che costituiva un
particolare «mistero», poiché tendeva alla purificazione della luce.
Venivano consumati vegetali in cui si trovava nascosta la luce (per le
motivazioni mitologiche: cetrioli, meloni, pane di frumento; e si beveva
acqua o succhi di frutta. Ingerendo questi cibi, la luce che in essi si
trovava, ossia «l'anima abbattuta, uccisa, oppressa, assassinata»,
veniva liberata dalle tenebre in
cui era immersa, veniva depurata e purificata e concentrata nell'eletto
(come in un processo di distillazione). Come ci dice Agostino, l'eletto
«con il suo sussurrare nella preghiera o con un colpo sprigionare degli
angeli o anzi delle particelle divine: queste particelle del Dio altissimo
e vero resterebbero impigliate nella frutta, se non venissero liberate con
il dente e lo stomaco dei santi eletti» (Confessioni III, 10). Questo
pasto veniva curato e preparato dagli uditori come un'«elemosina»; il
peccato che essi in tal modo commettevano veniva loro perdonato. Gli
eresiologi cristiani hanno interpretato questo pasto degli eletti come la
celebrazione eucaristica dei manichei.
-La festa del Béma
La festa principale era
quella del Béma, che veniva celebrata in febbraio o in marzo per
commemorare la morte di Mani; veniva perciò a coincidere
approssimativamente con la Pasqua cristiana, di cui è stata considerata
come la controparte (ascesa di Mani nel Regno della Luce). Essa veniva
preceduta da un digiuno di trenta giorni e da una confessione degli eletti
e degli uditori. Nel giorno della festa si collocava un'immagine di Mani
su una «cattedra» o «tribuna» e si invocava l'apostolo della luce con inni
di lode e di ringraziamento. Durante l'ordinazione dell'eletto si
imponevano le mani e si stendeva la mano destra (secondo il costume
iranico), e forse aveva luogo anche un'unzione. Qualcosa di simile doveva
avvenire anche nel rito di assunzione degli uditori. Si celebrava anche
una specie di messa per i morti. «Elemosina e commemorazione»
contribuivano al «riposo» del defunto. Va forse collocato in questo
contesto il «rito del corpo e dell'anima». L'istituzione della confessione
e della penitenza è una particolarità del manicheismo dell'Iran orientale
e dell'Asia centrale, la quale si è ispirata probabilmente ad un modello
buddhista. Conosciamo anche (in lingua paleoturca e iranica orientale) un
formulario per la confessione (Xuàstvàníft) degli uditori e degli eletti.
Queste confessioni, con i loro elenchi precisi di peccati in pensieri,
parole e opere, sono molto preziose e costituiscono una testimonianza
eloquente della profonda pietà dei manichei.
-Gli eletti e le Sacre
Scritture
Una delle attività principali degli
eletti era quella di trascrivere e tradurre i propri libri e i propri
scritti, un compito a cui si dedicavano con grande impegno e con uno
spiccato senso estetico, seguendo le orme del maestro. I ritrovamenti lo
confermano. E' diventato proverbiale il fatto che usassero una buona carta
o papiro e un efficiente materiale scrittorio. Le illustrazioni dei loro
libri hanno esercitato probabilmente un loro influsso sull'origine della
miniatura islamica: «Lo sfoggio dei maniaci nella decorazione delle loro
sacre scritture equivale a quello dei cristiani per le loro chiese»
(al-Gàhiz). La ricchezza che era necessaria a questo scopo veniva
accumulata dalle comunità manichee, soprattutto in Oriente e nonostante
l'ascesi che esse praticavano, raccogliendo capitali sotto forma di
obbligazioni. «Chi presta ad usura non ferisce la croce della luce»
(Agostino, Enarr. in Psalmos 140,12). I ricchi mercanti manichei, che
risiedevano nei centri commerciali lungo la Via della Seta, formavano il
sostegno economico della comunità. Vi erano poi le fondazioni istituite
dai nobili, soprattutto negli insediamenti dell'Asia centrale. Bisogna
aggiungere anche che i manichei erano abili narratori di storie
affascinanti, e sapevano mettere al servizio della loro propaganda il
patrimonio folkloristico della loro tradizione; in questo senso sono stati
dei buoni mediatori tra l'Oriente e l'Occidente. Sotto quest'aspetto il
manicheismo sopravvive ancora nelle fiabe e nelle leggende dell'Europa. |