L'AMBIENTE CULTURALE CINESE E « LE CENTO SCUOLE »
Sviluppatasi
nell'ansa dell'Huang-ho, una delle regioni più fertili e popolate del
mondo, la civiltà cinese, come documentano le ricerche storiche e le
scoperte archeologiche, ebbe carattere prevalentemente agricolo fin
dall'inizio del II millennio a.C. Tale carattere essa ha conservato fino a
pochi anni fa, senza passare per una rivoluzione industriale né sviluppare
intensi rapporti commerciali e culturali se non con le prospicienti isole
giapponesi, più povere e più arretrate.
A differenza della Grecia, in contatto con i potenti imperi mediorientali,
l'antica Cina fu per molto tempo isolata da altre forme di civiltà, tanto
che i suoi abitanti potevano crederla « il mondo intiero ». Nella
struttura sociale cinese, prevalentemente feudale, l'attività dei
navigatori e dei mercanti era sottovalutata, e le stesse scoperte tecniche
della carta, della stampa e della polvere pirica, avvenute prima che in
occidente, non dettero luogo agli sviluppi che ne seguirono nell'Europa
rinascimentale.
L'influenza sulla cultura cinese dell'atteggiamento contemplativo proprio
di una società agricola si rivela in arte ed in letteratura
nell'importanza predominante del paesaggio, e nel pensiero filosofico
nella concezione del tao. Caratteristica del tao, la legge essenziale
della realtà, è « l'eterno ritorno », quello stesso che si osserva nei
fenomeni astronomici e naturali che regolano la vita contadina.
Manca invece nella civiltà cinese quella componente religiosa che si
manifestò fin dai tempi più antichi, con il culto della « grande madre »,
nelle altre civiltà agricole; e le conquiste della protostoria cinese,
quali la cultura del riso e le istituzioni sociali, furono attribuite non
a divinità ma ai mitici « re saggi », vissuti, secondo la tradizione,
all'inizio del III millennio a.C. Per questi « re saggi » i cinesi
nutrirono sempre una grande venerazione, e, con il conservatorismo tipico
della società contadina, videro nel passato « l'età dell'oro » e pensarono
che il saggio dovesse piuttosto rivolgersi ad esso che dedicarsi ad una
attività creatrice ed apportatrice di nuovo.
In Cina non si affermarono religioni o chiese ufficiali; lo stato diede
sempre segno di grande tolleranza e cercheremmo invano nella storia cinese
fenomeni come le guerre di religione, o l'inquisizione,
che tanta parte hanno avuto nella storia europea.
Il problema di determinare il fondamento spirituale della civiltà fu
compito dei movimenti filosofici, che anche per questa ragione trattarono
soprattutto problemi etici, trascurando quasi completamente le grandi
concezioni metafisiche o le questioni epistemologiche che caratterizzano
il pensiero greco e quello indiano. I filosofi cinesi, considerando la
vita come un semplice fatto naturale, si sforzarono di riprodurre nella
interiorità umana, nella forma di teh (virtù), la legge suprema della
realtà, il tao.
Tale umanesimo cinese ebbe nei secoli due grandi tendenze : il
confucianesimo ed il taoismo. Il primo movimento poneva nella società
civile, immagine del cosmo, il luogo naturale dell'azione umana: «Il
saggio è l'acme dei rapporti umani. » Trovando una giustificazione
razionale ed un significato etico al sistema sociale ed alle sue cinque
relazioni tradizionali (sovrano-suddito, padre-figlio, fratello
maggiore-fratello minore, marito-moglie, amico-amico), il confucianesimo
predicava l'ideale della « saggezza interiore e regalità esteriore ». Il
taoismo invece identificava il saggio con l'intera natura, cioè con
l'universo, condannando la civiltà e la conoscenza positiva in nome di uno
spontaneo naturalismo.
Sarebbe però errato limitare a queste due scuole la storia del pensiero
cinese, che anzi ebbe proprio al suo inizio una fioritura meravigliosa. Il
periodo aureo, che i cinesi chiamano periodo delle « cento scuole », ha
inizio con Confucio, contemporaneo di Socrate e di Buddha, e finisce
bruscamente negli ultimi anni del III secolo a.C. Nei secoli seguenti la
filosofia cinese rielaborò teorie antiche o introdotte dall'esterno, e non
offrì più, fino agli ultimi secoli, che movimenti e tesi assai meno
interessanti.
Il vivace periodo iniziale corrisponde ad un'epoca di grave crisi politica
e sociale, caratterizzata dalla rovina della aristocrazia tradizionale
della dinastia Chou (1122-256 a.C.), e dal disgregarsi dell'impero in una
serie di stati in violenta lotta fra loro. Il fenomeno non differisce da
quello che si può osservare in occidente agli inizi della filosofia greca,
quando nel v secolo la decadenza della aristocrazia e la costruzione dei
primi stati democratici aprirono un periodo di grandi trasformazioni
sociali. Ma è interessante notare che gli antichi storici della filosofia
cinese, fra cui Liu Hsin (46 a.C.-23 d.C.), riconobbero il significato di
questo fenomeno, e, anche se schematicamente, immaginarono l'inizio delle
scuole principali come conseguenza della trasformazione in insegnanti dei
funzionari dell'impero, privati dei loro incarichi ereditari.
Vedremo più particolarmente il pensiero delle principali scuole
filosofiche cinesi. Qui basti accennare ad una di esse che, pur non avendo
avuto dei pensatori di particolare rilievo, esercitò il suo influsso su
tutte le altre scuole filosofiche cinesi. Si tratta della scuola yin-yang,
la cui speculazione,come quella dei filosofi presocratici, era di tipo
essenzialmente cosmologico, anche se priva dello spirito scientifico che
animò i greci. Originata, secondo la tradizione antica, « dagli astronomi
ufficiali », essa concepiva l'universo come un meccanismo di cui tutte le
parti risentirebbero della reciproca influenza. L'essere, di per sé unico,
attua la molteplicità del mondo attraverso due principi, lo yang,
simboleggiato dal numero uno, maschile, attivo, luminoso, caldo, e lo yin,
simboleggiato dal numero due, femminile, oscuro, umido e freddo. La scuola
yin-yang nutrì anche un forte interesse per i numeri ed i simboli, ed
elaborò l'importante concezione dei cinque elementi: acqua, fuoco, legno,
metallo e suolo.
Prima di passare alla esposizione del pensiero confuciano occorre
osservare che la maggior parte dei filosofi cinesi non produsse trattati
filosofici come quelli cui siamo abituati dalla storia della filosofia
occidentale. Il loro pensiero ci è testimoniato da raccolte di detti e di
aforismi, che, per il carattere di « scuola » tipico della filosofia
cinese, ci sono giunti frammisti con quelli di discepoli anche molto
posteriori. Tali detti sono brevi e privi di sistematicità: non vi si
devono ricercare conclusioni razionali di premesse andate perdute, ma
riconoscervi, soprattutto nella scrittura pittorica cinese, la forza
suggestiva ed intuitiva di affermazioni che subiscono necessariamente una
limitazione da qualsiasi interpretazione e commento sistematico.
Quanto ora accennato può spiegare come mai la civiltà cinese, pur così
elevata nelle sue realizzazioni artistiche e nelle riflessioni etiche, non
sia stata in grado di dare origine ad una vera e propria ricerca
scientifica. Il fatto è che questa ricerca esige un impegno assolutamente
estraneo all'atteggiamento contemplativo della cultura cinese: un
interesse sistematico per l'osservazione dei fenomeni e per la loro
trasformazione, uno sforzo per elaborare teorie generali rigorose, capaci
di indirizzare efficacemente l'intervento umano sulla natura.
Un discorso a parte sarebbe necessario per la matematica, poiché esiste
una tradizione secolare, riferita in Europa dai primi missionari e
viaggiatori, secondo cui antichissimi pensatori cinesi (del II millennio
a.C.) avrebbero coltivato con spirito scientifico e con notevole successo
gli studi matematici, onde alcuni risultati di questa scienza sarebbero
stati scoperti prima in Cina che in Grecia. Tale tradizione, accolta senza
vaglio critico dagli storici occidentali della matematica durante il XVIII
e una parte del XIX secolo, suscitò vivo interesse e grande ammirazione.
In seguito però un esame più attento delle fonti cinesi fece sorgere molti
dubbi sull'esistenza di quell'antichissima matematica cinese, e oggi si
tende piuttosto a ritenere che l'anzidetta tradizione abbia alquanto
falsato la realtà storica, attribuendo a lontani pensatori scomparsi idee
e risultati che invece giunsero in Cina, assai più tardi, o dall'India o
addirittura dal mondo ellenico.
Così oggi sembra accertato che i più antichi documenti della matematica
cinese pervenuti fino a noi risalgano a epoca relativamente recente, cioè
al II secolo a.C. o ai secoli successivi. I due documenti più antichi
sono: il Libro sacro d'aritmetica e l'Aritmetica in capitoli la cui
redazione oggi posseduta può farsi risalire appunto al II secolo.
La cosa sicura è che la matematica cinese ebbe sempre un indirizzo
prevalentemente empirico-pratico, con scarso interesse per i concetti
astratti e per il rigore dimostrativo. I settori più coltivati furono
l'aritmetica e l'analisi indeterminata, ove probabilmente essa recò
qualche contributo originale. Merita di venire ricordato che i matematici
cinesi furono tra i primi a valersi della scrittura posizionale per
esprimere i numeri ed operare su essi.
LA SCUOLA CONFUCIANA
La più importante corrente del pensiero cinese, che ne rappresentò la
tradizione ortodossa per più di duemila anni, fu la scuola confuciana, la
cui influenza si estese su tutti i campi della cultura, dalla letteratura
e dall'arte fino alle teorie scientifiche e soprattutto a quelle mediche.
Il termine cinese che la indica, ju chia, significa propriamente « scuola
dei letterati », ed infatti i suoi rappresentanti furono ad un tempo
commentatori ed insegnanti dei classici della cultura cinese: essi,
secondo Liu Hsin, « sortirono dal ministero dell'educazione ».
Fondatore della scuola fu Confucio (K'ung Fu-tzu), che nacque nel 551 a.C.
nello stato di Lu (territorio meridionale dell'attuale Shantung) da una
famiglia aristocratica decaduta. All'età di pochi anni gli mancò il padre
e fu allevato dalla madre. Si sposò a diciannove anni ed iniziò la
carriera di funzionario dello stato di Lu, diventandone nel 501 primo
ministro. Pochi anni dopo però, nel 497, si dimise e fu costretto da
intrighi politici a prendere la via dell'esilio. Per tredici anni viaggiò
predicando i suoi ideali nei vari stati cinesi; ebbe assai poco successo
presso i governanti, tanto da essere oggetto di un attentato; ma fu allora
che si creò attorno a lui quel folto gruppo di discepoli e di scolari che
lo seguì sempre, dando inizio alla prima scuola privata cinese, simile a
quelle che i sofisti andavano fondando in quello stesso periodo in Grecia.
Sostenendo che « nell'insegnamento non vi debbono essere distinzioni di
classe » Confucio - come i sofisti - condizionava l'ammissione alla sua
scuola solo al pagamento di una piccola somma, da cui traeva il suo
sostentamento.
Tornato nello stato di Lu, Confucio vi morì nel 479. Non lasciò alcuno
scritto, ma le sue idee furono raccolte dai discepoli nei venti libri
degli Analecta confuciani (Lun Yù). Egli si proclamava « un trasmettitore
e non un creatore » e svolgeva il
suo insegnamento sul Libro delle mutazioni, sul Libro della poesia, sul
Libro della storia, sui Rituali, sul Libro della musica, sugli Annali di
primavera e d'autunno, i sei testi classici che costituivano il patrimonio
culturale del passato, da lui reinterpretato e riordinato per adattarlo
alle esigenze della nuova situazione storica.
La sua opera ebbe per scopo il formare membri utili alla società e
gentiluomini. La società era infatti per Confucio il campo naturale ed
ideale dell'azione del saggio. Essa aveva bisogno di un ordinamento, e
questo cominciava, a suo avviso, con la « rettificazione dei nomi ». «
Quando il duca Ching di Ch'i interrogò Confucio circa i principi di
governo, questi gli rispose dicendo: " Il sovrano sia sovrano, il ministro
ministro, il padre sia padre, il figlio figlio. Perché se il sovrano non è
sovrano, se il ministro non è ministro, se il padre non è padre, e il
figlio non è figlio, sebbene il grano esista, mi sarà concesso di
mangiarlo? "»
Parlando della « scuola dei nomi » vedremo più particolarmente come, anche
per influenza della scrittura ideografica, il « nome » abbia nella antica
filosofia cinese un valore assai simile all'idea della filosofia greca.
Per Confucio il nome ha in sé alcune note caratteristiche che
costituiscono l'essenza delle cose cui il nome si riferisce. Egli non
sviluppò però questa teoria da un punto di vista logico o metafisico, e si
limitò a trarne una serie di conseguenze morali. Nella vita civile, per
esempio, fare corrispondere il nome alla funzione sociale indicata
significa agire secondo il complesso di responsabilità e di doveri che ne
costituiscono l'essenza ideale, e che raggiungono la massima importanza
nella figura del sovrano.
Acquista così valore esemplare la condotta etica di ciascun individuo
durante la sua esistenza, e dopo la morte se ne potrà ammettere il culto
che, pur essendo privo di significato religioso, potrà servire a
conservare le buone tradizioni dei rapporti sociali e familiari.
Quanto alla morale individuale, essa ha per Confucio la meta principale
nella attuazione di due virtù fondamentali, lo jen e lo yi. Lo jen, o
sensibilità umana, è « la negazione dell'io e l'accettazione di ciò che è
giusto ed appropriato », l'impulso ad amare gli altri quasi
immedesimandosi in loro; lo yi o rettitudine è l'impulso innato in ogni
uomo ad agire per il bene, un riflesso nell'individuo delle leggi che
regolano l'universo.
Alla morte di Confucio i suoi discepoli si sparsero nei vari stati feudali
seguendo ora la carriera politica, ora svolgendo attività di insegnanti. A
questo primo periodo risalgono alcune opere anonime, che non aggiunsero
nulla agli insegnamenti morali del maestro, ma ne accentuarono alcuni
aspetti, come la teoria del « giusto mezzo », della necessità di
raggiungere il perfezionamento individuale tenendosi lontani da ogni
estremo.
Le diverse scuole confuciane ebbero solitamente vita breve, e si estinsero
nello spazio di poche generazioni. Non così la più importante, la
cosiddetta « università di Chi-hsia », dove insegnarono le due maggiori e
più originali personalità del confucianesimo antico, Mencio e Hsùn-tzu.
Mencio (Meng-tzu) visse tra il 371 ed il 289 a.C. e, negli ultimi anni
della sua vita, aiutato dal discepolo Wan Chang, scrisse l'opera che porta
il suo stesso nome e che divenne in seguito uno dei libri su cui si fondò
l'educazione confuciana.
La sua interpretazione idealistica e mistica del confucianesimo trovò
forma nella teoria della bontà originaria della natura umana. In
polemica con Kao Tzu, che sosteneva non essere la natura umana né buona né
cattiva, Mencio pensava che ogni uomo « nasce Confucio », cioè saggio, e
che incorre nel male solo quando non frena quegli elementi, privi per se
stessi di valore etico, che ha in comune con altre creature viventi, e che
perciò, a rigore, non fanno parte della « natura umana ».
Quattro « semi » distinguono gli uomini dagli animali, i « semi » di
sensibilità, rettitudine, correttezza e saggezza. Essi sono l'origine
delle quattro « virtù costanti » che, se non sono impedite da condizioni
esterne, si sviluppano spontaneamente in ogni uomo. La moralità non è
perciò per Mencio qualcosa di imposto dal di fuori, ma il libero
dispiegarsi della natura umana. Lo jen e lo yi, che ne sono l'espressione,
ci spingono ad amare gli altti nella successione in cui alla famiglia
tengono dietro gli uomini e le cose.
Anche per Mencio il campo naturale dell'azione dell'uomo è la società — si
ricordi che anche Aristotele riconosceva proprio dell'uomo il suo
carattere sociale — originata per lui non da principi utilitaristici ma da
esigenze morali. La società deve dunque avere una guida degna del suo
valore etico e solo il saggio può essere re. Se il sovrano è privo delle
necessarie qualità morali il popolo ha diritto a ribellarglisi: non si
tratta dí un regicidio ma di una « rettificazione dei nomi ». Questo
sviluppo democratico del pensiero politico di Mencio avrà a distanza di
secoli particolare influenza sulla preparazione della rivoluzione
repubblicana del 1911.
La filosofia di Mencio sfocia in una visione mistica della realtà. Per lui
gli stessi principi reggono la morale dell'uomo e l'universo, e questo ha
dunque una natura essenzialmente etica. Nella « comprensione del tao » e
nell'esercizio
della rettitudine è il mezzo per distruggere la separazione creata
dall'egoismo fra gli uomini e l'universo e per operare come « cittadini
dell'universo ». Sarà insomma proprio lo sviluppo della nostra morale
interiore a farci conoscere le leggi del cielo ed ad identificarci con
esso : « Colui che conosce la propria natura, conosce il cielo », « Tutte
le cose sono complete dentro di noi. »
Una interpretazione realistica del confucianesimo, opposta a quella di
Mencio, diede invece Hsùn-tzu, vissuto fra il 289 ed il 238 circa a.C.
Nella sua opera omonima egli sostiene la teoria secondo cui nella natura
umana originariamente cattiva tutto ciò che vi è di buono è prodotto dagli
sforzi degli uomini e dalla loro cultura. Ai « semi » di bontà di Mencio
egli contrappone dei « semi » di malvagità, quali la brama del guadagno e
dei piaceri sensuali, cui solo l'intelligenza e la volontà possono porre
un limite.
Quale è allora l'origine della moralità? Hsùn-tzu ne dà una spiegazione
utilitaristica. « Gli uomini desiderano e odiano le medesime cose », ma
poiché « i loro desideri sono molti, e le cose sono poche », gli uomini
devono imporsi dei limiti, che sono appunto le regole della morale e le
istituzioni della società.
La società inoltre permette un aumento della ricchezza attraverso la
collaborazione tra gli individui che compiono i diversi lavori, ed il
soggiogamento degli animali, cui l'uomo è superiore proprio per la loro
incapacità di organizzarsi socialmente. Nelle specie animali infatti ci
sono genitori e generati, maschi e femmine ma mancano le relazioni sociali
fra padre e figlio, marito e moglie. Grande importanza viene così data da
Hsùn-tzu ai rapporti interindividuali tradizionali, ed ai li (le regole di
condotta, i riti e le cerimonie) che li regolano.
Le origini dei riti sono da ricercarsi anche in Cina nelle superstizioni,
ma i confuciani, per opera particolarmente di Hsùn-tzu, li interpretarono
positivisticamente e li trasformarono da atti religiosi in atti di «
decoro » che esprimono il desiderio affettivo degli uomini per cose di cui
l'intelletto nega l'esistenza. « Quando c'è un'eclissi di sole e di luna,
facciamo processioni per salvarli; quando l'acqua è scarsa preghiamo per
essa; quando dobbiamo decidere affari importanti, ricorriamo all'arte
divinatoria. Se facciamo così non è per ottenere ciò che desideriamo, lo
facciamo per decoro. L'uomo superiore considera i riti e le cerimonie come
un atto di decoro, mentre il popolo li crede dotati di forza
soprannaturale. ... I riti sacrificali sono espressione dell'aspirazione
affettiva dell'uomo; rappresentano il momento più alto della pietà e della
fedeltà, dell'amore e del rispetto. Sono il compimento della correttezza e
della raffinatezza; non sono pienamente compresi che dai saggi. I saggi
comprendono il loro significato e gli uomini superiori godono nel
praticarli; gli uomini superiori li considerano atti dell'uomo, mentre il
popolo li considera attinenti agli spiriti e ai fantasmi. »
Hsùn-tzu si occupò anche delle teorie gnoseologiche della « scuola dei
nomi », che riteneva basate su errati cavilli logici. Per lui i nomi hanno
un valore convenzionale, e sarebbero stati inventati dall'uomo per la
necessità di classificare i dati della conoscenza, ma non avrebbero alcuna
realtà, se astratti dagli oggetti particolari che essi designano. In tal
modo egli costruì un'interessante teoria della conoscenza empirica,
risultato dell'azione concomitante dei sensi, che sono impressionati dai
vari caratteri dell'oggetto, e dell'intelletto che li interpreta e
coordina.
Vedremo quali furono le conseguenze della filosofia di Hsùn-tzu, e come
questa interpretazione realistica del confucianesimo darà origine da un
lato alla sua corrente pratica ed autoritaria, dall'altro avrà importanti
conseguenze politiche con le teorie della scuola legalista al momento
della unificazione della Cina, alla fine del III secolo a.C.
IL TAOISMO
LAOTSE - IL LIBRO DEL TAO
Il taoismo rappresenta l'altra grande corrente dell'antico pensiero
cinese. Le sue caratteristiche spiccatamente mistiche e metafisiche gli
procureranno nei secoli anche uno sviluppo religioso: nei primi tempi
tuttavia il suo carattere fu essenzialmente filosofico.
Nel taoismo antico si distinguono tradizionalmente tre fasi. La prima è
legata alla misteriosa personalità di Yang Chu, che sarebbe vissuto nel IV
secolo, contemporaneamente a Mencio. Le sue teorie sono giunte a noi solo
tramite la posteriore rielaborazione del pensiero taoista. Nei principi di
Yang Chu — « ciascuno per sé » e « disprezza le cose e dà valore alla vita
» — si manifesta il distacco proprio dei taoisti dalla società, dai
problemi degli altri e dagli oggetti stessi dell'esperienza. Conseguente
ai principi teorici, la norma pratica esposta nelle parole « essere
inutile » servirà a preservare la vita e l'individualità del saggio dal
contatto con la realtà esterna che non ha nulla a che fare con la
perfezione interiore dell'individuo. « Anche se avesse potuto
avvantaggiare il mondo intero con lo strapparsi un solo capello, egli non
l'avrebbe fatto. »
La seconda fase di sviluppo del taoismo è documentata dal Libro della via
e della virtù (Tao-teh Ching), opera tradizionalmente attribuita a Lao
Tzu, filosofo poco più vecchio di Confucio e, secondo la leggenda, suo
maestro nelle cerimonie, ma datata dalla critica moderna alla fine del III
secolo a.C. In questo testo il tao, che noi potremo definire come la legge
suprema della natura, è dichiarato ineffabile; ciò che può essere nominato
sta infatti entro « le forme e le fattezze », mentre il tao, unità in cui
essere e non-essere sono dialetticamente congiunti, non è soggetto ad
alcun limite. Le cose nominabili vengono tutte all'esistenza per esso,
senza che esso ne sia il creatore.
Interessanti sono pure le conseguenze sociali di queste teorie. L'uomo non
deve intervenire nella realtà, ma rendersi ricettivo delle leggi che la
guidano naturalmente. Ogni iniziativa deve essere quindi scoraggiata,
perché allontana gli uomini dal tao. Mentre il sovrano-saggio confuciano
si occupa del progresso del suo stato e dell'interesse del popolo, il
sovrano-saggio taoista dapprima disferà le cose fatte, e poi non farà più
nulla, secondo l'esempio del tao, « che non fa niente e non c'è niente che
non sia fatto ». L'inazione è predicata all'individuo ed alla società: «
Se due stati sono tra loro vicini sì da udire l'uno dell'altro i cani ed i
galli, che la gente vecchia, venendo a morte, non abbia avuto mai tra sé
rapporti. » Il modo migliore di « non allontanarsi dall'invariabile teh »
(la virtù, forma in cui il tao si riproduce nell'interiorità umana) è
quindi di limitare la propria conoscenza ed i propri desideri, di «
ritornare all'infanzia ». Secondo l'esempio del tao, il cui movimento è
«il ritorno », se si desidera qualche cosa bisogna partire proprio dal
contrario, e, nella società, il modo migliore di governare è non
governare. In ciò l'ideologia taoista rifletteva quella dell'aristocrazia
in declino.
La terza più importante fase del pensiero taoista è espressa nell'opera
Chuang Tzu compilata probabilmente nel III secolo d.C. da Kuo Hsiang,
grande commentatore del filosofo Chuang Tzu vissuto tra il 369 ed il 286
circa a.C. Il libro contiene, oltre agli aforismi di Chuang Tzu, divenuti
molto famosi malgrado egli avesse condotto una vita da eremita rifiutando
perfino la carica di primo ministro offertagli dal re Wei di Ch'u, anche
capitoli di pensatori taoisti posteriori, alcuni dei quali in polemica con
la « scuola dei nomi ».
Per l'antico filosofo taoista sembra esistere una opposizione fra ciò che
è proprio dell'uomo e ciò che è proprio della natura, sì che l'uomo cerca
con le sue leggi ed istituzioni di « sopraffare la natura » e di eliminare
con un'uniformità imposta le differenze naturali. In queste condizioni si
può raggiungere una felicità relativa soltanto abbandonando la volontà
impositrice dell'uomo e seguendo liberamente la natura. Questa felicità
relativa trova però ostacoli nelle malattie, nella vecchiaia e nella
morte, che, con l'angoscia che provoca nell'uomo, è per Chuang Tzu la
maggior fonte della infelicità umana.
Tali paure ed impedimenti vengono meno solo in chi possiede la felicità
assoluta, cioè la piena comprensione della natura delle cose e delle leggi
di natura, che libera il saggio taoista di ogni emozione : « Disperdere
l'emozione con la ragione. » Quando la felicità non è disturbata dalle
emozioni, non dipende dalle cose esterne, essa non ha limiti.
Ma anche in questo stadio, poiché le cose sono in continuo mutamento, la
felicità del saggio è minacciata. Il saggio è veramente felice infatti
solo quando trascende la distinzione delle cose, la distinzione fra l'io
ed il mondo, e si identifica con il tao, con l'universo intero. In questo
stato anche la sua conoscenza non sarà più la conoscenza inferiore che
parte dall'esperienza sensibile e che porta ad opinioni soggettive ed
unilaterali, ma la conoscenza assoluta, che si identifica con quella del
tao. Alla luce del tao tutte le differenze sono annullate, la vita è come
la morte, l'io come gli altri: «Il cielo e la terra ed io siamo venuti
all'esistenza insieme, e tutte le cose sono uno con me. » Alla fuga dalla
società verso gli eremi delle montagne e delle foreste, che, secondo i
confuciani, aveva originato il movimento taoista in alcuni tormentati
periodi della storia cinese, si sostituisce così un altro tipo di fuga, da
questo mondo a quello assoluto del tao e del teh.
MO TZU
Nell'agitato panorama storico degli « stati guerreggianti » (403-221 a.C.)
spicca un'altra figura di filosofo e di moralista, Mo Tzu (479-381 a.C.),
famoso in quel periodo non meno di Confucio. Pochissimo sappiamo della sua
vita, se non che la scuola da lui organizzata assunse piuttosto l'aspetto
di un ordine cavalleresco che di una consorteria di filosofi. I membri
della scuola moista erano infatti organizzati e disciplinati militarmente,
comandati da un « grande maestro » (il primo fu lo stesso Mo Tzu) che
aveva potere di vita o di morte su di loro. Essi riuscirono in tal modo a
far sentire il loro peso nella vita politica del tempo.
L'insegnamento della scuola ci è noto attraverso un'opera, intitolata Mo
Tzu, che contiene tra gli altri scritti di tardi discepoli. Questi ultimi
sono volti soprattutto a confutare, con interessanti discussioni di
problemi di logica e didefinizioni matematiche e scientifiche, le
argomentazioni logiche della « scuola dei nomi ».
La dottrina fondamentale del pensiero moista è quella dell'amore
universale e indiscriminato verso tutti gli uomini. Secondo Mo Tzu ci sono
due principi di vita: quello della discriminazione fra sé e gli altri, che
porta all'egoismo, e quello dell'universalità, che porta all'amore
universale. Quest'ultimo è il principio migliore da un punto di vista
utilitario, è quello che avvantaggia di più il paese così governato, e
quindi ogni individuo di esso, ed è consono alla volontà del cielo ed agli
insegnamenti degli antichi re.
I moisti riconobbero infatti nella religione e nelle istituzioni politiche
due fattori positivi e determinanti alla diffusione della loro dottrina;
sia la difesa della fede religiosa contro lo scetticismo confuciano, sia
l'interpretazione dell'origine dello stato servirono loro come strumenti a
persuadere gli individui ad amarsi l'un l'altro. Lo stato era nella loro
dottrina originato dalla elezione di un governante da parte del popolo
allo scopo di impedire l'anarchia individualistica, e della religione
sottolineavano il valore spirituale e la finalità etica.
È naturale perciò che essi si opponessero alle complicate cerimonie
religiose celebrate dai confuciani e le criticassero aspramente come fonte
di dissipazione di ricchezza e di energia. La stessa accusa essi
rivolgevano alla pratica della musica e delle belle arti raccomandata dai
confuciani, e vedevano nella loro credenza in un futuro predeterminato un
mezzo per indurre il popolo a pigrizia e rassegnazione. « Mo Tzu riteneva
che i riti della scuola confuciana fossero complicati e incomodi;
l'importanza che essa dava ai funerali vistosi consumava le ricchezze ed
impoveriva il popolo, e la pratica che essa imponeva di lunghissimi
periodi di lutto era nociva per i viventi e dannosa alle faccende umane. »
In verità dietro il contrasto fra moismo e confucianesimo erano profonde
ragioni sociali. I principi ed i fini del confucianesimo che, rivolgendosi
alla nobiltà feudale, tendeva a trasformare i suoi adepti in gentiluomini
amanti delle belle arti, non potevano coincidere con le istanze
democratiche ed egualitarie del moismo. Né una filosofia i cui adepti
appartenevano a classi meno elevate ed ancora legate alla religione, che
vedevano necessariamente nella fame, nel freddo e nel lavoro piuttosto che
nella musica il grande problema dell'umanità, poteva giustificare le
cerimonie confuciane, sostanzialmente prive di fede religiosa,
significative solo come espressione poetica del rispetto per gli antenati.
Questa opposizione di origine sociale fra le due filosofie si riconosce
anche nel diverso giudizio che esse danno delle antiche istituzioni.
Confucio ne difendeva la validità e l'utilità; Mo Tzu accettava solo
quelle che erano immediatamente utili al popolo, e, sostenendo
l'imparzialità dell'amore universale, non graduato da rapporti familiari o
feudali propri della morale confuciana, rifiutava implicitamente le stesse
cinque relazioni sociali tradizionali.
LA «SCUOLA DEI NOMI»
Si è già più volte accennato alla cosiddetta « scuola dei nomi », una
delle più interessanti scuole filosofiche cinesi. La sua problematica di
tipo essenzialmente gnoseologico rappresenta una novità ed un progresso
molto notevole nella meditazione filosofica cinese. La « scuola dei nomi »
esaminò in particolare il rapporto fra il nome (ming) e l'oggetto empirico
(shih), problema inerente alla struttura stessa della lingua cinese, dove
al nome non corrisponde una serie di segni indicanti dei suoni ma un
simbolo ideogrammatico che rappresenta l'oggetto attraverso l'astrazione e
la stilizzazione dei suoi elementi essenziali.
I più importanti rappresentanti della scuola sembrano essere stati Hui
Shih e Kung-sun Lung, famosi dialettici il cui vanto era di avere «
dimostrato possibile l'impossibile e sostenuto quello che gli altri negano
». Di Hui Shih (350-260 a.C.) non possediamo più alcuna opera, e riusciamo
a ricostruirne il pensiero solo attraverso le citazioni dei suoi detti che
si ritrovano particolarmente numerose nelle opere taoiste. Elemento
importante della sua vita, come di quella di quasi tutti i rappresentanti
della scuola, fu l'attività politica che egli svolse come primo ministro
dello stato di Wei, per cui preparò un codice di leggi. Della sua
speculazione sono particolarmente famosi dieci aforismi sul carattere
relativo dell'esperienza e su quello assoluto di definizioni che vadano al
di là di essa. Il primo di essi suona: «Il massimo non ha nulla oltre se
stesso, ed è chiamato Quello Grande; il minimo non ha nulla entro se
stesso, ed è chiamato Quello Piccolo. » Massimo e minimo dunque non
possono essere predicati, in senso assoluto, di alcun oggetto, ma sono
concetti astratti. Termini relativi sono invece quelli che partono da
un'esperienza soggettiva, come presente e passato, alto e basso,
esemplificati paradossalmente da Hui Shih in proposizioni come: « Parto
per lo stato di Yùeh oggi e vi arrivai ieri », « I cieli sono bassi quanto
la terra; le montagne sono allo stesso livello delle paludi. »
La svalutazione della conoscenza empirica non sfocia tuttavia nel pensiero
di Hui Shih in conclusioni di radicale scetticismo gnoseologico; al
contrario egli giunge, nell'ultimo dei suoi aforismi — « Ama tutte le cose
in modo uguale; il cielo e la terra sono un solo corpo » — ad affermare
l'unità dell'universo, ammettendo che per il continuo mutamento e
l'incessante trasformazione di tutte le cose, la loro differenza e
separazione non sono essenziali.
Dalle affermazioni di Hui Shih partì l'altro grande rappresentante della «
scuola dei nomi », Kung-sun Lung (284-259 a.C. circa), che postulò una
realtà assoluta ed oggettiva costituita dai nomi (che egli chiama chih,
indici), realtà che noi potremmo assimilare a quella delle idee di
Platone, come quella contrapposta alla realtà transeunte degli oggetti
concreti. Della sua opera Kung-sun Lung - Tzu, in parte giunta fino a noi,
sono particolarmente famose due affermazioni paradossali tendenti a
dimostrare l'assolutezza e l'individualità di ogni « nome »: « la
durezza e la bianchezza sono separate » e « un cavallo bianco non è un
cavallo ». Di questa seconda affermazione anzi egli si servì praticamente
una volta per passare una frontiera, rispondendo alle guardie, che gli
avevano detto: « I cavalli non possono passare », ma «Il mio cavallo è
bianco, e un cavallo bianco non è un cavallo. » Per il loro interesse
riportiamo qui le tre argomentazioni di Kung-sun Lung per dimostrare
questa proposizione: i) «Il termine " cavallo " denota una forma; il
termine " bianco " denota un colore. Ciò che denota un colore non è ciò
che denota una forma. Quindi io affermo che un cavallo bianco non è un
cavallo. » 2) « Il concetto " cavallo " non include e non esclude colore
alcuno; sia un cavallo giallo sia un cavallo nero sono cavalli. Ma il
concetto " cavallo bianco " include un colore ed esclude gli altri colori;
solo i cavalli bianchi rispondono al concetto, i cavalli gialli e i
cavalli neri ne sono esclusi. Quello che non è escluso non è identico a
quello che è escluso, per cui affermo che un cavallo bianco non è un
cavallo. » 3) « I cavalli hanno un colore ed esistono cavalli bianchi.
Supponiamo che ci sia un cavallo senza colore, allora esisterebbe il
cavallo in quanto tale. Quindi un cavallo bianco non è un cavallo. Un
cavallo bianco è " cavallo " e insieme " bianco ", ma " cavallo " e
insieme " bianco " non è cavallo. » Con questa ultima argomentazione
Kung-sun Lung sembra voler distinguere fra « cavallinità » e « cavallinità
bianca ».
Purtroppo l'interesse logico di questi problemi non venne compreso dal
confucianesimo contemporaneo, che accusò i membri della « scuola dei nomi
» di essere « disputanti » su questioni di nessuna importanza; ma sulle
loro argomentazioni è ritornata con particolare attenzione la critica
moderna, sottolineandone gli elementi comuni con la sofistica greca.
LA SCUOLA LEGALISTA E LA FINE DELLE «CENTO SCUOLE»
Alla metà del III secolo a.C. si fece più forte in Cina il movimento per
la riunificazione dello stato, che auspicava la fine dell'anarchia feudale
e la formazione di una sufficiente organizzazione centralizzata, fondata
non sulla fedeltà dei vassalli o sulla divisione in caste della società,
ma sulla obbedienza ad una legge (fa), uguale per tutti.
La giustificazione teorica di questo movimento fu elaborata dalla
cosiddetta scuola legalista. Essa si richiamava alle più antiche
promulgazioni di codici di leggi in Cina (il primo risale al 536 a.C.), ed
aveva avuto nel IV secolo tre grandi caposcuola, Shén Tao, Shang Yang e
Shén Pu-hai. Nell'arte di governare essi avevano posto rispettivamente
l'accento sullo shih (la capacità di comandare attraverso l'accrescimento
dell'autorità personale del sovrano), sullo shuh (la tecnica di mantenere
sottomesso uno stato, senza alcuna preoccupazione di tipo morale), e sul
fa (la legge vera e propria, uguale per tutti, che stabilisce i doveri dei
sudditi e le pene per la loro trasgressione).
L'unificazione di questi tre orientamenti fu compiuta da due allievi di
Hsùn-tzu, Han Fei Tzu e Li Ssu, rispettivamente consigliere e primo
ministro di Ch'in Shih-huang-ti, capo dello stato di Ch'in, che nel 221
a.C. riuscì a spodestare gli altri signori feudali e ad unificare sotto il
suo impero tutta la Cina. Essi dedussero da Hsùn-tzu il principio della
fondamentale malvagità della natura umana, ed affermarono la necessità che
il principe frenasse questa malvagità attraverso le leggi, che permettono
la convivenza civile nello stato.
Per la scuola legalista la legge non ha alcun carattere sacrale o
contrattuale, non si richiama necessariamente a nessuna norma morale, né
al codice dell'onore che aveva retto i rapporti fra gli stati feudali, né
agli usi degli antichi « re saggi ». Essa è piuttosto lo strumento del
governo assoluto, ed è « legge » quando « viene trascritta sui registri,
stabilita negli uffici governativi e promulgata tra i sudditi ». E'
evidente come il principio dell'obbedienza cieca alla legge proprio della
scuola legalista si opponesse alla concezione confuciana che, fidando
nella forza dei principi etici, credeva nell'esempio come stimolo al
miglioramento della società. Proprio i valori etici del confucianesimo,
come la pietà filiale e l'amor fraterno, costituivano anzi i maggiori
pericoli per la coesione dello stato assoluto dei « legalisti », e vennero
da loro definiti « i grandi mali » da sradicare dalle coscienze.
È in tale polemica anticonfuciana che si può meglio osservare, malgrado i
disastrosi risultati pratici che avrà per la cultura cinese, il realismo
dei pensatori della scuola legalista: « Nel governo dello stato il saggio
non fa affidamento sulla buona volontà dei sudditi, ma fa in modo che essi
non possano agire male. Entro i confini dello stato non ci sono più di
dieci uomini che fanno il bene per loro libera scelta. ... Colui che
governa un paese si occupa della maggioranza e trascura i pochi; non si
serve della virtù ma delle leggi. »
La scuola legalista ebbe grande influenza alla corte di Ch'in, la dinastia
che assunse il potere di tutta la Cina. Presto anzi il nuovo stato, che
disponeva di una potente burocrazia centrale e di un forte esercito di
leva, che aveva imposto l'unificazione dei pesi e delle misure ed un unico
codice di leggi, sentì la necessità di una unificazione dei movimenti
filosofici e considerò pericolosa la disparità delle opinioni. « Nello
stato presieduto da un sovrano intelligente, i suoi ordini sono ciò che
possiede la massima autorità fra le parole degli uomini, e le leggi
costituiscono ciò che è più appropriato alle varie questioni. Non possono
esistere parole di due uomini che siano egualmente provviste di autorità,
né possono esistere due leggi che siano entrambe le migliori. Debbono
dunque venir proibite le parole che non siano in accordo con le leggi e
con i comandi. Se esistono persone che, senza badare alle leggi e ai
comandi, associandosi con destrezza e valendosi delle circostanze,
producono qualcosa di vantaggioso per le proprie ricerche, il loro
superiore deve tenerli responsabili delle loro parole. Se le loro parole
sono corrette, essi riceveranno grandi ricompense; in caso contrario
subiranno gravi punizioni. Questo è il modo con il quale le persone
ignoranti avranno timore delle punizioni e non oseranno parlare, mentre le
persone colte non disputeranno su alcunché. »
Il primo provvedimento fu dunque di chiamare a corte settanta eruditi
ufficiali, e nel 213 a.C. si giunse alla promulgazione di un editto che
ordinava la distruzione per fuoco di tutte le biblioteche di storia, di
letteratura e di filosofia, con l'unica eccezione dei libri di medicina,
di divinazione e di agricoltura. Furono conservati solo i classici
dell'insegnamento confuciano, chiusi nella biblioteca imperiale: in una
delle più catastrofiche distruzioni che la storia ricordi, assieme ai
libri vennero arsi pubblicamente 460 confuciani e quanti altri fossero
sospetti seguaci di altre scuole filosofiche.
Qualche anno dopo, nel 207, la terribile dinastia Ch'in cadeva, e nelle
sommosse che accompagnarono questo evento vennero incendiate anche le
superstiti biblioteche dei palazzi imperiali: il colpo inferto alla
cultura cinese divenne irreparabile. Sotto la successiva dinastia Han (206
a.C.-22o d.C.) il confucianesimo divenne filosofia ufficiale ed i seguaci
della scuola legalista vennero cacciati dagli uffici, senza però che il
loro insegnamento andasse perduto; la nuova dinastia conservò infatti il
carattere di unità politica e di centralizzazione amministrativa che aveva
costituito la realizzazione pratica delle dottrine « legaliste ». Alla
soppressione del bando sui libri, avvenuta soltanto nel 191 a.C., seguì
un'opera di febbrile ricerca di quanto si era salvato, murato nelle case
dei letterati o conservato dalla loro memoria. Ma le « cento scuole »
erano scomparse per sempre né si tentò di restaurarle, così che il
panorama della cultura cinese nei secoli seguenti sarà infinitamente meno
ricco e meno vivace.
L'INTRODUZIONE E LO SVILUPPO DEL BUDDISMO IN CINA
Uno dei più grandi eventi della storia culturale cinese fu l'introduzione
del buddismo, la cui influenza sulla religione, l'arte, la letteratura, la
filosofia e la stessa mentalità in Cina ebbe importanza paragonabile a
quella che ha avuto, nell'ultimo secolo, il contatto con la civiltà
occidentale.
Il buddismo che si era diffuso nel I secolo a.C. da Ceylon ai regni
dell'Asia centrale, passò uno-due secoli più tardi da questi ultimi in
Cina. Una serie di guerre per l'occupazione di alcune stazioni della « via
della seta » intensificarono
nel I secolo d.C. i contatti dei cinesi con le popolazioni buddiste, e
numerosi prigionieri buddisti cominciarono in questo periodo a diffondere
le loro concezioni filosofiche e religiose in Cina. Anche i mercanti
indiani avevano fondato colonie
buddiste negli scali dei fiumi cinesi quando nel 65 d.C. l'imperatore
Ming-ti inviò una prima missione ufficiale in India con l'incarico di
riportarne testi buddisti.
Ebbero così inizio le traduzioni di opere di etica e dogmatica buddiste, e
si fondarono ì primi monasteri, fra cui famosissimo quello del Cavallo
bianco, costruito alla fine del secondo secolo a Lo-yang, la capitale
degli Han.
Per la sua svalutazione della famiglia e della società, che erano i valori
tradizionalmente più radicati nella mentalità cinese, il buddismo incontrò
nella sua diffusione non poche difficoltà, e venne considerato
dall'aristocrazia confuciana come una religione barbarica. Il suo sviluppo
fu però favorito dalla mancanza di uniformità politica che — con una serie
di dinastie straniere e di invasioni barbariche — caratterizzò la Cina per
ì quattro secoli seguenti alla caduta degli Han (220 d.C.). A facilitare
l'affermazione del buddismo si crearono inoltre delle leggende, come
quella che Buddha era stato discepolo di Lao Tzu, e, fatto più
significativo, le traduzioni vennero condotte adottando la terminologia
taoista, e citando abbondantemente nelle glosse che le accompagnavano
passi di classici taoisti.
Nel 401 giunse in Cina come ostaggio il principe indiano Kumarajìva
(344-413), con una straordinaria conoscenza della letteratura, della
filosofia e della religione indiana. Abbandonando l'analogia con il
taoismo, egli tradusse in cinese un centinaio di opere dottrinarie
buddiste, e ne ritradusse altre che avevano già avuto una versione
taoista, permettendo così ai cinesi di conoscere esattamente il pensiero
delle due grandi scuole del buddismo indiano, quella del « grande » e
quella del « piccolo veicolo ».
La conoscenza del pensiero indiano si arricchì in seguito anche per opera
di numerosi pellegrini cinesi — il più famoso dei quali fu Hsùan Tsang
(596- 664) — che si recarono in India per completarvi la propria
formazione filosofica e religiosa, e che riportarono in Cina non solo
numerosi volumi, ma le ultime teorie e gli ultimi dibattiti dei pensatori
indiani contemporanei.
A questo periodo appunto — mentre la Cina vive con la dinastia T'ang
(618-906) un'epoca di grande fioritura artistica e letteraria e di stabile
potenza politica — risalgono quegli sviluppi rielaborativi originali del
buddismo cinese che ne assicurarono la diffusione e la continuità in tutto
l'estremo oriente, anche quando fra il ix e l'xi secolo, per effetto delle
persecuzioni musulmane e della ripresa del bramanesimo, il buddismo
scomparve dall'India.
Le scuole più importanti del buddismo cinese sono almeno dieci, alcune con
un carattere spiccatamente religioso, altre piuttosto filosofiche e
metafisiche. Le prime si diffusero soprattutto nelle classi popolari,
troppo incolte per accettare lo scetticismo religioso confuciano. Delle
scuole di tipo filosofico, tutte derivate dalle teorie buddiste del «
grande veicolo », alcune si attennero più strettamente alla tradizione
indiana, ed ebbero assai minore durata ed influenza sul mondo
intellettuale cinese, altre elaborarono un pensiero originale. Esse, pur
non trascurando lo studio dei difficili testi della metafisica buddista,
seppero adattare meglio, accentuandone l'aspetto mistico ed intuitivo, il
buddismo originale alla mentalità cinese, priva dell'esperienza
logico-dialettica della civiltà indiana.
La più interessante e più importante scuola del buddismo cinese è quella
detta ch'an (dal sanscrito dhyana, meditazione) nota in occidente con il
nome di zen che essa prese in Giappone, dove ebbe molto successo.
Leggendario fondatore della scuola fu il monaco singalese Bodhidharma che,
giunto in Cina all'inizio del vi secolo, vi diffuse la dottrina ch'an,
frutto, secondo la tradizione, dell'insegnamento esoterico di Buddha
stesso. La critica moderna presta ben poco credito a questa versione
tradizionale, e ritiene che lo sfondo teoretico della dottrina sia stato
preparato da due allievi di Kumarajiva, Séng Chao (384-414) e Tao-shéng
(360-434). Particolarmente notevoli furono le dottrine di quest'ultimo
che, considerate rivoluzionarie, lo fecero bandire pubblicamente dai
monaci buddisti di Nanchino. Secondo Tao-shéng ogni essere senziente
possiede la natura di Buddha o spirito universale, ma non si accorge di
possederla e rimane così legato alla « ruota della nascita e della morte
». Per lui perfino gli icchantika (esseri cui per ragione di inclinazione
o di destino è precluso l'accesso al buddismo e che ad esso si oppongono)
posseggono la natura di Buddha e la potranno realizzare, se non in questa,
in un'altra vita.
Secondo Tao-shéng il nirvana non è qualcosa di esterno e differente dalla
« ruota della nascita e della morte », né la natura di Buddha è estranea o
diversa dal mondo fenomenico. Nell'illuminazione Buddha e la realtà
empirica coincidono.
« La montagna è la montagna, il fiume è il fiume », pure ogni cosa assume
per l'illuminato un significato diverso.
L'illuminazione ha per Tao-shéng un carattere particolare: essa non è
divisibile in parti e non può quindi essere raggiunta gradualmente
attraverso le opere o lo studio dei libri, che ne costituiscono soltanto
la preparazione: essa trascende
« forme e fattezze », è un tutto inteso come unità di soggetto e di
esperienza.
In campo morale il principio di Tao-shéng è che « una buona azione non
porta ricompensa », perché nella sua assolutezza spegne ogni brama ed ogni
pensiero di premio o di retribuzione, che acquistano senso solo in una
morale relativistica.
Anche se gli immediati seguaci di Tao-shéng non formarono una scuola,
questi principi costituiscono il fondamento della filosofia ch'an. Essa
sfidava apertamente lo scolasticismo buddista, attribuiva scarsa
importanza alla letteratura sacra, opponeva alla complicata metafisica
delle altre scuole scarne e concise formulazioni filosofiche, alla loro
complicata liturgia la mancanza di ogni rituale. Negli stessi monasteri,
che non avevano per la scuola ch'an un'importanza determinante, i monaci
di questo indirizzo vivevano non di elemosina ma dei frutti della loro
attività di lavoro.
Secondo l'insegnamento della scuola ch'an non è possibile che un individuo
ne salvi un altro o sia salvato da un altro: poiché la natura di Buddha è
nell'animo di ciascuno di noi, l'illuminazione ed il nirvana sono in noi
stessi, e dentro di noi
dobbiamo cercarli, attraverso l'ascetismo e la meditazione. Quest'ultima
non deve essere condizionata ad alcun risultato pratico particolare, deve
essere cioè « senza intenzione », priva di ogni attaccamento sia
pure verso il Buddha. Perché fosse astratto da ogni contesto affettivo o
struttura logica il pensiero veniva concentrato su paradossi senza senso.
Così la « meditazione sul vuoto » diviene la pratica più importante per
avvicinarsi all'illuminazione. Questa poi è inesprimibile, giacché ogni
definizione ne sarebbe una limitazione, ed il modo migliore di esprimerla
è il silenzio. I discepoli che facevano domande sull'illuminazione
venivano picchiati, o ricevevano risposte assurde, come: «Io voglio
semplicemente far smettere il pianto dei bambini. »
Col passare dei secoli la scuola ch'an si divise in cinque sette diverse,
che sopravvivono oggi soprattutto in Giappone. Fra esse importante è la
scuola rinai, che cerca di portare il discepolo all'improvvisa
illuminazione attraverso una profonda scossa psichica, il sistema «
dell'urlo e del bastone ».
IL NEOCONFUCIANESIMO, SINTESI DEL PENSIERO CLASSICO CINESE
Con l'incendio dei libri del 213 a.C. si assiste alla fine delle « cento
scuole », di cui solo sopravvivono quella taoista e quella confuciana.
Verso la fine dell'epoca Han il taoismo prese due indirizzi : l'uno
tendente a creare una religione indigena in opposizione al buddismo, con
clero, liturgia, templi dedicati a Lao Tzu; l'altro con interessi più
schiettamente filosofici. Quest'ultimo si alleò con il buddismo filosofico
— producendo le più antiche traduzioni dei testi buddisti di cui abbiamo
parlato — e prese ora una direzione estetizzante, ora un indirizzo logico
e metafisico, divenendo in un certo senso erede della problematica della «
scuola dei nomi ».
Assai più importante però è la storia del confucianesimo, la filosofia
delle classi dirigenti. Nel 136 a.C. il confucianesimo divenne filosofia
di stato, e, senza provocare la esclusione o la proibizione delle altre
concezioni filosofiche o religiose, si trasformò in pratica in un mezzo di
governo. L'accesso alla carriera burocratica fu condizionato infatti da un
sistema di esami sui testi classici confuciani, il cui insegnamento fu
compito delle singole facoltà della organizzazione universitaria fondata
nella capitale nel 124 a.C.
Creatrice del sistema degli esami, che rimase quasi inalterato fino alla
proclamazione della repubblica nel 1911 fu la cosiddetta scuola del «
testo nuovo », il cui maggiore rappresentante fu Tung Chung-shu (179
ca.-104 a.C.). Le dottrine della scuola, che erano un'eclettica
combinazione del confucianesimo con influssi della scuola yin-yang, fecero
di Confucio un essere quasi sovrumano, capace di predire il futuro e degno
di essere onorato con templi e sacrifici. Ad essa si oppose per lungo
tempo la scuola del « testo antico », fra i cui rappresentanti ricordiamo
lo storico Liu Hsin. Essa, con una serie di ricerche storiche e filologiche
cercò di smentire le leggende ed i libri apocrifi sorti sulla figura di
Confucio, di cui sostenne sempre la natura umana di saggio e filosofo.
Ma fu parecchi secoli più tardi, nell'ultimo periodo della dinastia Sung
(960-1279), che il confucianesimo subì, sotto l'influsso del buddismo e
del taoismo, quella rielaborazione, nota col nome di neoconfucianesimo,
che lo fornì di complessi sistemi metafisici, non eclettici ma unitari ed
omogenei, e lo rese la filosofia viva della società cinese fino alla
penetrazione europea del secolo scorso.
I primi neoconfuciani si interessarono soprattutto di dedurre dalla
speculazione buddista, taoista e yin-yang sistemi cosmologici che
spiegassero le leggi che presiedono il destino umano e l'ordinamento del
mondo.
Capostipite della scuola « cosmologica » è considerato Chou Tun-ji (1017-
1073), ma non vanno dimenticati i nomi di Shao Yung (1011-1077) che,
occupandosi del divenire dell'umanità nel tempo, concepì una cronologia
universale ed un « grande anno » o evo cosmico, e di Chang Tsai
(1020-1077) che, partendo dai rapporti morali uomo-universo, stabilì
l'unità sostanziale di tutti gli esseri (e quindi di uomo e universo) in
un etere universale (ch'i) manifestantesi ora sotto l'aspetto
dell'espansione (yang), ora della contrazione (yin).
Chou Tun-ji rielaborò un diagramma usato dal taoismo religioso per
descrivere principi esoterici, lo chiamò Diagramma della Realtà ultima e
ne diede la seguente spiegazione: « L'assenza di Realtà ultima è ancora la
Realtà ultima. La Realtà ultima attraverso il movimento produce yang;
quando questo movimento ha raggiunto il suo limite, è seguito dalla quiete
e da questa quiete è prodotto yin. Quando la quiete ha raggiunto il suo
limite, c'è un ritorno al movimento. Movimento e quiete alternati
diventano l'uno origine dell'altro. La distinzione fra yin e yang è
determinata. Dalle trasformazioni di yang e dalla successiva unione con
yin sono prodotti l'Acqua, il Fuoco, il Legno, il Metallo e il Suolo.
Questi cinque elementi (detti ch'i, eteri) si distribuiscono secondo un
ordine armonico e le quattro stagioni procedono secondo il loro corso. »
Nell'etica i cinque elementi diventano le cinque virtù. L'uomo, mediante
la consapevolezza e l'intelligenza può distinguere il bene dal male, e la
sua saggezza consisterà nel seguire il « giusto mezzo », cioè nel non
turbare soggettivamente l'equilibrio uomo-natura, e nel permanere in uno
stato di non-desiderio e quiete interiore. La « quiete » di Chou Tun-ji,
poiché la saggezza non si allontana dai limiti dell'umano e della società,
immagini del cosmo, finisce per assumere il valore di « fervido
raccoglimento », « zelo ».
Il passaggio dalle concezioni mistiche dei cosmologi ad un organico
sistema filosofico-metafisico si attuò in due scuole, la « scuola dei
principi universali » che, appoggiata dalla corte imperiale, rappresentò
il confucianesimo « ortodosso », e la « scuola dello spirito universale ».
Iniziatori ne furono due fratelli, Ch'èng Hao e Ch'èng Yi, vissuti
nella seconda metà dell'xi secolo sotto l'influenza diretta dei cosmologi
della generazione precedente. Ma i maggiori rappresentanti delle due
scuole vissero dal XII al XVI secolo. Ricordiamo, per quella dei principi
universali, il grande erudito e poligrafo Chu Hsi (1120-1200) e, per
quella dello spirito universale, il suo contemporaneo Lu Chiu-yuàn
(1139-1193) e Wang Shou-jèn (1472-1528), dapprima statista e generale, poi
grande pensatore mistico.
11 principale punto di contrasto fra le due scuole fu una questione di
importanza fondamentale anche nella storia della filosofia europea: il
problema della dipendenza dalla mente umana delle leggi di natura.
Per la prima scuola l'intero universo è composto di due principi eterni:
li « principio » e ch'i « etere-materia ». Benché distinti, essi sono
inseparabili; sotto l'impulso dei li il ch'i si evolve alternativamente
come yang e yin. I due principi non hanno forma materiale, né potere
creativo, anche se producono il manifestarsi degli esseri del mondo. I li
sono eterni ed immutabili, hanno una esistenza reale al di fuori della
mente umana e sono indipendenti dalla loro attuazione nella realtà
empirica (esistono /i anche degli oggetti artificiali e dei concetti
astratti).
Esiste così un mondo ideale e trascendente dei li, di « ciò che è al di là
delle forme e delle fattezze », sovrapposto al mondo fenomenico. In esso
si trova anche un modello ultimo per l'universo nel suo complesso: è detto
Realtà ultima e abbraccia i li di tutte le cose, corrispondendo un poco
all'idea platonica di bene e all'atto puro di Aristotele.
Quanto al problema dell'individualità degli uomini, essa non sarebbe
determinata dal li dell'uomo, uguale per tutti, ma dalla varia proporzione
di ch'i. Da tale concezione non deriva peraltro un cieco determinismo,
poiché l'uomo oltre che dalla natura è determinato dallo spirito, a cui
appartiene la facoltà intellettiva, che può con un atto di volontà
cosciente o di pensiero volitivo ricondurre l'uomo al suo li,
purificandone il ch'i.
A queste teorie si oppose la scuola dello spirito universale, sostenendo
che lo spirito umano è la manifestazione dello spirito universale, e
questo è il legislatore della natura. « L'universo è il mio spirito, e il
mio spirito è l'universo. » Ne deriva che i li non hanno una esistenza
reale, ma sono solo delle categorie soggettive. « Nulla vi è di estraneo
allo spirito; esso contiene i principi di tutte le cose, poiché i
caratteri degli oggetti si rendono evidenti allorché toccati dallo spirito
di chi li osserva. L'uomo è lo spirito del cielo, della terra e di tutte
le cose; il suo spirito è consapevolezza universale, dalla quale l'uomo è
separato a causa della sua forma corporea. Se non ci fosse spirito non ci
sarebbero li. »
In questa concezione l'universo è una totalità spirituale, in cui non c'è
posto per il mondo dei li astratti.
Dai principi metafisici cli questa scuola derivano quelli morali: « Tutte
le cose che fanno parte dell'universo rientrano nei nostri doveri. » I
mezzi per portare a compimento la propria educazione morale sono
articolati in tre « corde » maggiori (« manifestare la virtù illustre,
amare il prossimo, dimorare nel bene supremo ») e otto « fili » minori
(fra cui l'estensione della conoscenza, l'ordine della famiglia, la pace
nel mondo). Particolarmente interessante è la concezione della « virtù
illustre », che risente dell'influenza del pensiero buddista: «
Manifestare la virtù illustre significa allontanare da sé i desideri
egoistici che ci dividono dal mondo e ritornare all'originale stato di
unità col cielo, la terra e tutte le cose. » Alla « virtù illustre » si
riconduce quindi in ultima istanza l'intera morale della scuola dello
spirito universale: infatti, poiché « la nostra natura originaria è
assolutamente buona », « la manifestazione della virtù illustre consiste
nell'amare il prossimo » e « il bene supremo è il massimo esempio di come
si manifesta la virtù illustre. »
GLI ULTIMI SECOLI. RAPPORTI CON L'OCCIDENTE
Sebbene ad epoca antichissima si possano far risalire i rapporti
commerciali attraverso la « via della seta » fra la Cina e gli stati
mediterranei, assai recenti sono i contatti fra la cultura cinese e quella
occidentale. Anche il viaggio di Marco Polo (1271-1295), che tanto
interesse suscitò in Europa attraverso la straordinaria diffusione del
Milione, ebbe conseguenze minori in Cina, e se ne spense quasi ogni
effetto quando nel 1368 alla dinastia mongola esterofila degli Yùan
(1280-1368) successe quella nazionale dei Ming (1368-1644).
Fu proprio sotto quest'ultima dinastia però che si ebbe un periodo di
fiorenti contatti con la cultura occidentale, per opera dei missionari che
si recarono in Cina alla fine del XVI secolo. Il più famoso, il gesuita
Matteo Ricci (1552-1610), vi giunse nel 1582 e stupì la cultura cinese del
tempo per le sue nozioni matematiche, astronomiche e meccaniche piuttosto
che per la nuova religione. Per alcuni decenni si assistette ad un fiorire
di traduzioni in cinese di testi scientifici occidentali: lo stesso Ricci,
compì una famosa versione dei primi sei libri degli Elementi euclidei, e
venne tradotto perfino un testo medievale di logica aristotelica,
paragonata dai cinesi alle dottrine dell'antica « scuola dei nomi ».
l missionari occidentali non si limitarono tuttavia a conquistare un ruolo
importante nella vita culturale cinese - fino ad ottenere, ad esempio, la
direzione dell'osservatorio di stato - ma diventarono assai influenti
negli affari di corte. Ne sorsero forti contrasti politici che, assieme
alla divisione creatasi fra gesuiti, francescani e domenicani sulla
questione delle forme di culto da farsi adottare ai cinesi convertiti, fu
la ragione principale della brusca rottura dei rapporti religiosi e
politici fra l'Europa e la Cina, avvenuta nei primi anni della dinastia
Manciù (1644-1911).
Questo primo approfondito contatto non fu però privo di conseguenze, e nei
primi due secoli della nuova dinastia si ebbe in Cina uno straordinario
progresso di alcune scienze particolari, come la geografia (cui aveva dato
un contributo importantissimo il mappamondo del Ricci), l'astronomia, la
matematica e soprattutto la filologia. Partendo da una interpretazione «
letterale » e non « filosofica » dei classici confuciani, storici e
filosofi di questo periodo cercarono anzi di creare una alternativa al
neoconfucianesimo, monopolizzatore della cultura attraverso il sistema di
esami d'accesso alla carriera burocratica, e si ebbero tentativi di
ritornare al confucianesimo dell'epoca Han.
In particolare alla scuola del « testo nuovo » che era fiorita nel II
secolo a.C. si richiamarono quei pensatori che, come K'ang Yu-wei
(1858-1927), cercarono di dar vita ad una religione confuciana indigena,
non considerando Confucio solo un maestro di filosofia, ma un essere
soprannaturale e divino. Tale tentativo, destinato invero ad un rapido
fallimento, sorse in opposizione alla religione cristiana, quando verso la
metà del secolo scorso riprese in modo massiccio la penetrazione
missionaria in Cina. Ma ciò che più attrasse gli spiriti illuminati cinesi
di questo periodo non fu la religione europea, ma la tecnica e la scienza,
l'alto livello di organizzazione politica e la potenza militare
dell'occidente.
Soprattutto la sconfitta nella guerra con il Giappone (1894-1895) e le
continue umiliazioni politiche subite dai cinesi contribuirono a scuotere
la fiducia che essi riponevano ancora nella superiorità della loro civiltà
e della loro filosofia. Sul piano politico si richiamarono espressamente
al pensiero occidentale gli imitatori della rivoluzione repubblicana del
1911 (si ricordi in particolare Sun Yat-sen) che diedero un ulteriore
impulso all'approfondimento in Cina della conoscenza della cultura
europea.
Si moltiplicarono così le traduzioni di opere filosofiche occidentali, con
una netta preferenza per quelle moderne, di modo che mancò in Cina la
conoscenza delle linee essenziali della storia del pensiero occidentale.
Per opera soprattutto di Yen Fu (1853-1920) vennero tradotti Spencer,
Stuart Mill, Adamo Smith, oltre all'Esprit des lois di Montesquieu. Wang
Kuo-wei (1877-1927) fece conoscere soprattutto il pensiero dell'idealismo
tedesco. Nel 1915 nell'università di Pechino si decise l'apertura di una
sezione di filosofia occidentale; nel 1919 tennero una serie di conferenze
in Cina Dewey e Russell, ed in pochi anni la guida della cultura cinese fu
assunta da uomini che si richiamavano al pensiero occidentale e non più
alla tradizione nazionale.
Nuovi significativi sviluppi trova oggi il pensiero occidentale in Cina,
particolarmente fra quel gruppo di intellettuali che, abbracciato il
marxismo-leninismo, ha guidato e guida la rivoluzione comunista in quel
paese. Tale gruppo ha condotto una dura polemica contro la filosofia
tradizionale cinese, vedendo a ragione nel confucianesimo l'ideologia
della Cina feudale, ma non ha mancato di promuovere una serie di ricerche
storiche su Confucio stesso e sui più significativi capitoli della storia
del pensiero cinese.
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