CARATTERI DEL PENSIERO E DELLA CIVILTA
INDIANA
Una prima caratteristica che ci colpisce nell'antica cultura indiana è la quasi
totale mancanza di interesse storico e di una seria storiografia: la
conoscenza del passato dell'India fino all'invasione musulmana rimane
quasi esclusivamente affidata alle fonti epigrafiche.
La stessa
storiografia tradizionale della filosofia indiana, il cui testo più noto è
forse il Sommario dei sei sistemi filosofici di Haribhadrasuri (VIII
secolo ca. d.C.) aveva un fine piuttosto polemico che storico. Gli «
storici » indiani partivano dalla scuola ideologicamente più lontana dalla
propria e, senza alcuna preoccupazione cronologica, accettando e
criticando alternativamente le teorie delle diverse scuole, concludevano
presentando il loro sistema come il culmine della verità.
Scarsissime e
ricche di elementi leggendari sono pertanto le notizie che ci sono
pervenute intorno ai singoli pensatori, di alcuni dei quali, anche fra i
più importanti, possiamo difficilmente determinare persino il secolo e la
regione in cui svilupparono il loro magistero culturale.
Dovendo perciò
rinunciare a ricostruire la personalità spirituale (ed eventualmente
l'impegno politico) dei filosofi indiani, saremo costretti anche noi a
condurre la nostra esposizione secondo i « sistemi »: le correnti di
pensiero cioè, che, iniziate in periodi antichissimi, si sono andate
sviluppando nei secoli contemporaneamente le une alle altre, con alterne
fasi di fioritura ed una profonda influenza reciproca, ed hanno trovato la
definitiva sistemazione del loro corpus di dottrine nei primi secoli della
nostra era. Dopo la fase creativa, compiuta in un periodo relativamente
breve, i «sistemi » subirono un processo di codificazione e, potremmo
dire, di irrigidimento ad opera di una sottile scolastica, che aveva come
strumento principale una enorme letteratura di commenti.
Diversamente
dalla filosofia greca, che fin dai filosofi presocratici ha come motivo
principale la conoscenza e l'interpretazione della natura, la speculazione
indiana cerca soprattutto di chiarire l'essenza dell'io ed il suo rapporto
con il principio della realtà, e di preparare -- con la conoscenza -- la
salvazione o la liberazione dell'individuo, il suo passaggio dal piano del
samsara, la realtà dubbia che ci circonda, ossia il divenire
fenomenico considerato l'origine del dolore, a quello del nirvana, cioè
all'identità con l'assoluto.
Ciò spiega perché sia sempre stata
minima in India la divisione fra religione e filosofia, e perché tutti i
principali sistemi abbiano avuto, accanto a quella filosofica, una
interpretazione strettamente religiosa.
Ma, se il
carattere principale della speculazione indiana è l'interpretazione della
filosofia come ascesi e del filosofo come santo, non si deve dimenticare
-- ed è anzi ciò che più ci interessa — che, nello sviluppare le loro
teorie della conoscenza intesa come « liberazione » e nelle aspre
polemiche che li divisero, i pensatori indiani seppero associare ad una
metafisica misticheggiante una serie di discussioni logiche ed
epistemologiche di eccezionale rigore e profondità: in esse ritroviamo sia
taluni significativi paralleli con la logica occidentale (dal sillogismo
nyaya alla dialettica dell'asti-nasti-vada dei giainisti), sia taluni
spunti di pensiero e suggerimenti di ricerca assai originali.
Prima di
iniziare, con l'antica speculazione vedica, l'esposizione dei « sistemi »
filosofici indiani, accenneremo ancora ad un interessante problema
storico: i rapporti dell'India con l'occidente mediterraneo nell'antichità
classica.
Non occorre
giungere alla fortunata spedizione di Alessandro Magno per trovare punti
di contatto tra il mondo greco e quello indiano: l'impero persiano aveva
costituito infatti fin dai tempi più antichi il luogo di incontro
piuttosto che di separazione delle due civiltà. Alla morte di Alessandro
tale funzione passò ai Seleucidi, il cui dominio si estendeva appunto sui
territori dell'antico impero di Dario. Fu un loro ambasciatore, Megastene,
a dare nei suoi Indikà una descrizione accurata della corte di
Ciandragupta (che regnò circa dal 313 al 289 a.C.) e dell'India fino ai
suoi confini orientali. Durante il periodo imperiale romano i rapporti
commerciali fra Mediterraneo ed India crebbero ancora, creando la fortuna
economica e sociale di città come Alessandria; i romani stabilirono anzi
in India degli empori commerciali, come quello scoperto nei dintorni di
Pondichéry.
Anche in campo
culturale gli scambi si fecero via via più intensi: Apollonio di Tiana
compì un viaggio in India, e numerosi asceti indiani vennero in occidente,
trovando un'accoglienza favorevole nel clima culturale e spirituale
misticheggiante creatosi in Egitto ed in Siria nei primi secoli dell'era
volgare. In realtà però, come afferma il Tucci, « né l'uno né l'altro
pensiero filosofico ha influito notevolmente sull'altro nel senso di
determinare nuovi Orientamenti e sviluppi. Se anche influssi non
mancarono, essi rientrano nell'episodico e nel particolare. L'una
tradizione filosofica si svolge nel suo insieme indipendentemente
dall'altra, legata dal proprio passato alle correnti spirituali ed alle
situazioni storiche nelle quali germinò o dalle quali fu nutrita. Tutt'al
più la conoscenza dell'altra stimolò la ricerca, allargò gli interessi o
servì di giustificazione all'accentuarsi di certe tendenze o correnti o
propensioni del pensiero ».
Un brevissimo
cenno merita infine il problema dei rapporti tra cultura indiana e cultura
araba. E' noto che sul finire del x secolo ebbe inizio la conquista
islamica dell'India, conquista i cui effetti politici si protrassero fino
alla penetrazione inglese nel XVIII secolo. Ebbene, nemmeno un evento
politico così importante riuscì a influire profondamente sul corso della
filosofia indiana, scuotendo il processo di irrigidimento e inaridimento
delle scuole, cui abbiamo poco sopra fatto cenno. La conquista musulmana
fece bensì scomparire in modo quasi completo alcune correnti, come il
buddismo, che avevano più forti manifestazioni religiose, ma — per aver
sempre mantenuto stretti legami con i paesi d'origine e aver conservato
l'arabo ed il persiano come lingue erudite della storiografia e della
cultura — non seppe far confluire gli elementi più vivi dei vecchi «
sistemi » indiani in un nuovo indirizzo di pensiero musulmano-indiano,
capace di assumere un importante peso culturale.
I vecchi «
sistemi », esercitando sugli invasori arabi un'influenza più religiosa che
filosofica — come nel rigido monoteismo musulmano sikh — conservarono
pressoché immutati i loro caratteri esposti nei diversi secoli in una
serie di opere (in sanscrito) concepite come commenti agli antichi testi.
Questa situazione si è protratta fino ai nostri giorni, fino a quando,
cioè, il contatto con l'occidente non ha aperto un periodo di radicale
ripensamento e di rapida trasformazione culturale.
L'ANTICA SPECULAZIONE VEDICA : « BRAHMANA » E « UPANISAD »
Preceduta dalla
fiorente civiltà prearia, le cui tracce sono venute alla luce negli scavi
di Mohenjo Daro e di Harappa, l'invasione indoeuropea (1500 ca. a.C.)
aveva dato inizio in India ad una società la cui caratteristica più
evidente era la rigida divisione in caste che si conserverà quasi immutata
fino ai nostri giorni, con una serie di prescrizioni rituali e
consuetudinarie proprie a ciascuna delle caste.
La
speculazione religiosa ed i primi elementi della filosofia di questa
società appaiono già nella « letteratura vedica », un insieme di opere
tutt'altro che organiche ed omogenee, composte in un lungo lasso di tempo,
dal II millennio fino al VII-VI secolo a.C.: le Sanihita, raccolte di inni
e preghiere a varie divinità antropomorfiche, di cui sono particolarmente
importanti gli inni del Rg-Veda; i Brahmana e le Upanisad, che contengono
prescrizioni rituali e speculazioni sul testo delle Sambita; ed i Sutra,
dove sono esposte tutte le principali regole religiose, giuridiche e
morali della società brahamanica.
Vedremo come
l'accettazione o meno della rivelazione vedica dividerà le scuole
filosofiche indiane in ortodosse (samkhya -yoga, nyaya-vaisesika, mimamsa,
vedanta) e non ortodosse (buddismo, giainismo, scuole materialistiche,
scuole scivaite, ecc.); qui basti accennare a quegli elementi — che
saranno caratteristici di tutto il pensiero indiano — che troviamo già
presenti in questi testi, particolarmente nei Brahmana e nelle Upanisad.
Come abbiamo or ora ricordato i Brahmana
e le Upanisad, in prosa e in versi, a volte in forma dialogica, pieni di
intuizioni poetiche oscure ed ambigue che fanno di questa letteratura una
delle più suggestive dell'India, discutono problemi di ritualistica e di
religione. Il rito è innestato in una visione cosmogonica e cosmologica
nella quale la mitografia delle Samhita trova ordine sotto un dio supremo,
Prajapati, da cui il mondo nasce per emanazione. Cercando di definire la
struttura delle cose si giunge pure ad una prima formulazione del dualismo
psico-fisico attraverso la distinzione nell'uomo fra nama, il nome, sua
essenza interiore, e rupa, la forma visibile della persona umana.
Ma il problema
centrale di questa speculazione è quello della esistenza in noi di un
principio essenziale per la nostra vita e quella dell'universo. Nelle
Upanisad tale principio fu indentificato con l'atman, l'anima, che non è
l'io apparente, ma il soggetto metempirico di ogni nostra azione e
pensiero. L'atman non ha in sé differenza alcuna: sebbene presente in
ciascuno di noi, esso è unico, immune dalla concatenazione
spazio-temporale, al di là delle passioni, definibile soltanto
negativamente. L'atman è identificato con il brahman, la forza misteriosa
della preghiera, che nella speculazione dei Brahmana era assunto a
sostanza originaria.
Come si può
spiegare allora che l'atman, essenza del tutto ed eternità, possa
degradarsi e limitarsi negli individui soggetti al divenire del mondo
empirico? La ragione iniziale di questo processo ci rimane ignota; il suo
meccanismo però già nelle Upanisad viene individuato nell'ignoranza e
nell'azione, il karman, che porta con sé come conseguenza la
concatenazione di pensieri e di eventi ed impedisce la conoscenza
dell'antinomia fra atman e mondo empirico. Alla conoscenza di questa
antinomia devono dunque tendere gli sforzi per liberarsi dal samsara, il
giro delle esistenze in cui l'atman è trascinato, assumendo questo o quel
corpo a seconda dei meriti e dei demeriti della vita precedente.
IL DUALISMO «
SAMKHYA » E LE PRATICHE « YOGA »
Anche se la sua
sistemazione filosofica risale ad un'epoca abbastanza recente, ed il primo
testo della scuola giunto fino a noi, il Samkhya-karika, è forse del IV
secolo dopo Cristo, la dottrina samkhYa è senza dubbio una delle più
antiche dell'India.
Essa, astraendo
completamente dall'esistenza di un dio, ritiene che esistano due realtà
differenti ed ugualmente eterne: le anime individuali (purusa),
molteplici, intelligenti ma inattive, e la materia (prakrti), unica
sebbene non semplice, combinazione dinamica di tre modi di essere: sattva
(leggero, luminoso e piacevole), rajas (mobile, dinamico e doloroso) e
tamas (inerte, ottuso ed ostacolante).
Proprio sull'opinione che tutte le cose
del mondo empirico siano prodotte dalla perpetua agitazione e dal
reciproco avvicendamento di sattva, rajas e tamas, il samkhya fondò una
delle sue teorie più interessanti: quella della preesistenza dell'effetto
nella causa. L'effetto non sarebbe altro che una trasformazione della
causa,identico ad essa nella sua sostanza.
Il samsara e
quindi il dolore sono determinati per il sistema samkkya dall'attribuire
erroneamente all'anima qualità della materia, cioè dalla mancata «
discriminazione » fra la psiche che è un particolare momento
dell'evoluzione della materia — e l'anima.
Ma come può originarsi questa
confusione, come possono comunicare due sostanze opposte e per natura
incomunicabili quali le purusa e la prakrti? E' questa forse la maggiore
difficoltà della filosofia samkhya, che ritiene non vi sia una vera e
propria comunicazione, ma piuttosto un'influenza dovuta alla reciproca
vicinanza: il puro spirito si rifletterebbe nella psiche senza riuscire
più a distinguersi da essa, avvertendo anzi il dolore ed i difetti
intellettuali e morali, limita zioni di cui per sua natura sarebbe libero.
Il dolore e la materia non avrebbero
tuttavia un valore negativo: la materia è principio attivo « come la gente
si dedica alle proprie azioni allo scopo di quietare i propri desideri,
così anche la prakrti si svolge affinché l'anima possa
conseguire la liberazione » -- ed il dolore con la sua stessa presenza
obbliga l'anima a cercare i mezzi per liberarsi.
La liberazione — che è il fine della dottrina samkhya come di quasi tutti
i sistemi metafisici indiani -- si ottiene quando la psiche riconosce di
essere derivata dalla prakrti: allora l'anima ritorna al suo stato di
purezza, chiusa nella sua coscienzialità, al di là del piacere e del
dolore.
Convinto che la
conoscenza fosse uno dei mezzi che possono condurre l'uomo sulla via della
liberazione dal samsara, il sistema samkhya, che nutriva profondi
interessi logici elaborò un'interessante teoria epistemologica.
L'individuo, per effetto del rajas, sarebbe dotato di dieci sensi, cinque
di percezione (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) e cinque d'azione (che
risiedono nella lingua, nei piedi, nelle mani, negli organi di escrezione
ed in quelli di generazione). Le percezioni registrate dai sensi sarebbero
raccolte e combinate da un undicesimo senso, il manas (intelletto) che,
per essere in rapporto con gli altri sensi, è composto di parti. Il manas,
senso di per sé indifferente, reagisce di volta in volta a seconda dello
stimolo sensorio che riceve.
A rendere lo
spirito capace di ricuperare la sua libertà ed autonomia, la filosofia
samkhya raccomandava pure le pratiche yoga. Lo yoga era un altro sistema
filosofico religioso molto antico — le sue origini si possono forse far
risalire alle pratiche magiche dell'India prearia - la cui letteratura si
incentra sugli Yogasutra attribuiti al grammatico Patanjali e composti,
sulla base di testi più antichi,
verso il V o VI secolo
d.C.
Discostandosi dalla metafisica del sainkhya solo per l'ammissione di un
dio (Isvara) che non è creatore, ma dirige teleologicamente l'attività
della materia, per sé eterna ed increata, la scuola yoga influenzò
profondamente con le sue ricerche mistico-psicologiche tutte le forme
della religiosià indiana, ed ha avuto un notevole successo, negli ultimi
anni, anche presso alcuni circoli inrrazionalisti dell'Europa e
dell'America.
Per scoprire il
nostro vero essere dietro la nostra personalità empirica ed illusoria
occorre, secondo lo yoga, compiere un continuo sforzo psicofisico, seguire
una disciplina che liberi la psiche da ogni memoria passata e produca il
completo arresto delle funzioni della mente. La disciplina yoga comprende
otto stadi successivi: i primi due (yama e niyama) consistono
nell'astensione dall'offesa verso ogni creatura vivente, nella continenza,
nel rispetto della verità, nel rifiuto di possedere ogni cosa non
necessaria per il puro sostentamento, nell'indifferenza a tutti gli
avvenimenti, nello studio dei testi sacri (i Veda) e nella devozione a
dio. Il terzo stadio della prassi yoga (pranayama) consiste nella
assunzione di posizioni convenienti alla meditazione e nel controllo del
respiro; il quarto (pratyahara) nella riduzione della funzione dei sensi a
semplice percezione senza partecipazione alcuna. Seguono lo sforzo di
concentrare la mente su di un oggetto o su un'idea (dharana), l'attenzione
continuata su di esso (dhyana) e la scomparsa del senso di dualità fra il
contemplante e l'oggetto contemplato (samadhi). Nell'ultimo stadio della
disciplina yoga, l'asamprajnata, si raggiunge l'assoluta quiescenza delle
funzioni mentali e contemporaneamente l'estasi mistica, la coscienza della
differenza essenziale fra l'anima e la psiche, e la liberazione dal ciclo
del samsara.
L'ANIMISMO
GIAINISTA
Due sistemi
filosofico-religiosi, che cominciarono ad affermarsi in India nel vivace
clima culturale del VI secolo a.C. (contemporaneamente, si noti, allo
sviluppo degli interessi speculativi anche in Grecia e in Cina),
rifiutavano la rivelazione vedica e la divisione in caste della società:
il giainismo ed il buddismo.
Accanto a questi
ed altri importanti elementi innovatori il giainismo conservava però, più
di altre filosofie dell'India antica, alcuni caratteri molto arcaici :
secondo la tradizione il mitico fondatore del movimento, Mahavira detto
Jina (« vittorioso », da cui giainisti i suoi seguaci), non avrebbe che
riordinato gli insegnamenti trasmessigli da ventitrè predecessori.
Il giainismo ebbe una rapida fortuna e, contendendo al buddismo il favore
dei re, estese in pochi secoli la sua influenza su tutta l'India. Nel III
secolo a.C. ebbe luogo un concilio, dopo il quale i giainisti si divisero
in due gruppi: i « vestiti d'aria » (forse da collegare coi gimnosofisti
ricordati dalla tradizione greca) i quali sostenevano che le opere
canoniche erano andate perdute, ed i « vestiti di bianco » che invece
riconoscevano undici gruppi di opere canoniche (anga). Le differenze fra i
due gruppi furono in realtà piuttosto di disciplina che di dogmatica, ma
già allora non doveva essere possibile stabilire con certezza quali opere
risalissero a Mahavira e quali derivassero da una elaborazione posteriore.
Di fatto il canone giainista venne messo per iscritto solo fra la fine del
V e l'inizio del VI secolo d.C., ed è notevole che esso ci sia stato
tramandato in pracrito, una lingua dialettale, e non nella lingua dei
Veda, il sanscrito.
I giainisti dividono la realtà in due
gruppi opposti: la sostanza pensante (jiva) e la sostanza inanimata, priva
di pensiero (ajiva). Con il jiva, la cui intelligenza si manifesta come
conoscenza particolare, visione generale e beatitudine, si identificano le
anime. Esse, prima di raggiungere la liberazione e diventare pura
conoscenza e pura luce, sono legate al samsara per effetto del karman,
l'atto. Il prevalere nelle anime legate al samsara di uno dei sei colori
simbolici fondamentali condiziona la loro qualità e la loro sede.
L'ajiva,
inanimata e priva di pensiero, è rappresentata secondo i giainisti da
cinque sostanze: i) pudgala, la materia in senso corrente, oggetto di
percezione del tatto, del gusto, dell'olfatto e del colore, che può
presentarsi in forma atomica o di aggregato; a) dharma, sostanza
indivisibile e senza forma, il principio del moto; 3) adharma, sostanza
imponderabile, principio della quiete; 4) akasa, lo spazio, divisibile in
un numero infinito di punti; 5) kala, il tempo, in virtù del quale le
sostanze si modificano e mutano.
Assai esteso è
anche il dominio della sostanza jiva, come si può vedere dalla
classificazione che i giainisti fanno delle anime legate al ciclo
samsarico, a seconda della quantità dei loro sensi : i) anime con un solo
senso (il tatto), come tutto il regno vegetale ed i quattro elementi:
terra, acqua, fuoco e aria; 2.) anime con due sensi (tatto e gusto), come
i vermi ; 3) anime con tre sensi (tatto, gusto e olfatto), come le
formiche; 4) anime con quattro sensi (tatto, gusto, olfatto e vista), come
le api; 5) anime con cinque sensi (tatto, gusto, olfatto, vista e udito),
come i mammiferi. Un sesto senso, l'intelletto (manas), è posseduto
soltanto dall'uomo e dagli esseri divini. La condizione dell'uomo è
particolarmente fortunata perché ormai prossima alla liberazione: solo
l'uomo infatti è capace di praticare lo yoga che, assieme al tapas
(pentimento), è necessario per spezzare i legami col samsara.
Ci siamo
soffermati su queste divisioni non per il loro interesse classificatorio,
ma per la prospettiva metafisica animistica che diede loro origine, e per
le conseguenze morali che ne derivarono per i giainisti. Sulla
classificazione delle anime si fonda il principio che ogni individuo è
artefice della propria grandezza spirituale — anche gli esseri divini,
prima di ottenere la salvazione finale, debbono nascere come uomini -; dal
riconoscimento della parentela che lega tutti gli esseri viventi deriva la
dottrina dell' ahimsa, la non violenza e l'amore universale, principio
morale ripreso nell'India moderna da Gandhi.
Assai interessante è infine
l'epistemologia elaborata nei secoli dai filosofi giainisti, stimolati
alla logica soprattutto dai trattati buddisti. Secondo i giainisti, se si
vuole comprendere a fondo la struttura complessa della realtà ultima, la
si deve osservare da diversi punti di vista (i quattro fondamentali sono
quelli di sostanza, luogo, tempo e forma). Bisogna stare ben attenti a non
sopravvalutare una caratteristica particolare e farne la natura ultima
della realtà. Ogni oggetto, ad esempio, può essere considerato permanente
se osservato dal punto di vista della sostanza, mentre dal punto di vista
della forma può essere mutevole.
Queste
considerazioni sfociano nella teoria dialettica dell'asti-nasti-vada,
secondo cui riguardo al medesimo oggetto si possono avere due proposizioni
contraddittorie: osservando cioè una cosa da diversi punti di vista si può
dire al contempo che essa è e non è, mentre da un solo punto di vista essa
è o non è.
 |
Statuetta di stucco
raffigurante il Buddha, III-IV secolo, dal monastero di Tapa-Kalan, in
Afghanistan, Museo Guimet, Parigi. |
IL BUDDISMO DEL
PICCOLO» E DEL o GRANDE VEICOLO»
Fondato secondo
la tradizione da Siddhartha, detto il Buddha (« l'illuminato ») all'inizio
del v secolo a.C., il buddismo si può considerare la più vitale delle
filosofie-religioni elaborate nell'antica India: attraverso i secoli esso
si è evoluto e modificato in vari sistemi indipendenti, la cui storia non
abbraccia soltanto l'India (donde il buddismo scomparve alla fine del XII
secolo per effetto dell'invasione musulmana) ma la Cina (dove esso venne
introdotto nei primi secoli dell'era volgare) e tutti i paesi dell'Asia
sudorientale.
Riesce
impossibile oggi, dopo così lunghe e complesse vicende, distinguere con
esattezza quali siano stati gli insegnamenti originali del Buddha e quali
le aggiunte ed interpolazioni dei discepoli. Della stessa figura storica
del Buddha siamo informati solo da biografie agiografiche e ricche di
leggende, interessate soprattutto a due momenti della sua esperienza:
l'illuminazione e gli ultimi giorni precedenti il nirvana. Ciò che sembra
certo è che Siddhartha (563-483 ca. a.C.), chiamato Gautama dal nome
dell'avo, e nato da famiglia principesca, non lasciò alcuna opera scritta
--- come Socrate in Grecia e Confucio in Cina -- e che i suoi Discorsi
vennero raccolti e tramandati dai seguaci.
Già da tempi
molto antichi si sentì la necessità di riesaminare in concili i punti
controversi del suo insegnamento, finché il canone buddista trovò la sua
definitiva redazione nel III concilio (245 a.C.), tenutosi nel periodo in
cui, sotto la protezione dell'imperatore Asoka (274-236 a.C.), il buddismo
si trasformò da piccola setta di asceti in religione di tutto il paese.
Non sappiamo però con sicurezza se tale redazione sia quella in lingua
pali (un dialetto indiano) giunta fino a noi. Questa comprende, accanto
agli insegnamenti attribuiti al Buddha, una serie di regole monastiche e
di spiegazioni dottrinali di origine più tarda.
La comunità
buddista non rimase a lungo unita. La libertà di indagine e di
interpretazione, favorita dalla mancanza di una chiesa ufficiale, condusse
presto alla formazione di diversi indirizzi e correnti, che peò, malgrado
le differenze e le polemiche dottrinali, si mantennero in contatto fra
loro, ed avvenne persino che monaci di sette diverse vivessero in armonia
negli stessi conventi.
Tralasciando
gli sviluppi più propriamente religiosi ed esoterici del buddismo — come
il « veicolo adamantino » ed il tantrismo che, diffondendosi soprattutto
fra il v ed il x secolo d.C., associarono al buddismo metodi magici e
innumerevoli divinità grandi e piccole __ ci occuperemo qui dei due più
importanti indirizzi filosofici del buddismo indiano: il « piccolo veicolo
», che meglio ha conservato l'aspetto ascetico e dottrinale del primo
buddismo ed è oggi continuato in Indocina, a Ceylon ed in Birmania, ed il
« grande veicolo », in cui invece prevalsero tendenze mistico-metafisiche,
e vive ancor oggi nel buddismo cinese e giapponese.
A differenza sia
della speculazione vedica che del giainismo, il buddismo già nella sua
formulazione più antica (il « piccolo veicolo » o hinayana) non ammetteva
l'esistenza di un'anima. Oltre alla corporeità, alla percezione e alla
sensazione, l'individuo avrebbe un principio cosciente (viinana), nucleo
centrale della personalità e della responsabilità umana.
Per il suo
atteggiamento nettamente antimetafisico e fortemente razionalistico, la
filosofia buddista non elaborò, in questa prima fase, una particolare
concezione del mondo, ma si concentrò sul problema della liberazione dal
samsara, la ruota della nascita e della morte, cui l'uomo è legato per la
legge del karman. Ogni pensiero, per il buddismo, racchiude in sé l'opera
passata e si proietta nel pensiero futuro, in una concatenazione perenne
che produce i1 dolore.
La liberazione
apre l'accesso al nirvana che, concepito come trascendente il mondo
empirico, rappresenta nel primo buddismo un concetto limite, non
definibile per mezzo del linguaggio, e che solo dai pensatori posteriori
verrà interpretato come una vera e propria realtà ontologica.
L'eliminazione
del karman, necessaria per raggiungere la liberazione, si ottiene
attraverso la disciplina morale e la conoscenza del complesso nesso
causale, del processo cioè che, iniziatosi con l'ignoranza -- senza alcun
intervento divino e soltanto per responsabilità nostra -- porta al dolore,
alla vecchiaia ed alla morte.
L'ignoranza
(avidya) sembra avere nel pensiero buddista la funzione che nella
concezione ebraico-cristiana ha il peccato: senonché mentre quest'ultimo è
errore etico, l'avidya è errore intellettuale. L'ignoranza riguarda le
quattro « nobili verità » proclamate dal Buddha: la realtà del mondo,
transeunte ed in perpetua trasformazione, è il dolore; l'origine del
dolore è il desiderio o attaccamento egoistico alla vita; la liberazione
dal dolore è possibile mediante l'estinzione di tale desiderio, cioè il
nirvana; esiste una via che conduce a tale estinzione.
Come già abbiamo
accennato, per il raggiungimento della liberazione riveste una grande
importanza la disciplina morale, che il « piccolo veicolo » ha elaborato e
regolato in un ottuplice sentiero: retta visione, retto pensiero, retta
parola, retta azione, retto sforzo, retta via, retta consapevolezza e
retta meditazione. Sono questi due ultimi in particolare i precetti
fondamentali della ascesi buddistica, codificata nella severa regola
monastica.
Verso il principio dell'era volgare il
buddismo subì un processo di vasto rinnovamento: vennero composti una
serie di nuovi testi, di cui alcuni presentati come rivelazioni del Buddha
che non è più concepito come personalità storica, ma come incarnazione
della verità e si formò quella nuova corrente del buddismo che suol venire
chiamata « grande veicolo » (mahayana).
L'ideale di
questa nuova forma di buddismo non è più quello statico dell'asceta che
pone nel nirvana il proprio fine individuale, ma quello dinamico del
bodhisattva, « colui la cui essenza è illuminazione », che, giunto sulle
soglie del nirvana, rimanda la propria liberazione individuale per aiutare
i non-illuminati, in uno slancio di carità che giustifica il nome di «
grande veicolo ».
Una nuova
importanza assume, accanto alla conoscenza, la pratica della compassione
atta a realizzare al di là della salvezza individuale, la salvezza di
tutti, perché il nirvana non è tale se non comprende l'intera umanità. La
virtù maggiore del bodhisattva è l'« abilità nei mezzi », cioè l'abilità
di portare all'alto, con parole ed azioni adatte ai loro bisogni, le
potenzialità spirituali dei vari individui, che possono tutti divenire dei
Buddha.
Il principale
innovamento filosofico del « grande veicolo » è l'elaborazione di una
metafisica coerente, per opera soprattutto della scuola madhyamika e della
scuola yogacara.
Fondatore della
scuola madhyamika fu Nagarjuna, una delle maggiori personalità del
pensiero indiano, e non solo di quello buddista, vissuto nell'india
nordoccidentale verso la metà del II secolo d.C. Il suo pensiero è esposto
in forma sintetica nei 400 versi del famoso Madhyamika-karika, ma a lui
sono attribuite altre numerose opere, alcune delle quali conservateci solo
nella traduzione cinese.
Con una serie di
serrate argomentazioni logiche, Nagarjuna dimostra che del mondo empirico
non si può predicare nulla, e che tutti i concetti (ad esempio il concetto
di tempo) sono contraddittori: tutte le cose non hanno una natura propria,
ma sono reciprocamente condizionate, ed il loro essere individuale è solo
apparente, sì che l'intero mondo del molteplice altro non è che una
costruzione dell'immaginazione umana. Anche il « vuoto » in cui le cose si
identificano oltre il velo delle apparenze non è un'entità reale, ma
rappresenta solo l'eliminazione di tutte le illusioni provocate dalle
opinioni: è l'inesprimibile, al di là di ogni designazione logica o
concettuale, dell'essere e del non essere, dell'affermazione e della
negazione.
Conseguenza
gnoseologica di tale monismo metafisico è la teoria delle due verità:
quella superiore della realtà e quella convenzionale delle apparenze.
Queste ultime, pur prive di realtà propria, possono servire per indicare
metaforicamente la realtà, e sono quindi utili al fine della liberazione.
La liberazione si raggiunge con la conoscenza che tutte le cose si
riducono ad un unico principio, il « vuoto »: al di là di ogni dualità
l'assoluto non ci apparirà allora come esterno rispetto ai fenomeni, ma
come identico al relativo, ed il nirvana ed il samsara saranno la stessa
cosa.
Un'interpretazione idealistica della realtà, in opposizione al « vuoto »
di Nagarjuna, dette l'altra grande scuola filosofica del buddismo del «
grande veicolo », lo yogacara. Mitico fondatore della scuola fu Maytreya,
vissuto forse nel IV secolo d.C.; i suoi più illustri rappresentanti
furono però i fratelli Asanga e Vasubandhu, vissuti all'inizio del v
secolo.
Secondo la dottrina yogacara tutto quello che esiste non è altro che
coscienza, vijnana; perciò questa scuola venne anche detta vijnanavada.
Gli oggetti non esistono se non in relazione con la coscienza conoscente,
che è realtà assoluta, contenuta solo in se stessa e non dipendente da
alcun oggetto esterno. La realtà illusoria nasce da questa realtà assoluta
e incondizionata: col portare in atto la sua potenzialità, la coscienza -
come dimostrano ad esempio i sogni - crea da se stessa il proprio
contenuto.
Quando riusciamo a diventare consapevoli che tutto quanto esiste non è
altro che coscienza, e diventiamo perciò capaci di un pensiero che sia «
atto del pensiero puro », cioè della coscienza che ha per oggetto la
coscienza stessa, allora il samsara ed il dolore ci appaiono come nirvana,
e conseguiamo la salvezza.
L'importanza della scuola yogacara, più ancora che nella sua
interpretazione metafisica della realtà, sta forse nel potente impulso
elaborativo che diede alla logica indiana. Cominciata appunto con
Vasubandhu, la logica buddista trovò la sua più alta espressione nelle
opere di Dinnaga e di Dharmakirti, vissuti rispettivamente nel VI e VII
secolo.
Secondo i logici buddisti è possibile distinguere la conoscenza discorsiva
dalla conoscenza sensibile, l'inferenza dalla percezione. Nel primo
momento del conoscere, momento che precede il linguaggio, si percepisce il
particolare nella sua concreta individualità; nel secondo alla intuizione
diretta dell'oggetto si sostituisce l'immagine discorsiva e la parola. «
La sensazione è priva di costruzioni mentali. Essa è un dato immediato
della propria coscienza. Le costruzioni mentali, come ognuno può
sperimentare in se stesso, si basano sulla parola. »
Conosciuto prima in se stesso nella percezione sensibile, l'oggetto
particolare viene poi conosciuto dall'intelletto in forme sue proprie,
diverse dall'oggetto stesso e che non hanno alcuna esistenza in sé: gli
universali, le parole. Il pensiero non ha per oggetto le cose, ma le
parole, e non ha quindi un valore positivo, ma negativo. Pur tuttavia esso
può portarci empiricamente alla conoscenza vera: « Di due raggi, uno dei
quali proviene da un gioiello e l'altro da una lampada,nessuno è il
gioiello; ma scambiando il primo per il gioiello, si può pervenire a
quest'ultimo, e non invece se ci si affida all'altro.
LA CRITICA DEI MATERIALISTI
In radicale opposizione con tutto lo spiritualismo e l'idealismo indiano,
oltre che con la tradizione vedica, si posero fin da tempi molto antichi i
materialisti, chiamati in India nastika (negatori) per le critiche ed i
dubbi sollevati contro tutte le altre scuole, e più spesso carvaka (forse
dal nome di uno dei loro maestri). Troviamo illustri rappresentanti
dell'indirizzo materialistico in ogni periodo della storia indiana; dal
musico Brhaspati Laukya, nominato nel Rg-Veda, al saggio Javali che nel
Ramayana — uno dei due maggiori poemi epici dell'India antica —si racconta
avesse sostenuto che non vi è alcun essere superiore al monarca terreno.
E' dunque probabile che i pensatori materialistici avessero dato luogo nei
secoli a diverse scuole filosofiche, ma per l'opposizione della restante
tradizione filosofica indiana tutte le loro opere sono andate oggi
perdute, così che per la ricostruzione del pensiero carvaka ci si deve
accontentare delle citazioni sparse in opere buddiste, giainiste ed
induiste, che ne deformarono spesso le teorie, attribuendo fra l'altro ai
maestri del materialismo una condotta licenziosa ed un comportamento
antisociale.
In campo gnoseologico i filosofi carvaka che - vengono sempre presentati
come esperti nell'uso dei cavilli sofistici - ritenevano che alla
conoscenza della verità possa portarci soltanto la percezione sensoriale,
e che sia dubbio tutto ciò che non è riconducibile ad essa. Piena di
ambiguità, assurdità e contraddizioni giudicavano la « testimonianza » di
altri individui ed opere, compresi i Veda, e nessuna validità attribuivano
all'inferenza, che implica una relazione universale non percepibile coi
sensi. Su quest'ultimo punto però alcuni carvaka - spinti forse dalle
difficoltà che ne derivavano alla stessa vita quotidiana - furono meno
radicali ed ammisero che l'inferenza possa essere un mezzo di « conoscenza
probabile » (ad esempio: dove c'è fumo, c'è fuoco), purché non pretenda di
anticipare il futuro. Certo i carvaka non credevano alla relazione di
causa ed effetto, e ritenevano che tutti gli eventi siano spontanei ed
accidentali, tali da non rendere necessario il ricorso ad alcun essere
soprannaturale come loro causa prima.(1)
Tutti gli oggetti che conosciamo con la percezione sensoriale sono formati
dalla combinazione di quattro elementi primari ed eterni: terra, acqua,
aria e fuoco (l'etere è negato in quanto non percepibile). Anche la
coscienza non sarebbe altro che una mescolanza di questi elementi; per le
sue particolarità caratteristiche essi la paragonavano ad una miscela
velenosa di elementi che presi uno per volta non procurano alcun male.
Alla dissoluzione del corpo, anche gli elementi della coscienza, che ne
sono una parte, si mescolerebbero con altri elementi, dando luogo a nuovi
composti.
« Immagina, » dice ad esempio un passo materialistico, in polemica con le
filosofie animistiche, « che alcuni uomini avendo afferrato un ladro che
ha commesso peccato me lo presentino: " Eccoti, signore, un ladro che ha
commesso peccato; a costui infliggi quella punizione che desideri. " Così
io direi: " Allora, o signori, dopo aver gettato quest'uomo vivo in un
orcio, dopo avere a questo chiuso la bocca, dopo averlo coperto con pelle
fresca, dopo aver fatto sopra a lui una spessa cementatura con umida creta,
dopo averlo collocato in un forno, ponete fuoco. " E quelli dopo aver
consentito dicendo: " Va bene " pongano fuoco. Quando noi conosciamo che
quest'uomo è morto, allora, dopo aver tirato giù quell'orcio, dopo averlo
liberato dall'involucro e dopo avergli aperto la bocca, celermente noi
guardiamo pensando: " Forse noi possiamo vedere la sua anima (jiva) mentre
esce. " Ma noi non vediamo l'anima uscire. Questa appunto è la prova per
la quale io penso: " Anche così non c'è un altro mondo, non c'è frutto e
maturazione delle azioni buone o cattive. " »
In campo morale alcuni filosofi carvaka - i più estremisti — negavano
l'esistenza stessa del bene e del male, ed ammettevano solo un cieco
impulso vitale; altri, rifiutando la teoria del karman e delle conseguenze
che in questa od in un'altra vita possono derivare dalle azioni buone o
cattive, affermavano che unico scopo ragionevole per l'uomo è il piacere,
la soddisfazione dei sensi. Opponendosi al pessimismo di tutte le scuole
idealistiche, essi non condannavano la vita come piena di dolore, e
ritenevano anzi la somma dei piaceri maggiore di quella dei dolori, e la
stessa sofferenza capace di farci meglio apprezzare la felicità (il
piacere perpetuo creerebbe la noia). Sulla base di questi principi è
dunque impossibile liberarsi dal dolore, neppure tagliando ogni legame di
affezione con questo mondo, giacché il nostro cuore diverrebbe « arido
come il deserto », ed è stolto evitare le occasioni del piacere per timore
del dolore che può nascondersi in esso. Condotta morale è vivere
coraggiosamente, gioendo del piacere e soffrendo del dolore.
Le idee rivoluzionarie testé accennate in campo gnoseologico e morale
portarono i materialisti a posizioni assai progressiste anche sul piano
politico. Tutti gli uomini sono uguali di fronte al piacere: ad esso hanno
ugual diritto i brahmani come i membri delle classi più umili, e non si
deve per il proprio piacere far violenza ad altri; il re terreno, arbitro
della giustizia sociale, non trae il proprio potere da altro che dal
riconoscimento del popolo.
(1) Alla problematica gnoseologica dei carvaka si avvicina quella
degli scettici, di cui è stata recentemente pubblicata un'opera, forse del
IX secolo. Essi, compiendo un passo oltre la negazione carvaka della
validità dell'inferenza, giungono a negare anche la validità della
percezione, in base al fatto che non possiamo mai essere sicuri che
l'oggetto percepito dai sensi sia la vera causa della nostra percezione, e
che la percezione sia esatta.
L'ATOMISMO « VAISESIKA » E LA LOGICA « NYAYA »
Le critiche e le teorie dei materialisti hanno esercitato un influsso più
o meno forte su tutti i grandi sistemi filosofici indiani; dove però sono
state rielaborate in modo più consono a tutta l'esperienza culturale
indiana è nell'atomismo vaisesika e nella logica nyaya, due sistemi che,
originariamente indipendenti, si avvicinarono sempre di più e si
completarono a vicenda per difendersi dagli attacchi delle scuole
idealistiche.
La scuola vaisesika (da vaisesa, particolare) fondata secondo la
tradizione da Kanada, a cui è attribuito il testo principale del sistema,
i Vaisesika-sutra (I secolo d.C.?) — « particolarizza » la realtà in sei
categorie, che non hanno solo un valore gnoseologico, ma una vera e
propria sussistenza ontologica: sostanza, qualità, attività, generalità,
particolarità ed inerenza. Tra le sostanze — in numero di nove, e cioè
aria, acqua, terra, fuoco, etere, tempo, spazio, anima ed intelletto — le
prime quattro sono composte — secondo la scuola in esame — dei
corrispondenti atomi (anu, sottile), eterni ed indivisibili, percettibili
soltanto nei loro aggregati, le molecole, della grandezza di un granello
di polvere visibile in un raggio solare. « L'atomo è la parte costitutiva
di una molecola binaria. Ed esso è eterno. »
Non è difficile rendersi conto dell'opposizione e degli aspri dibattiti
che la teoria atomista sollevò nella tradizione filosofica indiana, quale
abbiamo potuto caratterizzarla nella nostra breve rassegna. Alcuni
filosofi idealisti, come il buddista Vasabandhu, la contestarono con
argomentazioni che divennero celebri, del tipo: « Se l'atomo venisse a
trovarsi contemporaneamente a contatto spaziale con sei altri atomi, esso
avrebbe sei parti. Se invece gli atomi coincidessero tutti e sei nel
medesimo spazio, tale aggregato avrebbe la grandezza di un solo atomo. Se
d'altro canto l'atomo non venisse a contatto con altri atomi, di che cosa
sarebbero composti gli aggregati? »
A tali contestazioni di natura logica la scuola vaisesika scelse
significativamente di rispondere con un richiamo all'esperienza: « Gli
avversari obiettano che l'atomo, avendo delle parti, non può dirsi atomo,
giacché è opinione comune che l'estensione delle parti che lo
costituiscono è minore di esso atomo; allora, diciamo noi, chiamiamo pure
atomi queste sue parti; ma gli avversari non lo ammettono, perché queste
parti hanno a loro volta delle parti. Se così è, concludiamo noi, si cade
in un regresso ad infinitum, ed allora non può più ammettersi l'esistenza
di aggregati di diverse dimensioni, perché il numero finito di
coefficienti, che è ragione della minore o maggiore estensione, non
sarebbe più possibile, in quanto tutte le cose sarebbero composte
indistintamente da un infinito numero di coefficienti. Ma l'esperienza ci
prova che le cose hanno di fatto differenti estensioni e noi dobbiamo
perciò concludere che la divisibilità degli aggregati non può procedere
all'infinito. »
Pur considerando gli atomi eterni ed increati, il sistema vaisesika sentì
il bisogno di attribuire il loro ordinato aggregarsi e dissociarsi ad un
dio — Isvara, la cui funzione ci ricorda quella del demiurgo del Timeo
platonico — e concepì l'ordine del mondo come governato da leggi
essenzialmente morali, come quella del karman, e non fisico-meccaniche. Si
approfondiva in tal modo la differenza dall'atomismo greco già manifesta
nella concezione vaisesika della natura non atomica di cinque delle nove
sostanze: etere, tempo, spazio, anima ed intelletto. L'anima, ad esempio,
veniva concepita come una sostanza eterna ed immateriale, non direttamente
percepibile ai sensi, la cui esistenza, oltre che testimoniata dai Veda,
sì può indurre dai suoi effetti direttamente sperimentabili: cognizione,
desiderio, avversione, volizione, piacere, ecc.
La metafisica della scuola vaisesika, salvo l'esistenza necessaria di un
dio ordinatore, fu accettata dall'altro grande sistema realistico
dell'India antica, il nyaya (ragionamento corretto), che si interessò
soprattutto di problemi gnoseologici ed elaborò un linguaggio tecnico
estremamente preciso, contributo notevolissimo alla logica indiana. Il suo
testo fondamentale, i Nyaya-stdra attribuiti a Aksapada, risalirebbe al
III secolo d.C., ma la sua letteratura durò per più di un millennio, con
una serie di importanti opere originali e di commenti, e fu rinnovata alla
fine del XII secolo da Gangesa Upadhyava, fondatore della scuola navanyaya
(nuovo nyaya).
Col trascorrere del tempo però la scuola nyaya si inaridì in un'abile ma
sterile sofistica, irrigidita nella ripetizione meccanica delle proprie
formule. Simile essa stessa ad una ritualistica, non fu forse estranea,
nei suoi sviluppi più tardi, al diffondersi di sette mistiche in India.
Il problema centrale affrontato dalla scuola nyaya è la distinzione della
conoscenza vera da quella falsa o approssimata. La prima sarebbe fondata
su quattro pramana (« mezzi di retta conoscenza »): la percezione,
l'inferenza, la comparazione (upamana, conoscenza di un oggetto per mezzo
della sua somiglianza con un oggetto noto) e la testimonianza (sabda,
parole e scritti di persone degne di fede, fra cui naturalmente la
rivelazione). La conoscenza falsa o approssimata sarebbe invece fondata
sulla memoria, sul dubbio, sull'errore e sul ragionamento ipotetico.
Sorprendentemente moderno è il criterio che afferma la necessità di
verificare la verità o la falsità della conoscenza attraverso i risultati
della sua sperimentazione pratica.
Il primo dei pramana è, come abbiamo detto, la percezione (pratyaksa, ciò
che cade sotto gli occhi), « prodotta dal contatto di un organo di senso
con l'oggetto ». Questo contatto viene stabilito dalle vibrazioni emanate
dagli organi sensori, che raggiungono l'oggetto percepito, ed è reso
possibile dalla corrispondenza fra l'oggetto e l'organo sensorio: per i
pensatori nyaya il tatto, che ha sede nella pelle, è collegato con l'aria;
il gusto, che ha sede nella lingua, è collegato con l'acqua; l'olfatto,
localizzato nel naso, è collegato con la terra; la vista,localizzata
nell'occhio, è collegata con il fuoco, cioè la luce; l'udito, localizzato
nell'orecchio, è collegato con l'etere.
Sesto senso è considerato l'intelletto (manas), che funge da mediatore fra
gli altri sensi e l'anima, e rende così possibile la conoscenza.
Opponendosi alle teorie dei logici buddisti, i pensatori nyaya sostengono
l'unità tra conoscenza sensibile e conoscenza discorsiva: nella percezione,
momento non soltanto sensorio ma mentale, sarebbero già insiti pensiero e
linguaggio, né vi sarebbe conoscenza discorsiva senza rappresentazione
sensibile. I concetti, dai buddisti ritenuti semplici immagini della mente,
acquistano così nella gnoseologia nyaya valore di realtà.
Alla percezione segue, fra i mezzi di retta conoscenza, l'inferenza (amammo),
che può essere a priori (dalla causa all'effetto), a posteriori (dall'effetto
alla causa) ed analogica (dal particolare al generale). I tre termini di
cui essa consiste prendono il nome di paksa (termine minore), sadhya (termine
maggiore) e linga (termine medio, che permette di collegare il termine
maggiore col termine minore). Con essi i logici nyaya costruiscono una
forma di sillogismo che articolano in cinque membri:
1) pratijna, o asserzione: « Sulla collina vi è del fuoco »;
2) betu, o ragione: « perché vi è del fumo »;
3) udaharana, o proposizione generale con esempi: « Dovunque vi è del fumo
vi è anche del fuoco, per esempio in cucina »;
4) upanaya, o applicazione: « Nella collina vi è del fumo »;
5) nigamana, o conclusione: « Dunque sulla collina vi è del fuoco ».
Sillogismo ed inferenza sollevarono vivaci discussioni che dettero luogo
ad una accurata catalogazione dei principali errori o sofismi logici e
delle ragioni più frequenti che li causano: chala, l'ambiguità, cioè l'uso
della parola in un senso diverso da quello proposto ; jati, ossia il
discorso che non porta a nessuna conclusione; nigrahastama, cioè argomenti
che implicano, in una discussione, la sconfitta di chi vi fa ricorso o di
chi non li avverte. I sofismi principali si hanno:
i) quando non si verifica sempre esatta la corrispondenza del termine
medio col termine maggiore (medio irregolare);
2) quando il termine medio afferma l'opposto di quello che vorrebbe
provare (o medio contraddittorio »), come ad esempio « il mondo è eterno
perché causato »;
3) quando il termine medio è « contraddetto mediante inferenza », come ad
esempio « il suono è eterno perché udibile » contraddetto da « il suono
non è eterno perché è prodotto »;
4) quando il termine medio è esso stesso dubbio e necessita a sua volta di
dimostrazione (petitio principii), come ad esempio « il suono è una
qualità perché percepito dall'occhio »;
5) quando con la percezione si accerta la non esistenza del termine
maggiore corrispondente al termine medio, come nel caso « il fuoco è
freddo perché è una sostanza a, dove la percezione prova che il fuoco non
è freddo.
Da un paragone che viene subito fatto di compiere con la logica
aristotelica appare chiaro che, diversamente dal sillogismo aristotelico,
che poggia soltanto sul rigore logico formale, i pensatori nyaya
combinarono nel terzo membro del loro sillogismo l'inferenza con la
percezione, convinti che il ragionamento sillogistico non possa garantire
la validità delle conoscenze per semplice coerenza logica, e che per
produrre conoscenza nuova esso debba essere verificato dalla percezione.
La loro teoria fu attaccata dai logici buddisti che limitarono ai
concetti-immagini mentali il rapporto che il sillogismo stabilisce fra i
termini del ragionamento, e negarono che tale rapporto possa essere
percepito coi sensi. Inutili parvero loro anche il primo, il secondo ed il
quinto membro del sillogismo, sìche lo restrinsero al termine minore e a
quello medio.
SVILUPPI DELLA FILOSOFIA « ORTODOSSA » NELLA « MIMAMSA »
LA « PAROLA ASSOLUTA » DI BHARTRHARI
L'esegesi dei testi vedici non cessò con le Upanisad, e continuò per tutta
l'epoca classica. Per proteggere la tradizione contro corruzioni ed
interpolazioni si sviluppò la grammatica, che assunse presto nella cultura
indiana un'importanza assai superiore a quella della semplice esegesi
filologica. Fra il III ed II secolo a.C. vissero una serie di grandi
grammatici, tra i quali ricordiamo Panini ed il suo commentatore
Patanjali, le cui analisi linguistiche, basate sulla divisione delle
parole in radici, suffissi e desinenze, serviranno da modello anche alla
glottologia moderna. Il sanscrito regolarizzato e schematizzato dai
grammatici non andrà più soggetto a mutamenti nei secoli seguenti, ma il
suo uso si diffonderà oltre le cerchie brahmaniche ed oltre i soli fini
sacrali, fino a dar luogo, con il cosiddetto « rinascimento sanscrito »,
ad una fiorente letteratura profana.
Col procedere dei secoli la tradizione religioso-filosofica dei Veda si
scisse in due grandi rami: da un lato la corrente mistica e gnostica,
raccogliendo l'eredità delle dottrine upanisadiche, sfociò nel movimento
vedanta, dall'altro l'esegesi puntuale della ritualistica dei brahmana si
sviluppò nella scuola mimamsa, e si approfondì nei commenti filosofici che
Kumarila e Probhakara (VII-VIII secolo d.C.) fecero ai Mimamsa-sutra
attribuiti a Jaimini, e redatti probabilmente fra il II secolo a.C. ed il
II d.C.
Criticando il soggettivismo buddista, i filosofi mimamsa sostengono la
realtà del mondo empirico, formato da atomi - della grandezza di un
granello di polvere visibile nel raggio solare - direttamente percepibile
coi sensi. L'universo
non ha in sé inizio né fine, e non c'è alcun bisogno di ammettere un dio
creatore e distruttore. Le divinità di cui parlano i Veda - testi
considerati eterni e non dovuti all'opera dell'uomo — non avrebbero alcuna
realtà oggettiva, se non come nomi a cui rivolgere i sacrifici.
Il sacrificio ha per la scuola mimamsa un'importanza grandissima: è esso
infatti che elimina il residuo del karman , e separa le innumerevoli anime
dai corpi in cui l'azione le ha costrette a trasmigrare. Interrotto il
ciclo samsarico le anime, disgiunte dal complesso psicofisico, resteranno
eternamente in una condizione di conoscenza potenziale, priva di qualsiasi
contenuto.
Più interessante per noi è la teoria della autovalidità delle conoscenze.
Tutte le conoscenze - sono secondo i pensatori mimamsa - valide, ed
il criterio della loro validità risiede nelle cause della conoscenza
stessa. Per ottenere conoscenza non c'è bisogno del ragionamento logico;
esso è necessario solo per dimostrare la falsità o sciogliere il dubbio di
una conoscenza errata. Da che cosa ha origine l'errore? Secondo i filosofi
mimamsa esso è dovuto alla confusione di due conoscenze diverse, di cui
non venga riconosciuta la diversità. Così, quando si affermi « questo è
argento » riferendosi alla madreperla, la percezione « questo » è esatta,
ma non distinta dalla percezione dell'« argento » conosciuto altrove.
Vivaci discussioni suscitò pure nella scuola mimamsa il problema della
natura del linguaggio. Secondo il commentatore Kumarila le parole
possiedono tre poteri diversi : di denotazione, di connotazione e di
intenzione. Il primo ed il secondo potere riguardano il senso letterale e
metaforico delle parole, mentre al potere di intenzione sarebbe dovuta la
facoltà delle parole di unirsi ad altre e di formare un senso compiuto.
Invece secondo il commentatore Probhakara, già la determinazione del senso
letterale e metaforico presuppone che le parole siano poste in un contesto,
e i tre distinti poteri delle parole non sarebbero in realtà che una
nostra astrazione.
Problemi linguistico-metafisici sono discussi anche in una interessante
opera grammaticale-filosofica dell'inizio del VII secolo: il Vakyapadiya
(Della frase e della parola) del grammatico Bhartrhari.
Per Bhartrhari il pensiero discorsivo, il linguaggio, non è altro che lo
svolgimento dell'intuizione sensibile. « Senza essere accompagnata da
parola non esiste a questo mondo conoscenza. » Tutto quello che esiste è
parola: « Il brahman senza fine e senza principio è la realtà parola che,
immutabile, si trasforma negli oggetti sensibili.»
Il linguaggio non è soltanto un fatto fonetico o acustico: è una realtà
spirituale. Esso non consiste in una successione di suoni, ma
nell'intuizione unica, atemporale che essi producono (teoria dello
sphota). Accanto al fonema (la « grossa ») esiste la parola interiore (la
« mediana ») e, al di sopra di essa, la parola come intuizione e primo
momento della conoscenza (la « veggente »). « La " grossa " è la parola
avvertita anche da chi ci sta vicino; oggetto del senso dell'udito,
ordinata in una progressione definita, fatta di suoni, essa può essere
confusa o costituita da fonemi distintamente pronunciati, corretta o
scorretta. La " mediana " è invece la parola interiore che ha, come
sua causa e sostanza, la mente soltanto, ma che, malgrado ciò, appare come
successiva. La " veggente " è immune da successione; unica ed identica, la
potenza di successione è tuttavia in lei sempre presente; essa è
mobilissima e concentrata in se stessa ad un tempo; corretta e pura;
formata di immagini oggettive che possono essere tuttavia anche immerse e
insensibili o perfino mancare affatto; dotata delle immagini di oggetti
diversi gli uni dagli altri o priva anche di tali immagini oggettive, che
dormono in lei come quiescenti: sicché infinite sono le sue specie. »
IL MONISMO SCIVAITA
Pra il IX e l'XI secolo si svilupparono, soprattutto nel Kaschmir, una
serie di scuole filosofiche che alla rivelazione dei Veda sostituirono
quella degli Agama. Il culto del dio Siva è il motivo centrale di questi
testi, composti in un periodo ancora imprecisabile, che, ricollegandosi
probabilmente alla religiosità aborigena dell'India prearia, riconoscevano
una universale fratellanza fra tutti gli uomini, senza riguardo a caste e
a nazionalità (arii e dravida).
La più importante delle scuole scivaite è quella che si formò attorno ad
Abhinavagupta, pensatore enciclopedico e uomo di elevatissima cultura
dell'XI secolo, che, per le sue idee sull'esperienza estetica - universale
e tale da interrompere il corso del samsara - può considerarsi anche i1
fondatore dell'estetica indiana.
Per le scuole scivaite, che presentano forti tendenze mistiche, la realtà
è una assoluta unità, per sé indescrivibile, che si identifica con la
altrettanto indescrivibile essenza dell'io umano, e Siva è il mezzo con il
quale l'assoluto si rende accessibile agli uomini, ottenebrati dalla
nescienza innata e dalla accumulazione del karman.
La causa materiale ed efficiente dell'universo è dio, un dio però non
esterno ma identico al mondo. Tutti i possibili accadimenti non sono che
manifestazioni dell'evolversi della coscienza divina e manifestazioni
della sua libera volontà. La potenza divina entra in funzione in virtù
della sua incondizionata autonomia, e produce l'attuarsi del mondo come «
un ordinato succedersi di onde sulla superficie del mare ». Il processo di
moltiplicazione si immagina secondo trentasei categorie, che non sono però
altro che mere manifestazioni dell'assoluto. Una di queste categorie è la
maya, potere di limitazione e di oscuramento, principio della qualità, da
cui ha inizio il processo di individuazione.
Nell'affrontare, sotto l'influenza degli scritti di Bhartrhari, il
problema della conoscenza, gli scivaiti sostennero, in polemica con i
logici buddisti, la sostanziale unità dei due momenti della conoscenza (conoscenza
sensibile e conoscenza discorsiva), che non potrebbero esistere
separatamente. L'individuale percepito è per gli scivaiti già un'immagine
discorsiva, l'universale stesso che, in contatto con le immagini di spazio
e di tempo, si priva dell'eternità e dell'ubiquità.
Peraltro l'oggetto prima di apparire come universale o come particolare al
conoscere discorsivo, vibra in unità con la coscienza, preesiste in noi,
come racchiuso nella tensione iniziale precedente ogni nostro conoscere.
Questa tensione
costituisce il nucleo più profondo della nostra coscienza, ed è chiamata
dagli scivaiti « volontà »: il conoscere discorsivo non sarebbe che una
autodeterminazione della « volontà » innata che spontaneamente si limita
nelle singole nozioni, ed i tre stadi della parola di Bhartrhari (la «
grossa », la « mediana », la « veggente ») ne rappresenterebbero soltanto
tre aspetti.
Un importante concetto del pensiero scivaita è la libertà che
caratterizzerebbe l'io. La molteplicità non sarebbe frutto della
nescienza, ma al contrario, giudicata positivamente, sarebbe frutto della
libertà dell'io che attraverso di essa si afferma
e si esprime. Senza la molteplicità l'io si ridurrebbe a statica identità,
priva di vita. Le cinque operazioni attribuite tradizionalmente a Siva
(creazione, mantenimento, riassorbimento, grazia e oscuramento) non sono
più considerate come stadi
di una realtà che si evolve indipendentemente dalla nostra coscienza, ma
come momenti della coscienza e dell'io che si esprimono attraverso questo
processo.
E' chiaro allora che l'io, la coscienza che si identifica con l'assoluto,
è lo stesso samsara, che ne rappresenta la storia senza la quale esso non
sarebbe che un nome. La liberazione dell'anima individuale, oscurata per
effetto della maya
e del karman, consisterà proprio nel riconoscere la sua natura divina, nel
riconoscere la beatitudine e la libertà divine che si nascondono nel
dolore apparente del samsara. Come già aveva affermato Nagarjuna, anche
per gli scivaiti « il
nirvana non è, in realtà, altro che il divenire fenomenico ».
IL MISTICISMO «VEDANTA» E GLI ULTIMI SVILUPPI DELL'INDUISMO
L'origine del sistema vedanta, che, come abbiamo accennato, risale alla
corrente mistica e gnostica del brahmanesimo, è sicuramente molto antica,
se al III secolo d.C. si può far risalire il suo testo fondamentale, i
Vedanta-sutra attribuiti a Badarayana.
Nel corso dei secoli il vedanta si scisse in molti indirizzi, fra cui si
accesero vivacissime polemiche filosofiche. La diffusione delle sue scuole
fu enorme, e vastissima la letteratura che ce ne è giunta, cosicché è
assai difficile tracciare
una sintesi della sua storia.
La sistemazione classica del vedanta monistico fu condotta a termine da
Sankara, considerato il maggiore pensatore dell'induismo. Nei commenti
alle Upanisad ed ai Vedanta-sutra che Sankara scrisse nella sua breve vita
(788-820 ca.)
si risente anche l'influenza su di lui del buddismo di Nagarjuna.
Secondo la filosofia di Sankara, rispetto alla realtà dell'assoluto -
l'ineffabile ed indefinibile brahman o atman — il mondo empirico è
soltanto una illusione (maya). Esso, paragonato ad un pezzo di corda che
al buio appare come un serpente, « non è né non è »; il suo divenire
illusorio è fondato sul brahman come l'apparenza del serpente è fondata
sull'esistenza reale della corda.
La via per la liberazione dal dolore, di cui l'uomo soffre per la legge
del karman, consiste nella presa di coscienza — ad opera del santo — che
il mondo empirico, risultando sospeso fra essere e non essere, non si
identifica né con l'uno né con l'altro. Se infatti la molteplicità
empirica ed il dolore fossero assolutamente irreali, non esisterebbe la
prigionia del samsara; se fossero reali, vani sarebbero i tentativi del
saggio per eliminarli.
Interessante nel vedanta di Sankara è la concezione della maya,
l'illusione, che non è autonoma dal brahman — nel qual caso si cadrebbe in
una forma di dualismo — ma libertà magica insita nel brahman stesso.
Attraverso la maya l'unità del brahman si proietta in molteplicità
riflettendosi in un numero infinito di individui. Al di fuori della sfera
dell'illusione non è neppure il dio creatore, giacché in realtà non
esistono né creatore né creature.
Un'altra importante scuola vedanta è la visistadvaita, o scuola del
monismo differenziato, fondata da Ramanuja (morto, secondo la tradizione,
ultracentenario nel 1137). Egli parte dalle stesse premesse di Sankara, ma
giunge alla conclusione che la molteplicità del mondo empirico non è solo
un'illusione, al di là dell'essere e del non essere, ma piuttosto qualità
eterna e reale del brahman. Con il brahman, l'assoluto metafisico,
Ramanuja identificò dio, il quale trarrebbe la sostanza per la creazione
del mondo dalla sua stessa infinità, comprendente sia lo spirito sia la
materia.
Il mondo materiale — la cui realtà è garantita proprio dalla creazione
divina —non sarebbe rispetto a dio qualcosa di nuovo, ma l'assunzione per
lui di nuovi modi di essere. In questo senso Ramanuja accetta la teoria
della preesistenza dell'effetto (il mondo della differenziazione) nella
causa (dio indifferenziato, incondizionato, al di là del tempo, dello
spazio e della causalità).
Violenti critici di Sankara furono poi Bhaskara (IX-X secolo) e Madhva
(1197-1276), con cui la reazione realista al monismo portò ad una
concezione dualistica della realtà.
I dibattiti fra le diverse scuole vedanta continuarono anche oltre la
conquista musulmana (XI-XIV secolo), e si può dire che il vedanta rimanga
ancor oggi la filosofia più viva dell'India. Una rinascita della religione
e della filosofia induista può datarsi anzi proprio agli ultimi due
secoli, quando, in seguito alla colonizzazione inglese (fine del XVIII
secolo, primi decenni del XIX), la penetrazione del pensiero occidentale
ed il crescere del nazionalismo agirono come stimolo ad una maggior presa
di coscienza culturale ed allo studio approfondito della storia e della
civiltà indigene.
Numerosi tentativi di riforma del brahmanesimo si succedettero nel XIX
secolo, dal brahmosamaj, fondato da Ram Mohan Roy nel 1828, che combatté
il politeismo e l'idolatria ed abolì fra i suoi seguaci le distinzioni di
caste, alla Società teosofica, che predicò anche al di fuori dell'India
gli elementi più elevati della religione e della filosofia indù,
raccogliendo proseliti soprattutto nelle classi colte indiane.
Sebbene fortemente influenzata dal pensiero occidentale, la nuova classe
dirigente dell'India è rimasta profondamente attaccata all'esperienza
millenaria della sua antica cultura e della sua tradizione filosofica
(Gandhi, Aurobindo Gosh, Tagore, Radhakrishnan), pur combattendo le più
arcaiche superstizioni popolari. Nelle università indiane si accosta oggi
al pensiero indigeno quello occidentale, ma il vivace spirito nazionalista
che anima le ricerche locali di filosofia e di storia della filosofia,
teso a trovare una sintesi fra il misticismo indiano e la tradizione
scientifica e politica europea, non sa vedere l'effettiva divergenza delle
due culture.
LE SCIENZE IN INDIA: MATEMATICA E MEDICINA
L'organizzazione degli antichi stati indiani costituì un potente stimolo
al progresso delle tecniche e delle scienze: interessanti testimonianze ci
sono conservate fin da epoca molto antica sullo sviluppo, ad esempio,
dell'arte militare con la costituzione dell'esercito di leva, e della
scienza delle costruzioni, i cui trattati di edilizia privata, pubblica e
religiosa sono stati non senza motivo paragonati al De architettura di
Vitruvio.
Ma i sistemi metafisici e religiosi indiani, per il fatto di considerare
il mondo empirico come illusorio dal punto di vista conoscitivo e come «
grande ammasso di dolore » dal punto di vista etico, non permisero quella
unione di scienza e cultura che tanto favorì lo sviluppo delle ricerche
naturali in Grecia, particolarmente nel periodo alessandrino.
Accade così che di alcune scienze, anche assai importanti, troviamo in
India solo le nozioni più elementari. La geografia rimase circoscritta
alla conoscenza del proprio paese; l'astronomia si sviluppò
scientificamente solo per l'influenza greca; la fisica e la chimica si
arrestarono alle teorie dell'atomo o dei cinque elementi, che abbiamo
visto diffuse nella speculazione indiana. Per quanto riguarda la zoologia
e la botanica, non si formò una trattatistica particolare che andasse
oltre l'interesse veterinario ed agricolo; esse vennero invece studiate in
senso filosofico-metafisico da correnti che, come il giainismo,
concepivano unitariamente tutti gli esseri viventi, comprese le piante.
A cause metafisiche - come le azioni ingiuste e malvage compiute in una
precedente esistenza — piuttosto che a ragioni naturali erano riportate
anche le malattie. La medicina, i cui inizi in India si possono far
risalire al VII-VI secolo a.C., era perciò ritenuta incapace di eliminare
le radici della malattia, onde le si attribuiva prevalentemente il compito
di mitigare le sofferenze del malato, soprattutto nei casi di malattie
considerate inguaribili, come la pazzia, la paralisi e la tubercolosi.
Malgrado questi limiti la medicina indiana raggiunse, abbastanza presto,
un alto grado di specializzazione: in chirurgia venivano praticati
interventi assai complessi come quelli della cateratta e della sutura
dell'intestino, e con l'operazione della rinoplastica — mediante cui si
poneva rimedio alla pena frequente del taglio del naso — si sviluppò anche
una tecnica di plastica facciale; in genetica si studiò l'embrione in
tutti i suoi stadi di sviluppo; in farmacologia e dietetica ci si servì
delle proprietà curative di una grande quantità di piante e persino di
alcuni composti metallici. Come remoto antecedente della moderna
psicoterapia si può infine considerare la pratica yoga, capace di portare,
attraverso il perfetto dominio delle proprie facoltà fisiche e psichiche,
a sorprendenti forme di autoanestesia.
Ancora più interessanti per la nostra comprensione della cultura indiana
sono i principi generali delle cure mediche, che non trattavano mai
l'organo malato come avulso dall'unità-corpo umano, ma consideravano
sempre lo stato di salute quale armonia complessiva di tutti gli organi e
le membra fra loro. Vivaci discussioni ha suscitato fra gli storici della
medicina la dottrina dei tre umori (kapha, o forza dell'anabolismo; pitta,
o forza del catabolismo; vayu o forza nervosa), ciascuno dei quali
presiederebbe ad un preciso complesso di funzioni vitali e concorrerebbe
con gli altri ad equilibrare l'armonia dell'organismo. Tale teoria, in cui
si è cercato a torto di ravvisare una derivazione della dottrina umorale
di Ippocrate, rappresenta in un certo senso un precorrimento della
endocrinologia moderna, e delle tre funzioni fisiologiche essenziali che
regolano l'equilibrio organico : anabolismo, catabolismo, energia
conservatrice o regolatrice.
Il campo in cui gli indiani hanno dato il maggior contributo allo sviluppo
della scienza è senza dubbio quello della matematica, che per il suo
carattere eminentemente astratto si avvicinava di più agli interessi della
filosofia e della cultura indiana.
È probabile che gli indiani possedessero fin dal secondo millenio a.C.
alcune cognizioni più o meno vaghe di matematica. Però i primi documenti
autentici di carattere matematico pervenuti fino a noi appartengono ad
un'epoca assai più tarda (non potendosi comunque escludere che
ricapitolassero argomenti già noti da lungo tempo): sono i Sulva-sutra,
databili fra il IV ed il III secolo a.C. Essi consistono in raccolte (scritte
in versi) di precise regole, che espongono le norme da seguire nella
costruzione degli altari dedicati ai sacrifici; alcune di tali regole
testimoniano la conoscenza del teorema di Pitagora e del concetto di
numero irrazionale.
Come risulta da documenti di epoca assai posteriore, la più antica
matematica doveva anche trovare dirette applicazioni nell'astronomia.
Questo legame tra le due discipline permane vivissimo nelle prime opere di
vero impegno scientifico dovute agli autori che ora elencheremo. Il fatto
però che esse risalgano ad un periodo in cui si erano già avuti (da secoli)
stretti rapporti con la cultura greca ed alessandrina fa presumere che
tali autori, pur ricollegandosi alla più antica tradizione scientifica
indiana, abbiano attinto non pochi dei propri risultati dalla matematica e
dall'astronomia occidentali. Sull'argomento sono sorte profonde
discussioni fra gli studiosi moderni; esse investono più in generale il
problema dell'originalità della matematica indiana.
Il primo grande matematico indiano fu Aryabhata (V-VI secolo d.C.), autore
di un notevole trattato di astronomia, che dedica numerose pagine alla
matematica; vi si trovano, tra l'altro, l'uso dello zero, alcuni chiari
metodi per l'estrazione di radici quadrate e cubiche, un valore molto
approssimato di š, una ben costruita tavola di seni e coseni. Dopo di lui
va ricordato Brahmagupta (VII secolo), che scrisse un'interessante opera
astronomica a carattere didattico, nella quale sono trattate con
profondità molte questioni di algebra e di aritmetica (notevole la cura
con cui vengono esposte le regole per compiere le operazioni aritmetiche
sullo zero). Infine nel XII secolo Bhaskaracarya compose un famoso poema
di cosmologia e matematica ove si trovano esposte in forma sistematica
tutte le conoscenze astronomiche e algebriche accumulate durante secoli
dal suo popolo; con questo scritto egli contribuiva, fra l'altro, a
difendere la tradizione della matematica indiana di fronte alla cultura
dei conquistatori arabi.
Mentre i greci avevano rivolto la loro attenzione soprattutto alla
geometria, sviluppandola con meraviglioso rigore logico e ordine
sistematico, gli indiani diedero alla loro matematica un indirizzo
prevalentemente aritmetico-algebrico, e furono soliti presentarla in forma
dogmatica, non razionale. Appositi vocaboli vennero coniati per designare
numeri straordinariamente grandi e straordinariamente piccoli, mentre si
coltivarono tecniche mnemoniche per la loro concezione ed il loro calcolo.
Alcuni dei risultati più importanti raggiunti dagli indiani in campo
aritmetico passarono, attraverso la mediazione araba, in Europa,
favorendovi lo sviluppo di questa scienza e l'uso dei grandi numeri; altri
risultati, rimasti ignoti, furono riscoperti indipendentemente in
occidente qualche secolo più tardi. Basti ricordare, fra i primi, l'uso
dello zero, definito come « la somma di due quantità uguali ed opposte »,
e denotato con un simbolo apposito. L'uso di un simbolo particolare per lo
zero, rendendo possibile il sistema di notazione posizionale (già
introdotto dai cinesi), apportò — come è ben noto — una enorme
semplificazione alle operazioni di calcolo.
Particolarmente importante fu l'introduzione in algebra di un certo
simbolismo a base di lettere dell'alfabeto, che permise ai matematici
indiani di fare rapidi progressi, di classificare le equazioni secondo il
loro grado e di giungere alla formula risolutiva generale delle equazioni
di secondo grado. Notevoli furono pure le loro ricerche in trigonometria,
basate sulle funzioni trigonometriche ancora oggi in uso (seno, coseno,
ecc.), non conosciute dai greci (che invece ricorrevano alla misura delle
corde). Va infine ricordata la loro concezione matematicamente assai
progredita dell'infinito, che Bhaskaracarya definiva come « una quantità
finita divisa per zero », in cui « non vi è alterazione, anche se vi si
inseriscono o se ne estraggono molte unità ». |