Robert Rauschenberg  (22 ottobre 1925 – 12 maggio 2008)

        


        


        


        


        


        


        


        


        


      
Mi avvicinai alla sua arte con un quarto di dollaro

di Calvin Tomkins  

Alla fine degli anni Cinquanta, quando cominciavo appena ad avvicinarmi all' arte contemporanea, rimasi di sasso di fronte a un dipinto esposto al Museum of Modern Art. Faceva parte di una mostra intitolata «Sixteen Americans» e l' artista, il cui nome suonava vagamente familiare ma di cui non avevo mai visto le opere, era Robert Rauschenberg. Double Feature - così si chiamava il dipinto - era coperto da diversi strati apparentemente slegati di colore steso in maniera disordinata, in parte applicato con la tecnica del dripping tipica dell' Espressionismo Astratto, abbinati a una serie di insoliti elementi a collage: fotografie prese da riviste, lettere stampinate, un segmento di un ombrello appiattito, parte di una camicia da uomo con tanto di taschino, oggetti che mantenevano forti tracce della loro precedente esistenza nel mondo reale pur riuscendo a sembrare perfettamente a proprio agio nell' opera. Guardandomi intorno per essere certo che nessuno mi stesse osservando, tirai fuori un quarto di dollaro dalla mia tasca e lo infilai in quella della camicia nel dipinto. Era un gesto sciocco, ma dopo averlo fatto mi sentii bene. Avevo creato un legame con qualcosa che, per ragioni che non sospettavo neppure, avrebbe acquistato nella mia vita un' importanza sempre maggiore. Secondo Marcel Duchamp l' atto creativo è bipolare poiché necessita non solo dell' artista che lo mette in opera ma anche dell' osservatore che lo interpreta e così facendo lo completa. In quello spirito, negli ultimi quarant' anni ho avuto l' ambizione di occuparmi di arte contemporanea non come critico o giudice ma come partecipante. Ho scritto molto su Rauschenberg, a cominciare da un profilo apparso sul New Yorker nel 1964. Da allora siamo rimasti in contatto e io sono andato a tutte le sue mostre newyorkesi(...). Ci sarebbero sempre stati critici secondo cui Rauschenberg era troppo proteiforme, troppo sperimentale o troppo sfacciato per essere preso sul serio, ma già in quel periodo la maggior parte dei detrattori era passata dalla sua parte. La retrospettiva del 1976, come scrisse Benjamin Forgery su ArtNews, rese evidente che l' opera di Rauschenberg «abbraccia una gamma di esperienze umane che nessun altro artista del nostro tempo ha osato affrontare». Dopo, naturalmente, è diventato di moda liquidare Rauschenberg come un artista finito. Questo genere di cose accade spesso, e non soltanto in America. C' è stato un periodo in cui si diceva che Picasso non aveva prodotto nulla di interessante dopo il 1935; ora si affermava che Rauschenberg aveva perso incisività a metà degli anni Sessanta. Lui, ovviamente, ha continuato a lavorare producendo nei suoi vari atelier dipinti, sculture, stampe e disegni in quantità persino eccessiva. L' utopistico progetto di collaborazione chiamato Rauschenberg Overseas Cultural Interchange (roci) ha portato l' artista e le sue opere in dieci Paesi diversi al servizio della cooperazione e della pace mondiale. La critica ufficiale ha largamente ignorato l' iniziativa e prestato scarsa attenzione ai successivi lavori di Rauschenberg. Gli artisti più giovani che si affermavano in un mondo dell' arte di cui lui aveva sfidato e significativamente alterato i presupposti basilari erano all' oscuro della sua influenza. Quel genere di miopia non poteva durare a lungo. Un' altra colossale retrospettiva, tenutasi al Guggenheim Museum nel 1997, ha fatto apparire gracili al confronto i talenti artistici più recenti. Da allora i giovani artisti non hanno smesso di riscoprire Rauschenberg e la sua stella è tornata a splendere(...).

Prefazione al volume «Robert Rauschenberg. Un ritratto» Johan & Levi Editore, 2008.