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Cornelio Fabro
Fede e sapere nel pensiero di
Kierkegaard
Nato nel 1911 a Flumignano (Udine) Cornelio Fabro, sacerdote, ha studiato
scienze biologiche nelle Università di Padova e Roma e filosofia e teologia
presso le pontificie Università Lateranense e "San Tommaso" di Roma.
Cornelio Fabro evidenzia lo stretto legame tra la vita e il pensiero di
Kierkegaard. Fabro è convinto che Kierkegaard abbia sostituito allo
pseudo-soggettivismo hegeliano e moderno un reale soggettivismo cristiano,
vissuto e responsabile. Egli inoltre ha riportato la riflessione cristiana al
rapporto del singolo con Dio e Cristo. Fabro ricorda i tre stadi nello schema
triadico kierkegaardiano. Uno dei motivi ricorrenti del pensiero di Kierkegaard
è il rapporto tra fede e sapere. Fabro illustra quindi la figura di Abramo e
affronta il complesso problema del peccato. Vengono quindi sottolineati i temi
che suggeriscono un'avvicinamento di Kierkegaard al cattolicesimo, e viene
ribadita l'importanza che per l'uomo riveste la speranza cristiana contro
l'abbandono dell'esistenza. Fabro affronta quindi nel pensiero di Kierkegaard il
tema dell'istante eterno nel contatto uomo-Dio, della crisi del cristiano
davanti al pensiero moderno che vede il trionfo dell'uomo su Dio, e del problema
della libertà, della scelta. Fabro conclude denunciando la mistificazione
ermeneutica che alcuni critici hanno fatto del pensiero di Kierkegaard.
1 Professor Fabro, Lei è uno dei massimi
studiosi del pensiero di Kierkegaard. Può parlarci dell'itinerario biografico e
di pensiero del filosofo danese?
Con rammarico, ma anche con inquieta emozione, devo confessare che neanche la
mia lunga e assidua consuetudine con questo autore mi ha consentito di svelare
il mistero profondo della sua vita. La biografia di Kierkegaard mi è parsa
sempre avvincente non per i suoi fatti esteriori, ma perchè, al contrario, è una
vicenda che si snoda su un piano intimo e difficilmente afferrabile. Il
curriculum vitae di Kierkegaard, nel senso dell’intreccio di eventi esteriori o
di impegni pubblici e accademici, è assolutamente insignificante. Nasce a
Copenaghen nel 1813, in quell'anno disastroso della svalutazione della moneta -
come amava ricordare - e per questo si considerava anche lui una sorta di
"moneta svalutata". Ma quello che è importante nella biografia di Kierkegaard è
che eventi e incontri apparentemente di poco peso, creano in lui delle
mutazioni, delle trasformazioni, delle illuminazioni di altissimo valore
spirituale.
Kierkegaard è una personalità unica della cultura europea dell’Ottocento. In
qualche modo è la controfigura di Hegel. Mentre Hegel è interamente risolto
nella riflessione sulla civiltà esteriore dell'Europa, la riflessione di
Kierkegaard ha un tono intimo, verte su Dio e sulla persona, sugli eventi
interiori della coscienza, di modo che anche gli eventi esterni hanno senso per
lui in quanto hanno risonanza nell'io. "Io sono uno scrittore religioso" - amava
ripetere - e non voleva affatto figurare fra i rappresentanti della cultura
ufficiale, neanche di quella che lui, in un'accezione negativa, chiamava
"cristianità". In Kierkegaard c'è un'avversione viscerale per quello che
possiamo chiamare "umanesimo", cioè la riduzione del singolo e della sua
intangibile specificità a esteriorità. Anche il suo cristianesimo era
assolutamente originale, lontano da quello ufficiale e gerarchico. L'accusa che
Kierkegaard rivolge a Mynster, il capo della Chiesa danese, è analoga a quella
rivolta ad Hegel: l'idealismo ha ridotto il cristianesimo a "cultura", a figura
dello spirito riconciliandolo con il mondo; il cristianesimo ufficiale ha
sanzionato tale conciliazione privando il messaggio evangelico della sua carica
drammatica e paradossale.
Kierkegaard in un testo del Diario dice di aver avuto due maestri: "la nobile
saggezza di un vegliardo e l'amabile imprudenza di una donna". Il vecchio è il
padre, la ragazza è Regina Olsen, la fidanzata che lasciò, dopo poco più di un
anno di fidanzamento, nell'ottobre del 1841. Il rapporto di Kierkegaard con
Regina non è stato molto studiato e indagato, forse anche per la sensibilità
della cultura nordica che su questi argomenti non conosce altro che i grandi
esempi del Romanticismo europeo. Io direi che è una specie di trasposizione del
cuore umano e dell'affettività in un orizzonte spirituale di altissimo valore.
Kierkegaard si affezionò immensamente a Regina, ma la lasciò perchè diede la
priorità per Dio. Lo scrive nel Diario con un senso quasi di delusione. A me
sembra che anche per Regina, come per gli altri rapporti affettivi, Kierkegaard
non badasse tanto alla realtà immediata della persona che aveva davanti, ma
riportava la sua relazione nelle dimensioni profonde della sua coscienza
religiosa, di modo che il rapporto con Regina, con il padre, e con Mynster li
viveva trasfigurati , elevati in un clima che non era nè quello di Regina, nè
quello del padre, nè quello di Mynster. Era una specie di contraccolpo
spirituale che subiva. Potremmo parlare di esperienza 'antropoteologica',
antropologico-teologica: un fatto unico nella storia del pensiero occidentale.
2 Lei ha detto che la produzione
letteraria di Kierkegaard è tra le più complesse e disarmanti della nostra
civiltà; può parlarci di questi scritti?
Accostarsi agli scritti di Kierkegaard non è stata impresa facile. Kierkegaard è
stato uno scrittore straordinariamente prolifico. Innanzitutto la sua prosa è
sintatticamente e stilisticamente ardua anche per i lettori danesi; una seconda
difficoltà di lettura è la triplicità dei piani in cui si articolano gli
scritti: gli Scritti peseudonimi, gli Scritti edificanti, e, infine, la selva
delle "Carte" del Diario, la cui pubblicazione è stata ultimata solo nel 1970.
Se dovessi scegliere, oggi direi che l'opera teoreticamente più intensa è la
monumentale Postilla conclusiva, un'opera che supera le seicento pagine e che lo
stesso Kierkegaard considerava il suo scritto principale. Per lui era una sorta
di confutazione della Logica di Hegel. E' un'opera di grande rilievo e di
eccezionale valore speculativo, a mio modesto avviso; purtroppo in Italia non è
stata molto studiata. Anche prescindendo dai testi del Diario, dal rapporto con
Regina - questi sono, infatti, aspetti pur sempre secondari - Kierkegaard ha una
specie di vita emotiva e intellettuale nella quale convergono sia la meditazione
esistenziale, sia la riflessione sulla società, sia la riflessione sul
cristianesimo. Ne risulta una coscienza caratterizzata da una densità abissale,
da una profondità che lo ha anche indebolito spiritualmente, nel senso che è
stato quasi divorato dai rapporti affettivi, dai problemi che lo hanno
tormentato.
Vorrei tornare un attimo sul Diario a cui Kierkegaard ha affidato la sua anima
profonda e le sue più decisive aspirazioni. Eppure lo studio di queste "Carte" è
iniziato da solo cinquant'anni. Anche la recente Kierkegaard-Renaissance ha
attinto ad esse con parsimonia e in modo occasionale. Io credo che questo
materiale vada ancora approfondito e sceverato nelle riflessioni profonde e
vaste che presenta, sia dal punto di vista soggettivo, nello sviluppo della
coscienza di Kierkegaard, che dal punto di vista oggettivo, perchè in questi
appunti vengono trattati tutti i problemi dello spirito umano.
3 Nella ricostruzione che Lei fa del
pensiero di Kierkegaard, preferisce piuttosto parlare di "realismo
etico-metafisico" in opposizione al soggettivismo moderno inaugurato da Cartesio
e culminato in Hegel. Può chiarire questo punto?
A me sembra, anzi posso dire di essere convinto, che Kierkegaard allo pseudo-soggettivismo
hegeliano abbia voluto sostituire il reale soggettivismo cristiano. Che
significa? Mentre per Hegel la realtà, la verità, la libertà trovano la loro
consistenza e legittimazione nella storia esteriore, cioè nella storia politica,
nella storia della religiosità ufficiale, Kierkegaard, fondandosi sul Nuovo
Testamento, riporta il centro della riflessione cristiana sul rapporto diretto
dell'uomo con Dio. E’ il rapporto dell'uomo con Dio che fonda la soggettività
morale e la soggettività storica dell’uomo. Per Hegel l’io svanisce nella
totalità, la libertà si realizza nella necessità del divenire anonimo della
storia; per Kierkegaard, al contrario, l’io si costituisce nel rapporto
all’assoluto con un atto di decisone e di libertà.
Interiorità ed esistenza sono le due categorie che Kierkegaard oppone a Hegel.
Possiamo formulare il principio fondamentale della filosofia di Kierkegaard con
questa proposizione: "la soggettività, l'interiorità è la verità".
Occorre tuttavia precisare che siamo proprio agli antipodi del soggettivismo
moderno. Mentre il soggettivismo moderno non è altro che la proiezione,
l'assorbimento e l'annichilimento della personalità empirica, reale e storica,
in Kierkegaard, in virtù del riferimento al Vangelo, il problema più importante
è il rapporto concreto dell'uomo singolo con Dio e con Cristo, così che quella
soggettività puramente formale del pensiero moderno diventa una soggettività
reale, vissuta, responsabile.
Kierkegaard combatte sia la soggettività pura dei romantici, sia la soggettività
hegeliana in quanto soggettività risolta nei fatti, nelle cose, alienata nella
storia. Kierkegaard, anzi, attacca tutti i capisaldi dello hegelismo: l'identità
di soggetto e oggetto, la dissoluzione del singolo nel sistema, l'identità di
interno ed esterno. Per Kierkegaard la soggettività è la vera realtà, la
soggettività è la verità, non in senso hegeliano, in senso kantiano, in senso
razionalista; la verità è, cioè, realizzazione dell'uomo, dell'operare nel tempo
storico. In questo senso è un'attività costitutiva, non formale; è quella realtà
che l'uomo genera in se stesso mediante la sua libertà. Questa è la soggettività
kierkegaardiana.
4 Il primo libro pubblicato da
Kierkegaard si intitola Aut-aut. Il titolo allude alle inconciliabili
alternative dell’esistenza tra cui l'uomo deve scegliere, i famosi "stadi" della
vita. Dunque l’esistenza per Kierkegaard non consente mediazioni, trasfomazioni,
ma solo "salti"?
Qui tocchiamo un punto un po' intricato, nel senso che Kierkegaard alle volte
opera con una dialettica a tre termini, transvalutando in un senso positivo la
dialettica hegeliana; altre volte, più frequentemente e più fortunatamente,
opera con una dialettica a due termini: finito e infinito, tempo e eternità,
società e singolo. In questo senso abbandona lo schema triadico iniziale e
costruisce uno schema proprio, che è lo schema della dialettica dello spirito.
Il nucleo dell’esistenza, in tal senso, è la libertà come decisione, scelta: la
scelta fra il finito e l'infinito, fra il cristianesimo e il paganesimo, fra il
tempo e l’eterno, e così via. Non più la continuità della dialettica intesa come
svolgimento, ma la discontinuità della libertà, il "salto" della scelta. Nello
schema triadico, il primo stadio è quello "estetico". Potremmo dire che è lo
stadio della soggettività illimitata, la soggettività celebrata dalla filosofia
moderna. Lo stadio etico è quello della moralità umana in senso diretto. Lo
stadio religioso dovrebbe avere due fasi: il rapporto con Dio e il rapporto con
Cristo; queste due fasi talvolta sono riconoscibili in Kierkegaard, ma di solito
sono mescolate perchè domina il rapporto cristico: Dio nel tempo. Cristo è
l’inserzione di Dio nel tempo.
5 Lo stadio religioso è simbolizzato da
Abramo, una sorte di eroe tragico della fede, la cui figura domina in Timore e
tremore. Come è noto, tra fede e sapere, cristianesimo e filosofia, Kierkegaard
pone il dualismo più radicale, l’incommensurabilità più assoluta: la filosofia è
mediazione, evidenza logica, la fede è decisione e paradosso. Possiamo
considerare Kierkegaard un fideista e un irrazionalista?
In Kierkegaard, certamente, alcune espressioni, alcune frasi e formule fanno
pensare ad una forma di irrazionalismo fideistico, insomma, come diceva lei, ad
una ripetizione di Tertulliano. Ma Kierkegaard, nella grande Postilla e anche
nel Diario, configura il rapporto ragione-fede più o meno sullo stesso
orientamento di San Tommaso. Io su questo problema ho scritto parecchie pagine,
riportando con scrupolo e rigore i testi di Kierkegaard e ne ho concluso che
egli si colloca fra razionalismo e fideismo, cioè sulla linea tomistica. La
ragione, nella concezione kierkegaardiana, ha un ruolo consistente e, in un
certo senso, essenziale. Innanzitutto può definire il senso dei termini e delle
loro opposizioni; in secondo luogo può prospettare le questioni nel loro
movimento; infine la ragione può abdicare a se stessa, cioè può riconoscere i
suoi limiti. Quindi la ragione in Kierkegaard ha uno spazio notevole: si crede
proprio perchè l’oggetto della fede si rivela assurdo, contrario alla ragione.
Evidentemente io non voglio tirare sempre acqua al mio mulino. Oggi ammetto che
talvolta ho un po' forzato certe posizioni di Kierkegaard nel senso del realismo
tomistico, ma mi sembra che Kierkegaard abbia una grande idea della ragione,
della forza della ragione, dei compiti della ragione. Su questo punto la sua
opposizione al sentimentalismo romantico e all’irrazionalismo luterano è totale
e ferma. Kierkegaard ha trovato una formula per esprimere il paradosso della
fede: "Comprendere che non si può (nè si deve) comprendere". La ragione naturale
comprende, dunque, anche se comprende che l’oggetto della fede è incomprensibile.
Che Kierkegaard non sia un irrazionalista lo ammette lui stesso quando dice di
essere stato educato "alla scuola dei greci". La ragione naturale, in
conclusione, rimane per Kierkegaard la prima e grande introduzione alla
decisione libera della fede. Su questo punto devo ammettere che si è consumata
la svolta decisiva della mia vita di studioso e di credente. Sono ormai
cinquant'anni che vado studiando Kierkegaard e so che ci sono nella sua opera
delle frasi certamente originali, paradossali, che possono anche inquietare e
convincerci di un esito irrazionalistico; ma leggendo attentamente e scavando a
fondo nelle oltre seicento pagine della Postilla, il suo grande capolavoro
speculativo - e pochi hanno lo stomaco così forte da farlo! - troviamo una
specie di dialettica o meglio di dinamismo della ragione umana che lo lega a
Tommaso e dopo Tommaso a Leibniz che delinea in modo analogo il rapporto ragione
- fede. Non bisogna rifugiarsi in comode etichette: Kierkegaard è una figura
complessa, ricca, equilibrata. Il suo non è sentimentalismo, ma neanche freddo
razionalismo. Possiamo dire che egli usa, frequenta, attraversa anche le
dimensioni del sentimento, le ragioni del cuore, ma sa sostare anche
nell'idealismo della ragione. E’ in virtù di questa complessa militanza
filosofica che, in fin dei conti, può dire: "io sono stato educato alla scuola
dei greci".
6 Perchè Abramo viene visto come il
simbolo dell'uomo di fede?
Nella Bibbia, Abramo viene sottoposto alla massima prova delle fede, che è
quella di uccidere suo figlio, il suo unico figlio, quindi l’oggetto assoluto
del suo amore. Dio gli chiede il sacrificio di questa unica ragione della sua
vita. La vicenda di Abramo è al centro di Timore e tremore, una delle prime
opere pseudonime. Non è l'opera più profonda del filosofo danese, è l'opera più
drammatica, forse esteticamente più elegante, vibrante di un grande trasporto,
di un grande entusiasmo. Ma Kierkegaard ha ripensato in modo speculativamente
più rigoroso il rapporto ragione-fede nella Postilla e poi in quel capolavoro
che si intitola La malattia mortale. Come lei sa il titolo viene dal Vangelo di
San Giovanni, laddove si narra di Marta e Maria che annunciano al Cristo che
Lazzaro è moribondo; e allora Cristo dice: "no, questa malattia non est ad
mortem e Dio l'ha permessa perchè si manifesti la Sua gloria". In quest’opera
Kierkegaard sviluppa e approfondisce proprio lo shock profondo che la coscienza
prova di fronte all’indurimento del peccato, che è la malattia che porta l’anima
alla morte. L’analisi che Kierkegaard fa della fenomenologia del peccato è di
una profondità unica. Alcuni sostengono che questo interesse è una conseguenza
del pessimismo antropologico del protestantesimo; io non sono di questo avviso
perchè nel protestantesimo il problema del peccato, al di là delle ricorrenze
terminologiche, è poco rilevante, viene dissolto nel ritmo storico della natura
umana. Invece per il cristiano che vuole essere Kierkegaard il problema del
peccato è il luogo in cui si rivela il dramma del rapporto dell'uomo con Dio.
7 Nella concezione kierkegaardiana, il
peccato non è semplicemente una categoria teologica, vuole essere una categoria
filosofica. In che senso cristianesimo ed esistenza per Kierkegaard coincidono?
In che senso il dramma del peccato e la speranza della redenzione rivelano il
senso autentico dell'esistenza?
E’ un problema molto intricato e complicato. In tutte le opere di Kierkegaard il
centro delle riflessioni è sempre il rapporto uomo-Dio, il rapporto dell'uomo
gravato dal peccato con la grazia, il rapporto della vita presente con la vita
eterna. Kierkegaard ha una percezione moderna del cristianesimo; dialettizza la
fede, ne coglie il dinamismo interno in opposizione ad Hegel che dialettizza la
ragione. La dialettica hegeliana si snoda nella dimensione del tempo e
dell’essere, mentre la dialettica cristiana scorre sulle dimensioni della
responsabilità, del peccato e della grazia. Kierkegaard è stato in questo
radicale; io però mi accosterei all’universo kierkegaardiano in modo più
conciliante; credo che si possa interpretare Kierkegaard in modo drammatico, ma
con grazia e compostezza, come ha fatto Löwith. Per me Kierkegaard è un uomo di
grande equilibrio; egli pensa il rapporto fra finito e infinito, fra peccato e
grazia partendo dalla situazione dell'uomo nel tempo di fronte all'eternità,
dell'uomo nel peccato rispetto alla grazia. La sua è veramente una nuova
prospettiva che coglie l’autenticità dell’annuncio cristiano.
8 Per Kierkegaard Hegel avrebbe anche
operato una modificazione nel cristianesimo, riducendola a religione storica. In
che senso la "cristianità" ha abolito il "cristianesimo"?
Questa è la tesi a cui approda alla fine della sua tormentata e tortuosa
meditazione, una tesi su cui insiste in un modo drastico, quasi violento. Sè, la
cristianità ha abolito il cristianesimo. Kierkegaard intende per "cristianità"
il cristianesimo ufficiale in cui viveva: la cristianità della Riforma. Perchè
quanto al cattolicesimo Kierkegaard è stato molto cauto e direi anche molto
benevolo. Quando descrive la corruzione della cristianità che è diventata
mondanità, conformità al mondo o impresa politica esclude sempre ed
espressamente il cattolicesimo. Afferma spesso che la Chiesa cattolica è
migliore di quella riformata. Come è noto, questa mia tesi è stata aspramente
criticata. Io ritengo che sia stata di fatto criticata, ma che non sia
criticabile. Altrimenti avrei studiato invano cinquant’anni questo autore! Da
più parti si è detto che ho trascinato Kierkegaard in un orizzonte cattolico.
Francamente qui, davanti a lei, voglio essere netto una volta per tutte: no, io
non oso dire che Kierkegaard era cattolico, dico e sostengo che era
cattolicizzante. Tutti i suoi sforzi di critica per il cristianesimo degenerato
dell'Ottocento lo portano ad una vicinanza alla dottrina cattolica. In che senso?
L'emergenza del problema del peccato, poi l'accettazione di Cristo salvatore
unico e redentore del mondo, infine il giudizio dell'eternità. L'uomo non si
giustifica mediante la storia universale, come voleva Hegel; l'uomo non si
giustifica, viene giudicato di fronte a Cristo anche sulla base delle opere. Non
solo. Kierkegaard parla spesso anche di quei personaggi eminenti del
cristianesimo che sono i santi; nei suoi scritti troviamo dei testi stupendi sui
santi che non si trovano negli scrittori protestanti, perchè il protestantesimo,
come è noto, rifiuta i santi. Egli ammette una sorta di "aristocrazia spirituale"
in funzione dell'imitazione di Cristo.
9 Nella Postilla e nell'Esercizio del
cristianesimo, Lei ha rintracciato le linee di una "teologia dello scandalo".
Che cosa intende con questa formula? Può parlarci inoltre del tema della
debolezza umana, che rappresenta un motivo ricorrente in Kierkegaard?
Lei ha giustamente menzionato l'Esercizio del cristianesimo; ma se ne parla
anche nella Postilla e ne La malattia mortale. Lo "scandalo", per Kierkegaard,
nasce nella coscienza umana e nella coscienza cristiana per l'urto di categorie
opposte. La filosofia dice che la verità è la ragione, il cristianesimo dice che
la verità è la fede. La filosofia dice che la salvezza viene dalla cultura, il
cristianesimo dice invece che la salvezza viene dalle opere in conformità del
Vangelo. Lo scandalo è il fallimento della ragione che urta contro il mistero;
ma lo scandalo è una prova, una via; la fede è la decisione che salva. Questa è
la contrapposizione che Kierkegaard istituisce e che a me sembra, dopo tanti
anni di studi e letture, insuperata anche in relazione ai grandi maestri della
tradizione cristiana: Sant'Agostino soprattutto, e poi lo stesso San Tommaso. E’
una concezione della storia e della natura umana ottimista e pessimista ad un
tempo. Perchè pessimista? Perchè suppone la morte di Cristo e la disperazione
del peccato; e perchè ottimista? Perchè Cristo ha portato la salvezza. Per
Kierkegaard, come per ogni cristiano- spero anche per me - il cristianesimo è
l'unica strada della salvezza, è l'unica via che offre la speranza contro la
disperazione dell'esistenza.
In Kierkegaard troviamo un’analisi profonda e alle volte impetuosa della
debolezza umana di fronte alla responsabilità e al bene. Questo è un tema
kierkegaardiano decisivo. Ma contemporaneamente - e questo è un punto sul quale
a me piace insistere - Kierkegaard è influenzato dalla lettura del Nuovo
Testamento e dei mistici cristiani. Nessuno ha mai sottolineato il fatto che
Kierkegaard avesse nella sua biblioteca i testi di san Giovanni della Croce, di
santa Teresa, di san Bernardo. Egli si esercitava direttamente sui maggiori
testi della spiritualità e della mistica cristiana. Non fa meraviglia allora che
egli, nell'analisi della soggettività umana, mentre tratta del peccato, della
debolezza della natura umana si ricordi di questa positività cristiana
dell'esistenza. Ed ecco allora che quell’analisi cruda, spietata, lacerante
della debolezza umana si eleva dall’amarezza alla speranza.
10 Per Kierkegaard l’incontro tra l'uomo
e Dio non ha luogo nella storia ma nell'istante eterno, in cui il singolo si
decide per la fede. Professor Fabro dunque, il cristianesimo per Kierkegaard non
è un fatto storico o rivelato? Possiamo spingerci fino a questa affermazione?
Mi sembra di no. Anche se questo è il noto "problema di Lessing" da cui
Kierkegaard prende avvio: si può mai fondare la salvezza eterna su un fatto
storico? Si può attingere l’eterno nel tempo? Il cristianesimo secondo
Kierkegaard è sempre il cristianesimo del Nuovo Testamento, e il cristianesimo
del Nuovo Testamento è un cristianesimo storico, l’annuncio di un evento apparso
nella cultura occidentale in una certa epoca. Esso ha sviluppato una specie di
tradizione: i maestri del cristianesimo, i dottori della chiesa. Certo c'è una
grossa lacuna in Kierkegaard e mi pare opportuno rilevarla: mentre cioè noi
cattolici ammettiamo che il veicolo di trasmissione della verità cristiana è la
Chiesa, come anche lei poco fa accennava, in Kierkegaard la Chiesa ha poca
rilevanza. Non vorrei essere così radicale da dire che Kierkegaard nega la
legittimità della Chiesa, ma ne parla piuttosto male, perchè aveva di fronte la
Chiesa protestante, la quale aveva una sorta di foglia di fico per nascondere le
sue debolezze, le sue miserie e i suoi peccati. Quindi non regge l’accusa che mi
fanno, cioè quella di fare di Kierkegaard un tomista. Io non ho mai detto questo!
Ma ci sono in Kierkegaard delle istanze antiluterane, antiprotestantiche,
antimoderne che indirizzano e auspicano una concezione autenticamente cattolica.
Tant'è vero - e mi pare di averlo anche scritto - che alcuni amici di
Kierkegaard lo esortavano: "ma senti, con tutto quello che scrivi, perchè non ti
converti al cattolicesimo?" Ne parla lui stesso in una nota del Diario. E lui
rispondeva - e qui si vede la debolezza della sua posizione - : "Ancora non è
tempo! Devo fare altre cose, devo scrivere..." Kierkegaard non ebbe l'avvertenza
esatta che non era più protestante; doveva decidersi e non si è deciso! Comunque
ripeto: io affermo che è cattolicizzante, non cattolico.
L’incontro tra uomo e Dio avviene per Kierkegaard nell’istante. Si tratta di una
terminologia speculativa che assimilò da Hegel e, insieme ad Hegel, approfondò
mediante la riflessione sul mistero dell'incarnazione. L'incarnazione, per
Kierkegaard - e io la penso come lui - avviene ad un certo punto della storia: è
nella storia, ma viene da fuori della storia. Il passaggio dalla trascendenza
metastorica alla storia avviene nell'istante. Ma l'istante dell'incarnazione è
l'istante diciamo tipico, intensivo, formativo perchè in ogni uomo la conquista
della verità che salva avviene nell'istante della decisione libera. In questo
senso Kierkegaard ha avuto una intuizione molto profonda del cristianesimo e,
sotto un certo aspetto, direi più profonda di sant'Agostino, più profonda dello
stesso san Tommaso; perchè Agostino e Tommaso si muovevano in ambienti non
tragici, come era invece l'ambiente di Kierkegaard di fronte al pensiero moderno.
In Kierkegaard, come sappiamo, abbiamo la conoscenza totale di tutte le
debolezze umane.
11 Nella ricostruzione che Lei ha
tracciato del pensiero di Kierkegaard risulta evidente la centralità del
problema teologico. Ma qual è il posto di questo autore nella storia della
filosofia?
Io le rispondo per me stesso e non per gli altri. A me sembra che la riflessione
di Kierkegaard sia gravida di stimolanti sviluppi soprattutto per chi è stato
educato alla scuola dei grandi maestri della modernità, quella modernità
immanentistica che sfocia in un ateismo radicale. Un credente non può accettare
questo esito della modernità. Kierkegaard ha approfondito la crisi di una lunga
tradizione con un esemplare smarrimento e direi anche con un senso di
disperazione rispetto al pensiero moderno. Il pensiero moderno celebra il
trionfo dell'uomo su Dio, della cultura sulla fede. Da combattivo cristiano
Kierkegaard non solo non ha creduto in questo esito, ma ha combattuto il
cristianesimo compromesso con il mondo moderno; lo ha accusato di apostasia.
A questo punto occorre chiarire cosa si intende per "modernità". Di modernità si
può parlare in vari modi. Essa si manifesta ad esempio in un certo tipo di
cultura che avversa il dogma, il paradosso, il mistero. E’ la situazione
culturale contemporanea. Però esiste un'altra concezione della soggettività,
quella del Nuovo Testamento: "se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se
stesso". Rinnegare se stessi, abbandonare se stessi. Può l'uomo abbandonare se
stesso? L’identità dell’io non permane sempre nelle sue funzioni spirituali?
Questo Kierkegaard lo ha capito benissimo, quando parla di "duplicazione dell'io":
da una parte l'io immediato, l'io estetico, l'io culturale, l'io filosofico che
si colloca fuori del cristianesimo; dall’altra l'io della riflessione radicale,
l'io di fronte a Dio, l'io nel peccato e nella responsabile decisione. Qui
abbiamo una riflessione radicale sulla libertà trasferita, come dice lo stesso
Kierkegaard, in Dio, che prende Dio come oggetto. Di fronte all’angoscia della
scelta Dio è tentatore e salvatore. Come tentatore abbiamo l'esempio di Abramo,
come salvatore il Cristo. Ed è decisivo, secondo me, insistere su questo punto:
Cristo come manifestazione storica e temporale dell’eternità di Dio.
12 Alcuni critici hanno accolto con
perplessità la sua ricostruzione del pensiero di Kierkegaard e l’avvicinamento
del filosofo danese al cattolicesimo e al realismo aristotelico-tomista e l’idea
che il protestantesimo sarebbe il responsabile delle principali aporie in cui
Kierkegaard si imbatte. Cosa crede di poter rispondere a questi critici?
A questi critici posso rispondere nel modo più semplice e più radicale. Quello
che io ho rilevato con una esegesi rigorosa è che Kierkegaard stesso replica
criticamente a questi suoi interpreti. Kierkegaard protesta contro una
valutazione e un uso del suo pensiero in senso laico, immanentista,
razionalistico. C'è un testo del Diario in cui il filosofo dice che ci sarebbe
stato in futuro un interprete dei suoi scritti che avrebbe smantellato
radicalmente le sue ricerche. Kierkegaard, cioè, prevedeva questa mistificazione
ermeneutica. E io francamente parecchie volte mi sono interrogato perplesso:
Kierkegaard è il frutto del pensiero moderno, viene da Hegel, viene da Kant e mi
è parso rischioso da parte sua utilizzare certe categorie moderne, per esempio
quella di libertà, in una prospettiva che non è quella del Nuovo Testamento.
Sono tuttora convinto che evidentemente in Kierkegaard ci sono delle
oscillazioni, data anche la sua formazione protestante, dato il tipo di teologia
che aveva studiato; ma dal fondo della sua coscienza, dall'aspirazione prima e
ultima della sua opera emerge la sua protesta contro ogni razionalismo e contro
l'interpretazione protestante, hegeliana e kantiana del cristianesimo.
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