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Hans Georg Gadamer
Hegel: Introduzione alla " Fenomenologia
dello spirito"
Autorità indiscussa della filosofia contemporanea
E' morto all'età di 102 anni ad Heidelberg il 14 marzo 2002
La Fenomenologia dello Spirito è uno dei due grandi progetti filosofici
lasciateci da Hegel. L'opera - fa notare Hans Georg Gadamer - venne composta a
Jena, dove il filosofo insegnava, durante l'invasione napoleonica della
Germania. Il termine medico "fenomenologia" in filosofia viene ad indicare la
dottrina che si occupa dei modi in cui lo Spirito si manifesta. Con questo
capolavoro Hegel volle mostrare come partendo dalla autocoscienza si potesse
comprendere l'intera struttura spirituale del mondo, e tutte le sue forme quali
la società, l'arte, la religione, la filosofia, ecc. Cioè partendo da ciò che,
solo col cristianesimo, si era man mano arrivati a definire come "soggettività".
Due sono i passi che l'opera segue: indica per prima cosa che l'autocoscienza è
già presente in ogni coscienza ed anche il modo in cui la coscienza diviene
autocoscienza, quindi dimostra come il processo non si fermi alla autocoscienza
ma giunga sino allo Spirito.
Per mostrare che nella coscienza vi è sempre un po' di autocoscienza Hegel si
muove dalla semplice percezione immediata degli oggetti sino alla formulazione
delle leggi di natura. Procedendo così giunge al modo di agire del mondo vivente
che, seppure senza coscienza, non è spinto da forze esterne ma si "comporta
rispetto a se stesso", in questo "se stesso" compare il primo passo verso la
autocoscienza. Tutti gli stimoli fisiologici, come l'appetito, danno la certezza
di esistere, ma in modo solo momentaneo. Per una vera coscienza di sè ci vuole
il riconoscimento altrui. Hegel esplora allora il modo più assoluto di
ottenerlo, quello del dominio che un padrone esercita sul suo servo. Scopre che
questa forma di riconoscimento così completa - fino alla identificazione col
benessere del padrone da parte del servo - è illusoria. In realtà infatti il
padrone è dipendente dall'azione del servo e ignora la vera sorgente della
propria autocoscienza e affermazione: il lavoro. L'opera continua poi nel
tracciare il cammino dello Spirito verso il "Sapere assoluto" nelle sue tre
forme: l'Arte, la Religione e la Filosofia.
1. Qual è il contesto storico in cui
Hegel scrive la Fenomenologia dello spirito?
La Fenomenologia dello spirito marca una cesura biografica nella storia dello
sviluppo di Hegel. Essa infatti è nata a Jena, dove Hegel era docente durante il
periodo del dominio napoleonico e prima della guerra antiprussiana. E' noto con
quali enormi attese i giovani intellettuali svevi, di Tubinga e in genere della
Germania meridionale, abbiano salutato la Rivoluzione Francese: giovani teologi
e studenti, furono allora animati dal grande pathos della libertà. Diversamente
da quel che in genere si pensa, Hegel sino alla fine della sua vita è rimasto
convinto del significato fondamentale della Rivoluzione Francese. Si narra che,
in occasione di una visita a Tieck nella città di Dresda, Hegel, ormai famoso, a
un certo punto sollevando il bicchiere abbia detto: "Sa Lei che giorno è oggi?
E' il giorno dell'assalto alla Bastiglia. Beviamo a questo giorno!". La
Rivoluzione Francese e il suo pathos della libertà costituivano, com'è
comprensibile, la base sulla quale il ceto degli intellettuali borghesi poteva
sperare di ottenere un riconoscimento sociale e politico. Si sa con certezza,
per esempio, che fu necessario conferire un titolo nobiliare a Goethe e a
Schiller prima di presentarli alla corte del Granduca di Weimar. Queste
condizioni sociali in conseguenza della Rivoluzione Francese, e quindi anche
dopo l'occupazione napoleonica, iniziarono a modificarsi lentamente. Fu allora
che si formò una nuova struttura sociale sulla quale si è costruito lo stato
nazionale tedesco.
La Fenomenologia dello spirito, questo libro tanto singolare da non potersi
quasi riassumere e da essere comprensibile solo in alcune parti, è stato
completato da Hegel proprio durante la guerra antinapoleonica della Prussia. Il
rombo dei cannoni della città di Jena ha per così dire accompagnato la
conclusione del libro. Quando poi Napoleone entrò a Jena Hegel scrisse: "Oggi ho
visto la Spirito del mondo a cavallo". Queste sono le circostanze esterne sotto
le quali è sorta la Fenomenologia dello spirito.
A Jena Hegel era già un libero docente affermato. Il fatto che venisse capito è
e resterà sempre uno dei misteri della storia universale. Come sia possibile che,
nonostante il dialetto svevo parlato da Hegel a Berlino, questi abbia potuto
influenzare una cerchia di allievi resta affatto misterioso e dimostra che i
giovani studenti hanno la meravigliosa capacità di aprirsi senza riserve ad una
persona che ha qualcosa da dire, di comprenderla fino in fondo e di trasmettere
ad altri quello che hanno capito. I
ll vero onore del nostro lavoro universitario non è quello di manifestare
occasionalmente una opinione politica razionale o magari irrazionale, ma quello
di trasmettere da generazione in generazione lo stimolo a pensare e la propria
capacità di giudizio. Con questa digressione intendo sottolineare che pensatori
come Hegel, Schelling e naturalmente anche Fichte, che in quel periodo a Jena
era la figura predominante, non hanno semplicemente arricchito la scienza
filosofica. Essi tutti hanno reso possibile una solidarietà morale, sociale e
politica, sulla cui base almeno per un secolo si è edificato lo stato nazionale
tedesco.
2. Il sottotitolo della Fenomenologia
dello spirito suona: "Scienza dell'esperienza della coscienza" Quali significati
assumono nell'opera di Hegel i termini di "fenomeno" e di "coscienza"?
Quando ci si accinge ad esaminare la Fenomenologia dello spirito, bisogna
innanzitutto chiarire il termine "fenomenologia". Oggi è molto noto, perchè in
Germania si è formata una scuola, la cosiddetta "scuola fenomenologica", fondata
da Husserl e alla quale appartenevano anche Heidegger e Max Scheler. Questa "scuola
fenomenologica" ha fatto proprio il termine "fenomenologia", che originariamente
apparteneva alla medicina, dove dava il nome allo studio delle manifestazioni
dei diversi tipi di malattia. La fenomenologia è dunque una dottrina delle
manifestazioni; in Hegel, delle manifestazioni dello Spirito. La fenomenologia è
la storia delle manifestazioni dello Spirito, dei modi in cui lo Spirito si
manifesta.
La missione che la generazione di Hegel attribuiva al pensiero di Kant, era il
ristabilimento dell'unità laddove lo stesso Kant aveva istituito alcune
differenze. La prima di queste differenze è che da un lato le scienze e
l'esperienza da esse elaborata costituiscono l'inizio di ogni conoscenza e, se
gli oggetti non sono dati nell'intuizione, la metafisica e le sue proposizioni
restano vuote; dall'altro la libertà rappresenta un'eccezione a queste
limitazioni. La libertà umana, quella determinazione morale con la quale l'uomo
sa e sente ciò che in lui o in un altro è buono oppure cattivo, non è un fatto
empirico, ma determina l'umanità del nostro comportamento ed anche le
possibilità di una metafisica. Con questa missione da svolgere, Fichte,
Schelling ed Hegel si misero al lavoro. La Fenomenologia dello spirito fu il
capolavoro in cui Hegel ha tentato di mostrare come si possa comprendere
l'intera struttura spirituale del mondo a partire dall'autocoscienza, cioè
superando quell'atteggiamento fondamentale che si può definire "punto di vista
della coscienza".
La coscienza non è infatti nient'altro che quello che in lei stessa appare. Nel
mondo antico non era possibile un concetto di autocoscienza o un concetto di Io,
di ciò che noi oggi chiamiamo "soggetto"; il pensiero greco era come un enorme
occhio aperto che guarda l'ordine celeste, l'ordine umano - cioè quello
cittadino -, e l'ordine della propria anima. Con la mediazione del Cristianesimo
è iniziato il cammino della interiorizzazione e il "subiectum", che in senso
stretto significava solo "sostrato", viene ora a significare la "soggettività",
cioè l'autocoscienza che appartiene alla coscienza. Hegel si era posto il
compito di mostrare che ogni coscienza è in fondo autocoscienza, di darne la
consapevolezza a chi pensa, e si chiedeva come comprendere la totalità della
nostra esperienza reale a partire dall'universo interiore dell'autocoscienza. Di
qui il lungo cammino che questo libro presenta: dalla coscienza
all'autocoscienza, dall'autocoscienza allo spirito e a tutte le forme di
organizzazione spirituale della realtà, quali la società, lo Stato, l'arte, la
religione e la filosofia. Un programma enorme, che spazia dalla coscienza sino
alle forme di quel "sapere assoluto" che arte, religione e filosofia pretendono
di essere. Su questa base le nostre riflessioni si devono articolare, a partire
dall'autocoscienza, in due passi fondamentali. Il primo passo consiste
nell'indicare come si perviene all'autocoscienza e perchè in ogni coscienza c'è
già autocoscienza; il secondo nel mostrare che ad avere l'ultima parola non è
l'autocoscienza, ma lo spirito.
3. Qual è il cammino che dalla coscienza
porta all'autocoscienza?
Hegel mostra la presenza dell'autocoscienza nella coscienza muovendo da una
prima certezza che chiama "certezza sensibile". Quando qui ed ora si trova
qualcosa davanti a noi, è certo che ne siamo coscienti, ma in realtà siamo
coscienti solo della sua datità. Che cosa sia ciò che traiamo (nehmen) come vero
(Wahr) da essa, che cosa, cioè, la percezione (Wahrmehmung) veramente sia,
questo l'esperienza della datità non può ancora dircelo. Nè certamente la
percezione è compiutamente compresa quando l'oggetto è colto come "oggetto con
le sue proprietà". La chimica può offrire una buona rappresentazione di quel che
è il mondo; essa studia e ricerca la struttura del percepito - poichè gli
oggetti reali che ci vengono incontro consistono di elementi base, l'analisi
chimica può mostrarcene la struttura. Ma in realtà questo atteggiamento non è
ancora autocoscienza, ma solo un atteggiamento oggettivante che con i mezzi
dell'intelletto cerca nel mondo della percezione un ordine legale e si sforza di
provarlo. Che genere di ordine è questo?
Inavvertitamente, e perciò sorprendentemente, ci siamo già avvicinati molto a
ciò che cerchiamo: alle forze. Il mondo si mostra come un gioco di forze. Cos'è
veramente una forza? Una forza che non si estrinseca è una forza? O forse una
forza è solo la sua estrinsecazione? Certamente una forza non è solo questo,
però la sua estrinsecazione deve essere provocata da un'altra forza. Allora si
usava l'espressione di origine latina sollizitieren: il mondo reale delle forze
è composto di forze che sollecitano e che vengono sollecitate. E' chiaro che la
forza in questo senso non è visibile, se non nella sua estrinsecazione. Muovendo
dalla percezione, che ci svela l'oggetto con le sue proprietà, siamo passati al
mondo dominato dalle leggi di natura. Hegel sente acutamente il limite di ciò
che è posto, di quel che chiamava il "positivo" e che propriamente per lui era
negativo (in modo particolare in campo religioso, dove la "positività"
caratterizza una vita religiosa non veramente sentita). Allo stesso modo ancor
oggi i codici e le leggi sono per noi solo degli ideali, che ci permettono di
mantenere l'equità, la conformità e l'ordine. Il gioco delle forze è
effettivamente un ottimo esempio di dialettica. Una forza è tale solo se si
estrinseca. Il fatto che le forze si estrinsechino, che entrino per così dire in
gioco tra loro, dà vita a quell'ordine naturale noto come ordine legale della
natura. Un tale ordine non è certo sensibile, ed Hegel ne parla infatti come di
un ordine soprasensibile. Il mondo delle leggi è per così dire un mondo
fenomenico: esse appaiono come forze e come loro estrinsecazioni.
4. Professor Gadamer, non si potrebbe
piuttosto dire che sono le leggi la vera realtà?
Secondo il Neokantismo le leggi naturali sono appunto la vera realtà; Natorp ha
persino affermato che questo era già il senso delle "idee" platoniche. E' dunque
importante capire cosa significa che le leggi sarebbero la realtà. Esse lo sono
non da sole, ma nell'unione con quel che esse determinano. Questa unione è nota
come la dialettica tra la legge ed i suoi "casi". Che cos'è il caso di una legge?
In tedesco il caso (Fall) di una legge è ciò che è caduto (fallen) sotto un
universale; questo universale, ammesso che abbia realtà, la può avere solo nei
suoi "casi". In medicina, per esempio, si parla di un "caso di malattia", e la
malattia può esistere solo nei suoi "casi". Quindi la vera realtà non è affatto
l'universale, ma l'inscindibile coappartenenza dell'universale e del suo caso.
Nella nostra esperienza la incontriamo - e questo è il grande passo che Hegel
prepara - nel vivente. L'aveva capito già Kant che, sebbene abbia fondato la
fisica di Newton e mostrato che la filosofia può acquisire delle conoscenze
effettive solo se è in rapporto con la conoscenza scientifica e non si appoggia
alle mere costruzioni concettuali della metafisica, si è però accorto che la
scienza matematica della natura non è tutto. Accanto ad essa la nostra ragione
ed il nostro intelletto tendono necessariamente a concepire la totalità, e in
particolare tutto ciò che si comporta come un vivente, non come una calcolatrice
costruita, ma come qualcosa che si comporta rispetto a se stesso. E' stato
proprio Kant a insegnare che senza il concetto di scopo, senza il giudizio
teleologico, non possiamo comprendere che cosa sia davvero il vivente. Il
vivente si "comporta": questo è il fenomeno dialettico basilare con cui Hegel
prepara il passaggio all'autocoscienza.
In quanto vivente ogni gesto che faccio non dipende dal fatto che qualcosa mi
stuzzichi; piuttosto sono io a muovermi. Già per Platone era questa la
caratteristica della natura vivente; egli parlava dell'automovimento, dello
Autokinoûn. Poichè siamo sulla soglia dell'autocoscienza, vorrei citare una
frase per mostrare cosa questa soglia significava per Hegel. Giunto al capitolo
sull'autocoscienza, egli scrive la frase seguente, che mostra anche la sua
enorme forza stilistica: "(...) nell'autocoscienza come concetto dello spirito,
la coscienza raggiunge il suo punto di volta: qui essa, muovendo dalla
variopinta parvenza dell'al di qua sensibile e dalla notte vuota dell'al di là
ultrasensibile, si inoltra nel giorno spirituale della presenzialità". Quindi
aggiunge che per questo motivo il capitolo sull'autocoscienza è l'autentico
punto di volta rispetto al quale misurare l'intero sviluppo del pensiero che
muovendo dalla certezza sensibile raggiunge nell'arte, nella religione e nella
filosofia la più interiore certezza della verità. Cosa significa allora "comportarsi
rispetto a se stesso"? Come mai ci si può comportare rispetto a se stessi? Che
cosa è questo "se stesso"? Certamente non risulta dalla astratta identificazione
che noi facciamo, quando diciamo indicando qualcuno: "E' proprio lui, è lui
stesso!". Noi ricorriamo a questa espressione quando vogliamo identificare
qualcuno, ma questi non identifica se stesso, questi è un Sè. Non è che il Sè si
comporti rispetto a se stesso, bensì il "comportarsi rispetto a se stesso" è il
Sè medesimo. Ma questo è solo il primo passo che il pensiero compie per elevarsi
ad un più alto grado. La vita, la vitalità in quanto tale, chiaramente non si
comporta rispetto a se stessa in maniera cosciente. Il vivente in quanto tale è
inserito nella grande "circolazione sanguigna dell'organico". Nessun essere
vivente è un Sè astratto, ma si trova in un ciclo continuo di assimilazione,
eliminazione e ricostruzione della propria materia organica. E' noto che il
nostro stesso corpo nel giro di pochi anni rinnova completamente le parti
materiali che lo compongono. La struttura dialettica della vita è un continuo
fluire ed rifluire.
5. Una delle figure più celebri
dell'intero percorso fenomenologico è quella del "servo-signore". Di cosa si
tratta?
Facciamo un esempio: poniamo di avvertire la fame; questo appetito, per così
dire, ci dà la certezza di esistere, ma appena siamo sazi questa autoconferma
svanisce. L'appetito ci ha fatto "ricordare di noi", ma è qualcosa di momentaneo.
Non posso ancora riconoscermi come un Sè, se subisco il ritmo dell'appetito e
della sazietà insieme a tutte le forme di desiderio che vi corrispondono; per
diventare un Sè non solo reale, ma anche autocosciente, è necessario ancora
qualcos'altro. Cerchiamo palesemente il riconoscimento, ma il semplice
riconoscimento attraverso la soddisfazione dei desideri è insufficiente, perchè
poi, con i desideri, viene meno anche il riconoscimento.
Il concetto di riconoscimento è assai importante per Hegel: il mancato
riconoscimento da parte di altri distrugge la propria autoconsiderazione, mentre
il riconoscimento avvenuto la rafforza e la arricchisce. Si crede che quel che
conta sia di saper dominare l'altro per costringerlo a riconoscerci, ma è una
stupida follia ritenere che la nostra autocoscienza possa fondarsi sul
riconoscimento di una persona che abbiamo asservito o schiavizzato. E' follia,
ma è anche una forma di desiderio, un desiderio di possesso che certo non può
essere soddisfatto dalla conferma del proprio Sè data dal servo.
Nella società nobiliare valeva il concetto feudale dell'onore. E infatti c'era
il duello: chi aveva offeso qualcuno poteva riconciliarsi di nuovo con lui, se
accettava di esporsi al rischio comune di un duello a morte. Poi, per il fatto
di essersi per così dire posti in comune, non si correva più il pericolo di
essere annientati nel proprio Sè; attraverso il duello si dimostrava la propria
libertà. Ma anche questa è ovviamente, come si vede subito, una conferma di sè
assai momentanea; si supera una offesa, ma non si consolida una autocoscienza
durevole. Per questo scopo nella società feudale c'è invece il servo, lo schiavo.
La sua è infatti una dedizione continua.
6. Professor Gadamer, l'abnegazione del
servo nei confronti del padrone può mai fungere da base all'autocoscienza?
Qui noi facciamo l'esperienza sorprendente: è, infatti, il padrone che non ha
una autocoscienza durevole. Egli è per così dire incatenato agli oggetti che il
servo gli presenta. Una rivoluzione sociale come quella che nel nostro secolo si
è vista in Russia, ha evidenziato in un modo addirittura sconcertante che anche
sul patriarcale asservimento dei contadini di un feudo ad un padrone molto umano
si sono fondate grandi forme di autocoscienza. Alexandre Kojève - il suo cognome
russo era Kojevnikov - divenne hegeliano dopo l'esperienza della rivoluzione
russa, durante la quale suo padre, un proprietario fondiario amato e riverito,
era stato improvvisamente ucciso dalla folla inferocita.
La base per una autentica autocoscienza non è il dominio sugli altri, ma il
lavoro: è avere la capacità di fare qualcosa che dà autocoscienza. Tutti noi
sappiamo che negli anni instabili dello sviluppo l'autocoscienza è labile, si
oscilla tra una smodata arroganza ed una altrettanto smodata autocommiserazione.
Ma conosciamo pure la lenta crescita dell'autocoscienza che si basa sulle
proprie capacità. Come educatore della gioventù universitaria cerco di destare
in essa la coscienza del proprio poter fare qualcosa. Con questo poter fare si
apre lentamente un'autocoscienza che non si cura più narcisisticamente solo di
se stessa, com'è caratteristico degli anni dell'adolescenza. Lentamente si
diventa più obiettivi, si impara, e lentamente, grazie alle proprie capacità -
siano esse scientifiche o letterarie - si viene inseriti in una comunità di
lavoro o nell'insieme dei compiti che ci si pone da sè. Tutto ciò forma alla
lunga una specie di quasi-visibilità dello spirito: in realtà non è una vera
visibilità, ma solo una forma di solidarietà professionale, ad esempio quella
dell'associazione dei medici. Naturalmente una autocoscienza inavvicinabile ha
anche i suoi pericoli; la traboccante vanità di noi professori è un fatto assai
noto di cui dobbiamo essere coscienti e autocritici e dobbiamo moralmente,
socialmente e umanamente superare questo senso di superiorità che ci proviene
dalla nostra posizione di docenti. Per far questo il miglior mezzo pedagogico è,
da un lato, fare in modo che l'Altro si senta riconosciuto e, dall'altro,
l'ammissione dei propri errori. Questo atteggiamento crea una nuova apertura tra
maestro e allievo, tra padre e figlio, e in genere tra gli uomini.
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