INTERVISTA A THEO ANGHELOPOULOS
Theo Anghelopoulos, lo sguardo del poeta.
La sua "Grecia interiore",
il passato di intellettuale e portiere di notte, il
cinema
italiano e Mastroianni.
Il grande regista parla della sua vita e del suo cinema
di
"sensazioni e immagini"
Tra
i film più famosi diretti da Theo Angelopoulos figurano La recita (1975), in cui
il regista ricostruisce uno dei periodi più bui della storia greca del
Novecento, quello che vide succedersi le occupazioni italiana, tedesca e
britannica; Il volo (1986), con Marcello Mastroianni; e L'eternità e un giorno
(1998), premiato a Cannes con la Palma d'Oro.
30 novembre 2000
Ad Atene è una giornata molto piovosa e il traffico sulla Leoforos Kifissìas, il
corso che conduce a nord della città, è più intenso che mai. Il taxista ha
davvero difficoltà a trovare strade alternative per raggiungere Psichicò, un
vecchio quartiere residenziale di periferia, rimasto pressoché invariato, se non
nelle dimensioni, fin dal dopoguerra. Ma è lì che abita Theodoros Anghelopoulos,
il regista greco di L’eternità e un giorno, per citare l’ultimo dei suoi
capolavori cinematografici. Ha scelto un luogo appartato, una villetta tra le
tante nascoste nel dedalo di viuzze alberate della zona, lontana dai rumori
quotidiani di una grande metropoli. Non poteva essere altrove, la casa del
maestro: lui un artista solitario, schivo alla stampa, a volte scontroso, ma pur
sempre ironico, rifiuta il caos, la modernità, il traffico. Seduto davanti al
camino del suo salotto, bevendo un caffè greco secondo il rito orientale, adagio
per lasciare che la polvere ad ogni sorso si depositi, parla di sé, dei suoi
film, ma soprattutto della "sua" Grecia. "Vede - racconta - questi di oggi, sono
i colori che più amo. Sono toni discreti, tipici di quando piove o nevica,
malinconici, ma non tristi perché nascondono una forza interiore, che è quella
del sole dietro di loro che vuole esplodere e illuminare il mondo. Il grigiore
della nebbia che in genere accompagna queste giornate avvolge la natura in
un’atmosfera rarefatta, poetica. La realtà non è altro che un 'paesaggio nella
nebbia': misterioso e tutto da scoprire. È la giornata ideale per l’inizio di
una storia".
Come nasce, invece, l’idea di un nuovo film?
"L’idea è il risultato di un lavoro interiore che inizia in ognuno di noi molto
tempo prima. È la somma progressiva di sensazioni e di immagini raccolte in giro
per il mondo, legate magari ad una frase ascoltata in mezzo alla strada, o ad
una notizia appresa su un giornale. Accade, per caso, che quelle immagini e
quelle sensazioni, rimaste addormentate per tanto tempo nel nostro subconscio,
improvvisamente riaffiorino perché stimolate dalla visione di una strada, di un
albero, o di un vecchio solo seduto in un cafenìo (bar, ndr), plasmate però in
un’idea".
Parliamo degli inizi della sua carriera. È vero che ha fatto tantissimi
lavori, tra cui il venditore di tappeti, prima di dedicarsi alla regia?
"Quand’ero giovane vedevo me stesso proiettato nel mondo della letteratura,
scrivevo poesie e amavo i nostri poeti, Seferis e Kavafis, ma anche Eliot, Rilke,
Paul Celan. Divoravo Dostojevskij e Tolstoj. Nulla lasciava presagire che sarei
diventato regista, la mia famiglia non aveva mai avuto contatti diretti con il
cinema, mio padre era commerciante. Solo quando sono andato a Parigi, dove mi
ero iscritto alla Sorbona, ho incominciato a maturare una coscienza
cinematografica. È vero, per mantenermi ho accettato i mestieri più impensabili,
il portiere di notte e, sì, ho venduto anche tappeti. Nel mentre, però,
frequentavo la Cinématèque dell’Università: le proiezioni iniziavano alle 10 del
mattino e io ero lì, finivano la sera, a volte a mezzanotte, e io ero ancora lì".
Ma quando ha capito che voleva davvero intraprendere la carriera di regista?
"C’è stato un momento in cui mi sono reso conto che invece di fare attenzione a
quale attore stava recitando nel film, prestavo soprattutto attenzione a quale
regista lo aveva realizzato, come muoveva la cinepresa, le sue inquadrature.
Credo che sia stato in quell’istante che ho realizzato di voler fare questo
mestiere".
Si dice che ogni regista ricordi il momento preciso in cui ha guardato per la
prima volta nella cinepresa. Ci può raccontare il suo momento?
"È stato con Forminx Story, la mia prima esperienza cinematografica, un
cortometraggio rimasto incompiuto, che parlava di un gruppo di musicisti pop in
viaggio attraverso la Grecia, tra questi c’era anche l’allora ragazzo Vanghelis
(oggi famoso autore di musiche e colonne sonore). Forminx Story fu una delusione,
soprattutto per i dissapori che ebbi con il produttore, mi servì però come
scuola e per avvicinare il mio cinema alla politica, arrivando poi a realizzare
Anaparastasi (1970 - Ricostruzione di un delitto)".
I suoi film sono girati un po’ in tutta la Grecia, ma qual è la 'Grecia di
Anghelopoulos', quella a cui lei è più legato?
"Quando ho fatto il militare, appartenevo ad un gruppo che viaggiava in
continuazione. È stato allora che ho conosciuto davvero il mio paese, la vera
Grecia, quella che io chiamo 'meso Ellada' (letteralmente Grecia interiore). Non
Atene, o Salonicco, non la Grecia delle isole, ma quella dei paesi sconosciuti,
nascosti tra le montagne, solitari e raggiungibili attraverso strade sterrate, e
dove spesso mancava anche la corrente elettrica. Luoghi che ho amato subito e
che in seguito, da regista, ho cercato e cerco tuttora per girare i miei film e
che perlopiù coincidono con le zone a nord della Grecia. Sono particolarmente
legato alla regione di Ioannina, ossia l’Epiro, la città, il lago, ma anche alla
Macedonia occidentale, la parte cioè che confina con l’Albania, tutte zone
povere e profondamente segnate dalla storia. Giro quasi sempre lì, almeno
qualche scena".
Spesso le sue storie iniziano con un viaggio. Perché questo tema la affascina
così tanto?
"Tutto quello che ho imparato, o che mi è successo di magico, di insolito, o
legato alla mia vita personale o lavorativa, è avvenuto nell’arco di qualche
viaggio. Viaggiare è un modo per ampliare il nostro campo di conoscenza e di
percezione del mondo, per conoscere gli altri, ma anche se stessi in rapporto
con gli altri. Amo stare seduto in macchina accanto a un amico al volante (perché
io non guido) e guardare le immagini dei paesaggi, della gente, che scorrono
fuori dai finestrini. In quel momento avverto una sensazione di completezza.
Forse perché quando si è in movimento è facile entrare in un’altra dimensione,
quella interiore, sospesa nello spazio e nel tempo. È facile sognare".
Il concetto di assenza di confine, nel senso di inesistenza di linee di
frontiera, è molto presente nelle sue opere. Come si ritrova, quindi, in questo
mondo in cui si parla spesso di globalizzazione?
"Sono favorevole alla globalizzazione, solo se questo vuol dire far scomparire
le frontiere tra gli uomini, ma bisogna conservare le nostre diversità
linguistiche, culturali e storiche. In un mondo in cui il linguaggio universale
sembra essere diventato quello di Internet, si rischia di impoverire la propria
lingua che è la nostra sola carta d’identità, l’unico elemento che ci permette
di conservare un rapporto profondo con noi stessi e con le nostre radici. Le
cose cambiano, la storia si dissolve, si dimentica, la lingua invece rimane. Una
volta mi hanno domandato perché noi greci nel nostro alfabeto abbiamo tre 'i' (ita,
iota e ipsilon si pronunciano 'i') e due 'o' (omicron e omega), che sono un
grande problema ortografico per gli studenti, non solo stranieri. Ho risposto
che proprio in quelle tre 'i' e nelle due 'o', stava tutta la ricchezza della
nostra lingua, e che quelle lettere rappresentavano il ponte linguistico con il
nostro passato".
Come giudica il cinema europeo di oggi?
"Credo che alla fase di crisi degli ultimi anni, sia subentrata la stanchezza,
legata però non soltanto ai registi, ma anche al pubblico che predilige un
genere poco impegnato, americano, per intenderci. Non voglio dire che non esiste
produzione cinematografica, ma non ci sono, al momento, film di qualità. Forse
perché non c’è nulla da raccontare, nulla di importante, almeno. Guardiamo
l’Italia. Un tempo il vostro paese rappresentava una parte determinante della
cinematografia mondiale, ora produce pochi film e soprattutto è scomparsa una
grande generazione di attori come Tognazzi, Mastroianni, Gassman. È il momento
invece, degli asiatici. Di quei popoli cioè che per tanto tempo hanno soffocato
la propria libertà espressiva e ora sono pronti a raccontare le loro storie,
bellissime".
Ha sempre avuto un rapporto molto particolare con l’Italia, sia dal punto di
vista affettivo che professionale...
"L’Italia è un paese molto vicino alla Grecia, non solo geograficamente, ma
anche per una questione di affinità caratteriali, e linguistiche. Preferisco,
non a caso infatti, attori italiani. Quando mi trovo in Italia mi sento
perfettamente a mio agio, non mi devo adeguare al comportamento di un popolo,
come mi accade invece in Inghilterra o in Francia, perché mi sembra di stare tra
la mia gente, insomma a casa mia. Anche per il mio lavoro, penso che l’italiano
sia una lingua che grazie alla sua melodicità, ben si adatta al greco.
Bentivoglio ad esempio, in L’eternità e un giorno parla greco con un accento
quasi perfetto, non è stato doppiato, e questo vale anche per Mastroianni".
Che ricordo ha di Marcello Mastroianni, eravate molto amici?
"Non voglio parlare di Marcello come amico, ho già detto molto e ci sono ricordi
speciali che voglio conservare per me. Con lui era facile lavorare, avevamo un
feeling professionale che non ho mai stabilito con nessun altro attore. Ogni
volta che arrivava sulla scena era già pronto a recitare, non doveva neanche
leggere la sceneggiatura perché ne avevamo già parlato a voce, in dieci minuti.
Amava il mio modo, un po’ strano, di girare i film: girovaghi in roulotte, come
vecchi teatranti, pronti a fermarsi e mettere in piedi uno spettacolo in
qualsiasi luogo e in ogni momento della giornata".
A che punto della sua carriera cinematografica si trova oggi Anghelopoulos?
"Sono pronto per un nuovo viaggio. Non penso di essermi mai fermato, anche
perché quando non lavoro, mi annoio e mi sento inutile; considero infatti, il
periodo che passa tra un film e l’altro solo un momento di attesa. Da giovane,
inoltre, riuscivo a distinguere la vita dal cinema. Ora mi accorgo che la mia
vita assume, sempre di più, le sembianze di un film: se voglio vivere devo
continuare per forza a girare".
Fino a quando?
"Os to telos (Fino alla fine). Per una eternità e un giorno!".