|
Riduzioni e dualisti a confronto
Per più di duemila anni filosofi, scienziati e naturalisti hanno
dibattuto con alterne fortune se la mente fosse una semplice
espressione del cervello, alla stregua di una secrezione ghiandolare,
oppure se essa fosse di natura 'immateriale', un qualcosa che aleggia
nelle circonvoluzioni cerebrali senza esserne la diretta espressione.
I sostenitori della prima ipotesi sono definiti riduzionisti o
monisti, mentre quelli della seconda sono identificati come dualisti.
Storicamente, tra i primi si annovera Democrito e tra i secondi
Cartesio; entrambi hanno avuto seguaci più o meno convinti che si sono
scontrati fino al giorno d'oggi.
Tuttavia, alla luce delle conoscenze che si vanno approfondendo grazie
agli studi di neurobiologia, di psicologia sperimentale e di scienze
cognitive, sta emergendo che tanto i riduzionisti quanto i dualisti
hanno posto il problema in termini impropri o troppo semplicistici.
I paradossi del dualismo
I dualisti, spesso sotto l'influenza di tradizioni culturali,
hanno sostenuto a spada tratta l'ipotesi di un'attività mentale che
prescinde da quelle leggi della fisica e della chimica che governano
gli organismi viventi e tutte le loro funzioni, confondendo spesso il
concetto di mente con quello di anima. Questa confusione, si badi
bene, è ancora riscontrabile in molta letteratura corrente, nella
quale s'ignora il paradosso derivante dal fatto che l'anima è per
definizione imperitura - e per di più è il frutto di un atto di fede
-, mentre le attività mentali (o il pensiero che ne è una componente
fondamentale) s'interrompono per propria natura con il cessare delle
attività cerebrali. In effetti la morte cerebrale, crudelmente
certificata dalla scomparsa del pensiero cosciente, è ormai assunta
come criterio di definitiva morte dell'essere umano. Paradossalmente,
la scomparsa irreversibile del pensiero si verifica molto prima della
definitiva cessazione delle funzioni di altri organi come il cuore, il
rene e altre parti del corpo che rimangono in vita, al punto di poter
essere trapiantati in altri organismi.
Dunque la concezione dualista presta il fianco a numerose obiezioni.
Nessun neuroscienziato accetterebbe l'idea di un'attività mentale che
prescinda in modo totale dalle funzioni che svolgono le cellule
nervose (neuroni). Dovremmo, infatti, assumere che pensieri ed
emozioni siano come un aristotelico 'omuncolo' ospite dell'organo
cervello ma da questo completamente scissi e distinti? E come spiegare
la possibilità di influire sulle loro manifestazioni con sostanze
chimiche come farmaci e droghe, se dovessimo assumere che esse non
derivano dall'attività neuronale?
I limiti del riduzionismo
Se, dunque, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di
funzioni cerebrali (come il movimento di un arto, la percezione dei
colori) e di processi mentali (quali pensiero, emozioni, memoria)
concordano nell'unicità di sede di entrambi, in che cosa si
differenziano, talvolta ancora con i toni della disputa ideologica,
riduzionisti e dualisti? La posizione più drastica dei riduzionisti è
che il cervello è come un potentissimo computer nel quale l'hardware è
assimilabile ai grandi circuiti nervosi che si formano nel corso dello
sviluppo del cervello. Questi circuiti si formano su istruzione dei
geni e quindi sono propri e unici di ogni specie; per esempio, i
circuiti nervosi che permettono all'uomo e solo a lui fra tutti i
primati di elaborare la parte fonetica del linguaggio. Nel
computer-cervello, secondo i riduzionisti, il software si formerebbe
in base agli innumerevoli input sensoriali e culturali che provengono
a ritmo incessante dal mondo esterno. Questi stimoli sono in grado di
modificare e plasmare quelle parti dei macrocircuiti cerebrali che,
essendo estremamente plastiche, sono suscettibili di cambiamento
(arborizzazioni dendritiche, sinapsi, spine sinaptiche e singole
componenti molecolari di queste strutture) e generano un software
unico. Questo software distingue ciascuno di noi per un determinato
carattere e per quell'insieme di proprietà note come memoria, volontà,
pensiero.
Ci sono due principali obiezioni a una concezione squisitamente
riduzionista del cervello umano. Innanzitutto è arduo accettare che il
software-cerebrale possa generare una coscienza di sé stesso
(autocoscienza), anche assumendo la creazione di computer molto più
potenti e sofisticati di quelli attuali. Inoltre, l'analogia tra
cervello e computer è solo apparente: diversi sono i materiali che
costituiscono questi due tipi di elaboratori d'informazione, diverso
il modo specifico di operare (sostanzialmente in serie il computer, in
serie e in parallelo contemporaneamente il cervello), profondamente
differente è la velocità della singola operazione, molto maggiore nel
caso del computer. Dopo tutto, il fatto che volatili e aeroplani siano
capaci di librarsi nell'aria non significa che questa prestazione
avvenga tramite uguali meccanismi.
La mente come fenomeno emergente
Insomma, se il pensiero non è una specie di secrezione dei neuroni
- come un ormone lo è di una ghiandola - ma è comunque un frutto unico
e inequivocabile della loro attività, in che modo possiamo ipotizzarne
l'origine e le sue innumerevoli espressioni? Si può trovare una prima
risposta richiamandosi a quelle proprietà non lineari o emergenti che
si manifestano spesso sia nel mondo non vivente sia nel regno della
vita. Un semplice esempio di non linearità nella trasformazione delle
proprietà è dato da due elementi che si uniscono fra loro per formare
un composto: quest'ultimo ha proprietà di cui non si trova traccia
negli elementi che lo compongono. Idrogeno e ossigeno, per esempio,
hanno proprietà chimiche molto differenti dall'acqua che essi formano
unendosi in un determinato rapporto stechiometrico.
L'esempio più eclatante di non linearità è proprio la vita al suo
nascere. Come nasce, come si genera questa proprietà della materia che
fino all'inizio di questo secolo era considerata miracolosa? La
biologia ha inequivocabilmente dimostrato che la vita non è qualcosa
di immanente alla materia che forma un organismo (l'antico 'soffio
vitale') ma è l'espressione dell'attività di migliaia e migliaia di
molecole, singolarmente anche molto complesse, ma prive di qualsiasi
proprietà identificabile come vita. Anche in questo caso, l'insieme di
queste molecole e la loro organizzazione in strutture sofisticate
porta a un salto qualitativo, generando ciò che è chiamato 'vita'.
Un altro salto qualitativo straordinario può essere considerato quello
che risulta dalla somma delle attività dei neuroni. Nel cervello ci
sono circa cento miliardi di neuroni che, pur essendo dotati di
proprietà davvero sofisticate, sono 'stupidi' come i microchip di un
computer. Anche in questo caso la somma delle loro attività produce un
salto qualitativo che non può essere previsto dalle proprietà del
singolo neurone .
In sostanza, ogniqualvolta si assiste a un aumento di complessità di
un sistema, si può osservare che emergono proprietà imprevedibili che
complicano, spesso a dismisura, la possibilità di predire o teorizzare
il modo con il quale quella proprietà si è generata. Per questo motivo
ritengo che l'approccio riduzionista riferito in precedenza, e che
pure ha costituito uno strumento investigativo di valore inestimabile
per le scoperte più rilevanti della bio-medicina moderna, potrebbe non
essere sufficiente a ipotizzare e comprendere appieno la natura e i
meccanismi dei processi mentali.
Le conoscenze che si vanno progressivamente acquisendo sulle proprietà
dei singoli neuroni prospettano una complessità funzionale tale da
rendere ancora più impredicibili funzioni 'globali' come quelle
mentali, che emergono dall'attività di miliardi di queste cellule.
Le attività mentali come 'proprietà emergenti': mi sembra la riposta
più appropriata alla lunga diatriba tra riduzionismo e dualismo. Le
proprietà mentali, infatti, pur essendo il frutto esclusivo
dell'attività dei neuroni, non sono la semplice risultante di una loro
somma algebrica. Ritengo, pertanto, che il problema mente/cervello
dovrebbe essere considerato non solo scartando ipotesi dualistiche
ormai obsolete, ma neppure limitandosi ad approcci sperimentali
esclusivamente basati su concezioni riduzionistiche, anche se queste
sono state, e saranno nei decenni futuri, estremamente fruttuose nella
ricerca biologica di base.
Penso che nessuno, al momento, abbia una risposta soddisfacente per
quanto riguarda l'approccio sperimentale basato sul concetto di
attività mentali come proprietà emergenti. Certamente questo tipo di
problema non potrà essere risolto per l'intuizione geniale del singolo
scienziato, alla Darwin, alla Einstein, o alla Watson e Crick, ma
dovrà essere affrontato con mentalità aperta da tutte le più varie
discipline che si occupano del cervello, consapevoli che quella che
sta di fronte a noi è una delle sfide scientifiche più complesse che
l'uomo abbia mai affrontato e convinti che la versione odierna
dell'imperativo socratico dovrebbe essere 'conosci il tuo cervello'.
|