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PIETRO CALISSANO

Docente di neurofisiologia presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Roma Tor Vergata

Pietro Calissano esamina il punto di vista dualista e quello riduzionista e delinea la possibilità di una 'terza via'.

Pietro Calissano - Dualisti, riduzionismi e. altri possibili orizzonti di ricerca.

Riduzioni e dualisti a confronto

Per più di duemila anni filosofi, scienziati e naturalisti hanno dibattuto con alterne fortune se la mente fosse una semplice espressione del cervello, alla stregua di una secrezione ghiandolare, oppure se essa fosse di natura 'immateriale', un qualcosa che aleggia nelle circonvoluzioni cerebrali senza esserne la diretta espressione. I sostenitori della prima ipotesi sono definiti riduzionisti o monisti, mentre quelli della seconda sono identificati come dualisti. Storicamente, tra i primi si annovera Democrito e tra i secondi Cartesio; entrambi hanno avuto seguaci più o meno convinti che si sono scontrati fino al giorno d'oggi.
Tuttavia, alla luce delle conoscenze che si vanno approfondendo grazie agli studi di neurobiologia, di psicologia sperimentale e di scienze cognitive, sta emergendo che tanto i riduzionisti quanto i dualisti hanno posto il problema in termini impropri o troppo semplicistici.

I paradossi del dualismo

I dualisti, spesso sotto l'influenza di tradizioni culturali, hanno sostenuto a spada tratta l'ipotesi di un'attività mentale che prescinde da quelle leggi della fisica e della chimica che governano gli organismi viventi e tutte le loro funzioni, confondendo spesso il concetto di mente con quello di anima. Questa confusione, si badi bene, è ancora riscontrabile in molta letteratura corrente, nella quale s'ignora il paradosso derivante dal fatto che l'anima è per definizione imperitura - e per di più è il frutto di un atto di fede -, mentre le attività mentali (o il pensiero che ne è una componente fondamentale) s'interrompono per propria natura con il cessare delle attività cerebrali. In effetti la morte cerebrale, crudelmente certificata dalla scomparsa del pensiero cosciente, è ormai assunta come criterio di definitiva morte dell'essere umano. Paradossalmente, la scomparsa irreversibile del pensiero si verifica molto prima della definitiva cessazione delle funzioni di altri organi come il cuore, il rene e altre parti del corpo che rimangono in vita, al punto di poter essere trapiantati in altri organismi.
Dunque la concezione dualista presta il fianco a numerose obiezioni. Nessun neuroscienziato accetterebbe l'idea di un'attività mentale che prescinda in modo totale dalle funzioni che svolgono le cellule nervose (neuroni). Dovremmo, infatti, assumere che pensieri ed emozioni siano come un aristotelico 'omuncolo' ospite dell'organo cervello ma da questo completamente scissi e distinti? E come spiegare la possibilità di influire sulle loro manifestazioni con sostanze chimiche come farmaci e droghe, se dovessimo assumere che esse non derivano dall'attività neuronale?

I limiti del riduzionismo

Se, dunque, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di funzioni cerebrali (come il movimento di un arto, la percezione dei colori) e di processi mentali (quali pensiero, emozioni, memoria) concordano nell'unicità di sede di entrambi, in che cosa si differenziano, talvolta ancora con i toni della disputa ideologica, riduzionisti e dualisti? La posizione più drastica dei riduzionisti è che il cervello è come un potentissimo computer nel quale l'hardware è assimilabile ai grandi circuiti nervosi che si formano nel corso dello sviluppo del cervello. Questi circuiti si formano su istruzione dei geni e quindi sono propri e unici di ogni specie; per esempio, i circuiti nervosi che permettono all'uomo e solo a lui fra tutti i primati di elaborare la parte fonetica del linguaggio. Nel computer-cervello, secondo i riduzionisti, il software si formerebbe in base agli innumerevoli input sensoriali e culturali che provengono a ritmo incessante dal mondo esterno. Questi stimoli sono in grado di modificare e plasmare quelle parti dei macrocircuiti cerebrali che, essendo estremamente plastiche, sono suscettibili di cambiamento (arborizzazioni dendritiche, sinapsi, spine sinaptiche e singole componenti molecolari di queste strutture) e generano un software unico. Questo software distingue ciascuno di noi per un determinato carattere e per quell'insieme di proprietà note come memoria, volontà, pensiero.
Ci sono due principali obiezioni a una concezione squisitamente riduzionista del cervello umano. Innanzitutto è arduo accettare che il software-cerebrale possa generare una coscienza di sé stesso (autocoscienza), anche assumendo la creazione di computer molto più potenti e sofisticati di quelli attuali. Inoltre, l'analogia tra cervello e computer è solo apparente: diversi sono i materiali che costituiscono questi due tipi di elaboratori d'informazione, diverso il modo specifico di operare (sostanzialmente in serie il computer, in serie e in parallelo contemporaneamente il cervello), profondamente differente è la velocità della singola operazione, molto maggiore nel caso del computer. Dopo tutto, il fatto che volatili e aeroplani siano capaci di librarsi nell'aria non significa che questa prestazione avvenga tramite uguali meccanismi.

La mente come fenomeno emergente

Insomma, se il pensiero non è una specie di secrezione dei neuroni - come un ormone lo è di una ghiandola - ma è comunque un frutto unico e inequivocabile della loro attività, in che modo possiamo ipotizzarne l'origine e le sue innumerevoli espressioni? Si può trovare una prima risposta richiamandosi a quelle proprietà non lineari o emergenti che si manifestano spesso sia nel mondo non vivente sia nel regno della vita. Un semplice esempio di non linearità nella trasformazione delle proprietà è dato da due elementi che si uniscono fra loro per formare un composto: quest'ultimo ha proprietà di cui non si trova traccia negli elementi che lo compongono. Idrogeno e ossigeno, per esempio, hanno proprietà chimiche molto differenti dall'acqua che essi formano unendosi in un determinato rapporto stechiometrico.
L'esempio più eclatante di non linearità è proprio la vita al suo nascere. Come nasce, come si genera questa proprietà della materia che fino all'inizio di questo secolo era considerata miracolosa? La biologia ha inequivocabilmente dimostrato che la vita non è qualcosa di immanente alla materia che forma un organismo (l'antico 'soffio vitale') ma è l'espressione dell'attività di migliaia e migliaia di molecole, singolarmente anche molto complesse, ma prive di qualsiasi proprietà identificabile come vita. Anche in questo caso, l'insieme di queste molecole e la loro organizzazione in strutture sofisticate porta a un salto qualitativo, generando ciò che è chiamato 'vita'.
Un altro salto qualitativo straordinario può essere considerato quello che risulta dalla somma delle attività dei neuroni. Nel cervello ci sono circa cento miliardi di neuroni che, pur essendo dotati di proprietà davvero sofisticate, sono 'stupidi' come i microchip di un computer. Anche in questo caso la somma delle loro attività produce un salto qualitativo che non può essere previsto dalle proprietà del singolo neurone .
In sostanza, ogniqualvolta si assiste a un aumento di complessità di un sistema, si può osservare che emergono proprietà imprevedibili che complicano, spesso a dismisura, la possibilità di predire o teorizzare il modo con il quale quella proprietà si è generata. Per questo motivo ritengo che l'approccio riduzionista riferito in precedenza, e che pure ha costituito uno strumento investigativo di valore inestimabile per le scoperte più rilevanti della bio-medicina moderna, potrebbe non essere sufficiente a ipotizzare e comprendere appieno la natura e i meccanismi dei processi mentali.
Le conoscenze che si vanno progressivamente acquisendo sulle proprietà dei singoli neuroni prospettano una complessità funzionale tale da rendere ancora più impredicibili funzioni 'globali' come quelle mentali, che emergono dall'attività di miliardi di queste cellule.
Le attività mentali come 'proprietà emergenti': mi sembra la riposta più appropriata alla lunga diatriba tra riduzionismo e dualismo. Le proprietà mentali, infatti, pur essendo il frutto esclusivo dell'attività dei neuroni, non sono la semplice risultante di una loro somma algebrica. Ritengo, pertanto, che il problema mente/cervello dovrebbe essere considerato non solo scartando ipotesi dualistiche ormai obsolete, ma neppure limitandosi ad approcci sperimentali esclusivamente basati su concezioni riduzionistiche, anche se queste sono state, e saranno nei decenni futuri, estremamente fruttuose nella ricerca biologica di base.
Penso che nessuno, al momento, abbia una risposta soddisfacente per quanto riguarda l'approccio sperimentale basato sul concetto di attività mentali come proprietà emergenti. Certamente questo tipo di problema non potrà essere risolto per l'intuizione geniale del singolo scienziato, alla Darwin, alla Einstein, o alla Watson e Crick, ma dovrà essere affrontato con mentalità aperta da tutte le più varie discipline che si occupano del cervello, consapevoli che quella che sta di fronte a noi è una delle sfide scientifiche più complesse che l'uomo abbia mai affrontato e convinti che la versione odierna dell'imperativo socratico dovrebbe essere 'conosci il tuo cervello'.




 

(www.parodos.it )

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