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Carlo Sini
Carlo Sini è nato a Bologna nel 1933. Si
è laureato con Enzo Paci all’Università di Milano, dove è ordinario di Filosofia
teoretica. Nel 1994 è stato nominato socio dell’Accademia dei Lincei.
OPERE
Il pragmatismo americano, Laterza, Bari, 1972; Semiotica e filosofia, Il Mulino,
Bologna, 1978; Passare il segno, Il Saggiatore, Milano, 1981; Immagini di
verità, Spirali, Venezia, 1985; I segni dell’anima, Laterza, Roma-Bari, 1989;
Etica della scrittura, Il Saggiatore, Milano, 1992; La filosofia teoretica, Jaca
Book, Milano 1992; Filosofia e scrittura, Laterza, Roma-Bari, 1994.
PENSIERO
Le ricerche di Carlo Sini, iniziate da pensiero greco e dalla fenomenologia di
Hegel e di Husserl, si sono poi rivolte alla filosofia di lingua inglese
(Whitehead, il pensiero americano), allo strutturalismo francese, a Nietzsche,
ad Heidegger e all’ermeneutica contemporanea. Carlo Sini ha contribuito, tra
l’altro, alla conoscenza di Peirce in Italia. Le sue pubblicazioni più recenti
hanno sviluppato una proposta teoretica personale sul tema della scrittura.
Dopo aver ricordato brevemente la vita di Charles Sanders Peirce , Carlo Sini
definisce il filosofo americano come uno dei massimi pensatori della nostra
epoca e come il fondatore del pragmatismo. Al centro della riflessione di Peirce
sta la spiegazione dei modi attraverso cui gli uomini fissano le loro credenze.
Sini rifiuta il tradizionale canone storiografico che vede in Peirce
semplicemente un esponente del positivismo e mette in evidenza il complesso
intreccio di scienza, logica e semiotica nel pensiero di Peirce. Vengono
ricordati i tre elementi che sono alla base di tale processo: il segno della
cosa ("representamen"), il suo significato o "oggetto" e l'"interpretante". Con
la sua teoria semiotica, Peirce, secondo Sini, ha dissolto i caposaldi della
logica tradizionale e ha posto alla base dell'inferenza scientifica
l'"abduzione". La filosofia di Peirce, secondo Sini, è approdata a una dottrina
cosmologica e teologica che, contro il darwinismo imperante, ha posto
l'evoluzione dell'uomo all'interno di una più vasta evoluzione dell'universo.
Peirce ha inoltre rifiutato una fondazione psicologistica e antropologica della
logica, per cui non è la ragione dentro l'uomo, ma l'uomo dentro la ragione. Il
pensiero peirceano è sfociato in una originale teologia che concepisce Dio come
la coincidenza di ragione e fatto, legge e accidentalità . Alla fine, Sini
individua le molteplici direzioni verso le quali la riflessione di Peirce può
essere fecondamente sviluppata .
1. . Professor Sini può darci alcune
informazioni sulla vita di Charles Sanders Peirce, cercando di spiegare le
ragioni del suo insuccesso accademico e della scarsa risonanza del suo pensiero?
Peirce, indiscutibilmente una delle più grandi personalità filosofiche tra
Ottocento e Novecento, è indiscutibilmente il più grande filosofo americano di
tutti i tempi e, per alcuni aspetti della sua opera, può essere definito un
genio universale. Quest'uomo così straordinario ebbe un insuccesso che ha pochi
esempi simili nella storia del pensiero occidentale.
Peirce nacque a Cambridge nel Massachussets nel 1839, figlio di Benjamin Peirce,
un insigne matematico, docente a Harvard. Questi si occupò personalmente
dell'educazione di suo figlio che fu un fanciullo prodigio. A quattordici anni
era già notevolmente competente in chimica, studiava la logica, era versato
nella matematica e nella filosofia. Questo giovane brillante fece inizialmente
una carriera di grande successo: una volta laureatosi a Harvard ottenne subito
un incarico procuratogli dal padre presso il servizio geodetico americano, per
il quale lavorò molti anni e produsse una serie di ricerche scientifiche che
ebbero una notevole risonanza internazionale. Egli fu poi osservatore
all'Osservatorio Astronomico di Harvard e assistente di questo Osservatorio;
compì ricerche di notevole successo anche qui che si raccolsero nell'unico
volumetto che egli riuscì a pubblicare nel corso della vita, riguardante le
ricerche fotometriche.
Questi brillanti inizi però non trovarono successivamente conforto nella
carriera di Peirce. Egli insegnò occasionalmente logica e filosofia, sia a
Harvard che in altre università americane; per cinque anni ebbe un incarico di
logica. Inspiegabilmente lo perse e in seguito nessuna università volle più
conferirgli un incarico, nonostante le pressioni dei suoi amici primo fra tutti
quel William James che fu suo compagno di ricerche dei studi e che è uno dei
fondatori insieme a Peirce del pragmatismo americano. Le ragioni di
quest'insuccesso accademico e poi anche pratico di Peirce sono tuttora poco note
o poco conosciute. Probabilmente a scandire questo suo insuccesso pubblico
furono anche le sue vicende private, la sua vita notoriamente sregolata, il
clamore destato dalle sue vicende sentimentali. Peirce si ritirò a vita privata
e, negli ultimi anni della sua vita, stentò letteralmente a sopravvivere; riuscì
ad andare avanti solo per gli aiuti generosi dei suoi amici, Williams James
primo di tutti.
Nel corso della vita Peirce non pubblicò nessun libro, ma una serie di articoli,
che però non ebbero la risonanza che potevano meritare. Non trovò mai un editore
disposto a pubblicare quella che egli chiamava La grande Logica. Morì lasciando
una quantità incredibile di carte scritte, più di ottantamila fogli che la
moglie vendette all'Università di Harvard. Quindi Peirce morì dimenticato,
sconosciuto e in miseria e soltanto a partire dagli anni Trenta la sua fama
cominciò a espandersi nel mondo grazie ad alcune raccolte sia dei saggi che
aveva pubblicato nel corso della vita, che di questi famosi manoscritti, i quali
hanno dato luogo ad una prima serie di otto volumi della Raccolta di scritti, di
pagine raccolte di Peirce. Sulla base di queste "carte postume" si basa
l'attuale fama di Peirce, che comincia da anni a diffondersi ormai in tutto il
mondo. E tutti abbiamo compreso che Peirce è non soltanto un genio singolare ma
sicuramente uno dei filosofi più importanti della nostra epoca.
2. Solo di recente la cultura non solo
americana, ma anche europea, ha capito che Peirce è uno dei massimi pensatori
del Novecento In che cosa consiste la sua importanza?
Peirce è noto da tempo, come fondatore, insieme a James, del pragmatismo
americano, cioè dell'unica corrente di pensiero che gli Stati Uniti abbiano
elaborato in maniera autonoma. Questo movimento ebbe grande successo tra la fine
dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ma nella versione appunto di William
James e non nella versione di Peirce. Fu James a diffondere il pragmatismo nel
mondo e a trarne grande fama; James disse sempre onestamente e lealmente che le
idee di partenza erano di Peirce e non sue, e tuttavia il pragmatismo si diffuse
in quella versione jamesiana che Peirce espressamente criticò e rifiutò.
L’importanza di Peirce quindi si concentra su queste idee germinali che danno
vita a questa corrente di pensiero.
Cerchiamo anzitutto di fissare queste idee di partenza elaborate da James
intorno agli anni settanta. Peirce enunciò quella che si chiama poi tra gli
studiosi la celebre "massima pragmatica". Tale massima stabiliva che le nostre
opinioni, le nostre idee, hanno la loro traduzione nell'azione. Il senso, la
verità, il significato delle nostre idee e delle nostre opinioni ha nell'agire,
nella pratica, negli abiti di comportamento il suo luogo di rivelazione. Secondo
la massima per sapere quali opinioni un uomo nutre dentro di sé non avete che da
guardare il suo comportamento nelle varie situazioni della vita; allora
l'insieme dei suoi comportamenti pratici concepibili è l'insieme delle credenze
che quest'uomo nutre. Ovviamente questa massima trasforma profondamente il
concetto di significato logico e il concetto di verità, cioè pone tali questioni
su un piano eminentemente pratico o per dire meglio rompe la tradizionale
gerarchia tra teoria e prassi che da Aristotele in avanti guida tutta la
filosofia occidentale. Al primo posto sta l'azione e naturalmente - e qui
bisogna intendersi - James interpretava questo motto dando rilievo al carattere
irrazionale dell'azione. Peirce definiva questa maniera di interpretare la
massima pragmatica una maniera suicida. Egli non intendeva assolutamente porre
l'azione e quindi le forze irrazionali al posto della ragione o al posto della
logica, ma intendeva trovare un nuovo terreno sulla base del quale analizzare i
problemi della verità e della logica.
3. Qual è lo scopo e il significato del
pragmatismo di Peirce?
In due saggi che si intitolano il primo Il fissarsi della credenza e il secondo
Come render chiare le nostre idee. Peirce osserva che gli uomini hanno
differenti metodi per fissare le loro credenze; egli enunciava quattro metodi
principali. Il primo metodo attraverso il quale gli uomini fissano le loro
credenze è il metodo della tenacia. La tenacia è quell'atteggiamento così
diffuso tra gli uomini per cui un uomo che segue questo metodo nutre nei
confronti delle proprie credenze, delle proprie opinioni la tenace volontà di
perseguirle contro tutto e contro tutti; l'uomo cioè si attacca tenacemente alle
sue idee e non vuole metterle a confronto con le idee degli altri, anzi, nutre
odio e disprezzo per tutti coloro che hanno credenze difformi dalla sua. Il
secondo metodo col quale gli uomini abitualmente fissano le credenze, fissano
quindi anche i loro abiti di azione, è quello che Peirce chiama il metodo
dell'autorità. Questo metodo è a sua volta un metodo tenace ma che non si
appella tanto alle credenze del singolo, quanto alle credenze di una istituzione,
alle credenze storiche, in questo caso alle credenze che vengono fissate
all'autorità o dello Stato, o della Religione o di una istituzione qual si
voglia del gruppo sociale, della classe di appartenenza sociale, della
consorteria professionale.
Questi due modi molto diffusi, dice Peirce, sono assolutamente precari; essi
alla lunga non riescono a stabilire credenze durevoli perché per quanto gli
uomini si oppongano con tenacia al confronto e alla discussione, essi non
possono fare a meno di scontrarsi con le opinioni difformi dalle loro e quindi
non possono non venirne alla lunga influenzati, come infatti vediamo tutti i
giorni. Esiste un terzo metodo per fissare le credenze che Peirce definisce più
nobile che è il metodo della filosofia: il metodo metafisico. Questo metodo non
si appella alla tenacia, ma si apre al dubbio, al confronto, al dialogo; esso ha
come suo compito, come meta quello di pervenire ad una credenza razionale. Gli
uomini che seguono questo metodo vogliono essere in accordo con la ragione e non
con le loro personali opinioni o con le loro passioni, o con gli interessi di un
istituzione. Questo metodo è più nobile dice Peirce e tuttavia esso nel tempo
non ha dato risultati così apprezzabili come si poteva sperare per il semplice
motivo che i filosofi non riescono ad accordarsi su ciò che intendono per
ragione. Ognuno intende la ragione a modo suo, fa della ragione una questione di
gusto, e quindi questo metodo razionale che vorrebbe essere universale finisce
per dare luogo a una serie di contese che molto spesso sono sterili. Resta il
quarto metodo, che Peirce seguì tutta la vita: il "metodo scientifico". Ciò ha
dato luogo ad un immagine di Peirce come filosofo della scienza, come
positivista, che non corrisponde poi alla complessità di ciò che egli voleva
dire.
4. Qual è la concezione che Peirce ha
del metodo scientifico?
È vero che Peirce considera il metodo della scienza il procedimento più idoneo
alla fissazione delle credenze. La scienza è quel procedimento attraverso il
quale gli uomini non soltanto elaborano le loro credenze in dialogo con altri
uomini, ma affidano le loro credenze al riscontro della prova pratica. Si può
legittimamente sperare o auspicare che in un futuro che Peirce definisce
infinitamente lontano, le varie credenze degli uomini superino le idiosincrasie,
le differenze individuali, le opinioni personali per assumere come banco di
prova la verità pubblica, cioè i fatti pubblici che le confermerebbero. Tali
credenze in un futuro appunto infinitamente lontano finiscono per convergere in
una unità, in una sorta di "ecumenismo della verità".
Ora in che consiste il metodo della scienza? Peirce fa vari esempi a riguardo
che trae dalla sua pratica scientifica poiché, come abbiamo visto, egli
sostanzialmente era anche uno scienziato oltre che un pensatore, un ricercatore
nella astronomia, nella determinazione della gravitazione terrestre. Egli porta
questo esempio: supponiamo di voler misurare la velocità della luce; ci sono
molte vie per farlo, molti metodi, molte strade, e ogni ricercatore ne sceglierà
una. Può partire da un determinato campo di osservazioni, può esercitare tutta
una serie di sperimentazioni assolutamente differenti da quelle di un altro
scienziato, può comportarsi matematicamente piuttosto che fisicamente; avrà
quindi di fronte a sé risultati che all'inizio saranno differenti rispetto a
quelli dei propri colleghi. Ci saranno sicuramente delle difformità e tuttavia
in quanto l'indagine si appella a dei fatti pubblici che siano sperimentalmente
verificabili da chiunque, alla lunga le opinioni di tutti questi ricercatori
impegnati a determinare il valore della velocità della luce è destinato a
confluire in un dato unitario, in un dato finale di accordo. Da un certo punto
di vista si potrebbe credere quindi che Peirce sia un tipico esponente della
filosofia della scienza fine Ottocento, un tipico esponente del positivismo, ma
le cose non stanno esattamente così. Sulla base del metodo della scienza, della
teoria pragmatica del significato, in quanto la massima pragmatica affida il
significato logico all'analisi delle risposte pratiche, Peirce elaborò una sua
personale maniera di intendere la logica, il ragionamento razionale, l'inferenza
logica.
5. Peirce è noto anche per i suoi
interessi di semiotica. Che relazione sussiste nel suo pensiero tra semiotica,
logica e scienza?
Oltre ad essere il padre del pragmatismo americano, Peirce è anche stato uno dei
pionieri nella ricerca della logica formale e della logica delle relazioni, uno
dei più grandi iniziatori di questa disciplina. Egli è stato addirittura
l'inventore della semiotica, della teoria dei segni. e ha inteso logica,
semiotica, e teoria dei segni come un unico campo di ricerca al quale ha in
realtà dedicato gran parte della sua vita. Di che si tratta? Il problema per
Peirce è quello di concordare in un'opinione la quale non sia, come si esprimeva,
"né mia, né tua, né sua", ma sia l'opinione destinata dell'intera comunità
razionale umana. Si può camminare verso questo risultato di accordo delle menti
e quindi verso questa realizzazione pratica della verità solo accettando il
rischio della interpretazione, cioè solo comprendendo che il comportamento umano,
la prassi, la pratica alla quale viene affidato il compito di rivelare il
significato logico, è sempre una interpretazione della realtà.
L'uomo non è mai di fronte alla realtà in una maniera immediata, intuitiva; in
alcuni saggi celeberrimi Peirce ha completamente criticato e io direi dissolto
la tradizionale teoria della intuizione. Non solo l'uomo non è in grado di
intuire sul piano intellettuale, ma neanche su quello sensibile; ogni rapporto
che l'uomo ha con il mondo, con le cose, con l'ambiente, con gli altri uomini, è
sempre frutto di una interpretazione. Non accade un travaso immediato della cosa
nella mente che resta inspiegato, inspiegabile e misterioso, accade piuttosto un
processo di accomodamento, di interpretazione, di inferenza. Questo significa
allora - e qui vediamo un Peirce che va bene al di là dei limiti positivistici
del suo tempo - che non bisogna pensare alla realtà come ad un "che" di
materiale, di fronte al quale starebbe un soggetto spirituale, ossia l'uomo.
Nella visione di Peirce questo dualismo viene completamente rifiutato, questo
cartesianesimo viene completamene messo da parte. La natura della realtà è di
essere un segno, una provocazione per una riposta. In ogni situazione data in
ogni contesto d'azione pratico sia quello quotidiano più banale, sia quello più
alto della scienza, in ogni contesto pratico di vita, agiscono sempre tre
elementi e questi tre elementi sono quelli che fondano la teoria dei segni o la
semiotica secondo Peirce.
6. Quali sono i tre elementi che stanno
alla base della teoria semiotica di Peirce?
In primo luogo vi è la presenza stessa della cosa che, tuttavia, non è lì come
cosa a se stessa, a se stante, ma è lì come segno di se stessa; le cose che ci
circondano sono segni che inducono a rispondere, noi siamo continuamente
provocati alla risposta dalla presenza delle cose che quindi funzionano come
segni. Peirce chiamava ciò "representamen"; le cose sono rappresentazioni. Ma in
quanto le cose funzionano come segni, esse rinviano al loro significato, cioè
rinviano a ciò che esse significano in quanto oggetto, ma questi due elementi il
segno e l'oggetto, non potrebbero essere messi tra di loro in relazione se non
vi fosse un terzo elemento che è quello più importante e decisivo e che Peirce
chiamava "interpretante".
Si tratta di colui che concretamente, interpretando, collega i due primi poli e
dice: questo è segno di quello, questo significa quest'altro. Secondo un esempio
che talvolta Peirce fa, si potrebbe dire: il rossore sulle guance è il segno
della febbre per il medico. Ecco i tre poli: il "representamen" è il rossore,
l'oggetto è la febbre, per un sapere, il sapere medico che lo interpreta come
tale. Il problema allora si impone a livello di interpretante cioè si pone
logicamente con la questione: "come fa l'interpretante a mettere in relazione il
segno con la cosa cioè col significato che questo segno avrebbe appunto per
colui che lo interpreta?". Interpretante anzitutto deve essere inteso non tanto
come questo singolo interprete o l'altro singolo interprete; certamente
l'interpretante si incarna nelle risposte di ognuno di noi, e certamente nelle
risposte di ognuno di noi si manifesta appunto il nostro modo di interpretare,
cioè quali opinioni noi coltiviamo più o meno consapevolmente. Ma per "interpretante"
Peirce intende piuttosto un sistema costituito di segni, una cultura definita,
non tanto io, tu o lui, ma noi in quanto incarniamo un modo, un abito, un
comportamento che è proprio del nostro tempo, della nostra razza, della nostra
cultura, della nostra civiltà, in quanto modo di interpretare le cose e quindi
di metterci in contatto col mondo, di dare senso al mondo.
7. Peirce dissolve alcuni capisaldi
della logica tradizionale. In che cosa consiste la sua critica all'induzione e
alla deduzione?
Qui entriamo proprio nell'analisi della inferenza logica che è uno dei capisaldi
della dottrina di Peirce, una delle sue creazioni più originali. Secondo la
dottrina tradizionale, la logica tradizionale, i modi classici dell'inferenza
cioè del ragionamento sono l'induzione e la deduzione. L'induzione è quel tipo
di inferenza, quel tipo di ragionamento che consiste nell'assumere ciò che è
vero per alcuni casi e nell'estenderlo statisticamente a tutti i casi.
L'induzione parte dall'esperienza cioè cerca nell'esperienza alcune
caratteristiche e le conferma. Con il crescere di questa conferma, l'induzione
aumenta statisticamente il suo valore di verità. Naturalmente l'inferenza
induttiva è un tipo di inferenza che non può mai pervenire a una certezza
assoluta perchè appunto non ha mai di fronte a sé la totalità dei casi. La
deduzione è il procedimento contrario, è il procedimento che invece parte da una
premessa già totale e ne ricava le conclusioni. Due esempi di questo modo di
ragionare, che anche Peirce usa possono essere i seguenti: se tutti i cigni che
conosco sono bianchi, per induzione dirò che tutti i cigni sono bianchi. Questa
naturalmente è valida sino a che non incontro un cigno nero che fa cadere la
verità di questa induzione e mi induce piuttosto ad un ragionamento statistico:
ce ne sono il 90% bianchi, e il 10% neri e così via. Invece un esempio del
ragionamento deduttivo è quello classico che possiamo qui richiamare, è quello
già fissato nell'argomento apodittico aristotelico che "tutti gli uomini sono
mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale". Ora Peirce - e qui sta la sua
originalità - sostiene che questi due modi di interpretare, di ragionare e di
inferire, quindi di esercitare la figura dell'interpretante che dà senso
razionale al mondo, non sono affatto sufficienti e anzi non sono fondamentali.
Essi si possono esercitare, costituiscono un modo meccanico di inferenza solo
nel momento in cui noi abbiamo scoperto come effettivamente la mente ragiona.
8. Come funziona per Peirce il
ragionamento scientifico, la razionalità umana?
La mente effettivamente non ragiona al suo inizio né induttivamente né
deduttivamente. Anzi, se ragionasse così, non si spiegherebbe come noi possiamo
dar luogo a inferenze vere, cioè a inferenze che il più delle volte per nostra
fortuna hanno successo. Il caso della deduzione era già noto agli antichi, cioè
la deduzione funziona se io ho nella premessa maggiore di questo ragionamento
una totalità dispiegata di casi. Ma io non ho mai una totalità dispiegata, devo
raggiungerla attraverso l'induzione. Siamo di fronte a un classico esempio di
circolo vizioso: ho bisogno dell'induzione per fondare la deduzione e ho bisogno
della deduzione per rendere rigorosa l'induzione. Ma anche l'induzione sulla
quale si fondava la tradizione empiristica inglese, in generale la opinione
della scienza moderna, anche l'induzione - dice Peirce - in realtà non
funzionerebbe presa da sola. Egli porta un esempio molto chiaro: supponiamo di
non avere la benché minima idea di quale fattore determini la nascita di un
maschio o di una femmina nella specie umana. Se io non ho nessuna idea di
partenza, se qualunque cosa può essere segno di questa differenza o causa di
questa differenza, allora io non potrò neanche organizzare un'induzione. Posso
pensare infatti che sia causa di questa differenza qual si voglia evento che
accada qui, che accada agli antipodi, posso pensare che sia lo starnuto di un
cinese a determinare la nascita di un maschio o di una femmina, così come la
direzione del vento o qualsiasi altra cosa. Per poter fare un'inferenza
induttiva ho bisogno di raccogliere una serie di ipotesi plausibili, devo avere
davanti agli occhi una serie di possibilità da sottoporre a verifica e dopo
certamente userò l'induzione, ma una volta che ho stabilito un campo di
probabilità entro le quali è ragionevole aspettarsi che si trovi la causa del
fenomeno indagato.
Ma allora l'intelligenza umana ha la sua grandiosa forza e la sua originaria
potenza miracolosa nello stabilire che cosa è plausibile, che cosa è ragionevole,
che cosa è probabile. Il vero ragionamento fondamentale e la vera inferenza
essenziale non né quella induttiva né quella deduttiva, è quella che Peirce
chiama "abduttiva", cioè la capacità di formulare delle ipotesi plausibili, la
capacità di avanzare delle istanze probabili, e l'abduzione procede, come segue,
secondo un esempio di Peirce: si va non dal presente alle conseguenze come nella
induzione ma anzi si va dall'antecedente alle conseguenze. L'abduzione, la
probabilità del ragionamento probabile, procede supponendo uno stato di cose
antecedente non osservabile che spiega uno stato di cose presente osservabile.
Faccio un esempio semplicissimo: se c'è del fumo deve esserci stato del fuoco,
se c'è della cenere deve esserci stato un incendio, o, nella più elaborata
versione di Peirce, che ragionava con i sacchi di fagioli e l'estrazione dei
fagioli per vedere se sono bianchi neri, secondo la sua esemplificazione: se su
questo tavolo ci sono fagioli bianchi, se nella stanza ci sono vari sacchi di
fagioli ma uno solo contiene fagioli bianchi allora io ne devo "abdurre" devo
trarne l'ipotesi che questi fagioli bianchi sono stati tratti da quel sacco
anche se io non ho osservato questa realtà; non sono stato presente a questo
fenomeno.
Così secondo Peirce ragiona l'uomo. Per questa via l'uomo ottiene successo nelle
sue inferenze razionali e su questa base è impiantabile un metodo della ricerca
scientifica che ha nell'induzione certo la sua verifica, ma ha nell'abduzione la
sua fondazione.
9. La logica, però, non costituisce
l'approdo ultimo della riflessione di Peirce, il quale, formulando ulteriori
problemi, elabora una più generale dottrina cosmologica e teologica. Di che cosa
si tratta?
La domanda che Peirce si pose può essere riassunta nei seguenti termini : "in
base a che cosa noi stabiliamo inferenze probabili? Dobbiamo forse fondare la
logica su una teologia?". Peirce non era molto lontano dal pensare qualcosa del
genere, e tuttavia non era questa esattamente la sua risposta. Egli si espresse
in proposito molto efficacemente quando, commentando una frase nella quale si
affermava che ogni inferenza umana è un miracolo, disse: "io sono d'accordo su
questa risposta nella misura in cui essa mostra di aver compreso la profondità
del problema di come l'uomo possa ragionare con successo nei confronti delle
cose che lo circondano non avendo mai cognizione della totalità di queste cose
ma solo di una esigua sfera di esperienza". Il vero problema era quello che già
poneva Kant: "come sono possibili giudizi sintetici a priori?" ossia "come posso
inferire cose che non osservo da quello che osservo e avere successo in questa
inferenza". Dire che l'inferenza umana è un miracolo significa aver compreso la
profondità del problema. Tuttavia questa risposta è insufficiente perchè
affidando il successo dell'inferenza al miracolo ce ne preclude ogni
comprensione. Peirce sostenne con molta coerenza che una teoria
dell'intelligenza, della inferenza logica, dei segni, una comprensione semiotica
dell'universo e una chiarificazione quindi delle nostre idee e dei nostri
comportamenti pratici sono questioni che non possono fermarsi all'uomo. Come
egli era solito ripetere: "ogni logica ha dentro di sé una teoria generale
dell'universo che lo sappia o no. Ogni logica ha in sé in sostanza una
cosmologia implicita e per la filosofia si tratta di rendere esplicita questa
cosmologia, cioè si tratta di mostrare quale concezione dell'universo è
implicata in una teoria come quella del pragmatismo, della massima pragmatica,
dell'inferenza e della semiotica". Ed è questo l'aspetto più speculativo, più
metafisico di tutta la indagine di Peirce, quello al quale egli dedicò in fondo
gli sforzi più rilevanti e che è testimoniato dalla maggior parte dei suoi
famosi manoscritti. Ora l'opinione di Peirce consiste nel fato che noi dobbiamo
capovolgere la concezione tradizionale che ci siamo fatti della natura, del
mondo, dell'uomo e della mente dell'uomo; solitamente pensiamo che la logica
stia nel cervello dell'uomo, che il pensiero sia un fatto privato dell'uomo, che
sia una questione psicologica o antropologica o al massimo sociologica, cioè che
sia un modo di comportamento della società umana che per motivi di sopravvivenza
tenderebbe ad adattarsi al mondo circostante. Non dobbiamo dimenticare che
Peirce visse in prima persona gli anni della grande rivoluzione darwiniana, con
tutte le polemiche che ne seguirono, con tutte le conseguenze che si ebbero nel
campo dello studio della biologia, ma anche della filosofia, della sociologia.
Ora Peirce ammirò certamente la teoria di Darwin ma disse sempre che Darwin e i
darwiniani non avevano compreso ciò che era al fondo della loro stessa ipotesi,
della loro stessa teoria e delle scoperte che più o meno la suffragavano. Non si
tratta di una evoluzione della mente umana basata sul semplice principio
dell'utile e dell'adattamento, ma piuttosto di una evoluzione di carattere
cosmico. L'evoluzione dell'uomo non fa che rispecchiare l'evoluzione stessa
della realtà e allora, capovolgendo un luogo comune della tradizione filosofica,
non bisogna pensare che il pensiero stia dentro la testa dell'uomo, ma piuttosto
bisogna pensare al contrario che l'uomo stia nel pensiero. Peirce quindi, che in
prima battuta, ci sembrerebbe molto vicino alle dottrine del positivismo del suo
tempo, rivela un'altra faccia, che si potrebbe definire neoplatonica o
addirittura hegeliana o schellinghiana.
10. Peirce, dunque, sembra rifiutare una
fondazione puramente psicologica e antropologica della logica. Che cosa
significa che non è la ragione a stare nell'uomo, ma l'uomo nella ragione?
Significa che se noi assumiamo il criterio della verità pragmatica cioè il
principio della massima pragmatica, noi non dobbiamo limitarci a dire che la
verità, il significato logico delle nostre credenze, è in cammino attraverso i
nostri comportamenti pratici e che è destino di questi comportamenti in un
futuro infinitamente lontano trovare un accordo pubblico nel quale convengono
tutte le menti impegnate nella ricerca. A questo bisogna aggiungere che ciò che
abbiamo detto designa una teoria del significato logico, ma allo stesso tempo
ciò che noi intendiamo per realtà. Vale a dire la realtà non è una presenza
inerte che se ne sta ferma fuori di noi, rispetto alla quale noi opereremmo con
maggiore o minore successo le nostre inferenze.
La realtà è coinvolta nelle nostre inferenze, è essa stessa un processo di
inferenze. Non si tratta di pervenire all'opinione sociale più idonea a
esprimere quello che sarebbe il mondo, si tratta del fatto che il mondo stesso è
in evoluzione attraverso le nostre opinioni, i due processi sono un medesimo
processo. Questo significa che quando noi parliamo di teoria dei segni, di
inferenze in Peirce non parliamo soltanto dell'aspetto psicologico della
questione ma parliamo anche dell'aspetto cosmologico della questione. Entriamo
insomma in quelle categorie del pensiero maturo di Peirce che hanno dato poi il
dato titolo a una celebre raccolta di suoi scritti, la prima raccolta che impose
il suo nome a livello internazionale, quando Peirce era già morto da diversi
anni cioè Caso, amore e logica.. L'intero universo è attraversato da queste tre
grandi categorie, deve essere concepito come una casualità donde l'aspetto di
fallibilismo della scienza umana, aspetto per il quale in sede di epistemologia,
di filosofia della scienza, si può dire tranquillamente che Peirce aveva già
anticipato i concetti cardini che oggi sono così noti e che vanno sotto il nome
di Popper. Certo Popper ha dedicato a tutto ciò una ricerca molto più analitica;
ma il concetto fondamentale che la verità si accetta attraverso l'errore,
attraverso il fallibilismo, è già pienamente dispiegata in Peirce. Ma questo
errore, questo fallibilismo, non è solo della mente e del comportamento umano ma
è dell'universo stesso. L'universo nasce da una caoticità e procede verso
l'ordine. Quando prima dicevamo che ogni situazione determinata è tale per
l'influenza di tre elementi, cioè di qualcosa che è segno di qualche cos'altro
per un interpretante, non esprimevamo secondo Peirce soltanto la nostra
personale situazione-collocazione nell'universo, ma il modo di muoversi
dell'universo stesso. Che il rosso sia segno del fuoco è qualche cosa che
diventa vero per la mente dell'uomo e che al tempo stesso diventa reale per
l'universo attraverso una aggregazione di comportamenti i quali partendo dal
caos tendono all'ordine, tendono alla legge. L'insieme della verità logica, così
come l'insieme della realtà cosmologica, è sostanzialmente un processo che
attraverso l'attrazione, l'amore, la spinta reciproca degli elementi a
incontrarsi prima in maniera conflittuale e poi creando un'armonia, non è altro
che l'insieme della realtà che è in cammino nella ricerca logica stessa.
11. Sulla base di quello che ha detto,
sembra che la filosofia di Peirce approdi, in definitiva, ad una riflessione
teologica di estrema suggestione ed originalità. Qual è la sua concezione di Dio?
Dicevo che tutto ciò in ultima analisi comporta una teologia. Peirce non si
rifiutò di riflettere anche su questo tema, al quale dedicò alcune pagine che
oggi cominciamo a conoscere, di estrema, singolare importanza, di estremo
fascino. Bisogna dire che non ultima delle ragioni che potrebbero spiegare
l'insuccesso di Peirce come professore, come uomo di cultura, era anche la sua
estrema libertà in fatto di opinioni religiose cosa che al tempo suo era mal
tollerata nelle università americane. L'opinione di Peirce è che sostanzialmente
non possiamo parlare dell'universo e quindi di Dio in maniera monolitica, in
maniera unitaria, in maniera ingenua, ma dobbiamo parlare di differenti ordini
di realtà, di differenti ordini di universi possibili. C'è l'universo del caos
come abbiamo visto, l'universo delle possibilità originarie, l'universo delle
semplici qualità come anche talvolta si esprime Peirce e questa per Peirce è già
una faccia di Dio. È il Dio sommo antecedente, il Dio della possibilità pura,
della apertura infinita, dell'infinita libertà, dell'infinita individualità
delle occasioni reali; poi vi è un universo dei fatti, un universo della
secondalità. Quindi abbiamo un primo universo delle qualità potenziali possibili
della infinita ricchezza multiforme e caotica. In secondo luogo abbiamo
l'universo dei fatti, degli eventi concreti, delle situazioni che collidono fra
di loro, e abbiamo il mondo dell'esistenza, quel mondo dell'esistenza nel quale
siamo sempre continuamente immersi e che è un mondo di tensioni, di scontri, di
dialettiche, opposizioni. In terzo luogo, attraverso questi scontri, abbiamo un
terzo universo che è l'universo della legge possibile, dell'ordine possibile.
Qui fatti originariamente irrelati tra di loro divengono tali per cui uno è
segno dell'altro e questo è il Dio della risoluzione finale, il luogo nel quale
noi incontriamo la possibilità realizzata di Dio, e cioè Dio come
l'infinitamente futuro, come luogo della cristallizzazione dell'universo, come
il luogo nel quale la trasparenza assoluta tra fatto e ragione, tra
accidentalità e legge trova la sua compiuta manifestazione, fatto infinito che
orla la possibilità stessa dell'universo. Dobbiamo allora parlare di Dio in due
termini: c'è un Dio antecedente che è la possibilità della ragione e che è la
realtà del caos, c'è un Dio susseguente che è la conclusione nell'armonia, ciò
per cui dal caso attraverso l'amore che nasce dal contrasto si perviene a ciò
che Peirce chiamava "logica".
12. Professor Sini, in che cosa consiste,
secondo lei, il contributo che Peirce ha dato al pensiero filosofico
contemporaneo?
Questa concezione di Peirce è di una tale ricchezza, di una tale portata e
ricchezza che noi oggi non possiamo dire di avere esaurito negli studi storici
che gli si riferiscono. Vi sono gli spunti che probabilmente daranno luogo a
conseguenze future come Peirce si esprimeva, daranno luogo ad una comprensione
della universale multiformità di questo genio straordinario, dei contributi che
egli nella più totale solitudine nell'isolamento ha dato, probabilmente
consapevole della ricchezza e della altezza, delle ricerche che egli stava
compiendo; ma anche mosso si potrebbe dire da un demone della ricerca che non
gli ha mai consentito di raccogliere le sue idee in uno o più volumi compiuti
conclusi. Non era questo il suo talento; chiunque studi Peirce si immette in un
oceano di problemi che sono altamente formativi, di problemi più che di
soluzioni, di domande più che di risposte. Non era il suo modo di fare filosofia
un modo finalizzato alla elaborazione di risposte definite o di mode culturali o
di libri conclusi. La filosofia era effettivamente per Peirce una ricerca
incessante, un'incessante messa in pratica della massima pragmatica, cioè
un'incessante interpretare, un infinito interpretare, che aveva il suo valore
nel porsi in esercizio, nell'elaborare scritture attraverso le quali la
scommessa della ragione consisteva nel tentativo di fissare su un foglio lo
schema dell'universo. Si tratta di un tentativo che incontrava il proprio
fallibilismo costitutivo e che tuttavia si rinnovava e si riapriva ogni volta in
una pratica continuata del pensiero e della scrittura. In questo senso la verità
per Peirce non è scissa dalla pratica, ma in questo senso nella pratica, nella
pratica della filosofia, si incarna una idea della ragione, che ha il suo
compimento all'infinito, e che costituisce l'esercizio filosofico in senso
proprio.
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