|
Era il 5 giugno 1892. Una terribile carestia attanagliava la Russia.
Tolstoj
era andato con la sua figlia più giovane nella contrada più provata,
verso Tambov o Voronèje, per distribuire grano. Gli ero andato
incontro fino a Klekatky, molto lontano a sud di Mosca. E’ un
piccolo villaggio dove le persone non parlano né il francese, né il
tedesco. Le case, attaccate le une alle altre o disposte a caso,
sono edificate con travi appena squadrate. I tetti sono ricoperti di
stoppie o di grosse zolle di terra rettangolari dove cresce l’erba.
I contadini russi ebbri, uscendo dal kabak (dall’osteria), mi
salutano con riverenza. La strada è percorsa da solchi, ovunque
aspetto di miseria e di abbandono. Riesco, con l’aiuto di un manuale
di conversazione, a sapere che il conte Tolstoj è atteso per
l’indomani nella mattinata ed ottengo una larga panca per coricarmi,
presso il vetturale Irmolaiew, dove deve passare il conte…
Dormii male. Il conte Tolstoj arrivò l’indomani alle sei. Vengono ad
avvertirmi. Gli andai incontro sulla soglia dell’isba e mi
presentai. Mi tese cordialmente la mano, con un sorriso di benvenuto
sulla sua faccia venerabile. Vestito con una giacca di lana grigia
legata in vita da una cintura, con il capo coperto da un berretto di
panno. Calzava stivali e, con un bastone in mano, mi apparve quale
egli era, ossia come il buon pellegrino dell’umanitarismo. Gli feci
i complimenti per il suo bell’aspetto e per la sua aria giovanile,
del resto i miei complimenti erano sinceri poiché, malgrado la sua
barba lunga, color sale e pepe, appariva ancora come un uomo nel
pieno del vigore. I suoi occhi ardenti, dallo sguardo inquisitore e
profondo, brillavano dietro le sopracciglia cespugliose. Non accettò
i miei complimenti. Dopo avermi presentato la sua figlia
ultimogenita, una ragazza di ventitré o ventiquattro anni, che aveva
fatto proprie le idee del padre, prendiamo il treno per Toula, in
uno scompartimento di terza classe che trovavo molto duro a causa
della nottata che avevo passato sulla panca. Tolstoj era allegro e
parlava con brio in perfetto francese.
“Nel mondo ci sono due condizioni morali possibili per l’uomo: una
che consiste nel moltiplicare le felicità materiali, l’altra nel
ridurle il più possibile, perché non possano nuocere all’intelletto.
In altre parole, ci sono due specie di uomini sulla terra: coloro
che vogliono essere felici dal punto di vista materiale (ed io ero
tra questi) e coloro che vogliono soprattutto accrescere la propria
felicità morale (attualmente sono con questi) […]”.
Lei crede nel progresso?
“Credo che la nostra sorte debba cambiare e che può essere
migliorata. Ma non credo che il progresso materiale corre parallelo
col progresso delle idee. Dunque, chi ha detto: ‘Immaginereste mai
un Tamerlano, un Khan tartaro, nella nostra epoca, col telegrafo ed
il telefono a sua disposizione?’. E’ vero. Guardi che cosa accade in
questo momento in Russia. C’è una carestia terribile nelle province
che ci lasciamo alle spalle. Ma chi impedirebbe ai contadini di
Karloff, per esempio, che hanno avuto un raccolto abbondante, di
vendere più caro il loro grano proprio qui, dove imperversa la
carestia? Sarebbe anche legittimo, poiché ci sono stati dei periodi
in cui l’hanno venduto a bassissimo prezzo. Ebbene, non ne hanno
approfittato. Il telegrafo ha funzionato, ma passando sopra le loro
teste, manovrato dai grossi speculatori che garantiscono
l’elettricità e le comunicazioni… Il progresso scientifico dunque
non serve alla massa: ne approfittano solo i furbi. E, poiché la
condotta di costoro è rimasta infima, non c’è reale progresso, si
avverte solo un progresso apparente”.
Che cosa pensa delle teorie collettiviste?
“In una società collettivista, tutti sarebbero dei funzionari.
Bisognerebbe che fossero degli angeli, questi funzionari, per
realizzare l’ideale del marxismo. Sì, questo sarà possibile quando
si potrà realizzare la parabola della moltiplicazione dei pani –
perché è una parabola e non un miracolo”.
Qual è l’opinione dell’autore di
Anna Karenina
e della Sonata a Kreutzer sulle donne e sulle loro teorie di
emancipazione?
“So, per mia esperienza personale, che le donne sono inferiori
all’uomo. Ma questa è una ragione in più per dar loro gli stessi
diritti. E’ necessario che la loro coscienza si faccia strada. Lo
stesso vale per gli uomini il cui intelletto e la cui sfera morale
sono in ritardo rispetto agli altri cittadini. Se si mantengono
nell’abbrutimento e nella soggezione, non ci sono le premesse perché
progrediscano. Rendete loro onore. Stimolate la coscienza della loro
dignità e dei loro diritti”.
Davvero le donne le sembrano inferiori agli uomini?
“Su questo non ci sono dubbi. Non ci sono mai state delle donne
fondatrici di religioni, né di grandi sistemi filosofici. La loro
psicologia è troppo fragile… Ma, ancora una volta, questa non è una
buona ragione per considerarle socialmente inferiori. E’ necessario
che tutti gli esseri umani siano uguali., altrimenti il
cristianesimo è demolito da cima a fondo. D’altra parte le donne
slave cominciano solo ora a prendere coscienza dei loro doveri
sociali. In questo momento, una schiera di donne, di ragazze delle
migliori famiglie sono nelle province colpite dalla carestia per
organizzare le mense per gli indigenti. Ho iniziato in autunno.
Credo di potermi vantare di aver dato l’esempio. Ebbene, questo è un
eccellente campo di prova per le riforme sociali. Dopo aver visto
così da vicino la miseria del popolo, è possibile che i favoriti
dalla sorte comprendano il mandato del ricco sulla terra”.
[Le Figaro, 30 luglio 1901]
Tolstoj mi condusse a vedere la sua proprietà. Strada facendo
riportai la conversazione sul tema che mi stava più a cuore: la sua
teoria sul progresso sociale. “Ci sono” – mi disse – “due possibili
sistemi sociali. Primo, quello delle leggi e della violenza.
Secondo, il principio cristiano dell’amore e dell’abnegazione.
L’umanità è passata attraverso tre stadi: quello bestiale, poi
attraverso la dura legge di Mosè, infine attraverso la carità
cristiana”.
“L’ideale cristiano consiste nell’uguaglianza tra gli uomini. Questa
uguaglianza è resa possibile solo in un regime basato sulle leggi, è
realizzabile invece solo in un regime che si fondi sull’amore.
Bisogna quindi insegnare agli uomini ad amarsi. Per questo, bisogna
cominciare a bandire la violenza. La disgrazia è che i sedicenti
conservatori dicono: ‘E’ necessaria la forza per sterminare i
rivoluzionari’ e che gli anarchici dicono anche: ‘Noi possiamo
rendere migliore la società solo mediante la violenza’. Ogni
trasformazione sociale è possibile solo attraverso un cambiamento
individuale; le manifestazioni esterne, le leggi, i regolamenti non
cambieranno nulla. Pretendere il contrario equivale ad afferrare dei
carboni freddi per metterli in un certo modo, sperando che ardano.
E’ pura follia. Prima bisogna cambiare gli uomini, accendere un
fuoco al loro interno”.
“Dunque, se sono mosso da un sentimento morale, soffro nel pensare
che, quando fumo o quando mi cambio due volte di biancheria, una
giovane donna rischia di diventare tisica, fabbricando le mie
sigarette o andando a lavare al fiume la mia biancheria inutile”.
Mi guardava in faccia, come per provocare le mie obiezioni. Ma non
parlavo, mi contentavo di fissare nella memoria le idee di Tolstoj e
la loro esposizione. Ricordavo, tuttavia, lo schema di domande che
avevo preparato prima.
Quale è per lei la strada possibile in direzione di questo
cambiamento individuale?
“L’astensione da qualunque azione contraria a quella che io chiamo
la legge di Dio o il principio umanitario. Per esempio, non ho
voglia di battermi contro i tedeschi; lei si chiederà se tra le
motivazioni del mio lavoro c’è l’acquisto di cannoni Krupp; non
vorrei parlarne, ecco tutto. Ho una decina di amici in prigione per
questo ed anche per aver rifiutato di prestare il servizio militare.
Il mio terzo figlio, Lev, sarà chiamato presto: ma so quello che
farà; è libero, credo, ma finirà per rassegnarsi e questo gli peserà
enormemente”.
Crede che nelle disposizioni attuali delle popolazioni queste
resistenze si moltiplicheranno?
“Vede, è quel che sto facendo in questo momento: parlo agli uomini.
Do l’esempio. Chissà quale sarà il peso che farà pendere la
bilancia. Mi hanno chiesto di essere giurato, ho rifiutato. Sono
stato condannato anche a pagare una multa. In questo momento, sto
scrivendo un libro per denunciare queste assurdità. ‘Quando i rami
diventano verdi, sappiate che la primavera è vicina’. Queste parole,
che il Cristo pronunciò 1800 anni fa, sono valide ancora oggi…”.
Ricordo ancora la nostra conversazione. Ci incamminammo per una
lunga strada di tigli in fiore che profumavano. Tolstoj riprese con
voce cupa: “Se mi dicessero che, nonostante i miei sforzi, non
riuscirei mai a far venire sulla terra il regno dei cieli, mi darei
subito la morte al primo albero. Se mi dicessero che mi sarebbe
sufficiente spingere un bottone per veder realizzata la mia volontà,
m’impiccherei ugualmente. Perché quello di cui c’è bisogno, che è
bene e soprattutto fecondo, è la lotta contro se stessi a profitto
degli altri. Questa è la felicità. La gioia consiste nell’accrescere
in se stessi il sentimento di altruismo. Che cosa vuole fare nella
vita, se non favorire queste tendenze naturali che riscattano un
uomo in direzione della bontà e dell’amore?”.
“Quel che è ridicolo, vede, è l’accusa di misticismo che mi hanno
rivolto come una calunnia. Ora, chi è meno mistico di me? Non vorrei
aggiungere che credo in Dio, perché questo sarebbe misticismo.
Direi, invece, che credo, come il Cristo, al Padre, cioè alla fonte
della vita. Quando dico che voglio seguire la volontà di Dio, con
questo voglio intendere che obbedisco alla legge naturale”.
Non pensa che siano necessari dei secoli per migliorare l’animo
umano? Sono sufficienti le parole?
“Ecco l’errore. Si crede che un’idea sia una cosa imponderabile,
impalpabile, che si leva nell’aria e sparisce… Quando un pensiero ha
attraversato il cervello di un uomo, diviene invece la forza più
indistruttibile al mondo. Ai miei tempi, essere ufficiale,
procuratore, sembrava un fatto invidiabile e di cui andare
orgoglioso. Sono persuaso che oggi si trovano sempre meno persone
disposte a riscuotere le imposte e a dirigere delle esercitazioni
fatte di fucili e di cannoni e sempre meno sacerdoti disposti a
predicare una religione nella quale non credono più”.
“Nella fase attuale della nostra civiltà, la scienza è posta al
vertice di tutti i problemi. Ma questo è il contrario esatto della
verità. Semmai bisogna iniziare una morale, il resto seguirà con
molta calma, senza sforzi… Ma intanto occorre aprire scuole,
utilizzare il genio dei popoli che aspettano solo un po’ d’ossigeno
e di luce per aprirsi alla storia – e in una sola generazione il
vostro progresso avrà portato esiti formidabili”.
“I sacerdoti potrebbero dirvi forse che io sono l’Anticristo. Non
deve dare ascolto. Vogliono far intendere appunto questo ai
contadini, per avere dalla loro parte Pobiédontseff, mio nemico
mortale”.
[Le Figaro, 3 settembre 1901]
|