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Tentare di parlare l'italiano in questo
edificio dove probabilmente hanno parlato Dante e Petrarca è una vera
impudenza. Nel quartetto delle mie lingue, che definisce la mia
mentalità, l'italiano è la viola d'amore. Suonarla cosi male è per me
una vergogna: ancora una volta, vi chiedo perdono.
La crisi dell'università e in particolare degli studi di litterae
humaniores (un titolo molto orgoglioso) è evidente. Settanta milioni di
morti in Europa e nella Russia occidentale dall'agosto 1914 al maggio
1945: uomini donne bambini massacrati nelle battaglie, nei
bombardamenti, azzerati nei campi di concentramento, messi a morte dalla
fame e dalla deportazione. Guerra mondiale? Di fatto guerra civile
europea. Il fascismo, l'apocalisse diAuschwitz non sorgono nel deserto
di Gobi o nel Congo ma nel centro del centro dell'alta cultura
dell'Europa. Ci sono solo duecento metri tra il giardino di Goethe e la
porta di Buchenwald.Più inquietante`: ancora: l'umanesimo, la sfera del
pensiero morale e metafisico, il trivium e quadrivium come li
insegnavano Bologna e tutte le sue figlie nella grande storia
dell'università in Occidente, si sono mostrati impotenti davanti alla
barbarie. Impotenti. Troppo frequente l'aiuto che dava al totalitarismo
una certa élite intellettuale e artistica. Si può dire (è controverso,
lo so) che il più grande tra tutti gli scrittori di lingua francese, lo
scrittore che ha rivoluzionato la lingua francese, Louis Ferdinand
Cèline; il più grande del pensiero filosofico del ventesimo secolo,
Martin Heidegger; la poesia incomparabile di Ezra Pound (eccetera
eccetera: il catalogo purtroppo è lungo), fanno parte di un'élite
antiumanistica, antisemitica ai suoi estremi, un'éèlite della morte.
Ecco l'autentica trahison des clercs: la tendenza dell'arte e della
filosofia verso l'inumano. Credetemi: la sopravvivenza dell'Europa di
oggi, la mera possibilità che esista un giorno feriale come questo sono
un miracolo. Un miracolo pagato a un prezzo terribile. E' difficile
capirne la dimensione misteriosa.
Da qui la necessità imperativa di ripensare il fondamento ontologico
dell'ideale tanto debole, tanto ferito di un'educazione umanistica. La
vera cultura umanistica non si trova nell'inondazione postindustriale
del monografico, nella specializzazione
bizantina che vuol sapere più e di più su meno e di meno. E' una follia
questa specializzazione inutile. Abbiamo bisogno di ritrovare la visione
d'insieme, l'orizzontalità, si può dire, della grande tradizione
italiana di un Croce, di un Momigliano, la filologia filosofica di
Contini, il coraggio di Timpanaro. Di apprendere a leggere insieme,
attorno ad un tavolo, a leggere e rileggere un solo verso, inesausto, un
verso che canta attraverso i secoli nel Paradiso, "la 'mpresa/ che fè
Nettuno ammirar l'ombra d'Argo": capire con questo verso l'incarnazione
quasi totale del legame organico fra l'antichità classica e il
modernismo di domani e di dopodomani. L'imago di un Nettuno sommerso che
vede passare l'ombra dell'Argonauta è di un surrealismo perfetto,
assoluto, è la quintessenza del surrealismo, è un ponte vitale che va da
Apollonio Rodio a Dante fino a Rimbaud e Lautréamont. Come radicare
questo brano all'interno della nostra coscienza, visceralmente, direi
carnalmente? Io ho un sogno infantile,tenere un seminario attorno a
un tavolo, se c'è bisogno di due settimane, tre settimane per capire
questo verso va bene, non è urgente finire il programma, non e urgente
dare l'esame. La prima necessità è insegnare ai giovani la lettura
silenziosa (la morte del silenzio nelle nostre città, nella nostra vita
quotidiana...), dare ai giovani la gioia di imparare a memoria. Gioia,
insisto. Sensazione quasifisica, quando un brano entra in noi: è una
gioia del corpo fare della memoria un talismano contro l'amnesia
pianificata della scolarità attuale. E terribile la previsione platonica
che la scrittura vada a sostituire la memoria, e con la memoria vada
perduta una voce interna, un dialogo a viva voce.
In secondo luogo: oggi ci è difficile ricomporre l'optimum
dell'avventura intellettuale: il rigore creativo. La scala verso
l'avvenire è il moto spirituale e drammatico della scienza. La frattura
fra scienza e umanesimo è l'impedimento principale della nostra cultura.
E' una meravigliosa ingiustizia: puoi essere uno scienziato di
terzo rango, ma se sei in una buona squadra il successo è assicurato.
Nell'umanesimo forse la totalità della nostra materia è dietro di noi:
ogni giorno io penso a Dante, Shakespeare, Mozart, Rembrandt. Per lo
scienziato il prossimo lunedi è per definizione più interessante di
quello passato. Alcuni problemi della scienza sono oggi determinanti per
la vita dell'uomo intero: il problema genetico, il problema del cosmo e
dell'origine del tempo. La parola ego cambierà profondamente una volta
decifrata la chimica e la genetica della mente umana: allora dire ego
sarà tutta un'altra cosa. La matematica era per Platone ed Aristotele,
ma anche per Leibniz e Valèry, la musica del pensiero.Ha detto Leibniz:
«Quando Dio cantò, cantò l'algebra», meravigliosa espressione, cantare
l'algebra...
Come restaurare il dialogo tra arte e scienza? Come ritrovare una lingua
" communis in un mondo dove la biologia, la fisica, la genetica sono
decisive? Anche la possibilità di partecipare con responsabilità etica e
politica al dibattito sull'eutanasia, sulla sovrapopolazione del
pianeta, sulla responsabilità legale dell' individuo, dipende sempre più
dai programmi di ricerca biologica e genetica; la cosmologia sta
riformulando i concetti di tempo e di spazio. Il luogo comune dice che
no, non si può trovare una lingua comune, che è troppo difficile la
lingua della scienza. Non è vero. E' difficile ben scrivere sulle
scienze esatte, ma è perfettamente possibile: pensiamo alla prosa lucida
del Nuncius di Galileo, pensiamo alla maestria della retorica di Darwin.
Grandi scrittori, maestri della letteratura. E' difficile, ma è
possibile e urgente.
Permettetemi una conclusione un po' personale. Ho condotto una vita in
movimento tra le varie lingue, tra le diverse nazioni, tra le città e le
università: l'esistenza di un pellegrino o, per essere malizioso, di un
vagante. Forse troppo ho tentato, come dice Dante, di "fare parte per te
stesso". Due convinzioni ha dominato la mia vita intera. La prima: se la
barbarie sopraggiunge non c'è nessun luogo, anche quello più caro, che
non si possa abbandonare. Quando viene la barbarie, l'importante è
partire. Si prende la valigia. Oggi, in Inghilterra, viene proposto
nell'unione dei docenti universitari di boicottare Israele non
pubblicando le ricerche degli studiosi israeliani, non invitandoli ai
convegni. Io sono certo che Oxford e Cambridge rifiuteranno questa
idiozia, ne sono assolutamente certo. Ma se per un miracolo di stupidità
(esistono, i miracoli di stupidità) questa proposta fosse accettata,
credetemi dopo quarantatrè anni nel mio college a Cambridge io partirei.
Farei le valigie e direi arrivederci.Rimanere vorrebbe dire essere
complice, essere implicato nella barbarie. La seconda convinzione viene
dall'insegnamento di un maestro del chassidismo, l'imparagonabile Baal
Shem: «la verità è sempre in esilio». Meravigliosa parola, immensamente
ebraica ma anche universale. «La verità è sempre in esilio»... Appena
entrato in porto, Ulisse issò nuovamente le vele per un nuovo viaggio.
Povera Penelope. Ma quando io ritorno a Bologna, Alma Mater Studiorum,
nobile tra le università, ho la sensazione felice e pericolosa di essere
accolto nella mia casa. Grazie di tutto il cuore.
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