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Armando Petrucci

Il paleografo Armando Petrucci, rispondendo alle domande di Francesco Erbani sul suo ultimo libro, Scrivere lettere, illustra le caratteristiche e le svolte della storia della corrispondenza epistolare dal Vicino Oriente fino ai “pizzini” di Provenzano.
Dalle parole di Petrucci emerge una notevole stabilità delle forme grafiche della lettera nel corso dei secoli, mentre l’intensità dell’uso della lettera come mezzo di comunicazione cambia molto nelle diverse epoche. A partire dall’800, secondo Petrucci, la corrispondenza epistolare diventò il mezzo principale usato dalla media e alta borghesia per la sua crescita economica, commerciale e culturale. Sarà solo con il grande flusso dell’emigrazione europea e poi con la Prima guerra mondiale che la lettera diventerà un mezzo di comunicazione usuale anche per i ceti popolari.

Lui le sue lettere le ha tutte distrutte. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Armando Petrucci, grande paleografo, maestro per generazioni di studiosi [...], ha appena pubblicato Scrivere lettere [...] che racconta la plurimillenaria storia della corrispondenza, dello scriver lettere, appunto. Una storia che comincia nel Vicino Oriente intorno al 3000 avanti Cristo e che Petrucci - attraversando Cicerone, Petrarca, e poi Goethe, Leopardi, Proust, Mann e anche i soldati al fronte della guerra ‘15-‘18 e gli emigranti italiani - fa terminare con i pizzini di Bernardo Provenzano. Porti o meno il crisma del capomafia di Corleone, secondo Petrucci quella delle lettere è comunque una vicenda conclusa e che finalmente s i può ricostruire [...]». Petrucci si è sempre sottratto anche ai riti accademici. A Roma portava i suoi alunni in gita per archivi medievali e voleva che anche i ragazzi del primo anno maneggiassero codici e manoscritti. Quando non ne potevano più, si giocava a pallone in cortile. Ora vive a Pisa. È un signore di settantasei anni. Si è occupato di storia della scrittura. Di storia dell’alfabetismo. Di come era fatta la biblioteca di Petrarca. E una decina d’anni fa ha pubblicato Scritture ultime, un saggio sullo scrivere legato alla morte.

Armando Petrucci

DOMANDA: Perché un paleografo, che studia le scritture antiche, arriva fino ai pizzini?

«Provenzano è un accanito grafomane. Quand’era latitante usava una macchina da scrivere, anzi ne usava cinque, pur avendo a disposizione un computer. Si dice che un paleografo debba studiare i modi della scrittura fino al Rinascimento. Ma la scrittura di lettere è un fenomeno sociale, e io non posso non domandarmi chi sia lo scrivente, chi il destinatario e perché si scrive. Anche oltre la diffusione della stampa».


Dunque fino a Provenzano.

«E non c’è solo Provenzano. Restando in un ambito di marginalità socio-culturale troviamo le lettere scritte a mano dai ragazzini napoletani affiliati alla camorra. A parte i contenuti, quelle lettere testimoniano un’ostinata sopravvivenza dei modelli grafici scolastici».

E questa sopravvivenza che cosa sta a indicare?

«Se noi prendiamo la lettera che uno schiavo d’età augustea scrive a un altro schiavo - ne sono state trovate tante conservate nelle sabbie egiziane, scritte su papiro in un corsivo latino di buon livello, anche se con molte incertezze ortografiche - e la confrontiamo con quella di un epistolario di fine Ottocento, vediamo che il modello è lo stesso. Si comincia e si finisce con i saluti. Le spaziature sono analoghe. La firma è in basso a destra…».

Una stabilità di forme che non si riscontra altrove.

«Esattamente. Con periodi in cui la frequenza è massima - si scrive molto da parte di molti - e periodi in cui questa frequenza viene meno. Prenda ad esempio il grande archivio di Zenone, un greco che vive in Egitto nel III secolo avanti Cristo alla corte di Tolomeo II Filadelfo. Di lui abbiamo circa duemila papiri. Documentano la formazione di uno Stato capillarmente burocratico. L’Egitto di quegli anni ci appare come una società complessa, abituata all’uso sociale della scrittura. Lo stesso accade a Roma».

Che cosa accade a Roma?

«L’attività epistolare è fittissima. Cicerone testimonia la frenesia di una società che non può fare a meno di scambiarsi opinioni perché siano prese decisioni rapide e perché nel più breve tempo possibile le informazioni circolino anche nelle più lontane propaggini».

La corrispondenza come segno di una società dinamica. Poi si registra un brusco calo.

«La crisi colpisce tutto il mondo occidentale dal V fino al XIII secolo. I ritrovamenti relativi a questo periodo sono scarsissimi, indice di un crollo del numero di persone in grado di leggere e scrivere. La curva risale, almeno in Italia, con le lettere mercantili dalla fine del Duecento in avanti, lettere scritte in una minuscola corsiva che viene insegnata nelle scuole d’abaco destinate a formare il personale dei banchi e delle botteghe. La corsività della scrittura, detta appunto “mercantesca” [...] è lo strumento di una nuova lingua, il volgare italiano».

A questo punto irrompono nella sua ricostruzione Petrarca - che falsificava le proprie minute - e poi gli umanisti. La lettera assume una struttura definita, si diffondono i precetti su come scriverla. Ma l’epoca in cui l’intensità della corrispondenza compie un balzo è l’Ottocento.

«Scrivere lettere è il principale mezzo di cui si serve la nuova società industriale per lo sviluppo economico, commerciale e intellettuale».

Ma la lettera è anche un fatto privato. In essa si riversano affetti, emozioni. O no?

«La media e alta borghesia ottocentesca ha plasmato i rapporti familiari mediante le lettere. Se ne conserva una massa imponente, in tutta Europa. Attraverso le lettere, i maschi capofamiglia mantengono o modificano il loro governo con alleanze matrimoniali, scambi di proprietà, carriere dei figli [...]».

Le lettere circolano solo in ambienti colti e benestanti?

«L’emigrazione e soprattutto la Prima guerra mondiale sono i due grandi avvenimenti che diffondono la comunicazione epistolare anche nei settori deboli della società. La lettera è il sintomo del bisogno, della sofferenza. E porta al riconoscimento, per milioni di giovani contadini, di una specie di postumo e beffardo diritto alla scrittura concesso anche agli analfabeti».

Lei dedica un capitolo ai tanti epistolari di intellettuali. Quello doloroso e densissimo di Leopardi, per esempio. Quello ramificato e imponente di Thomas Mann.

«Quella di Mann è forse la più rappresentativa testimonianza epistolare colta del XX secolo. È il motore di un’egemonia culturale. “Parlo troppo di me”, confessa lui stesso ad André Gide».

Lei è molto critico nei confronti della «pubblicazione indiscriminata di carteggi otto-novecenteschi». Perché?

«Condivido la diffidenza di Carlo Dionisotti verso “una mole che di gran lunga eccede l’importanza”. A parte le monumentali raccolte di Giosuè Carducci, Alessandro D’Ancona e Giuseppe Verdi, e le straordinarie e tragiche testimonianze di Renato Serra e Antonio Gramsci, mi colpisce il meccanismo di potere, di soggezione e di profitto che emerge in molti dei carteggi fra intellettuali otto-novecenteschi».

Una storia finita, in ogni caso.

«Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora ha poco a che fare con l’oggi. Stiamo assistendo alla scomparsa di quella che possiamo definire la cortina di carta - nel Cinquecento si parlava di cortina di pergamena».




 

(www.parodos.it )

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