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Ha detto che si sente più vicino ai romanzieri
viennesi Robert Musil e Hermann Broch che a qualsiasi altro autore di
letteratura moderna. Broch sosteneva – come lei – che l’epoca del
romanzo psicologico è finita. Credeva, invece, in ciò che chiamava il
romanzo “polistorico”.
Musil e Broch hanno caricato il romanzo di grandi responsabilità.
Lo vedevano come la suprema sintesi intellettuale, l’ultima postazione
da cui l’uomo poteva mettere in questione il mondo intero. Erano
convinti che il romanzo avesse enormi proprietà sintetiche, che
potesse essere un insieme di poesia, fantasia, filosofia, aforisma e
saggio. Nelle sue lettere Broch fa delle profonde osservazioni su
questo tema. Nonostante ciò, mi sembra che oscuri le sue intenzioni
usando il termine “romanzo polistorico”, che secondo me non è
appropriato. Fu infatti un compatriota di Broch, Adalbert Stifter, uno
scrittore austriaco classico, a creare il vero romanzo polistorico con
il suo Der Nachsommer (L’estate di san Martino), pubblicato nel 1857.
È un romanzo famoso: Nietzsche lo considerava uno dei quattro
capolavori della letteratura tedesca. Oggi è illeggibile. È imbottito
di informazioni geologiche, botaniche, zoologiche, artistiche,
pittoriche e architettoniche; ma quest’enorme enciclopedia trascura
quasi completamente l’uomo stesso e la sua situazione. Proprio perché
è polistorica, a Der Nachsommer manca proprio ciò che rende speciale
un romanzo. Nel caso di Broch non è così. Al contrario! Si è sforzato
di scoprire «ciò che solo il romanzo può scoprire». L’oggetto
specifico di ciò che Broch amava chiamare “la conoscenza romanzesca” è
l’esistenza. Secondo me il termine “polistorico” dev’essere definito
come ciò che unisce ogni strumento e ogni forma di conoscenza in modo
da illuminare l’esistenza. Sì, mi sento molto vicino a questo
approccio.
Un lungo saggio che lei ha pubblicato sulla rivista «Le Nouvelle
Observateur» ha fatto sì che i francesi riscoprissero Broch. Parla
molto bene di lui, ma è anche estremamente critico. Alla fine del
saggio scrive: «Tutte le grandi opere (proprio perché sono grandi)
sono in parte incomplete».
Broch è un’ispirazione non solo per quello che ha raggiunto, ma
anche per tutto quello a cui aspirava e che non ha potuto ottenere.
L’incompletezza stessa della sua opera ci aiuta a capire la necessità
di nuove modalità artistiche, fra cui: 1) l’eliminazione radicale
dell’inessenziale, per catturare la complessità dell’esistenza nel
mondo moderno senza perdere di vista la chiarezza architettonica; 2)
il “contrappunto romanzesco” (per unire filosofia, narrativa e sogno
in un’unica melodia); 3) il saggio specificatamente romanzesco (in
altre parole, invece di cercare di trasmettere messaggi apodittici,
rimanere ipotetici, giocosi e ironici).
Questi tre punti sembrano contenere il suo intero programma artistico.
Per trasformare un romanzo in un’illuminazione polistorica
dell’esistenza bisogna saper usare bene la tecnica dell’ellissi,
l’arte della condensazione. Altrimenti si rischia di cadere nella
trappola della lunghezza infinita. L’uomo senza qualità di Musil è uno
dei due o tre romanzi che preferisco. Ma non chiedetemi di ammirare la
sua espansione gigantesca e incompleta! Immaginate un castello
talmente grande da non poter essere contenuto in uno sguardo.
Immaginate un quartetto d’archi che suona per nove ore. Ci sono dei
limiti antropologici – le proporzioni umane – che non dovrebbero
essere oltrepassati, per esempio i limiti della memoria. Quando si
finisce di leggere un libro, bisognerebbe essere in grado di
ricordarne l’inizio. Se non è così, il romanzo perde la sua forma, la
sua “chiarezza architettonica” diventa oscura.
Il libro del riso e dell’oblio è composto di sette parti. Se lei le
avesse affrontate in maniera meno ellittica avrebbe scritto sette
romanzi distinti.
Ma se avessi scritto sette romanzi avrei perso la cosa più
importante: non sarei stato capace di catturare la “complessità
dell’esistenza umana nel mondo moderno” in un solo libro. L’arte
dell’ellissi è assolutamente essenziale. Richiede che si vada
direttamente al nocciolo delle cose. Quando parlo di questo penso
sempre a un compositore ceco che ammiro moltissimo sin dall’infanzia:
Leos Janácek. È uno dei grandi maestri della musica moderna. La sua
determinazione nel ridurre la musica all’essenziale fu rivoluzionaria.
Ovviamente ogni composizione comprende varie tecniche: l’esposizione
dei temi, il loro sviluppo, le loro variazioni, il lavoro polifonico
(spesso molto automatico),l’orchestrazione, le modulazioni, e così
via. Al giorno d’oggi si può comporre musica con il computer, ma il
computer è sempre esistito nelle menti dei compositori: potevano
comporre una sonata senza nessuna idea originale, solo attraverso
l’espansione “cibernetica” delle regole della composizione. Lo scopo
di Janác∞ ek fu proprio distruggere quel computer! La brutale
giustapposizione invece delle modulazioni; le ripetizioni invece delle
variazioni – e sempre dritto al nocciolo delle cose: solo la nota che
dice qualcosa di essenziale ha il diritto di esistere. Lo stesso vale
per il romanzo: anch’esso comprende varie “tecniche”, le regole che
scrivono l’opera al posto dell’autore: presentare un personaggio,
descrivere un luogo, inserire l’azione in un contesto storico,
riempire di eventi inutili le vite dei personaggi. Ogni cambio di
scena richiede nuove esposizioni, descrizioni, spiegazioni. Il mio
obiettivo è analogo a quello di Janácek: liberare il romanzo dagli
automatismi delle tecniche di scrittura, dei giri di parole
romanzeschi.
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