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MARIO PERNIOLA  "Il silenzio e l’estetica"

Il percorso dell’intervista si snoda attraverso la storia della cultura occidentale e orientale, incrociando i filoni della mistica ebraica, cristiana e buddista, ma anche quelli della retorica che traggono spunto dai miti greci, dal diritto romano, dalla letteratura e dalla filosofia. Ne è emerso che il silenzio non solo può essere considerato un concetto genealogicamente primario per la nascita dell’estetica settecentesca, ma che può essere preso in considerazione anche come un utile paradigma per rileggere la storia della filosofia e un felice punto di osservazione per ascoltare e interpretare il nostro chiassoso presente.

Mario Perniola è professore di Estetica all’Università “Tor Vergata” di Roma, e dirige la Rivista di studi culturali e di estetica “Agalma”. Ha pubblicato Il sex appeal dell’inorganico (1994), Del sentire (1991), L’estetica del ‘900 (1997); I situazionisti (1998), I situazionisti (1998), L’arte e al sua ombra (2000), Del sentire cattolico(2001), Contro la comunicazione (2004), la maggior parte dei quali tradotti in molte lingue e più volte ristampati.

Mario Perniola

Professor Perniola, alla luce dei suoi lavori su Del sentire, Sex appeal dell’inorganico, Del sentire cattolico e anche del suo ultimo Contro la comunicazione, che relazione vede tra il silenzio e l’estetica?


Il silenzio gioca sicuramente un ruolo importante soprattutto nell’estetica tedesca del settecento, legata alla parola Stille come sostantivo e still come aggettivo che è difficile da tradurre, perché ha una polisemia molto ampia significando ‘serenità’, ‘tranquillità’, ‘immobilità spaziale’, ‘silenzio’ e ‘segreto’. Il successo che questa parola ha avuto nell’estetica è legato al Winckelmann che definiva la bellezza come “edle Einfalt und stille Größe”: una nobile semplicità e una tranquilla silenziosa grandezza. Questa era, appunto, l’idea del bello che il famoso archeologo e storico dell’arte tedesco attribuiva ai greci e in particolar modo al sacerdote troiano Laocoonte, colui che è sereno e silenzioso perché sta fermo e non grida. Quella nozione ha poi avuto un grande seguito in poeti e scrittori come Hölderlin, Goethe, Herder e in generale in gran parte dell’estetica tedesca del settecento.


Se la parola impiegata nella definizione di estetica è quella utilizzata da Winckelmann, come spiega in quell’epoca una forma del sentire così in quiete e silenziosa?


Direi che l’origine è una trasposizione del sentire religioso. In effetti, mi interessa molto studiare il trapasso delle forme del sentire religiose del cinquecento e nel seicento in nozioni estetiche. Questo passaggio è documentabile anche da un punto di vista storico perché dietro Winckelmann e anche dietro Kant troviamo il Pietismo - una delle forme del risveglio protestante che avviene appunto nel settecento – legato all’esperienza del silenzio e dell’amicizia. Si pensi, per esempio, a come Lutero definiva i fedeli: die Stillen im Lande, i tranquilli in campagna.


In queste forme è rintracciabile la presenza del misticismo religioso?


Penso che la mistica, insieme alla retorica, sia una importante dimensione dell’esperienza del silenzio nella storia della cultura occidentale: la prima collega il silenzio ad una forma di contemplazione, la seconda all’azione.

Per quanto riguarda il silenzio mistico, si potrebbe suddividerlo in tre diversi filoni: quello ellenistico (i neoplatonici e Plotino) il cui punto di riferimento fondamentale è l’idea dell’unione con l’Uno, l’Essere supremo ineffabile che implica un contatto al di là delle parole. Quest’idea si svilupperà successivamente in Proclo, Agostino (nelle Confessioni, con riferimento alla morte della Madre), e poi nel Medioevo, in Scoto Eriugena, e nei mistici della teologia negativa come Meister Eckhart, fino a Cusano con il De visione Dei. Un filone che nel seicento troveremo anche nelle poesie di Angelus Silesius.


E la seconda?


E’ la mistica ebraica, in cui il silenzio gioca un ruolo ben differente dalla quello interpretato nella mistica cristiana. Il Dio delle scritture veterotestamentarie, è per definizione Altro, lontano. Questo è il problema intorno a cui ruota il misticismo ebraico la cui storia è stata ricostruita e documentata fondamentalmente da Gershom Scholem nel suo Le grandi correnti della mistica ebraica. L’autore più importante per questa tematica del silenzio è Abraham Abulafia, che visse intorno al XIII secolo. La questione più rilevante, secondo la tradizione della Cabbalà cui Abulafia è legato, è che non può esserci una unione con Dio, se Questi deve rimanere assolutamente distante. Come produrla? Attraverso la meditazione sulle lettere dell’alfabeto ebraico. Qui bisogna fare una distinzione, perché la lettera da meditare è una lettera pronunciata più che scritta.


Perché la loro meditazione non poteva passare neanche per la scrittura?


Credo che se si fosse andati in questa direzione, si sarebbe percorsa una strada troppo simile alla scrittura ideografica degli egiziani, che era invece pagana. Si poteva utilizzare una lettera, ma questa doveva essere non solo scritta, ma anche pronunciata.


Questo perché il geroglìfico era la lingua del faraone, che manteneva in schiavitù gli ebrei in Egitto?


Esattamente, per gli ebrei anche la lingua e la scrittura egizia, oltre alla loro religione pagana, erano connesse con l’idolatria. Sarebbe molto interessante approfondire questa riflessione sulle lettere ebraiche che arriva ad una meditazione astratta, senza alcun significato.


Il suono per il suono: una cifra che non ha alcun significato e, quindi, una sorta di ‘significante’ puro?


Certamente, però, non siamo nell’orizzonte della ‘scrittura’ di Derrida, non può essere soltanto scritto. Nel solco tracciato da Abulafia credo che siano rintracciabili pensatori come Walter Benjamin, Theodor Adorno, e probabilmente lo stesso Ludwig Wittgenstein. Sicuramente è dimostrabile una continuità tra Scholem e Bennjamin (si veda Angelus Novus), e probabilmente una traccia simile è presente anche nello stesso Wittgenstein, ma questa rimane un’ipotesi di ricerca che credo varrebbe la pena approfondire.


Quale sarebbe il terzo filone mistico?


La terza strada è quella orientale: amplia, amplissima, direi. In Le vie dello Zen di Alan Watts, si trova spesso l’espressione “tuonante silenzio”, ma la differenza più evidente dagli altri due tipi di silenzio mistico, è che nello Zen si passa dall’idea del silenzio contemplativo all’idea del silenzio come azione. Tanto è vero che il massimo successo dello Zen è legato al medioevo nipponico dei Samurai, un periodo che va dal XIV al XVII secolo. Si pensi poi all’importanza che il silenzio riveste nell’arte del tiro con l’arco e nelle arti marziali dell’Asia in genere.


Certamente, in Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel si nota chiaramente come il silenzio sia essenziale per raggiungere una concentrazione assoluta?


Nello Zen il silenzio è sicuramente il presupposto di ogni azione. In effetti, per potere agire bene ci vuole una specie di spontaneità che implica un lungo lavoro silenzioso di annullamento di ogni distanza, fino al punto in cui la mente, il braccio dell’arciere, l’arco, la freccia e il bersaglio diventino una cosa sola .


Però, a differenza degli altri due tipi, qui siamo di fronte ad un silenzio attivo?


Siamo qui in presenza di silenzio agente, una contemplazione il cui scopo è l’azione attraverso la sospensione della coscienza e del pensiero.


Del resto, un classica forma di meditazione Zen è quella del Koàn, una tecnica, che noi definiremmo del paradosso, che porta la mente a pensare ad esempio forme geometriche di una grandezza tale che l’immaginazione stessa non può contenere, ottenendo così l’effetto di una sospensione della coscienza e della ragione.


Esattamente. Non è un caso che lo scetticismo e il cinismo greco e tutta la tradizione che è legata alla sospensione di giudizio, alla atarassia, all’epochè, abbia un’origine orientale e trovi il suo riferimento storico preciso in Pirrone che al seguito della spedizione di Alessandro Magno aveva avuto l’occasione di vedere i gimnosofisti (che poi non erano altro che dei fachiri). Gli stoici sono i primi filosofi a subire questa influenza; Zenone stoico, per esempio, non era greco, ma fenicio!


Per ricapitolare brevemente, quindi, ci troviamo di fronte a tre mistiche del silenzio: quella cristiana, legata al contatto interiore con il Dio uno e ineffabile; quella ebraica, che cerca Dio attraverso una lingua senza significato, fatta di puri numeri e fonemi; e infine quella orientale che prepara all’azione?


Io ho individuato questi tre filoni. Ce ne saranno anche altri, come per esempio il sufismo. Comunque, attraverso queste tre mistiche è già possibile delineare un ambito in cui estetica, silenzio e mistica si coappartengono, o quanto meno costituiscono un unico campo semantico fortemente significativo.


Accanto a quello mistico, Lei prima accennava alla presenza di un altro percorso, quello retorico?


Il secondo percorso, che ha anch’esso una storia bimillenaria, è appunto quello del silenzio come azione, del silenzio retorico. Un punto di partenza è rappresentato dal trattato Del sublime dello Pseudo-Longino, e in particolare il nono capitolo in cui definisce il sublime come “l’eco di un alto sentire”. Qui c’è il riferimento all’XI canto dell’Odissea, in cui Ulisse cerca invano di calmare il rancore di Aiace, che si era ucciso per non avere ricevuto le armi del defunto amico Achille. Ebbene, Aiace non risponde, e questo comportamento sdegnoso sarà l’argomento che segnerà l’ingresso del silenzio nella retorica da Quintiliano fino al settecento. Il silenzio, nel 1771, sarà oggetto di una trattazione ad hoc per opera di Joseph Dinouart che pubblicò un libretto dall’emblematico titolo: “l’arte di tacere”. Qui, il tacere è considerato come punto di partenza dell’arte di parlare, e vengono distinti tanti tipi di silenzio, per esempio: il“silenzio prudente” di chi non si sbilancia, l’“artificioso” dei furbi; il “compiacente” dei miti; il “canzonatorio” degli ironici; e poi il silenzio “Stupido” e “di plauso”, quello “sprezzante” dei presuntuosi, “dell’umore” e del “politico”. Molto interessante è il silenzio “spirituale”, dove a parlare è l’espressione del volto, più importante delle parole che uno può dire. C’è un singolare rapporto tra la parola e l’espressione: uno può anche non dire nulla ma esprimersi con il sorriso. Parafrasando il famoso libro di Austin: How to do things with words (come fare le cose parole), potremmo dare al libretto di Dinouart il titolo How to do things with silence (come fare le cose con il silenzio).


E qui si arriva ai performativi, alle formule del “silenzio assenso”, “silenzio dissenso” o “silenzio inadempimento” tuttora utilizzate dal diritto positivo.


Esattamente, le cui radici, appunto sono rinvenibili nella retorica. Comunque, a proposito delle diverse forme di tacere, vorrei aggiungere quello di protesta che un autore poco noto ma molto raffinato - Louis-René Des Forêts - ha descritto in La chambre des enfants (Gallimard 1960) e in Le Bavard (il chiacchierone). Des Forêts analizza molto ben il senso di vergogna che un silenzioso prova quando è costretto a parlare. La Chambre des enfants è costituito da cinque racconti che parlano di un ragazzo che ad un certo punto smette di parlare. Non è che taccia del tutto, perché, per esempio, dire la lezione quando si è interrogati, a suo avviso, non è come parlare. Diciamo che la sua è una specie di protesta e di ira nei confronti del mondo che si manifesta nel non parlare più. Il rifiuto di parlare non è qualcosa di ingenuo, bensì di retorico. Des Forets pone l’accento su questo esercizio esaltante e temerario di smettere di parlare che tra l’altro è qualcosa che appartiene alla dimensione profonda dell’anima. Anche Samuel Beckett, negli anni ’60, in particolare ne L’innominabile, ma un po’ in tutta la sua drammaturgia, rappresenta personaggi ‘bloccati’, dominati dall’impossibilità di raccontare e da una parola che dice solo se stessa senza rimandare ad altro.


E i filosofi, come si sono confrontati con il silenzio retorico?


Un filosofo che si esprime in modo direi assai bello ed efficace è Pascal nel Discorso sulle passioni d’amore: “in amore il silenzio vale più di un discorso. E’ bene rimanere interdetti, c’è un’eloquenza del silenzio che penetra più di quanto non potrebbe la parola”. E’ un testo, per la verità che non si sa se sia sicuramente di Pascal; ma ha tutto il suo esprit de finesse. Ma glie lo leggo tutto perché ne vale la pena: “quanto un innamorato persuade la sua amica, quando, essendo d’altra parte un uomo intelligente, rimane interdetto! Per quanta vivacità si abbia, ci sono delle circostanze in cui è bene che essa si spenga. Tutto ciò avviene senza regola e senza riflessione e l’animo, quando lo fa, prima non ci pensava; succede di necessità.”. Quindi, in amore, il silenzio vale più di un discorso.


Questo passo sembra confermare tutte le sue analisi sul “sex appeal dell’inorganico”?


Direi proprio di si!


Per quanto riguarda il poeta filosofo di fine ottocento, Nietzsche?


Per lui, come al solito, il discorso si fa più complicato. Nietzsche è un autore su cui è difficile pronunciarsi; certo, dà un grande rilievo al silenzio. Ne parla in varie parti e soprattutto nel capitolo Dei grandi eventi del Così parlò Zarathustra: “Gli eventi più grandi non sono le nostre ore più fragorose bensì quelle senza voce” e poi ancora, nell’ultimo capitolo della parte seconda, La mia ora senza voce “le parole più silenziose sono quelle che portano la tempesta. Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”. Questo è il silenzio in quanto azione portato alla massima potenza.


Anche in Nietzsche, quindi, il silenzio accompagna l’azione?


Ma direi piuttosto che la precede. Questo mi ricorda la vecchia talpa di Marx che scava nelle profondità della terra e nessuno sa quando salterà fuori, perché la dinamica della rivoluzioni è silenziosa. Ma in Nietzsche il silenzio assume anche un grande rilievo nel Crepuscolo degli idoli: “Le nostre particolari esperienze non sono per nulla ciarliere, noi siamo altresì già ben oltre le cose per cui abbiamo parole”. Qui vi è una tematica che poi sarà sviluppata in Heidegger, quando sostiene che le parole della lingua sono legate alla metafisica, e le difficoltà di superare quest’ultima sono dovute anche ai limiti della prima. D’altra parte, però, è anche vero che dietro Nietzsche c’è l’estetica tedesca di Winckelmann. Non è un caso che molti filosofi tedeschi tra settecento e ottocento abbiano un padre che è pastore, e saino cresciuti quindi in una particolare dimensione religiosa. In un libro di Karl Schlechta Nietzsche e il grande meriggio, si sottolinea molto bene che il momento preferito da Nietzsche non è il mattino ma il “mezzodì panico”, in cui tutto è sospeso.


Nella importanza del silenzio per Nietzsche è da leggere anche un’indiretta critica all’idealismo, alla tradizione razionale che va dalla “Ionia fino a Jena”?


Direi di sì, infatti mi sembra che in Hegel, la tematica del silenzio sia assente. Non mi pare che il filosofo di Jena dia particolare rilievo al silenzio.


Insomma, il silenzio potrebbe essere anche un efficace paradigma attraverso cui rileggere la storia della filosofia?


Perché no?


Per continuare allora in questo brevissimo excursus, lei accennava prima a Heidegger…


In Heidegger certamente il silenzio è presente attraverso l’idea della Gelassenheit, della serenità: ambito in cui confluisce la tradizione mistica, se la si intende in senso lato. In fondo anche Heidegger riprende il concetto di Stille, che abbiamo visto prima, attribuendo al silenzio un ruolo sicuramente positivo: basti pensare al concetto di radura dell’essere, all’esigenza di andare oltre il linguaggio, al silenzio della voce della coscienza in Essere e Tempo.


Effettuato un percorso filosofico, non ci siamo però ancora confrontati più direttamente con la dimensione più propriamente estetica: che rapporto c’è tra silenzio e arte?


Per quanto riguarda l’arte, sicuramente nella musica incontriamo un compositore molto importante che ha dato particolare risolto al fenomeno del silenzio: John Cage. Silenzio è non a caso il titolo del libro che raccoglie i suoi scritti occasionali. Prima di Cage, comunque, abbiamo Webern, (musicista post schönberghiano) la cui opera è tutta in un unico disco che può essere definito come un “contrappunto di suono e silenzio”. Il silenzio diventa un elemento essenziale della musica contemporanea.


Nella musica classica e moderna, invece, il silenzio come pausa era funzionale puramente al suono, e alla logica di un armonia razionale, quadrata?



Certo. Bisogna poi ricordare che nella musica Romantica il silenzio svolge una funzione drammatica, soprattutto quando interviene di colpo, nel momento più significativo e teso del concerto. In altri casi può parlare di un silenzio timbrico (far tacere alcuni strumenti) o di silenzio ritmico (come pausa appunto).


Per quanto riguarda invece il rapporto tra silenzio, spazio e architettura, una disciplina tra l’altro in cui lei è particolarmente apprezzato?


Sicuramente c’è una relazione tra silenzio arte e musica, come dicevo prima. E’ stata già considerata anche una relazione tra architettura, tempo e spazio. Questo lo hanno stabilito gli estetici riprendendo Schelling che le considerava arti inorganiche. Ma la relazione musica-tempo-arte non è esclusiva. Perché se da un parte si sostiene che la musica è legata unicamente al tempo, questo però non è completamente vero. Per esempio, quando mi sono trovato a partecipare a dei convegni sulla musica, lo spunto era di trovarvi l’elemento spaziale, andando in direzione contraria per esempio a Gisèle Brelet, che privilegiava la dimensione del tempo. D’altra parte credo che la prima metà del novecento è caratterizzata da una forte enfasi sulla dimensione del tempo. Basti pensare nella letteratura a Proust e nella filosofia di Bergson. A partire dalla seconda metà del novecento comincia a prevalere la dimensione spaziale. Da questo punto di vista è molto importante il saggio di Heidegger, Arte e spazio, in cui appunto la categoria privilegiata diventa lo spazio e non più il tempo (Essere e tempo, infatti, apparteneva al primo periodo di Heidegger).


I suoi lavori, come dicevo all’inizio, rimandano in qualche modo tutti alla dimensione del sentire, del cosa senziente: che relazione si dà tra il sex appeal e il silenzio?


E’ una questione interessante quanto dibattuta: io ho sempre pensato che nella ritualità dell’atto amoroso, il parlare sia quanto mai deleterio e da scongiurare, perché le azioni del corpo implicano il silenzio della parola. Ma, appunto, qui si danno opinioni differenti.


Nei suoi scritti lei si è avvicinato anche a tematiche religiose, mi riferisco a Del sentire cattolico, dove in pratica difende la dimensione del rito, riconoscendogli quasi una funzione essenziale per la stessa fede. Che relazione vede tra il rito e il silenzio?


Le risponderò prendendo spunto dall’esperienza del Giappone, un paese che sto frequentando molto in questo periodo e che trovo a suo modo esemplare per l’importanza che dà al rito. In Giappone esistono praticamente due religioni: lo scintoismo, una religione politeista, dove praticamente ogni defunto diventa un Dio e ogni luogo naturale un po’ speciale e insolito ha una sua sacralità; il buddismo, che arriva in Giappone nel V-VI secolo d.C., circa mille anni dopo la nascita di Buddha. Le due religioni però nei riti si mischiano fino a formare un vero e proprio sincretismo, le sette buddiste, che sono molte essendo il buddismo tuttora la religione più seguita, celebrano la nascita e i matrimoni presso l’altare scintoista, e i funerali all’interno dei templi buddisti.


In queste funzioni il rito è prevalente, quindi, più che nella tradizione occidentale?


Beh, certamente in occidente il rito è presente ma forse svolge un ruolo meno importante che in oriente. Auspico un ritorno al rito e su questo mi trovo d’accordo con Lefebvre (che chiede di celebrare la messa in latino) e con l’attuale pontefice che negli ultimi mesi ha fatto esplicito riferimento a questi aspetti fondamentali del rito.


Ma anche dal punto di vista del rito esiste una relazione tra il sentire estetico e quello religioso come accennava all’inizio dell’intervista? Ovvero: si dà un trapasso, una sovrapposizione o quanto meno una significativa analogia tra l’opera d’arte che prevede un artista, una materia da plasmare e un fruitore, e il sacramento che presuppone un sacerdote, un oggetto da rendere sacro e un fedele partecipe?


Certo. Non si dà solo una relazione tra il rito dell’arte e rito religioso, ma anche tra rito e diritto. Se la religione greca era fatta principalmente di miti, quella romana, invece, era costituita principalmente di riti, e qui si può vedere la stretta connessione con il diritto. Da qui l’affidamento che il cittadino dava alla formula giuridica, che era per lo più ripetuta a memoria sotto giuramento. Già gli antichi sostenevano che la religione romana era quella caratterizzata da un rito senza mito.


Insomma lei difende il rito a tutte le latitudini ed ere?


Diciamo che nel mondo moderno sto sicuramente dalla parte dei riti e non dell’ideologia, come nel mondo antico avrei visto bene una religione di riti e non di miti.


Ma quali sono le cause della perdita in occidente della funzione importante del rito in generale e di un sentire estetico in cui il silenzio era in un certo senso la tonalità emotiva dominante, per dirla con Heidegger?


Ma vede, su questo aspetto credo che sia illuminate l’esperienza del Giappone, soprattutto per il rapporto tra il vecchio e il nuovo. La nostra modernità ha vissuto la rottura dei confronti dell’antico, e per noi essere moderni significa rifiutare il passato. In Giappone non è così. Anche i giapponesi hanno un’estrema attenzione alla novità, anzi, direi che ne sono avidi. Però la novità, quando arriva non si pone in conflitto con il passato, c’è invece un fenomeno di giustapposizione: il nuovo rimane accanto all’antico. Questo è molto evidente soprattutto nell’arte. Il Giappone si apre al mondo nel 1868, con la restaurazione Meiji e a partire da quel momento viene introdotta la pittura di tipo occidentale. Loro avevano già una loro tradizione autonoma, nell’ambito della calligrafia, delle incisioni, delle immagini del mondo fluttuante, ecc. E nel momento in cui arriva la pittura occidentale, questa viene posta affianco a quella tradizionale e viene interpretata semplicemente come un’altra categoria. Alla fine tutt’e due procedono autonomamente.


Cioè, così come nell’ambito religioso il Giappone vive un politeismo e un sincretismo, in quello artistico le nuove forme espressive si assommano alle precedenti?


Esattamente. Quando arrivano le installazioni in occidente negli anni ’50 e ’60, anche i giapponesi fanno la stessa cosa, però si creano, appunto, un’altra categoria autonoma. Quindi siamo di fronte ad un fenomeno di giustapposizione, in cui le cose precedenti non vengono superate. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui in occidente si vive una frenesia del nuovo e un rumore di fondo che porta tutto sommato ad una nuova sensologia, dove è tutto è già sentito e dove è difficile esperimentare e azzardare veramente il nuovo .


Ma qual è la vera rottura che ha vissuto l’occidente o cosa non ha vissuto l’oriente ? Forse, in Giappone e nell’oriente in generale è mancata la secolarizzazione, la percezione del senso lineare della storia e l’idea di progresso?


Come le dicevo in Giappone si desidera e si cerca il nuovo, c’è la passione per la novità ma forse questo non è vissuto e sentito come progressismo. Del resto la storia giapponese è caratterizzata da una incredibile continuità. Quella che è mancata è stata la rottura e la grande crisi occidentale delle invasioni barbariche. In Giappone, l’imperatore attuale è il 126° di una sola dinastia. Il primo risale a circa 2000 anni fa. E’ come se noi fossimo ancora nell’impero romano, capisce? Certo il Giappone è cambiato e si è rinnovato tantissimo, ma un senso di continuità è rimasto ed è rappresentato dalla dinastia imperiale.


Cioè, la continuità dell’autorità, dell’ordine?


No. Perché grossomodo dal 1192 in poi l’imperatore conta assi poco. Si instaura un potere militare dello shogun detto anche bakufu o potere della tenda. E questo potere si è conservato, appunto, fino al 1868, in cui i Samurai di basso rango si ribellarono al potere dello shogunato e ristabilirono il potere dell’imperatore, abolendo cioè le classi sociali, in modo tale che di fronte all’imperatore tutti fossero uguali. Quindi siamo di fronte ad una democrazia molto strana. Tant’è vero che gli studiosi ancora discutono sulla valenza politica del 1868, cos’è stato: una rivoluzione o una restaurazione? Certo si è verificato un profondo mutamento.


E comunque, non dobbiamo accostarci a questo mondo con la pretesa di comprenderlo attraverso delle categorie esclusivamente occidentali?


Attraverso il Giappone, la sua storia, la sua cultura e i suoi riti religiosi, ho capito che c’è una forma di modernità che non è necessariamente portata alla distruzione di tutto quello che c’era prima.


Questo suo interesse per una modernità altra da quella occidentale strutturata sulla distruzione del precedente può essere presa come una prosecuzione ancor una volta di un’intuizione di Benjamin, quella cioè che il diritto è per sua natura violento perché si basa su un ordine imposto con la forza distruggendo l’ordine precedente?


Beh, anche in Giappone c’è stata moltissima violenza, ma nella sua cultura tuttora pulsa un’apertura verso la novità. Questa visione della vita e del mondo fu sperimentata anche in epoca romana. I Romani quando conquistavano un altro popolo ne recepivano il Dio e lo inglobavano nel loro pantheon. Lo stesso Rudolph Jhering, studioso del dritto romano dell’ottocento, metteva in evidenza questa elasticità del diritto Romano. E’ in questa capacità di assorbire e mediare la novità che si spezza, il circolo diritto-violenza-forza di cui parlava prima.


Sarebbe quindi d’accordo con le tesi ribadite di recente da Massimo Cacciari, nel suo libricino La città, dove si sostiene che per il futuro è meglio ispirarsi ad un modello imperiale romano di convivenza basato su un diritto accogliente e universale, piuttosto che ad un modello greco dove le poleis sono in costante conflitto tra loro?


Mi trovo perfettamente in linea con questa interpretazione e questo auspicio. Questa, per altro è stata la grande strategia di diffusione del cattolicesimo operata dai Gesuiti, che nelle loro missioni si adattavano alle situazioni locali. Il successo che hanno avuto, per esempio, in Cina è dovuto probabilmente a questo atteggiamento. Ma è stata anche la causa della sua rovina.


Il suo interesse per il Giappone era condiviso anche da uno studioso di Hegel come Kojève che vedeva nel paese del Sol Levante, che si è ”deliberatamente protetto dalla storia per tre secoli”, un esempio che permette di prevedere il nostro futuro. Solo che nello stile di vita giapponese, così astratto e formale, Kojève intravedeva anche dei limiti e degli eccessi, come lo snobismo.


Il Giappone, effettivamente, presenta ancora dei problemi. E’ una società in cui chi svolge un ruolo attivo, chi lavora è molto legato, non ha tempo per sé, e vive in regime di vita insostenibile per le nostra società. E c’è poi anche un eccesso di formalismo, perché è difficile avere un rapporto diretto con qualcuno se non si è stati prima presentati. Per esempio, se lei volesse fare una festa in Giappone, i suoi invitati le chiederanno sicuramente chi c’è, perché non vogliono trovarsi in imbarazzo di fronte a qualcuno che fa parte di un altro ambiente. Questo certamente è il lato negativo della formalità. Ma il Giappone rimane, secondo me, un interessante modello di modernità diversa, per dirla in breve, da quella americana.


In tutto questo, sarebbe banale dire, che il silenzio si presenta come la condizione necessaria sia per riscoprire la dimensione universale del proprio corpo e dei riti, di cui la nostra cultura mantiene ancora alcune tracce, ma anche di cominciare a prestare attenzione ai modelli di universalità e di modernità concretati dalle altre culture?


Certo, sarebbe il caso di cominciare a vivere in uno stato di sospensione nei confronti del mondo utilitario. D’altra parte la parola epoché, ripresa da Husserl, è parte integrante della nostra tradizione.


Per passare a questioni più di casa nostra, Lei di recente ha criticato la comunicazione perché lo ritiene un mezzo che confonde, contraddittorio, opposto alla conoscenza e nemico delle idee. Che relazione c’è tra il suo modo di vedere la comunicazione e il silenzio? Una comunicazione così intesa genera anche quella dimensione del “post silenzio”, di cui le parla in Del sentire, dove il già sentito, l’abitudine al già ascoltato costituisce il sottofondo ideale perché parli una voce sola, che sia quella impercettibile dell’ideologia o quella carismatica del capo in una dittatura?


Direi, forse più semplicemente, che la comunicazione può far sparire la dimensione critica per eccesso di parola. Però ho qualche dubbio, che oggi esista ancora un potere carismatico. Nel senso che il consenso, si crea non tanto sull’ammirazione, quanto sull’identificazione dal basso. Intendo dire che oggi vogliamo dei governanti che si possano disprezzare, che non siano superiori alla persona più comune. E’ quindi una forma di creazione del consenso molto diversa dal carisma su cui si sono costruite le dittature del novecento.


Quindi è un processo diametralmente opposto?


Si, o almeno io ho questo sospetto. Non si vogliono più avere come capi delle persone che sono molto migliori di noi, che siano un esempio. Anzi vince chi più e meglio sa abbassarsi, chi conferma la mediocrità.


Per concludere, Lei ha parlato del Giappone e del mondo romano come due modelli di universalità e di modernità diversi da quelli che la cultura occidentale si trova ad abitare oggi. Ma nei suoi testi, soprattutto quelli Del sentire e Del sentire cattolico, lei ha indicato come modello alternativo al già sentito, all’impersonalità irresponsabile del sentire oggi, proprio il modello greco antico, dove il sentire era più libero e più aperto al nuovo?


Premettendo che ho fatto il liceo classico e che quindi sono immerso nell’antichità fin dalla’adolescenza, le confesso che io amo due paesi che sono nettamente diversi: il Brasile e il Giappone. L’impressione che ho avuto in entrambi è di entrare appunto nell’antichità, in qualcosa di ancora antico. La religione sia in Brasile sia in Giappone è una religione pagana, perché in entrambi siamo di fronte ad un tollerante sincretismo. Anche i rapporti tra le persone, sia in Brasile si in Giappone, sono estremamente gentili. In Brasile è famosa la cordialità e in Giappone la cortesia, l’inchino. Pensi che in Giappone mi è capitato di assistere ad un incidente tra due taxi, e quando sono usciti i due tassisti la prima cosa che hanno fatto è stata un quantità infinita di inchini. Ora riesce a immaginarsi una cosa simile a Roma? Questo è solo un esempio, ma mi sembra alquanto sintomatico e significativo dell’importanza del rispetto formale, e di come si possano vivere e sentire i valori estetici dell’antichità oggi.


Un rispetto formale che era normale costume per gli antichi, che riservavano un ospitalità sacra allo straniero e in generale un attenzione rituale per l’altro?


Un’attenzione all’altro, esattamente. Cosa che oggi capita ben di rado, anzi direi, che per lo più capita esattamente il contrario.




 

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