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Nella Storia
linguistica dell'Italia unita, Lei quantificava
nell'1,4% la quota dei forestierismi non adattati presenti in italiano;
anche nel 1993, nel Lessico di frequenza dell'italiano parlato,
osservava come gli anglicismi fossero a un livello di minima significatività
statistica. Giuseppe Antonelli ha recentemente calcolato, sulla base del
GRADIT, che gli anglicismi introdotti nella nostra lingua dal 1990 al
2003 sono più di 1.400, cioè quasi un terzo di quelli entrati nel corso
della storia dell'italiano. Questo significa che la situazione è cambiata in
modo radicale?
Dobbiamo sempre ben distinguere tra
presenza di un qualsiasi fenomeno nell'inventario potenziale di una lingua e
presenza nei testi e discorsi. Nel GRADIT, che Lei
gentilmente cita, gli esotismi non adattati sono circa 10.000: dunque circa
il 4% dei 250.000 lemmi registrati. Ma la loro effettiva presenza nei testi,
fastidiosa ed eccessiva o no che sia, è enormemente più bassa, come si vede
ad esempio dai dati del Lessico dell'italiano parlato, dove,
tra l'altro, l'esotismo statisticamente principe è okay, e
come del resto si vede dalle liste del vocabolario di base (il vocabolario
fondamentale e di più alta frequenza) in cui, a parte sport
e bar, gli esotismi non adattati si contano sulle punte
delle dita.Certamente i dati GRADIT ci consentono di dire in
modo non impressionistico che tra le fonti di nuovi esotismi l'inglese ha da
oltre trent’anni il primato su ogni altra lingua.
Dunque l'allarme per
l'invasione degli anglicismi resta ingiustificato?
Ma vede, credo che la libertà di
allarme sia un diritto umano primario. Non la negherei a nessuno. In fatto
di lingua, personalmente, più che dagli anglismi o altri xenismi, sono
allarmato da varie cose: dall'assai basso livello di conoscenza di lingue
straniere nel confronto internazionale (sulla importanza di una buona
conoscenza per usare in modo fine le parole della lingua nativa insisteva
già Leopardi); oppure da un dato che forse dovrebbe preoccupare anche più
largamente: alle indagini osservative di cui disponiamo risulta che più del
90% delle persone sa ormai usare l'italiano nel parlato, ma due terzi hanno
difficoltà nella lettura e scrittura e metà di questi è a rischio di
ripiombare nell'analfabetismo totale. Che italiano parleranno e parlano i
due terzi o il terzo? Ogni lingua di società complesse esige certamente un
retroterra di cultura intellettuale più ricco di quello nostro attuale e
questo vale ancor più per lingue di antica e dominante tradizione scritta e
di morfologia complicata, resa anomala dalle rilatinizzazioni, come è
l'italiano. Questi mi paiono fenomeni più minacciosi e profondi rispetto
all'esibizione di qualche anglismo di troppo.
Nel 1987, nella Presentazione al Dizionario
degli anglicismi nell'italiano postunitario di Gaetano Rando, Luca Serianni
affermava che alla consistente penetrazione dell'inglese nei settori
tecnico-scientifici non corrispondesse un analogo primato nella lingua della
conversazione tra persone colte e in quella familiare. Cosa è cambiato nel
frattempo?
Direi che Serianni vedeva bene allora e
che le cose non sono molto cambiate, come ho accennato già nella prima
risposta. Solo un esempio tra mille: giorni fa ho partecipato per un'intera
mattina a un interessante convegno sull'educazione degli adulti, hanno
parlato decine di persone, si è parlato molto di istruzione e educazione
lungo tutta la vita. Bene, nessuno ha mai detto long-life learnig, e sarebbe
stato un anglismo giustificato dal largo uso tecnico internazionale.
Se negli anni Cinquanta la
televisione ha insegnato l'italiano agli italiani, oggi sembra voler
insegnare loro l'inglese. Quali effetti provoca nella lingua comune
l'atteggiamento anglofilo dei grandi mezzi di comunicazione?
Magari insegnasse l'inglese davvero.
Insegna, in titoli di trasmissioni e di sue articolazioni, l'esibizione
sciocca e inutile di qualche anglismo, come educational per educativo. Del
resto, anche come ministro, ho protestato in Parlamento contro queste
ridicolaggini, il question time, per le interrogazioni urgenti, o il Welfare
del ministro Maroni. Ha da passà a nuttata.
Molti settori della comunicazione scientifica
(fisica, medicina) trovano nell'inglese la principale fonte di rinnovamento
neologico. Ciò è dovuto solo al primato scientifico-tecnologico dei paesi
anglosassoni oppure anche all'incapacità dell'italiano di rinnovarsi
attraverso elementi endogeni?
Tanto lavoro di ricerca nei campi più
diversi nasce e si sviluppa in inglese, a opera di anglofoni nativi o di
studiosi d'altra lingua nativa che usano l'inglese nella comunicazione
scientifica. È ovvio che nuovi termini tecnici o nuove accezioni nascano in
inglese. Nelle altre lingue si ricorre a prestiti grezzi o adattati e a
calchi. In generale nelle sedi più qualificate gli anglismi grezzi cedono il
passo a parole italiane equivalenti, se e dove ci sono. Spesso poi gli
anglismi, come ad esempio attractor, sono latinismi che, adattati,
rifluiscono in italiano senza problemi. Ma la sostituzione per calco o
adattamento avviene anche (fu osservato a suo tempo per le parole di molti
sport) se i significati da trasmettere sono molto diffusi.
L'avvento di internet ha favorito, nell'ultimo
decennio, l'ingresso di molti anglicismi. È stato osservato, però, che il
lessico dell'informatica mostra i segni di una progressiva italianizzazione
(ad esempio nella diffusione di allegato in luogo di attachment o di
pennetta in luogo di pen-drive). Come si giustifica tale inversione di
tendenza?
Con le considerazioni svolte prima.
Parecchi anni fa, del resto, mi accadde di studiare proprio gli anglismi
informatici: spesseggiano nelle pubblicità dei computer, già nei manuali di
istruzione si fanno più rari, scompaiono quasi nelle trattazioni
tecnicoscientifiche specialistiche. Dietro c'è un fatto più generale, che
gli anglofobi pare capiscano poco: l'abuso di tecnicismi e parole poco note
(esotismi o no) appartiene alle fasce culturalmente basse dei locutori, a
quelli che a Napoli chiamiamo mezze calzette.
In un recente convegno (Che fine fanno i
neologismi? - Accademia dei Lincei, 20 maggio 2005), Lei ha osservato che
una giusta valutazione dei neologismi deve tener conto anche della rapidità
di obsolescenza delle parole. Tra i neologismi che escono rapidamente
dall'uso, è alta la quota degli anglicismi?
Non ho detto proprio questo, ho
detto che la innovatività permanente che caratterizza le lingue
storico-naturali si sostanzia tanto delle innovazioni lessicali e delle
neosemie quanto nella obsolescenza di lessemi e di accezioni. Certo,
l'obsolescenza colpisce anche parole che appena ieri erano nuove,
neologismi. Nello stesso convegno, e poi in “Lingua e stile”, Vittorio
Coletti ha dedicato a questi casi una particolare attenzione.
Le preoccupazioni di molti
linguisti riguardano il fatto che oggi il flusso più abbondante di termini
stranieri non riguarda prestiti di necessità come in passato, ma prestiti di
lusso (monitor, abstract) oppure calchi semantici che non sarebbero
indispensabili (imputare 'inserire dati', domestico 'nazionale', realizzare
'capire'). Ciò dipende solo dal prestigio dell'inglese o anche
dall'atteggiamento di inerzia del parlante italiano?
Bisogna studiare i singoli casi. Non
saprei come sostituire, ormai, monitor, mentre è ovvia la sostituzione
possibile di abstract e domestico mi pare un errore. Se alcuni sono inerti,
altri, per esempio l’“intellettuale collettivo” di Wikipedia, sono alacri
nel trovare buone soluzioni, e non sono accademici della lingua con feluche
e marsine accademiche, ma persone normali, come Lei e me, che vivono nel
mondo e non fuori.
Il fenomeno degli pseudoanglicismi (parole che
in inglese non esistono o hanno un significato diverso, come slip, smoking,
anti-doping) è un sintomo della vitalità dell'italiano o della difficoltà a
imparare correttamente l'inglese?
C'è della fantasia innovativa dei
frequentatori di alcuni linguaggi speciali (moda, sport, abbigliamento) e
c'è anche la scarsa dimestichezza con lingue straniere, inglese compreso, di
cui prima parlavo. Del resto non mancano nemmeno gli pseudolatinismi come
una tantum, cui uno sciagurato ministro un po’ ignorante ha cercato di
aggiungere un’una pocum (dico pocum).
Nel 1987 Arrigo Castellani
proponeva di adattare tutte le parole straniere non compatibili con la
struttura dell'italiano (fubbia per smog, intrèdima per week-end). Oggi, gli
autori di Italiano-Inglese 1 a 1, Claudio Giovanardi e Riccardo Gualdo,
avanzano delle proposte operative di sostituzione (giallino per post-it,
bipolare per bipartisan) basate su una serie di parametri che tengono conto
anche della storia della parola e del suo grado di penetrazione nella lingua
comune. Quale dovrebbe essere il ruolo degli intellettuali e, in maniera
specifica, dei linguisti?
Migliorini, a suo tempo, fu un felice
inventore di alcune soluzioni sostitutive di esotismi che i parlanti hanno
accettato. L'ultima parola, ripeto, spetta a loro.
Nel 2001 il disegno di legge 993 progettava
l'istituzione di un ‘Consiglio superiore della lingua italiana’. Di là dalle
polemiche suscitate dalla proposta di compilare una grammatica e un
dizionario ufficiali, qual è la sua opinione sulla creazione di un organismo
di questo genere?
Non ne vedo l'utilità dal punto di vista
dell'interesse generale del paese, se l'organismo è ben concepito. Se poi è
mal pensato, vedo pericoli e danni.
La politica scolastica
dell'attuale governo è basata sulle celebri “tre i”: inglese, informatica,
impresa. Non si sente la mancanza di una quarta “i”, quella di italiano?
Mi pare che nella realtà lo slogan non
abbia avuto attuazione: le ore di inglese sono state drasticamente
diminuite, il collegamento in rete delle classi e delle scuole è di là da
venire (salvo interventi locali, come quello del Comune a Roma) e lascio
volentieri ad altri ciò che riguarda lo stato delle nostre imprese. Certo,
tra l'altro, nello slogan che condensava la politica scolastica dell'attuale
maggioranza mancava la "i" di italiano. E anche questo spinge a guardare con
qualche diffidenza gli improvvisi innamoramenti per organismi che dovrebbero
metterci le braghe e farci parlare italiano a modo dei preposti del
Consiglio.
È possibile che la lingua
italiana torni a godere di un maggiore prestigio presso i parlanti,
soppiantando il predominio dell'inglese? Quali condizioni dovrebbero
verificarsi?
La Sua domanda fa pensare che qui tutti
parlino inglese e che il povero italiano sia reietto. Donde trae tale
immagine delle cose? Il miglioramento delle conoscenze di lingue straniere
in giro per il mondo va di pari passo con un più diffuso buon uso della
lingua nativa e l'uno e l'altro fatto presuppongono un buon investimento
(che non c'è) in più alti livelli di istruzione mediosuperiore (che non
abbiamo), in biblioteche di pubblica lettura (che mancano).
In Francia e in Spagna, dove
la tutela della lingua nazionale è affidata a organismi governativi,
l'ingresso di anglicismi è nettamente inferiore rispetto all'Italia. Quali
sono le ragioni storiche del diverso atteggiamento del nostro Paese?
La Spagna è rimasta a lungo isolata dal
contesto internazionale, soffocata dal fascismo franchista. Negli anni più
recenti, tornata libera e colloquiante col mondo la nazione, anche la sua
lingua è entratata in movimento, come mostrano ad esempio gli studi
aggiornati di Manuel Leco. Ovviamente diverso era già da prima il caso dello
spagnolo americano. Quanto alla Francia, la consultazione del Robert a me dà
dati diversi e non mi pare che la legge Toubon abbia dato grandi risultati.
Per quel che mi capita vedere studiando gli internazionalismi incipienti,
spesso di matrice inglese, nell'accoglierli il francese è un passo indietro
al tedesco e un passo avanti rispetto all'italiano. Ma non ho statistiche
precise.
Infine, una domanda a Tullio
De Mauro negli abiti del parlante e non in quelli dello studioso: nella
conversazione quotidiana, in quale misura fa uso di anglicismi?
Direi pochino, my dear, ma non al punto di
chiamare computiere il computer e barro il bar.
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