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Prof.
Bloom, Lei crede che l'apprendimento attraverso i media possa
integrare l'apprendimento tradizionale attraverso la lettura dei libri
di testo? O queste due forme, da un punto di vista cognitivo, sono
destinate a entrare in conflitto?
E' un'integrazione difficile - anche se, dopo tutto, qui per esempio
sto parlando alla televisione - perché questo mezzo, come ormai
sappiamo bene, lavora contro l'esperienza della lettura. L'esperienza
della lettura è altamente solitaria, cognitiva, implica in ogni punto
immense difficoltà che devono essere superate, è qualcosa che vi porta
continuamente a combattere le resistenze del vostro io, resistenze che
imparate sia implicitamente che esplicitamente a superare per arrivare
a leggere bene; mentre sempre più l'esperienza del vedere - dei
fotogrammi in movimento o una scena di strada, un tramonto oppure uno
schermo televisivo - è l'antitesi, la negazione totale di quel che
facciamo quando leggiamo in modo approfondito. Tuttavia c'è una ironia
palpabile in quello che dico, dato che in questo momento parlo
attraverso uno schermo.
Anche parlando ai giovani, invitandoli a leggere, per esempio?
Invitandoli a leggere, ma dicendo loro che o leggeranno oppure
moriranno. Vale a dire, che altrimenti sperimenteranno una specie di
morte nella vita. Questo, in fin dei conti, è ciò di cui trattano
Dante e Shakespeare, e ciò che Dante e Shakespeare combattono - è
l'onere schiacciante di ogni grandissimo scrittore occidentale - e
sono sicuro anche degli scrittori orientali, sebbene, ovviamente, non
li conosca altrettanto bene; ma tutti, da scrittori come Montale fino
a Wallace Stevens, hanno a che fare con quel che uno scrittore
orientale considerava una benedizione, e cioè più vita, più vitalità.
Non vi vitalizzate se non leggete, perché è molto difficile
distinguere tra l'esperienza della lettura e l'esperienza del pensare.
Esse sono essenzialmente, così credo, la stessa esperienza, di fatto.
Così come non si possono separare pensare e ricordare, così come la
memoria è, credo, l'elemento più importante nel processo cognitivo,
così il ricordare, la memoria, è l'elemento più importante nel
processo della lettura. C'è alla fine una specie di straordinaria
unità, una identità, una identità virtuale, tra la memoria attiva, la
lettura e la cognizione, e penso che ogni individuo dipenda proprio da
questa densità virtuale, da questa unità, o quasi identità. E, se non
leggerete, se non leggerete in modo profondo, e se non lo farete per
l'intera vita, allora vi farete del male, insomma, vi distruggerete.
Nell'era della televisione, Dante o Shakespeare possono rimanere dei
punti di riferimento condivisi?
Nulla oscurerà il valore preminente di Dante o di Shakespeare o di
Milton. Nulla li terrà fuori da ogni nuova generazione che viene su,
in America o in Italia o in qualsiasi altro paese. I giovani lettori,
a dispetto di tutti gli impedimenti, a dispetto dello schermo
televisivo gigante che li fissa dall'alto e da ogni lato, a dispetto
di tutti i tipi di politiche che vengono scaricati loro addosso, o di
tutti i tipi di sensi di colpa sociali irrilevanti, leggeranno; nulla
di tutto ciò terrà i giovani uomini e le giovani donne lontani o
lontane dal commercio appassionato con i grandi testi. E alla fine,
nello stesso modo in cui devi fare una scelta tra amici e tra
conoscenti - nessuno di noi può avere una relazione stretta con
qualunque persona incontriamo nel corso della nostra vita quotidiana -
eviti la folla e continui a funzionare scegliendo; e si tratta di un
processo sia implicito che esplicito, come l'innamorarsi che,
ovviamente, è un processo in gran parte implicito, sebbene con
conseguenze esplicite. Questa questione, come l'intera questione
dell'innamorarsi, è legata strettamente al perché in fin dei conti uno
scelga di impiegare il proprio tempo a leggere Shakespeare e Dante
invece che scrittori di livello minore. Scegliete quello che vi sfida
di più. "Scegliete", come disse magnificamente Coleridge, "quel che vi
trova". E, in fin dei conti, saranno Dante e Shakespeare a trovarvi.
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