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Simona Mulazzani, tu sei un’illustratrice che
ha lavorato principalmente nell’ambito della narrativa, ma hai anche
fatto delle ‘incursioni’ nel campo della divulgazione. Una occasione
tra queste ti è stata offerta dalla Treccani per la quale hai
illustrato, nel volume dedicato ai più piccoli, il capitolo sulla
botanica.
A tuo parere esistono differenze tra illustrare una storia e
illustrare un’opera di divulgazione?
Sì, a mio giudizio. E nel mio caso particolare, di solito incontro
maggiori difficoltà nell’illustrare un’opera scientifica perché non
sempre riesco a trovare l’immagine giusta. Quando si illustra la
divulgazione si va a parlare di cose vere e quindi, almeno per quello
che mi riguarda, non sempre mi è facile trovare un appiglio nel testo
che mi dia la possibilità di creare un’immagine che sia tutta mia,
frutto della mia immaginazione.
Nei racconti, invece, riesco più facilmente a trovare lo spunto per
inventare un’immagine che racconti qualcosa che il testo non dice. Va
detto, comunque, che questa difficoltà si può incontrare anche
nell’ambito della narrativa. Quando le storie stesse sono troppo
realistiche, per esempio. Anche in quel caso fatico a trovare il mio
racconto per immagini.
Mi mettono in soggezione i testi che narrano di argomenti troppo
realistici. A questo proposito ricordo di aver lavorato per la
rivista“Telema” che si occupa di comunicazione o per l’università di
Udine a proposito di un tema di attualità, le pari opportunità. In
entrambi i casi, viste le mie perplessità iniziali, fortunatamente la
committenza mi ha dato carta bianca, dicendomi che avrei dovuto
esclusivamente seguire la mia ispirazione nel leggere il testo. Mi
sono di nuovo sentita libera e quello che ho disegnato mi ha
soddisfatto ed è stato capito e apprezzato.
Come hai organizzato il tuo lavoro per illustrare il capitolo dedicato
alle piante nel I volume della Treccani per i ragazzi? E quale è stato
il tuo modo di creare una sequenza di illustrazioni legate a un testo
di divulgazione?
In una fase preliminare di lavoro, la redazione della Treccani mi ha
consigliato di usare un tono, un registro, che fosse anche un po’
divertente, considerato soprattutto il fatto che l’età di riferimento
dei lettori oscilla dagli otto agli undici anni. Ma ciò nonostante ho
incontrato parecchie difficoltà, in particolare rispetto alle
descrizioni molto tecniche, che non mi lasciavano grande spazio di
invenzione.
Questo è potuto accadere nonostante il fatto che gli autori dei
testi abbiano programmaticamente tenuto presente che raccontare la
Scienza ai bambini doveva necessariamente passare attraverso un
linguaggio che fosse semplice, chiaro ma, in primo luogo e soprattutto,
narrativo?
In un certo senso, sì. Dopo le prime perplessità iniziali, però ho
capito che anche io avrei dovuto trovare un registro narrativo e non
solo descrittivo. Non dovevo cedere alla tentazione di attenermi
troppo al testo. Dovevo cercare di essere leggera e di trovare spazi
in cui dare libero sfogo a soluzioni che fossero anche divertenti e
spiritose con il fine di attirare la curiosità del piccolo lettore.
Tuttavia penso che quando il lettore cresce il tipo di immagine debba
cambiare. Credo che, accanto al disegno, debba fare la sua comparsa la
fotografia. Un bambino col crescere, a mio modo di vedere, ha bisogno
di vedere le cose come sono veramente e allora il disegno diventa più
fedele alla realtà ed è per questo che a esso si affianca la
fotografia. Con il crescere non ci si accontenta più di come
l’illustratore ha immaginato o interpretato il mondo. Spesso
incontrando bambini più grandi mi sono sentita dire: “sì, tu disegni
bene, ma non fai le cose come sono veramente, le fai tutte un po’
storte…”. Evidentemente a una certa età nei bambini nasce l’esigenza
di conoscere il mondo attraverso la sua ‘faccia’ reale. Ed è per
questo che ho dei dubbi che il mio modo di illustrare possa essere
adatto a un testo divulgativo per ragazzi più grandi. Inoltre, assai
di rado mi è capitato di vedere i miei disegni affiancati a immagini
fotografiche. C’è da dire anche che fotografia e disegno sono da
considerare due linguaggi figurativi molto diversi e la loro
coesistenza armoniosa su una stessa pagina si deve principalmente alle
buone capacità del grafico.
Cambiamo registro ed entriamo in un mondo forse a te più congeniale:
la narrativa.
Quando un illustratore è di fronte a un’opera di narrativa può
decidere in che rapporto porre il suo racconto per immagini rispetto
al testo scritto. L’immagine può dipendere in tutto e per tutto da
quanto narrato con le parole, oppure le immagini possono raccontare,
alludere a quanto il testo non dice. Oppure possono essere a tal punto
autonome dalla narrazione che ne producono una versione alternativa,
come se l’illustratore decidesse di raccontare la sua versione dei
fatti.
Tu quando illustri una storia quali di queste tre soluzioni di solito
adotti?
A me piacerebbe raccontare per immagini e non essere solo
descrittiva. Vorrei non essere troppo legata a quanto è detto nel
testo, ma anche in questo caso è spesso l’editore che ti chiede di
attenerti a quanto scritto nella storia. A me piace soprattutto
cercare nel racconto un’atmosfera e, una volta trovata, riprodurla
nei miei disegni.
In questo senso, un racconto più di un altro può piacerti e suggerirti
un immaginario a te più consono e quindi il tuo disegno essere più
libero e meno descrittivo.
Certamente, ma quanto raccontato nel testo rimane per me comunque
fondamentale: talvolta la descrizione fatta a parole per me diventa un
aiuto. Nel seguire e immaginare quanto descritto dall’autore riesco
alla fine a trovare il mio disegno, la mia sigla.
Adesso però mi capita sempre più di frequente di sentirmi costretta
dall’editore sulla scelta dei disegni. Anche se mi conoscono da anni,
e apprezzano il mio stile, ora mettono bocca addirittura
sull’impostazione del disegno e sul colore. Prima la nostra libertà
era molto maggiore.
E quando l’opera di narrativa è un classico e quindi porta con sé, ha
alle sue spalle, una già lunga tradizione iconografica per un
illustratore è più difficile trovare il proprio segno? Quanto si è
influenzati da chi prima di te ha illustrato quella storia? Tu, per
esempio, hai illustrato Storie proprio così di Kipling. Le tue tavole
colorate si alternano ai disegni in bianco e nero dell’autore. Quanto
ti hanno condizionato?
Nel caso di Kipling non mi sono sentita in soggezione e neppure
condizionata. La mia illustrazione ha viaggiato parallelamente a
quella, peraltro molto diversa, di Kipling che ha corredato i suoi
racconti, per l’appunto, con disegni in bianco e nero, di grande
delicatezza. Tutta un’altra cosa dai miei acrilici. Molto diverso
sarebbe se mi dovessi confrontare con altri classici che invece hanno
una tradizione illustrativa ben più ingombrante. Penso a Pinocchio.
Credo che non illustrerò mai un Pinocchio: oramai è stato detto e
fatto tutto su di lui. Lo hanno illustrato in tantissimi, lo hanno
fatto diventare un cartone animato, gli hanno dato più volte un viso
in carne e ossa al cinema e alla televisione. Credo che non esista più
un immaginario su Pinocchio. Negli occhi dei bambini c’è già tutto
quello su cui si poteva fantasticare, direi.
Dopo tutto quello che abbiamo detto, mi sorge spontanea una domanda
che è conclusiva di questa nostra breve chiacchierata sul mondo
dell’illustrazione. La faccio a te che sei, per così dire, dall’altra
parte del libro. Se le immagini sono, come abbiamo detto, uno dei
tanti linguaggi che l’uomo ha a sua disposizione per narrare e
narrarsi, perché a un certo punto esse scompaiono dai libri? Perché un
romanzo di Melville perde il suo baleniere quando viene pubblicato per
gli adulti?
Purtroppo succede. Non è giusto perché la bellezza in sé di un
libro illustrato dovrebbe essere a disposizione di tutti. Ma non è
così. È curioso ma anche tra gli intellettuali spesso ho sentito fare
discorsi nei quali l’immagine viene dimenticata o semplicemente non
vista. Più di una volta ho sentito recensire libri illustrati senza
che venisse neanche nominato l’illustratore… È molto triste per noi
illustratori.
Salutiamoci allora con l’augurio che nel futuro il mondo
dell’illustrazione nei libri non sia solo rivolto ai piccoli ma che
accompagni il percorso di crescita e di maturazione di ogni individuo
e gli suggerisca l’esistenza per sempre di molti altri mondi
immaginari.
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