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Perché tanta attenzione alla lingua, professor
Serianni?
«In Inghilterra, dove è molto diffusa, la chiamano
"fedeltàlinguistica". Da noi si riteneva che l'attaccamento di solito
manifestato da una comunità nei confronti della propria lingua fosse
scarsissimo. E invece dobbiamo ricrederci. Qualche anno fa il libro di
Bice Mortara Garavelli non sulla lingua, e neanche sulla grammatica,
ma sulla punteggiatura, ha ricevuto fior di recensioni e ha venduto al
di là di ogni previsione».
A cosa è dovuta questa effervescenza?
«Al fondo civedo un'aspirazione normativa. Si vuol sapere l'uso
corretto di una forma. Poi il linguista risponde in termini storici,
problematici. Generando spesso delusione».
Chissà quante volte le avranno chiesto un parere sul declino del
congiuntivo.
«Lì vado sul sicuro. Il congiuntivo non è affatto morto. Un mio
collega, Giuseppe Antonelli, ha adottato l'espressione "temperatura
percepita". Sembra che faccia un freddo terribile e invece il
termometro non
va sotto Io zero. Sembra che il congiuntivo stia sparendo, ma tutte le
indagini, persino quelle sulla lingua parlata, attestano, per esempio,
che dopo il verbo spero il congiuntivo viene adoperato dalla quasi
totalità del campione: spero che tu venga, spero che tu stia bene».
Da qui si può dedurre che l'uso dell'italiano non sia tanto sciatto
quanto si dice?
«Distinguerei fra lingua parlata e lingua scritta. La prima circola
ormai diffusamente. Non abbiamo mai avuto nella storia d'Italia tanti
italofoni. E per ottenere questo risultato conviene pagare il prezzo
di una certa semplificazione nelle strutture grammaticali. Ma tenga
conto che il buon parlante non è colui che parla come un libro, ma
colui che sa alternare, a seconda delle circostanze, una lingua ricca
a una lingua semplificata».
E la lingua scritta?
«Il discorso è complesso. Non esiste più una lingua della letteratura,
ed è la prima volta nella nostra storia. Gli scrittori tutto si
propongono fuorché di essere modello. Ora occupano i diversi livelli
della stratificazione linguistica e si riferiscono prevalentemente al
parlato. La terza parola che compare in Come Dio comanda, il romanzo
di Niccolò Ammaniti che ha vinto lo Strega, è 'cazzo". È invece
migliorata rispetto al passato la "lingua pubblica", la lingua della
burocrazia. Le istruzioni di un medicinale, poi, sono generalmente più
leggibili. Una regressione si avverte, viceversa, per la lingua
scritta della scuola».
Cosa non va?
«Intanto la scrittura non è più uno dei fulcri della scuola. E poi si
è allentato quel controllo che invece sarebbe necessario».
Torniamo alla matita blu?
«Sono venute meno le sanzioni. Prenda una questione apparentemente
marginale: sta sparendo nella scrittura l'uso di andare a capo. I
compiti in classe sono dei blocchi compatti, senza scansione.
Viceversa si assisteaun recupero del passato remoto, fortemente
inculcato in nome dì criteri grammaticali ultratradizionalí».
E per quanto riguarda la competenza linguistica, la comprensione
delle parole?
«Tullio De Mauro insiste giustamente sui dati allarmanti
dell'analfabetismo di rítorno: un quaranta per cento di persone in
Italia fa fatica a cavarsela anche con frasi elementari. L'esperienza
mi dice che molti adolescenti scolarízzati hanno problemi con
dirimere, evincere, faceto, arguto. Un'attesa dubbiosa, poi, li coglie
di fronte all'alternativa: legislazione o legislatura?».
La situazione peggiora?
«Se facciamo un raffronto con vent'anni fa vediamo segnali
preoccupanti. Non poter capire il contenuto di un editoriale su un
quotidiano impedisce di avere una visione ampia del mondo».
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Qualcuno darebbe la colpa alla lingua sincopata degli sms.
«E farebbe una sciocchezza. Gli sms abituano a scrivere molto e a fare
i conti con Io spazio».
Quanto resiste l'italiano ai forestierismi?
«Il francese o lo spagnolo importano meno termini stranieri. Ma questo
dipende dalla storia linguistica nostra e di quei paesi. Andando nel
terreno minato dell'informatica, gli spagnoli usano ratón invece di
mouse. Ma in fondo in Italia continuiamo a dire memoria o allegato. Il
forestierismo è come il neologismo: se occupa uno spazio vuoto
resiste, altrimenti va in disuso».
Altrove si praticano interventi politici sulle lingue. In Germania
è stata semplificata l'ortografia. Da noi è possibile?
«Una politica per la lingua deve tendere ad alimentare la competenza
linguistica. Altra cosa è mirare a una certa igiene. Negli anni
Cinquanta il linguista Arrigo Castellani scrisse al Corriere della
sera invitandoli a usare sempre sopralluogo con due "I". Oggi farei
una battaglia per sé stesso, che bisogna scrivere con l'accento, a
differenza di quanto sì prescrive anche a scuola. L'accento l'hanno
sempre usato grandi firme come Oriana Fallaci o Pietro Citati. Che io
sappia fra i giornali lo adotta sistematicamente solo Famiglia
cristiana. Non farei una battaglia, perché non ne vale la pena, ma un
qualche impegno lo metterei per imporre l'accento sui nomi propri
sdruccioli. Altrimenti sbaglieremmo sempre quando dovessimo citare
A'lice, un piccolo paese in Piemonte, oppure Atena ín Campania».
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