L'EPOCA D'ORO DEL VIAGGIO A ISTANBUL

di Gianni Guadalupi 28 aprile 1996

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Stamboul, dont les chrétiens avaient peur: cantando il suo Oriente di stereotipi visto attraverso la lente deformante del romanticismo, Victor Hugo evocava con questo verso i tempi in cui la capitale ottomana era il centro propulsore di un impero che sembrava doversi espandere irreversibilmente, minacciando di inghiottire l'Europa cristiana. Una sorta di Cortina di Ferro all'insegna della mezzaluna iniziava poco a oriente di Trieste e tracciava un grande arco attraverso l'Ungheria, la Polonia e l'Ucraina per finire a ridosso del Caucaso.

I pochi occidentali che percorrevano quelle contrade o i mari circostanti per raggiungere Istanbul ne tornavano raramente, e appartenevano per lo più a due categorie: avventurieri che sognavano di far fortuna al servizio del Sultano, quasi sempre ingegneri militari e artiglieri dall'occhio sicuro, che si convertivano ben presto all"Islam e finivano i loro giorni quali governatori di una remota provincia turca, e prigionieri catturati nelle incursioni della cavalleria o della marina al di là dei confini, e destinati al servizio di pascià e boy; avere uno schiavo cristiano era uno status symbol assai apprezzato. Chi invece tornava a casa per raccontare mirabilia su quel mondo alieno erano i diplomatici accreditati dalle potenze cristiane presso la Sublime Porta, e il loro personale, segretari, interpreti, domestici; per quasi tre secoli costoro furono gli unici viaggiatori a visitare Costantinopoli, insieme ai mercanti, specie genovesi e veneziani i cui antenati già si erano arricchiti ai tempi degli splendori bizantini.

 


Nel Settecento qualcosa cambiò: da un lato l'impero ottomano in decadenza non faceva più paura; dall'altro nell'Europa colta si era diffusa la strana voga di un mondo islamico letterario un po" dolciastro e fasullo. Era iniziata con la traduzione delle Mille e Una Notte da parte di Galland, nel I704; e visto il successo del prototipo, era proseguita per tutto il secolo con una serie di falsi e di imitazioni, dai Mille e Un Giorno di Pétis de la Croix figlio (1710-12) ai Mille e Un Quarto d'Ora di Thomas Simon Gueulette (1712), ai Mille e Un Favore di Monorif (1751) alle Mille e Una Sera sempre di Gueulette (1765), per citarne solo alcuni. Fu questa specie di esaltazione per le ormai perdute e forse mai esistite dorate età degli emiri e dei califfi, in cui i narratori francesi e inglesi ambientavano vicende romanzesche per lo più libertine, a preparare la moda del viaggio in Oriente, i cui precursori furono intellettuali dei Lumi come Potocki e Volney.
Fino agli inizi dell'Ottocento, comunque, il viaggio a Costantinopoli fu una defatigante e costosa avventura solitaria, in balia dei venti per mare o dei briganti per terra. Chi s'imbarcava non solo non sapeva quando sarebbe arrivato, ma neanche quando sarebbe partito: bisognava aspettare il vento favorevole. Nel 1797 una missione francese bloccata da una bonaccia ai Dardanelli dovette attendere due mesi per toccare Istanbul; e una tempesta poteva trasformare il viaggio in tragedia. Per via di terra le cose non erano meno difficili: tappe estenuanti, locande abominevoli - quando c'erano -, febbri malariche, disprezzo e ostilità degli abitanti, rapine e brigantaggio. Ci voleva non solo coraggio, ma anche molto tempo e molto denaro: Volney prosciuga un'eredità, Chateaubriand e Lamartine spendono una fortuna.
E' il vapore a mutare radicalmente la situazione, insieme all'occupazione francese dell'Algeria che fa sparire la pirateria barbaresca. Le rotte mediterranee, ora sicure, cominciano ad essere solcate dai piroscafi. Prima del 1840 si stabiliscono due linee regolari dall'Occidente a Costantinopoli, per opera del Lloyd Austriaco partendo da Trieste, delle Messageries Francaises partendo da Marsiglia. Entrambe fanno scalo a Syra, piccola isola delle Cicladi che in quegli anni diventa la città più ricca e più popolata della Grecia. dal 1856 inizia la navigazione internazionale sul Danubio: partendo da Vienna, si può giungere nella capitale turca attraverso il Mar Nero.
Ma vapore significa anche ferrovia. Con un po di ritardo, nel 1883 la Compagnie Internationale des Wagons-Lits inaugura un treno che diverrà mitico, l'OrientExpress, che nei primi tempi deve ancora far scendere i passeggeri sul Danubio per compiere l'ultimo tratto in battello:, ma nel 1890 la sua trionfante locomotiva arriva finalmente quasi ai piedi del Serraglio, nel cuore di Istanbul. Sembrava il trionfo del progresso, ma qualche rischio si correva tuttora: un anno dopo banditi bulgari fermavano il treno e prendevano i passeggeri in ostaggio. E ancora nel 1929 l'OrientExpress fu sommerso da una tempesta di neve presso la frontiera turca, e i viaggiatori rischiarono di morire di freddo e di fame.
Avventure eccezionali a parte, l'avvento della macchina a vapore posata sulle onde o sui binari aveva ormai rivoluzionato la maniera di viaggiare, e creato il turismo moderno. Fertili ingegni come quello di Thornas Cook creavano le prime compagnie turistiche, offrendo il mondo a una classe media in rapida ascesa economica e desiderosa di novità e di esotismi, mentre altri imprenditori come César Ritz trasformavano il sistema alberghiero. Chi viaggiava nell'impero ottomano ai tempi eroici trovava ospitalità presso il console del suo paese o in qualche convento ortodosso, o dormiva sotto una tenda o un riparo di fortuna. A Pera, il sobborgo "europeo" di Costantinopoli, non C'erano che due alberghi vivacchianti a malapena sui pochi ospiti inglesi, russi e austriaci, tecnici o mercanti. Ma già nel 1846 un visitatore sbigottito si trovava di fronte, dopo una lunga assenza, non solo a diversi hotel dilusso, ma anche a negozi di abbigliamento, di profumi, di mobili, di chincaglierie, di pasticcerie, come quelli di Parigi. A sancire il fatto che il viaggio in Oriente è ormai un fenomeno largamente diffuso, ecco la pubblicazione delle prime guide, quella di Murray in Inghilterra nel 1840, quella di Quétin in Francia nel 1846.
Anche se non si può ancora parlare di turismo di massa, pochi anni dopo si levano i primi lamenti dei viaggiatori all'antica, Che non possono più praticare in pace il rito della Contemplazione del Monumento. Il più furibondo è Lotì, che nel 1892 vitupera la "spaventosa orda di imbecilli delle agenzie'', maledice "Cook e Cockesse" e le ferrovie grazie alle quali sono arrivati lì, tutti sopra i suoi piedi.
E nel 1923 Parrès deplora la costruzione di nuove strade: "i turisti verranno a sbadigliare dove il mio cuore batteva così forte...".
Nello stesso anno, con la caduta dell'impero ottomano, finiva quella che potremmo chiamare l'epoca d'oro del viaggio a Istanbul.