Presentazione:
Il XII secolo vede in Europa un vivace fermento di vita
intellettuale che si concentra intorno alle scuole cittadine. Se si
eccettuano le opere logiche, Aristotele non sarà assimilato che nel secolo
successivo. Di Platone si ha accesso diretto solo a un frammento del Timeo.
La creatività speculativa dei maestri si esercita dunque su un variegato
insieme di dottrine tutte di matrice neoplatonica, ma di un neoplatonismo
declinato in modi anche molto diversi, e il cui accordo con la dottrina
cristiana è sovente problematico: l'identificazione agostiniana di Dio ed
essere; la cosmologia timaica con la sua teoria delle forme, rilanciata
dalla Consolazione della filosofia di Boezio; la metafisica dell'uno e
l'emanatismo procliano, recepiti attraverso il Corpus Dionysianum e il Liber
de causis; la teologia metafisica e Ôscientifica' degli Opuscoli teologici
boeziani; quella negativa di Giovanni Scoto Eriugena; l'ermetismo, e altro
ancora. L'anonimo Libro dei ventiquattro filosofi e, di Alano di Lilla, le
Regole del diritto celeste e il Discorso sulla sfera intelligibile si
situano all'incrocio di tali molteplici influenze; testimoni del fatto che
slancio spirituale (tensione umana verso l'indiarsi) e passione per il
rigore del metodo possono non solo accompagnarsi ma anche sostenersi l'uno
all'altra.
(Il
libro dei ventiquattro filosofi).
Vi si narra di ventiquattro "maestri" che, convenuti per discutere di molti
problemi, rimasero con un'unica, ardua domanda: "Che cos'è Dio?". Si
concessero allora un intervallo di tempo per riflettere. Adunatisi di nuovo,
ciascuno propose una definizione di Dio. La celebre formula scoperta da
Alano è la seconda di esse. Ma l'anonimo trattato conia altre immagini
diventate classiche: "Dio è una monade che genera una monade e in sè
riflette un solo fuoco d'amore" (nr. 1). "Dio è principio senza principio,
processo senza mutamento, fine senza fine" (nr. 7). "Dio è colui il cui
potere non è numerato, il cui essere non è finito, la cui bontà non è
limitata" (nr. 10). "Dio è il solo che vive del pensiero di se stesso" (nr.
20). "Dio è colui che la mente conosce solo nell'ignoranza" (nr. 23).
Nell'insieme, le prime sette sentenze definiscono Dio in sè, le successive
fino alla ventesima lo determinano in relazione al mondo e le ultime quattro
in rapporto all'anima. I concetti impiegati non sono quelli della teologia
rivelata, ma scaturiscono piuttosto dalla teologia speculativa, di matrice
neoplatonica e neopitagorica, che servendosi di termini greco-pagani enuncia
verità intuitive circa la natura di Dio. Ciò rende del tutto improbabile,
per non dire fantasiosa, l'attribuzione medievale a Ermete Trismegisto. Il
Corpus Hermeticum contiene infatti una dottrina esoterica di Dio, le
ventiquattro definizioni tentano invece di determinarne l'essenza mediante
concetti filosofico-razionali. Françoise Hudry, curatrice dell'edizione
critica del liber nella collana Hermetica latina diretta da Lucentini per le
edizioni Brepols, ha ventilato l'affascinante ma avventurosa ipotesi secondo
cui lo scritto riprenderebbe la concezione teologica esposta da Aristotele
nel dialogo perduto Sulla filosofia. Si tratterebbe della versione latina di
un compendio alessandrino che elaborava la teologia aristotelica basandosi
su una fonte greca più ampia, di cui il perduto Liber de sapientia
philosophorum sarebbe stata la versione arabo-latina completa.
Nel Medioevo la teologia intellettualistica dello scritto prestò il fianco
alle critiche e alle condanne della Chiesa, che ne ostacolò la diffusione.
Di ciò rimarrebbe traccia nella tradizione manoscritta del testo, di cui
esistono, come stabilisce Lucentini, tre diverse redazioni, variamente
emendate o integrate.
Nonostante l'opposizione ecclesiastica, le ventiquattro definizioni furono
discusse dai teologi e dai mistici medievali, che ne apprezzavano
evidentemente l'intuitività e l'efficacia. Alcune di esse vengono citate da
Alessandro Hales, Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, mentre il primo a
menzionare lo scritto per intero è Meister Eckhart. Anche Tommaso di York lo
conosceva, tanto che stese un commento delle prime tre definizioni ancor
oggi inedito. E lo conoscevano Bertoldo di Moosburg e Niccolò Cusano.
Alla vasta diffusione dell'aureo libretto in mezza Europa - in Inghilterra,
Germania, Francia, Italia e Spagna - contribuirono gli ordini religiosi, che
lo utilizzavano più come breviario di mediazione che come trattato teologico.
La continuità della sua trasmissione è documentata specialmente a Cambridge,
dove le compendiose definizioni lasciano traccia in Henry More e negli
esponenti del cosiddetto "platonismo di Cambridge".
Ma fu Pascal, richiamando l'attenzione sulla metafora della "sfera", a
immortalare lo scritto tra le perle della letteratura mondiale. Tuttavia,
roso dal tarlo della modernità, egli introdusse nella celebre definizione
due fatali variazioni. Sostituì a Dio la Natura, e quindi, con mano esitante,
aggiunse un aggettivo, effroyable, che cancellò, sgomento, appena gli fu
uscito dal calamo. Ne risultava infatti questa terribile perversione
gnostica: "La Natura è una sfera spaventosa, il cui centro sta in ogni parte
e la circonferenza in nessuna".