La monade e la sfera: neoplatonismo cristiano, ermetismo e teologia assiomatica nel Libro dei ventiquattro filosofi e in Alano di Lilla ( 1203)

Presentazione:
Il XII secolo vede in Europa un vivace fermento di vita intellettuale che si concentra intorno alle scuole cittadine. Se si eccettuano le opere logiche, Aristotele non sarà assimilato che nel secolo successivo. Di Platone si ha accesso diretto solo a un frammento del Timeo. La creatività speculativa dei maestri si esercita dunque su un variegato insieme di dottrine tutte di matrice neoplatonica, ma di un neoplatonismo declinato in modi anche molto diversi, e il cui accordo con la dottrina cristiana è sovente problematico: l'identificazione agostiniana di Dio ed essere; la cosmologia timaica con la sua teoria delle forme, rilanciata dalla Consolazione della filosofia di Boezio; la metafisica dell'uno e l'emanatismo procliano, recepiti attraverso il Corpus Dionysianum e il Liber de causis; la teologia metafisica e Ôscientifica' degli Opuscoli teologici boeziani; quella negativa di Giovanni Scoto Eriugena; l'ermetismo, e altro ancora. L'anonimo Libro dei ventiquattro filosofi e, di Alano di Lilla, le Regole del diritto celeste e il Discorso sulla sfera intelligibile si situano all'incrocio di tali molteplici influenze; testimoni del fatto che slancio spirituale (tensione umana verso l'indiarsi) e passione per il rigore del metodo possono non solo accompagnarsi ma anche sostenersi l'uno all'altra.

(Il libro dei ventiquattro filosofi).

Vi si narra di ventiquattro "maestri" che, convenuti per discutere di molti problemi, rimasero con un'unica, ardua domanda: "Che cos'è Dio?". Si concessero allora un intervallo di tempo per riflettere. Adunatisi di nuovo, ciascuno propose una definizione di Dio. La celebre formula scoperta da Alano è la seconda di esse. Ma l'anonimo trattato conia altre immagini diventate classiche: "Dio è una monade che genera una monade e in sè riflette un solo fuoco d'amore" (nr. 1). "Dio è principio senza principio, processo senza mutamento, fine senza fine" (nr. 7). "Dio è colui il cui potere non è numerato, il cui essere non è finito, la cui bontà non è limitata" (nr. 10). "Dio è il solo che vive del pensiero di se stesso" (nr. 20). "Dio è colui che la mente conosce solo nell'ignoranza" (nr. 23). Nell'insieme, le prime sette sentenze definiscono Dio in sè, le successive fino alla ventesima lo determinano in relazione al mondo e le ultime quattro in rapporto all'anima. I concetti impiegati non sono quelli della teologia rivelata, ma scaturiscono piuttosto dalla teologia speculativa, di matrice neoplatonica e neopitagorica, che servendosi di termini greco-pagani enuncia verità intuitive circa la natura di Dio. Ciò rende del tutto improbabile, per non dire fantasiosa, l'attribuzione medievale a Ermete Trismegisto. Il Corpus Hermeticum contiene infatti una dottrina esoterica di Dio, le ventiquattro definizioni tentano invece di determinarne l'essenza mediante concetti filosofico-razionali. Françoise Hudry, curatrice dell'edizione critica del liber nella collana Hermetica latina diretta da Lucentini per le edizioni Brepols, ha ventilato l'affascinante ma avventurosa ipotesi secondo cui lo scritto riprenderebbe la concezione teologica esposta da Aristotele nel dialogo perduto Sulla filosofia. Si tratterebbe della versione latina di un compendio alessandrino che elaborava la teologia aristotelica basandosi su una fonte greca più ampia, di cui il perduto Liber de sapientia philosophorum sarebbe stata la versione arabo-latina completa.
Nel Medioevo la teologia intellettualistica dello scritto prestò il fianco alle critiche e alle condanne della Chiesa, che ne ostacolò la diffusione. Di ciò rimarrebbe traccia nella tradizione manoscritta del testo, di cui esistono, come stabilisce Lucentini, tre diverse redazioni, variamente emendate o integrate.
Nonostante l'opposizione ecclesiastica, le ventiquattro definizioni furono discusse dai teologi e dai mistici medievali, che ne apprezzavano evidentemente l'intuitività e l'efficacia. Alcune di esse vengono citate da Alessandro Hales, Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, mentre il primo a menzionare lo scritto per intero è Meister Eckhart. Anche Tommaso di York lo conosceva, tanto che stese un commento delle prime tre definizioni ancor oggi inedito. E lo conoscevano Bertoldo di Moosburg e Niccolò Cusano.
Alla vasta diffusione dell'aureo libretto in mezza Europa - in Inghilterra, Germania, Francia, Italia e Spagna - contribuirono gli ordini religiosi, che lo utilizzavano più come breviario di mediazione che come trattato teologico. La continuità della sua trasmissione è documentata specialmente a Cambridge, dove le compendiose definizioni lasciano traccia in Henry More e negli esponenti del cosiddetto "platonismo di Cambridge".
Ma fu Pascal, richiamando l'attenzione sulla metafora della "sfera", a immortalare lo scritto tra le perle della letteratura mondiale. Tuttavia, roso dal tarlo della modernità, egli introdusse nella celebre definizione due fatali variazioni. Sostituì a Dio la Natura, e quindi, con mano esitante, aggiunse un aggettivo, effroyable, che cancellò, sgomento, appena gli fu uscito dal calamo. Ne risultava infatti questa terribile perversione gnostica: "La Natura è una sfera spaventosa, il cui centro sta in ogni parte e la circonferenza in nessuna".