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RELIGIONI E DIFFERENZE
COM'E' NATO IL MONDO?
Per le tre grandi religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo, e
Islam), Dio (che è infinito) ha creato l'universo (che è finito).
Il racconto biblico del Genesi (il primo libro della Bibbia) narra di come
Dio diede origine al mondo in sei giorni, creando cielo e terra e
separando la luce dalle tenebre (primo giorno), dividendo il cielo dal
mare (secondo giorno), separando la terra - sulla quale fece crescere le
specie vegetali - dalle acque (terzo giorno), creando il sole, la luna e
le stelle (quarto giorno), dando vita a tutti gli uccelli e ai pesci (quinto
giorno) e, il sesto giorno, facendo gli animali terrestri e gli esseri
umani, questi ultimi creati a propria immagine e somiglianza affinché
dominassero sulle altre sue creature.
Per l' Induismo l'universo è eterno e il cosmo non è stato creato, né
sparirà, ma attraversa fasi cicliche in cui esso si fa e si disfa. Dopo un
periodo di espansione progressiva, che dura milioni di anni, l'universo (o
l'Essere) si contrae per altri milioni di anni, fino a tornare a un Non-Essere
che non è propriamente un Nulla, ma è Caos (o assenza di organizzazione).
Dopodiché, da questo Non-Essere, che è un residuo di Essere virtuale o
potenziale, si passa a un'altra fase di espansione, e dunque a un'altra
fase ciclica dell'universo. È in questa concezione di universo infinito
che vanno inquadrati i racconti vedici circa le origini del mondo. Nei
Rigveda (X, 129), la domanda sulle origini dà luogo a una riflessione
filosofica molto perplessa sul mistero della connessione tra l'essere e il
non-essere.
In un altro inno vedico (Rigveda, X, 90) si narra di come il Purusa, un
gigante dalle mille teste, dai mille occhi e dai mille piedi, fu
sacrificato come offerta, e di come dalle sue parti ebbero origine tutte
le cose.
Il motivo della creazione come smembramento di un essere enorme si ritrova
anche in un racconto tradizionale cinese, secondo il quale tutto ha
origine dal gigante Pangu, il primo essere vivente, che alla nascita si
frappose come un pilastro tra il cielo e la terra per evitare che essi si
riunissero. Alla sua morte, le diverse parti del suo corpo diedero origine
ai fenomeni naturali e a tutte le forme di vita: il vento e le nuvole
nacquero dal suo respiro, il tuono e i lampi dalla sua voce, il sole dal
suo occhio sinistro, la luna dall'occhio destro, i punti cardinali e le
montagne dagli arti e dal tronco, i fiumi dal suo sangue, le strade dalle
sue vene, la terra dalla sua carne, le stelle dai capelli, i metalli e le
pietre dalle ossa e dai denti, la rugiada dal suo sudore e gli esseri
umani dai parassiti sul suo corpo.
L'azione creatrice può assumere diverse forme: talvolta essa è concepita
come il gesto di modellare una sostanza primordiale. Così, gli indiani
yakima raccontano di come il Grande Capo Lassù abbia creato le montagne
con manciate di fango, e con lo stesso materiale abbia plasmato i primi
esseri umani.
Per lo Shintoismo l'origine del mondo (che coincide con l'origine del
Giappone) si ebbe quando il dio Izanagi, con la sorella Izanami, mescolò
con una lancia la massa informe della terra fino a farla coagulare: dalle
gocce che si formarono sulla punta della lancia nacquero le principali
isole giapponesi. Poi Izanagi e Izanami crearono le isole minori e le
divinità della natura. Infine, Izanagi salì in cielo - affidando il
dominio del cielo alla dea del sole Amaterasu, il dominio della notte al
dio della luna Tsukiyomi e il dominio del mare al dio della tempesta
Susanoo - mentre Izanami scese agli inferi.
In altre tradizioni, l'atto della Creazione coincide con l'azione di dare
un nome alle cose, chiamandole all'esistenza.
Questo motivo si ritrova presso le Religioni tradizionali australiane,
secondo le quali all'inizio tutte le forme di vita (gli "Antenati")
giacevano nel sonno sotto la superficie terrestre, nascosti nelle loro
buche di fango. Un giorno il sole uscì dalla sua buca e, riscaldando la
terra, svegliò gli Antenati, i quali emersero dalle buche e cominciarono a
camminare, cantando. Con le loro canzoni gli Antenati chiamarono tutte le
cose alla vita, lasciando dietro di sé scie di musica che avvolsero il
mondo in una rete di canto.
Secondo filosofi antichi, come Platone, l'universo non è stato creato
direttamente dalla divinità ma da un suo servo, il
Demiurgo. Questa idea
ha poi dato origine, durante i primi secoli del Cristianesimo, a
spiegazioni (ritenute eretiche dalla Chiesa) come per esempio quella dei
Neoplatonici e degli Gnostici: Dio è qualcosa di inaccessibile e
inconoscibile, ma si è "emanato", e cioè si è trasformato via via negli
stati inferiori dell'universo, da alcuni esseri spirituali come gli Angeli
e altre divinità minori sino alla materia. Una di queste emanazioni
intermedie è il Demiurgo, che ha costruito il mondo, ma lo ha costruito
male. Questo spiegherebbe la presenza del male nel mondo. Il compito
dell'uomo giusto è allora quello liberarsi dalla tirannia della materia (che
in sè è cattiva) e ritornare all'assoluta purezza di Dio.
Ma non tutte le religioni hanno una cosmogonia. A volte la domanda degli
inizi viene lasciata volutamente aperta: secondo il Buddhismo, l'origine
dell'universo (se esso sia finito o infinito) è una questione destinata a
rimanere senza risposta. Così come un uomo ferito da una freccia
inizialmente non ha bisogno di sapere chi l'ha tirata e com'è fatta l'arma
che lo ha ferito, ma piuttosto di essere medicato e liberato dal dolore,
così gli esseri umani hanno bisogno di una via che li liberi dalla
sofferenza, e non di risposte a quesiti insolubili.
COSA SUCCEDE DOPO LA
MORTE?
• L'aldilà: inferno e paradiso
Secondo le tre religioni
monoteiste, al momento della morte l'anima della persona abbandona
definitivamente il corpo e, con esso, la vita terrena, per ricongiungersi
a Dio. Le concezioni dell'aldilà variano da una religione all'altra, e si
modificano anche all'interno della medesima tradizione religiosa.

Il Pentateuco (l'insieme dei primi cinque libri della Bibbia) non precisa
cosa succede alle persone dopo la morte, ma fa menzione di una
resurrezione collettiva dopo il Giudizio. Solo in alcuni testi successivi
viene elaborata la nozione dell'inferno. Così, per l'
Ebraismo antico,
l'anima del defunto raggiunge tutte le altre anime che riposano nel regno
delle tenebre (o sheol). L'idea che la sorte ultraterrena degli individui
si possa differenziare in base alla condotta che essi hanno tenuto in vita
si afferma più tardi, quando - nel I secolo e.v. - alcune scuole di
pensiero cominciano a sostenere che, dopo un soggiorno comune nello sheol,
le anime dei giusti vengano condotte nei giardini dell'Eden, mentre quelle
dei malvagi vadano all'inferno. Certe scuole ritengono che le pene dei
dannati siano temporanee e purificatrici e che, una volta scontate,
l'anima venga ammessa in paradiso. Vi sono tuttavia dei peccati la cui
gravità condanna l'anima del colpevole alla dannazione eterna - almeno
fino all'epoca del Giudizio finale.

Secondo il Cristianesimo i buoni vanno in paradiso, dove godono di uno
stato di eterna beatitudine, mentre i malvagi vanno all'inferno, dove sono
sottoposti a supplizi indicibili. I cattolici nel medioevo aggiungono un
luogo intermedio, il purgatorio, dove i peccatori che si sono pentiti in
vita subiscono dei castighi per espiare le proprie colpe e entrare in
paradiso. I protestanti e gli
ortodossi rifiutano il purgatorio.

L' Islam afferma che coloro che non credono in un unico Dio sono destinati
a bruciare all'inferno. Quando una persona muore, la sua anima viene
interrogata da due angeli, che le chiedono di recitare la professione di
fede (shahada): se non è in grado di farlo, viene dannata. Nel giorno del
Giudizio (l'ultimo giorno), gli esseri umani saranno giudicati da Dio: i
meritevoli avranno la grazia di contemplare il volto di Dio.
• Il ciclo delle rinascite
Molte religioni ritengono che
l'anima debba passare attraverso una lunga catena di reincarnazioni prima
di raggiungere la liberazione, ovvero la cessazione del ciclo delle
rinascite. La credenza nella trasmigrazione delle anime caratterizza le
religioni di ceppo induista.
   
Gli induisti e i giainisti credono che alla morte ogni creatura si
reincarni in un altro corpo, vegetale, animale, o umano. Lo scorrere delle
esistenze è visto come un dramma dal quale si desidera liberarsi. La
liberazione - o moksha - consiste nella scoperta dell'illusorietà della
propria identità individuale (atman), per ricongiungersi con il brahman,
che è l'Uno indivisibile.
Secondo i buddhisti, per 49 giorni dopo la morte l'individuo va errando
tra il mondo dei morti e quello dei vivi; dopodiché il meccanismo del
karma decide in quale corpo si reincarnerà. Come per gli induisti,
l'obiettivo ultimo dei buddhisti è di porre fine al ciclo ininterrotto
delle rinascite per raggiungere l'estinzione delle sofferenze, o nirvana.
Anche i sikh credono nella reincarnazione, tranne che per loro la
liberazione non consiste nell'annullamento di sé, bensì nella
ricongiunzione dell'anima con Dio.
• Gli antenati
In alcuni sistemi religiosi,
la morte è vista come il passaggio dell'individuo allo stato di antenato.
Gli antenati si inseriscono nella vita dei propri discendenti comunicando
direttamente con loro, proteggendoli (o, in certi casi, ostacolandoli),
approvando o disapprovando le loro azioni, e intervenendo quando la
famiglia li invoca con riti propiziatori.
 
Per le religioni tradizionali cinesi non vi è una separazione netta tra il
mondo dei vivi e quello dei morti: i morti non abbandonano il mondo dei
vivi, ma diventano antenati e, come tali, continuano a partecipare della
vita quotidiana della propria famiglia d'origine, proteggendo e guidando i
discendenti. Nella società cinese tradizionale, ogni casa ha una nicchia
nella quale vengono conservate le tavolette con su iscritti i nomi e le
principali azioni compiute dagli antenati. Le decisioni importanti (ad
esempio, la scelta di una sposa) vengono sottoposte agli antenati, e il
dovere principale dei vivi è di assicurare la continuità della progenie
per mantenere viva la memoria degli avi. Cinque generazioni di antenati
vengono accolte in casa: quando muore un capofamiglia, la tavoletta
dell'avo più antico viene bruciata per essere sostituita con quella del
nuovo antenato. Ma l'energia del vecchio progenitore non viene dispersa:
quando nascerà un nuovo bambino in casa, porterà il suo nome.

Secondo le religioni tradizionali africane, i morti non si ritirano in una
sfera ultraterrena, ma continuano a intervenire nella vita dei discendenti
sotto forma di "spiriti protettori". Non tutti i defunti, però, accedono
al ruolo di antenati: ne sono esclusi i bambini, i "matti", gli
"anormali", e coloro che con le loro azioni hanno arrecato danno alla
comunità. In molte società africane, inoltre, spesso non diventano
antenati coloro che sono deceduti di morte violenta, circostanza sospetta
di stregoneria. Essi rimangono degli spiriti erranti, spesso pericolosi
per la comunità.
Gli antenati sono dotati di personalità distinte: possono essere benevoli
o astiosi, miti o irascibili, e così via. Gli anziani sono in diretto
contatto con gli spiriti degli avi che, tramite essi, comunicano i propri
consigli e divieti alla comunità. Se il volere degli antenati viene
trasgredito, o se ci si dimentica di onorarli, essi si adirano e
manifestano la propria collera provocando disgrazie (malattie, siccità,
ecc.).
La nascita di un bambino può essere l'occasione per onorare un antenato. I
genitori possono infatti decidere spontaneamente di assegnare al nuovo
nato il nome di un avo a loro particolarmente caro. Altre volte è
l'antenato stesso che può manifestare ai genitori il desiderio che il
bambino venga chiamato con il suo nome. L'attribuzione del nome è molto
importante in Africa, perché determina l'identità di un individuo. Assieme
al nome dell'antenato, si pensa infatti che il bambino ne acquisisca i
tratti della personalità.
Gli antenati sono i guardiani delle tradizioni della comunità e continuano
ad occupare il loro posto in seno al gruppo di appartenenza, esercitando
la loro autorità sui discendenti. La comunità li onora medianti numerosi
rituali destinati a mantenere in vita la relazione con il mondo
spirituale.
• Il nulla
Coloro che non credono
nell'esistenza di un Dio trascendente negano che vi sia un'anima che
sopravvive al corpo e ritengono pertanto che, dopo la morte, non vi sia
nulla. Il che non impedisce ai viventi di coltivare la memoria dei defunti
in modo che almeno il loro ricordo possa perdurare oltre la morte.
Nell'antica Grecia, Epicuro osservava che: "Finché io ci sono, la morte
non c'è, e quando la morte c'è, io non ci sono più". Quindi non dovremmo
avere paura della morte.
PERCHE' SI SOFRE?
Gli esseri umani scoprono
molto presto che vivere è, anche, soffrire. Per tutte le religioni, il
problema fondamentale non è come evitare la sofferenza, ma come renderla
sopportabile. Uno dei modi per fare i conti con la morte, con la malattia,
con il dolore fisico, con la perdita di ciò che è caro, e con la mancanza
di ciò che è fortemente desiderato, è di trovare una spiegazione che
giustifichi la sofferenza.

Secondo la religione ebraica, ad esempio, il male del mondo è prodotto
dall'uomo e dipende dalla sua mancanza di fiducia nei confronti di Dio,
ovvero dalla rottura dei suoi rapporti con Lui: la salvezza dipende dalla
capacità dell'uomo di ristabilire l'Alleanza con Dio, obbedendo alle Leggi
divine. Questa spiegazione, tuttavia, non chiarisce del tutto il motivo
per cui tante persone innocenti debbano affrontare grandi dolori, mentre
vi sono uomini e donne che, pur essendo egoisti o disonesti, conducono
un'esistenza relativamente tranquilla. Per rispondere alla questione della
sofferenza dei giusti la tradizione talmudica ha elaborato varie risposte
possibili (forse il giusto non è completamente giusto: ma come
giustificare la sofferenza dei bambini? Forse il giusto sconta i peccati
dei suoi avi; forse la sua sofferenza terrena verrà premiata nell'aldilà).
Nessuna interpretazione appare interamente adeguata, per cui l'Ebraismo -
sulla scorta del Libro di Giobbe - accetta di non comprendere il senso del
male e della sofferenza degli innocenti, rimettendosi alla saggezza e al
volere di Dio.

La risposta dell' Induismo, invece, è che il dolore che si prova nel corso
della vita attuale è dovuto alle azioni che si sono compiute
nell'esistenza precedente (è questo il senso del principio del karma). Una
simile spiegazione rende meno intollerabile l'idea che il male si possa
abbattere anche su creature innocenti.

Il Buddhismo situa la sofferenza (dukkha) nella nostra stessa condizione
di esseri umani (desideriamo ciò che non abbiamo e rimpiangiamo ciò che
abbiamo avuto): l'origine di questa sofferenza è in noi e nella nostra
incapacità di abbandonare ciò che è transitorio per consolidare ciò che è
permanente, ed è di lì che va strappata.

La filosofia daoista, fondata sulla complementarità dei contrari (yin e
yang), vede la sofferenza come l'altro aspetto, opposto ma necessario, del
benessere: così come non c'è luce senza tenebre, il bene non avrebbe senso
se non ci fosse anche il male.
• La religiosità laica
vi sono persone che o non
credono in alcuna religione o pensano che sia impossibile decidere se le
varie religioni dicono la verità (atei e agnostici). Anche costoro
tuttavia si interrogano su che cosa sia il bene e che cosa sia il male, e
come si possa affrontare la morte (dopo la quale, ritengono, non vi è
alcuna forma di continuazione della vita). Molti tra costoro pensano che,
se non c'è un Dio che ci abbia insegnato cosa siano bene o male e che ci
possa consolare in un'altra vita per i dolori che abbiamo subito in
questa, a maggior ragione bisogna trovare delle ragioni per cui gli uomini
possano vivere senza danneggiarsi a vicenda, e si possano giustificare
sentimenti come l'amore e il rispetto per gli altri. Costoro elaborano
quindi quella che si chiama una morale laica.
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