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Alessandro Verri: Programma linguistico degli
illuministi milanesi
Tra le molte idee libertarie e progressiste di
cui si fece portatore l'Illuminismo vi fu anche
quella secondo la quale anche l'uso della lingua
non dovesse essere soggiogato da tirannie estetico-grammaticali di nessuna sorta. In
Italia, in particolare, dove da secoli ormai
teneva banco – e lo avrebbe tenuto ancora a
lungo, irrisolta – la cosiddetta 'questione
della lingua', ovvero il problema dell'assenza
di una lingua di comunicazione colta che fosse
adatta a esprimere le nuove idee e le nuove cose
di un mondo in rapida evoluzione, le istanze
democratiche e, soprattutto, antiletterarie
vennero recepite dagli intellettuali lombardi
del 'Caffè', rivista fondata da
Pietro Verri nel
1764. In uno dei primi articoli del periodico,
con il brio e la pragmatica ironia che
contraddistingueva il gruppo, Alessandro Verri,
fratello del fondatore e anch’egli brillante
letterato, si fa estensore 'avanti notaio' della
programmatica rinuncia alle regole
dell'Accademia della Crusca, vestale della
tradizione trecentesca e fustigatrice di libertà
inventive, di eccezioni grammaticali e
ortografiche, di prestiti di vocaboli stranieri.
Tutte pratiche linguistiche che invece gli
intellettuali del 'Caffè' vogliono perseguire in
totale libera coscienza, appellandosi
all'illuminato concetto che 'le parole servano
alle idee, ma non le idee alle parole'.
Rinunzia avanti notaio degli autori del presente
foglio periodico al Vocabolario della Crusca
Cum sit che gli autori del Caffè siano
estremamente portati a preferire le idee alle
parole, ed essendo inimicissimi d'ogni laccio
ingiusto che imporre si voglia all'onesta
libertà de' loro pensieri e della ragion loro,
perciò sono venuti in parere di fare nelle forme
solenne rinunzia alla pretesa purezza della
toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni.
1. Perché se Petrarca, se Dante, se Boccaccio,
se Casa e gli altri testi di lingua hanno avuta
la facoltà d'inventar parole nuove e buone, così
pretendiamo che tale libertà convenga ancora a
noi; conciossiaché abbiamo due braccia, due
gambe, un corpo ed una testa fra due spalle
com'eglino l'ebbero [...].
2. Perché, sino a che non sarà dimostrato che
una lingua sia giunta all'ultima sua perfezione,
ella è un'ingiusta schiavitù il pretendere che
non s'osi arricchirla e migliorarla.
3. Perché nessuna legge ci obbliga a venerare
gli oracoli della Crusca ed a scrivere o parlare
soltanto con quelle parole che si stimò bene di
racchiudervi.
4. Perché se italianizzando le parole francesi,
tedesche, inglesi, turche, greche, arabe,
sclavone noi potremo rendere meglio le nostre
idee, non ci asterremo di farlo per timore o del
Casa o del Crescinbeni o del Villani o di
tant'altri, che non hanno mai pensato di
erigersi in tiranni delle menti del decimo
ottavo secolo e che risorgendo sarebbero
stupitissimi in ritrovarsi tanto celebri, buon
grado la volontaria servitù di que' mediocri
ingegni che nelle opere più grandi si
scandalizzano di un c o d'un t di più o di meno,
di un accento grave in vece di un acuto. Intorno
a che abbiamo preso in seria considerazione che,
se il mondo fosse sempre stato regolato dai
grammatici, sarebbero stati depressi in maniera
gl'ingegni e le scienze che non avremmo tuttora
né case, né morbide coltri, né carrozze, né
quant'altri beni mai ci procacciò l'industria e
le meditazioni degli uomini; ed a proposito di
carrozza egli è bene il riflettere che, se le
cognizioni umane dovessero stare ne' limiti
strettissimi che gli assegnano i grammatici,
sapremmo bensì che carrozza va scritta con due
erre, ma andremmo tuttora a piedi.
5. Consideriamo ch'ella è cosa ragionevole che
le parole servano alle idee, ma non le idee alle
parole, onde noi vogliamo prendere il buono
quand'anche fosse ai confini dell'universo, e se
dall'inda o dall'americana lingua ci si fornisse
qualche vocabolo ch'esprimesse un'idea nostra
meglio che colla lingua italiana, noi lo
adopereremo, sempre però con quel giudizio che
non muta a capriccio la lingua, ma l'arricchisce
e la fa migliore. [...]
6. Porteremo questa nostra indipendente libertà
sulle squallide pianure del dispotico Regno
Ortografico e conformeremo le sue leggi alla
ragione dove ci parrà che sia inutile il
replicare le consonanti o l'accentar le vocali,
e tutte quelle regole che il capriccioso
pedantismo ha introdotte e consagrate noi non le
rispetteremo in modo alcuno. In oltre,
considerando noi che le cose utili a sapersi son
molte e che la vita è breve, abbiamo consagrato
il prezioso tempo all'acquisto delle idee,
ponendo nel numero delle secondarie cognizioni
la pura favella, del che siamo tanto lontani
d'arrossirne che ne facciamo amende honorable
avanti a tutti gli amatori de' riboboli
noiosissimi dell'infinitamente noioso Malmantile,
i quali sparsi qua e là come gioielli nelle
lombarde cicalate sono proprio il grottesco
delle belle lettere.
7. Protestiamo che useremo ne' fogli nostri di
quella lingua che s'intende dagli uomini colti
da Reggio di Calabria sino alle Alpi; tali sono
i confini che vi fissiamo, con ampia facoltà di
volar talora di là dal mare e dai monti a
prendere il buono in ogni dove.
A tali risoluzioni ci siamo noi indotti perché
gelosissimi di quella poca libertà che rimane
all'uomo socievole dopo tante leggi, tanti
doveri, tante catene ond'è caricato; e se
dobbiamo sotto pena dell'inesorabile ridicolo
vestirci a mò degli altri, parlare ben spesso a
mò degli altri, vivere a mò degli altri, far
tante cose a mò degli altri, vogliamo,
intendiamo, protestiamo di scrivere e pensare
con tutta quella libertà che non offende que'
principii che veneriamo.
E perché abbiamo osservato che bene spesso val
più l'autorità che la ragione, quindi ci siamo
serviti di quella di Orazio per mettere la
novità de' nostri pensieri sotto l'egida della
veneranda antichità, ben persuasi che le stesse
stessissime cose dette da noi e da Orazio
faranno una diversa impressione su di coloro che
non amano le verità se non sono del secolo
d'oro.
Per ultimo diamo amplissima permissione ad ogni
genere di viventi, dagli insetti sino alle
balene, di pronunciare il loro buono o cattivo
parere su i nostri scritti. Diamo licenza in
ogni miglior modo di censurarli, di sorridere,
di sbadigliare in leggendoli, di ritrovarli
pieni di chimere, di stravaganze, ed anche
inutili, ridicoli, insulsi in qualsivoglia
maniera. I quali sentimenti siccome ci
rincrescerebbe assaissimo qualora nascessero nel
cuore de' filosofi, i soli suffragi de' quali
desideriamo, così saremo contentissimi, e
l'avremo per un isquisito elogio, se sortiranno
dalle garrule bocche degli antifilosofi.
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