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LETTERATURA ARTISTICA

Le fonti scritte della storia dell’arte costituiscono nel loro insieme la «letteratura artistica» (Die Kunstliteratur), secondo il termine adottato da Julius von Schlosser.

Rientrano in tale ambito manuali tecnici, trattati teorici, ma anche biografie, autobiografie, aneddoti, carteggi privati, libri di ricordi e di conti, diari, impressioni di viaggiatori,
guide, valutazioni di collezionisti e mercanti, cataloghi d’aste, recensioni ed articoli giornalistici (almeno a partire dal Settecento), inventari, contratti ecc.

All’interno di questa vasta e complessa fenomenologia, è legittimo distinguere ed isolare esempi di una critica d’arte propriamente detta, intesa come ricerca di un «contatto diretto con l’opera e di un gusto circolante attorno ad essa» (Longhi).

Trascurando in questa sede gli scritti di estetica (nel senso che questa parola ha assunto dopo Baumgarten), converrà rivolgersi piuttosto a quelle opere teoriche che nascono nella cerchia degli artisti o che da essa hanno ricevuto stimoli vitali e che dunque si possono suddividere in trattati di tipo puramente tecnico (ad esempio, i ricettari medievali), di tipo manualistico o, a partire dal rinascimento, anche più propriamente teorico. In questa sede si dovrà però forzatamente trascurare la trattatistica propriamente architettonica e scultorea; inoltre, per comodità converrà anche separare la letteratura teorica da quella più propriamente storica o periegetica.

Trattati sull’arte

L’antichità offre una sorta di summa, assai mediata, di tutti questi generi letterari nel celebre libro XXXV dell’«enciclopedia» di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia), grazie alla quale ci giunge almeno un riflesso di un mondo artistico pressoché completamente scomparso, quello della pittura greca, con la sua varia e contradditoria fenomenologia poetica ed estetica, nonché coi suoi dibattiti su linea, tonon, finito e non finito.
L’altro grande trattato teorico dell’antichità giunto fino a noi, il De Architectura di Vitruvio, ha avuto una fortuna lunghissima, documentata a partire dall’età carolingia con Eginardo e poi giù giù attraverso le traduzioni cinquecentesche di Cesariano (1521) e quelle classiche di Daniele Barbaro (1556 e 1567). Conserva poche e scarse notizie sulla pittura (famosa però la sua censura delle grottesche nel libro VII, ripresa poi nella trattatistica cinquecentesca, in particolare da Paleotti), e, rispetto a Plinio, ha una forma complessivamente più rigida, normativa, pur nell’ambito di un effettivo eclettismo.

Il Medioevo trasmette informazioni artistiche anche di origine greco-romana, specie sotto forma di anonimi ricettari, in cui la descrizione delle materie e delle tecniche si ammanta di mistero e magia (si pensi al libro del cosiddetto Eraclio, il cui vero titolo è, significativamente, De coloribus et artibus Romanorum, o alla Mappae Clavicula).
L’opera più celebre è certamente il De diversis artibus di Teofilo, redatto nel XII secolo ed assai notevole per le notizie sulle tecniche artistiche bizantine e bizantineggianti, anche se, come dimostrano le sezioni sulla metallotecnica, l’autore è probabilmente un benedettino tedesco (un manoscritto ce ne conserva il nome secolare, Rugerus).
Nonostante l’essenzialità e tecnicità dello scritto, che ne hanno reso a lungo difficile una datazione, questo tardo «ricettario» si apre sintomaticamente come una cronica medievale, «ab origine mundi et humanae culpae» e fornisce una sintetica giustificazione dell’attività artistica al servizio della chiesa di timbro tanto tomistico quanto (nel Prologo del III libro) quasi neoplatonico, con argomentazioni paragonabili a quelle di Sugerio di Saint-Denis e della polemica coeva tra l’ascetismo iconofobo di Bernardo di Chiaravalle e le ragioni più mondane dell’abate Guglielmo di Saint-Thierry (Teofilo si fonda infatti sugli stessi passi scritturali contestati da Bernardo). La protesta di Teofilo di non scrivere «per amore di gloria mondana o cupidigia di ricompense terrene», ma per il vantaggio degli altri e la gloria di Dio, nulla tacendo dei «segreti» di bottega, assume nel tardo Trattato dell’arte di Cennino Cennini (ca. 1390), che pure inizia da Adamo ed Eva, movenze più laiche, per influenza attardata della poetica stilnovista, da cui Cennino riprende il tema dell’«animo gentile» come condizione essenziale dell’attività artistica.
Ancora, è per influenza della teorizzazione letteraria che Cennino esalta in apertura «fantasia» (cioè il «trovare cose non vedute cacciandosi sotto ombra di naturali») ed «intelletto» come strumenti («con operazione di mano») della pittura, di cui si rivendica perciò esplicitamente uno status non meccanico, collocabile a metà strada tra scienza e poesia. Nonostante tali promettenti ed ambiziose premesse, il Trattato dell’arte resta in effetti un minuto e dettagliato trattato tecnico attraverso il quale si intravedono i problemi e soprattutto il linguaggio, figurativo e parlato, delle botteghe tardogiottesche tosco-padovane: Cennini è infatti attivo a Padova, ma toscano e scolaro di quell’Agnolo Gaddi, fantasioso e disinvolto narratore, da cui probabilmente gli deriva l’asserzione della necessità didattica di imitare costantemente un maestro, fino ad appropriarsi della sua maniera, pur riconoscendo che per un artista «la più perfetta guida che possa avere e miglior timone, si è la trionfal porta del ritrarre di naturale».

L’apertura alle problematiche teoriche rinascimentali si realizza dunque già nella bottega tardomedievale: eppure, nonostante il proposito di parlare «con più grassa Minerva», l’idioma del mestiere sembra assai lontano dalle enunciazioni più concettuali del primo dei teorici del Quattrocento, Leon Battista Alberti che nel suo trattato De pictura (1435), tradotto l’anno successivo in volgare, non può non risentire della situazione artistica di cui egli acquista esperienza al suo ritorno a Firenze dall’esilio.
Poiché quella situazione era tutt’altro che univoca, la teoria che ne scaturisce non pare tanto coerente e compatta, quanto fondata su una serie di definizioni dissonanti, riconducibili, secondo la lettura moderna, ora a Masaccio, ora a Domenico Veneziano, ora a Ghiberti. Resta il fatto che la versione italiana dell’opera è dedicata a Brunelleschi, i cui studi prospettici devono aver influenzato la trattazione della costruzione prospettica proposta da Alberti.
Rispetto agli scritti medievali, un altro elemento di novità è costituito dal richiamo continuo ai testi canonici dell’antichità, Plinio e Vitruvio, nell’evidente sforzo di ricostruire una continuità ideale, se non storica, tra l’antico ed i «nuovi trovati dell’ingegno» degli artisti fiorentini contemporanei.

Uno sviluppo in senso eminentemente scientifico della ricerca artistica si ritrova nelle opere di Francesco di Giorgio Martini, Piero della Francesca, Luca Pacioli, nonché negli scritti perduti di un gruppo di lombardi (Foppa, Butinone e Zenale, Bramante e Bramantino) probabilmente confluiti nel Prospectivo milanese (1500): si tratta di opere volte tutte ad un’interpretazione matematica della rappresentazione del visibile. D’altro canto, a Firenze, il fervore di studi anatomici ed il senso energico e vitalistico dell’arte proprio delle botteghe dei Pollaiolo e del Verrocchio costituiscono la necessaria premessa al tentativo di sistemazione trattatistica operato da Leonardo, rimasto incompiuto ed inedito fino al Seicento (Du Fresne, 1651): l’abitudine, caratteristica di quelle cerchie quattrocentesche fiorentine, a guardare la natura con occhio «sperimentale» ed a considerare il «moto» come il solo esito figurativo possibile dell’espressione psicologica ritorna in forma grandiosamente problematica negli scritti di Leonardo, il quale vi aggiunge il proprio tocco personale, la suggestione di un mondo di cui pare che non un’immagine né una creatura sfuggano all’ansia di possesso conoscitivo: un mondo però che proprio la troppo vasta, anzi illimitata apertura dell’indagine finisca poi col circondare di nuovo mistero.

Alcuni tra i più significativi testi di primo Cinquecento ripropongono questa situazione di una teoria decisamente a posteriori rispetto all’esperienza artistica: la teoria delle proporzioni di Dürer, ad esempio, si basa sull’esempio dell’antico e dell’arte italiana e sulla prassi degli studi e delle botteghe, non si alimenta cioè di sole fonti letterarie (anche se se ne possono riconoscere i precedenti in Alberti, Francesco di Giorgio, il Gaurico, forse il trattato perduto del Foppa e soprattutto Leonardo).

Un’ortodossia teorica classicista, insomma, anche ammesso che si sia mai seriamente proposta fuori dalla trattatistica architettonica, cede il passo, a Cinquecento avanzato, ed anche nell’Italia settentrionale, all’efficace trascrizione letteraria delle più pubblicate soluzioni stilistiche del manierismo. Del resto, anche in architettura, alle normative astrazioni filologiche classiciste di Palladio è possibile contrapporre l’empirismo padano, la sensibilità ed adattabilità alla concretezza delle situazioni reali che ispirano un Serlio, un Pellegrino Tibaldi e, per certi versi, lo stesso Vignola o i ghiribizzi naturalistico fantastici del francese Philibert de l’Orme.
Per la pittura, si pensi agli scritti di un altro artista teorico, il lombardo Lomazzo, in cui ricorrono espressioni quali «furia della figura», «figura serpentinata» o l’insistenza sul «maggior diletto e piacere» del colore rispetto al disegno (nozione peraltro già presente in Boccaccio, con implicita censura).

Sarebbe riduttivo interpretare come ripresa neomedievale connessa al processo socio-economico di rifeudalizzazione il rigoglio quantitativo e la varietà qualitativa della letteratura teorica cinquecentesca, che pure si fonda su una fiducia tutta aristotelica nella trasmissibilità didattica dell’arte intesa come scienza e come dottrina (di contro alla medievale prassi di bottega o all’assai posteriore istintività romantica). Sorgono perciò le Accademie delle arti del disegno, che hanno finalità retoriche e didattiche, ma soprattutto l’ambizione di costituire un dotto apparato capace di competere efficacemente con le organizzazioni analoghe create con successo da poeti, letterati e filosofi.
Se lo scultore Vincenzo Danti diffonde, tradendolo in uno spirito normativo che gli è estraneo, il magistero individualissimo ed individualistico di Michelangelo, Romano Alberti e Federico Zuccaro cercano di sviluppare invece una teoria astratta e generale dell’arte che ne rivendichi in via definitiva la nobiltà (il Trattato dell’Alberti venne però confuso, in pieno Settecento, con quello perduto del Paggi): essi integrano cosi la fiorentina «inchiesta» di Benedetto Varchi sulla maggioranza delle arti, cioè sul primato tra pittura e scultura. L’enfasi dei pittori-trattatisti coevi di area culturale veneta è ovviamente diversa: Pino, allievo mediocre di Savoldo, imposta in un dialogo immaginario quell’ideale di perfezione estetica più tardi ripreso, approfondito e divulgato da Ludovico Dolce (Dialogo, 1557) e che si condensa nell’eclettica contaminazione di Michelangelo e Tiziano. Il cartografo Sorte affronta invece la questione della luce e del colore nel paesaggio, rimasticando per il resto problemi tecnici, mentre il ravennate Armenini, vasarianamente consapevole della decadenza della pittura contemporanea, ripropone con maggior sistematicità la prassi tecnica e l’impalcatura teorica del manierismo centro-italico, con esili ma significative tracce settentrionali nell’attenzione al manierismo ed al collezionismo transalpini. Sono questi gli anni, intellettualmente inquieti, fra rinascimento e Controriforma: e comincia a profilarsi una letteratura diversa, il cui compito sembra veramente quello di tracciare le linee di una politica artistica che viene spontaneo inquadrare nel programma generale della Controriforma. Basti pensare ai Dialoghi del Gilio (1564), ma soprattutto agli scritti, ispirati ad un rigido moralismo e dogmatismo, di teologi come il Molano e di cardinali quali il bolognese Paleotti, il milanese Carlo Borromeo e, ormai in pieno Seicento, Federico Borromeo o, verso la fine del secolo, il Rosignoli.

Talora però sono gli artisti ad intervenire direttamente: se Pietro da Cortona si limita a fare da consulente per il Trattato del teologo Ottonelli, lo spagnolo Pacheco prende la penna in prima persona, e l’Ammannati ormai vecchio recita, nella Lettera indirizzata nel 1582 agli accademici fiorentini, una palinodia non scevra di poetico autobiografismo per i nudi realizzati. La propaganda di un’arte «honesta» e «devota» si fonda su un Decreto Tridentino: «Omnis superstitio in imaginum sacro usu tollatur; omnis turpis quaestus eliminetur, omnis denique lascivia vitetur, ita ut procaci venustate imagines nec pingantur nec ornentur», ma nonostante si percepisca un progressivo adattarsi delle arti alle mutate condizioni ideologiche, non mancano esempi controcorrente: basti pensare alla pittura del Caravaggio, che è forse il più grande fatto artistico all’aprirsi del Seicento, assieme alle indagini dei Carracci, ma che, a differenza di quelle, non ha trovato nelle opere teoriche coeve un corrispettivo critico. Rispetto alla progressiva determinazione e cristallizzazione di un’antinomia Idea/Natura, l’ambiente erudito ed antiquario romano (e francese) si trovò sempre più orientato verso l’Idea, sia pur con scarti progressivi da Agucchi a Bellori ed infine a Félibien. Sfuggivano a questi steccati estetici solo conoscitori e collezionisti come il Mancini o il marchese Giustiniani, che, nella sua articolata e fenomenologica elencazione di «modi» pittorici poteva non solo accogliere il caravaggismo, ma farsi portavoce delle sue dichiarazioni di poetica («tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori come di figure»).

Più che Caravaggio, dunque, erano la pittura fiamminga secentesca (Rubens, van Dyck) e, per conseguenza, quella veneta del Cinquecento (Tiziano, Tintoretto) a polarizzare gli interessi valutativi ed il dibattito secenteschi, in un’antitesi netta tra «poussinismo» e «rubensismo» che divise tanto l’Italia quanto la Francia. A Roma il circolo di Bellori e Maratta, in stretto rapporto con l’Accademia di Francia di Charles Errard, trova in Poussin il proprio punto di riferimento e parametro artistico, di cui Raffaello, Annibale Carracci ed i suoi seguaci romanizzati (Domenichino, Albani) sono i precedenti e colleghi ideali. Al privilegio del filologismo antiquariale ed all’esaltazione del classicismo disegnativo si oppone però il partito «lombardo» rappresentato principalmente dal veneziano Boschini e dal bolognese Malvasia, i quali, pur nell’ambito di scritti non formalmente teorici, esaltano entrambi, con accenti diversi, i valori puramente pittorici del tocco, della bravura, della cromia, del tono e della felicità inventiva. Solo nei confronti della pittura dei «naturalisti» (vale a dire bamboccianti e caravaggeschi) si trova un sostanziale accordo tra questi due partiti nel senso di una comune «condanna». Anche nella Francia del Re Sole, del resto, la supremazia del «grand goût» e del «beau ideal» non è priva di opposizioni, che restano sparse ed isolate sotto la dittatura estetica di Charles Le Brun, direttore dell’Académie de Peinture et Sculpture, ed autore di una paracartesiana Méthode pour apprendre a dessiner les Passions, sorta di anatomia disegnativa delle passioni umane fondata su una casistica psicologica razionalista ispirata anche alle indagini fisio-psicologiche di Marin Cureau de La Chambre. D’altro canto, i valori estetici più propriamente barocchi (ovvero rubensisti) trovano dei difensori, nell’ultimo quarto del Seicento, in due importanti amici di Malvasia, Pierre Cureau de la Chambre, figlio di Marin e membro influente dell’Académie des Lettres, nonché unico vero estimatore francese della scultura del Bernini, ed in Roger de Piles, celebre conoscitore, sensibile ai valori emotivi della pittura fiamminga e veneta (del resto, aveva soggiornato a lungo a Venezia). Sarà proprio De Piles a subentrare a Le Brun alla testa dell’Académie, favorendo così la riscossa di quei valori estetici virtuosistici ed anticlassici etichettati come rubensisti che, dopo i prodromi incerti di Noël ed Antoine Coypel o di Charles de La Fosse, fioriranno poi nella pittura di Watteau, Fragonard e, in parte, Boucher.

Col Settecento, del resto, l’Italia perde sempre più chiaramente quella supremazia artistica e soprattutto teorica che è ormai appannaggio di Francia, Inghilterra e, più tardi, Germania. Il temporaneo dissolversi di un’estetica normativa univoca prima del ricompattamento neoclassico lascia spazio all’espressione soggettiva dei critici, non meno che degli artisti, e si manifesta nella nascita ed affermazione di strutture artistiche e letterarie nuove, come le mostre di arte contemporanea, divenute a Parigi un’istituzione fissa fin dal 1737 (i salons). A queste si abbinano presto gli interventi critici di Diderot sotto forma di recensioni giornalistiche per la «Corrispondence Litteraire». Non si tratta degli interventi di un teorico o di un «conoscitore» in senso tecnico, professionale, ma piuttosto delle reazioni immediate, delle impressioni di un uomo di gusto, di un amatore, di un laico della pittura: esse puntano direttamente alla notazione psicologica più che alla discussione dell’artificio stilistico, del problema tecnico, della fonte letteraria a monte dell’invenzione.

Anche in Inghilterra, paese dominato dal linguaggio pittorico olandese e fiammingo, il classicismo non riesce ad allignare e già con Shaftesbury, la cui cultura aveva pure un
deciso fondamento classicistico, si esalta la superiorità della natura incontaminata sul misurato e freddo artificio prodotto dall’uomo, con toni che sembrano già romantici
(magnifica infatti «le dure rocce, le caverne muschiose, le grotte irregolari e rozze, le cascate coi loro salti, con tutte le orride grazie di ciò che è selvaggio»), ma che in realtà
appartengono a quella sensibilità al pittoresco espressa in Francia da Dubos (1719) ed in Inghilterra da Gilpin (1768). Essa trova prosecuzione e sviluppo, verso la fine del secolo, negli scritti di Uvedale Price, di Richard Payne Knight e nei dettagliati studi di Cozens sulla fenomenologia atmosferica. Ma, nonostante l’importanza che il paesaggio (e l’arte dei giardini) rivestirono nella cultura visiva inglese, è grazie agli scritti di William Hogarth (Analisi della bellezza, 1753) e di Sir Joshua Reynolds (Discorsi tenuti alla Royal Academy tra il 1768 ed il 1790) che si fonda teoricamente, oltre che artisticamente, una scuola pittorica britannica autonoma. Hogarth sotto pretesa di dare voce ad un’autoctona tradizione classica, neogoticheggiante perfino, propone quell’ideale «linea della bellezza» che è la «linea ondeggiante e serpentinata»: riprende così, più che motivi manieristi, i presupposti estetici del barocchetto o rococò continentale, e soprattutto francese, che peraltro la pittura britannica affetterà di ignorare. Con abilità empirista ancora maggiore, Reynolds riuscirà invece a produrre una sintesi critica felice ed originale delle esperienze pittoriche continentali (italiane, francesi ed olandesi) coeve ed anteriori, subito divenuta punto di riferimento visivo e teorico imprescindibile non solo per i suoi dichiarati detrattori (Füssli, Blake, Barry), ma anche per i suoi continuatori e sparuti seguaci (West, Opie, Northcote). Il suo amico Burke, grazie alla distinzione fondamentale tra «bello» e «sublime» (1756), sembra partecipare pienamente alla temperie romantica incipiente (e del resto la kantiana Critica del giudizio, 1790, non era ignara degli sviluppi dell’estetica inglese, ed in particolare delle analisi del gusto e dell’emozione estetica di Hume); tuttavia Burke nel proporre, sia pur limitatamente, la differenza estetica tra pittura e poesia sembra precedere di poco le più approfondite riflessioni di Lessing sullo stesso tema (Laocoonte, 1766). In realtà era stato questo un tema centrale della riflessione settecentesca (basti pensare, per la Francia, a Dubos e, ancor prima, a taluni aspetti tangenziali della polemica Orsi-Bouhours): praticamente era una ripresa, in negativo, del tema rinascimentale dell’ut pictura poesis.
Ma è con gli scritti di Winckelmann prima e di Mengs poi che la Germania si affaccia davvero alla ribalta europea, riproponendo, con maggior rigore e quasi schematismo intellettuale e formale i temi estetici ed ideologici del classicismo, con un’insistenza particolare su una visione idealizzante ed astorica dell’arte greca, conosciuta non direttamente, ma tramite i ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei.

Il neoclassicismo troverà ovviamente ampia udienza in Italia, a Roma in particolare, non solo grazie agli interventi polemici di Milizia, ma soprattutto per la divulgazione giornalistica di Giovanni Ludovico Bianconi, fratello di Carlo, e corrispettivo cattolico e neoclassico (in senso oltre tutto neoattico e violentemente antipiranesiano) della laica divulgazione promossa da Algarotti, che resta più vicino al coté barocchetto. Di contro agli schematismi apollinei di Winckelmann, che trova «una nobile semplicità e una quieta grandezza» alla radice della bellezza delle statue greche (ed esemplifica con il Laocoonte), o che, per errore di prospettiva storica, giudica la scultura anziché la pittura come l’arte guida, il campo sperimentale più avanzato della ricerca figurativa greca, ecco che Mengs, grazie alla propria formazione di pittore, si concentra soprattutto sulle vicende della pittura moderna, soffermandosi in particolare su Raffaello, Tiziano e Correggio, triade classica della letteratura artistica italiana secentesca non legata all’ortodossia classicista romana (Scanelli, Scaramuccia). L’interpretazione delle vicende artistiche e dell’essenza stessa dell’arte fornite da Mengs lo pose in conflitto aperto con gli altri grandi dell’arte (se non della teoria artistica) europea, quali Falconet e lo stesso Reynolds; eppure la sua posizione teorica era certamente meno rigida, normativa e schematica di quella di Winckelmann, se, nella Lettera di Antonio Ponz sui dipinti del Prado dimostra di apprezzare adeguatamente anche le forme d’arte lontane dal neoclassicismo (Velázquez).

A questo punto risulta chiaro che la teoria è sempre più scienza filosofica e sempre meno critica accostante: non è nelle pagine di Hegel o di Schopenhauer, ma in quelle di Ruskin sui preraffaelliti, di Baudelaire su Delacroix e Courbet o di Fénéon sugli impressionisti che è possibile ritrovare un «beau tableau réfléchi par un esprit intelligent et sensible». Benché non siano mancate testimonianze scritte dirette degli artisti sulle ragioni del loro operare, anche nel corso dell’Ottocento, tuttavia per la ripresa di una teorizzazione consapevole e quasi sistematica da parte degli artisti stessi si dovrà forse aspettare fino al periodo delle avanguardie storiche all’inizio del secolo presente.


Letteratura storica


La letteratura storica, già coltivata nell’antichità (si pensi alle perdute vite dei pittori di Cornelio Nepote o all’enciclopedia pliniana già ricordata) fiorì soprattutto grazie al biografismo rinascimentale e barocco, soprattutto in centri dove l’attività artistica aveva già assunto un rilievo ed una diffusione tali da consentire di dispiegarsi di una vera e propria «scuola» pittorica locale. Non a caso dunque è soprattutto da Firenze che parte, cronologicamente, l’esperienza della compilazione biografica di vite d’artisti, dapprima in forme ancora embrionali, racchiuse entro dimensioni cronachistiche (Filippo Villani), di elogi umanistici (i settentrionali Bartolomeo Facio e Paolo Giovio, attivi nell’Italia centro-meridionale), di excursus storiografici generali con intarsi autobiografici (la seconda parte dei Commentari di Lorenzo Ghiberti) o di brevi compilazioni (Giovan Battista Celli, Anonimo Magliabechiano, Libro di Antonio Billi), fino a raggiungere la forma di biografie complete di singoli artisti (la Vita di Filippo Brunelleschi di Antonio Manetti, la Vita di Michelangelo di Ascanio Condivi), per culminare di fatto nelle Vite redatte da Giorgio Vasari (I edizione: 1550; II edizione riveduta ed ampliata: 1568), che costituiscono per vastità d’impegno, profondità di sentimento ed efficacia di espressione letteraria un vero modello per tutta Europa: si pensi a van Mander ed a Houbraken nei Paesi Bassi, a De Piles, a Félibien e più tardi a d’Argenville in Francia, a Sandrart in Germania, a Carducho in Spagna e, nella stessa Italia, soprattutto al diligente Baldinucci.
Già nell’opera del Vasari si ritrova una compiuta orchestrazione di molti degli strumenti essenziali della storiografia moderna: vi traspare infatti un’amplissima gamma di fonti, che sul fondamento di una diretta conoscenza dei monumenti, attinta nei numerosi viaggi per la penisola e confortata da continue trascrizioni, schemi e schizzi autografi, passa dalle incisioni ai documenti d’archivio (liberamente manipolati), dalle opere di letteratura a quelle di storia e di cronaca locale ed alle guide, dai trattati sulle arti alle lettere e alle testimonianze verbali di artisti, e, naturalmente alle opere di analogo intento che lo avevano preceduto. L’esperienza secentesca di un Malvasia, ma anche in parte di un Bellori, vi aggiungerà un’attenzione più scrupolosa al dato archivistico ed all’«istoria vocale», ed una calibratissima rielaborazione letteraria dei dati, realizzata attraverso un uso sapiente di artifici e topoi retorici consolidati, identificati, decostruiti e riassemblati, a Settecento inoltrato (1780), da William Beckford in un’ironica galleria totalmente immaginaria di artisti inesistenti,
ma verosimili.

Naturalmente le biografie non sono solo strumenti di trasmissione letteraria di informazioni storiche: sono anche mezzi paradigmatici per l’illustrazione, in positivo o in negativo, di un’estetica, incarnata da questo o quell’artista. Così avviene per il Michelangelo (e nella seconda edizione, anche il Raffaello) di Vasari, il Poussin di Bellori, il Domenichino del Passeri, il Ludovico Carracci ed il Guido Reni di Malvasia. Talora il credo estetico o poetico viene rinforzato da passioni campanilistiche, come nel caso del bolognese Malvasia o, più tardi, del napoletano De Dominici, del cremonese Zaist, degenerando talora fino al punto di rimpinguare scarne liste di artisti locali con l’aggiunta di glorie eterogenee quali (per
esemplificare sulle Vite dei pittori perugini di Leone Pascoli) i capitani di ventura o l’inventore di un «canterano di viaggio».

Superiori alle motivazioni campanilistiche si propongono di essere Bellori con le sue Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni (1672) e, con minor successo, il Baldinucci con le sue Notizie de’ Professori del disegno da Cimabue in qua (1681-1728), opere di grande importanza nelle quali si contrappongono esemplarmente due fondamentali tendenze storiografiche secentesche: infatti, mentre il Bellori concentra la sua opera sull’obiettivo della superiorità dell’ideale classico contro gli «eccessi» del manierismo, del naturalismo e del barocco, il Baldinucci inclina invece ad una tendenziale equanimità estetica precorritrice dell’obiettività positivista e corrispettivo delle esigenze di un collezionismo storico-documentario, quello del Principe (poi cardinale) Leopoldo de’ Medici privo di predilezioni stilistiche, ma attento ad un’ampia rappresentatività geografica e cronologica. Mentre nel Bellori, la scelta estetica a favore di Domenichino e di Poussin preclude la comprensione di Caravaggio e di Rubens, ecco che il Baldinucci allarga il proprio interesse ed apprezzamento anche al Bernini ed a pittori nordici «difficili» come Dürer e Rembrandt, cui si affiancano le piacevolezze aneddotiche e naturalistiche della contemporanea pittura fiamminga ed olandese di genere. Così, alle Vite belloriane redatte nello spirito di un’ideale quanto tendenziosa e normativa crestomazia, il contabile fiorentino contrappone la messe delle sue diligenti Notizie raccolte da ogni angolo d’Europa, limitando la propria partigianeria municipale alle zone umbratili delle origini della pittura medievale.

Altri sono i moventi che acquistano un significato speciale negli artisti-antiquari, categoria che ha monopolizzato la produzione di buona parte della letteratura storica. Ai capostipiti, Ghiberti e Vasari, succedono i van Mander, i Baglione, i Passeri, i Sandrart, i Palomino de Castro, e più tardi, i Giampietro Zanotti, i Luigi Crespi. In tutti o quasi si avverte il bisogno di proiettare nella storia degli altri artisti la propria consapevolezza estetica, in molti si coglie un’indulgenza verso l’autobiografismo che talora si limita a permeare più o meno discretamente il testo nel suo insieme (Passeri, Baglione, van Mander, Sandrart), ma talaltra si condensa in una vera e propria autobiografia a sé stante annessa alle biografie altrui (si confrontino le Vite vasariane del 1550 con l’edizione del 1568, in cui figura anche l’autobiografia di Vasari). Del resto, sull’esempio vasariano, anche un artista ribelle come Benvenuto Cellini potrà stendere la propria Vita, attribuendo alle proprie vicende e risultati artistici una dimensione paradigmatica e titanica: ma si tratta di testimonianze eccezionali.
Benché altri artisti cinquecenteschi abbiano composto scritti di carattere autobiografico (Bandinelli, Raffaello da Montelupo, Pontormo), essi risultano caratterizzati da un troppo corto respiro, pensati non a fini di pubblicazione ma di sfogo personale o talora di informativa redatta su richiesta altrui, onde fornire a biografi letterati la materia da elaborare (si pensi alle notizie autobiografiche scritte da Massimiliano Soldani Benzi per Baldinucci, alla raccolta di autobiografie manoscritte di artisti minori settecenteschi realizzata da Marcello Oretti). A partire dall’Ottocento, in corrispondenza con l’affermazione dell’individualismo romantico, aumentano quantitativamente sia gli scritti autobiografici pubblicati che quelli inediti, anche di minori (basti pensare ad Adamo Tadolini, Giovambattista Frulli, Tommaso Minardi, e, tra i maggiori, Hayez e il diario di Delacroix).

Un altro «ceto» di cultori della letteratura storica è quello dei dilettanti, spesso medici (come Mancini o Scannelli), talora uomini di legge (Malvasia, Pascoli), antiquari (Bellori, De Piles, Félibien, Walpole, Winckelmann) o militari (Seroux d’Agincourt), assai frequentemente ecclesiastici (Lanzi, Della Valle). Quasi tutti respirano l’atmosfera degli studi dei pittori e raccolgono quadri, stampe, disegni o sculture: è quindi naturale trovare in essi un interesse per i problemi concreti dell’arte, per gli argomenti che ricorrevano più di frequente nelle conversazioni e nelle dispute con gli artisti. Nel Mancini, ad esempio, è possibile isolare un interesse particolare per il ritratto e la valutazione della sua somiglianza, ma anche per problemi concreti del mercato e del collezionismo (i criteri di determinazione dei prezzi delle opere d’arte, legati ancora ad una mentalità corporativa e ad un’ottica artigiana, oppure la collocazione dei quadri negli ambienti in base al soggetto raffiguratevi: e la trattazione si risolve in un’attenta casistica). De Piles, andando oltre gli spunti offerti dallo stesso Mancini, propone una più attenta determinazione delle «maniere» individuali e delle scuole, in sincronia (ma non certo in sintonia) con Baldinucci ed in netto anticipo su Richardson, Guarienti, Crespi e Lanzi, per non parlare di Morelli, il dilettante insomma comincia a differenziarsi secondo due figure fondamentali: quella del conoscitore (che troverà adeguata definizione prima in Richardson e poi in Lanzi) e quella dell’intenditore, in senso winckelmanniano. Mentre Winckelmann disprezzava l’erudizione priva di respiro intellettuale, l’acribìa filologica fine a se stessa, la divagazione letteraria biografico-aneddotico informativa, che nulla dice sul senso più intimo dell’arte, sulla qualificazione stilistica e teorica e sulla determinazione storica della creazione e valutazione del bello («quanto all’interno dell’arte e dello stile, in essa [gli eruditi] sono innocenti come l’acqua»), ecco che Lanzi proponeva in un’intelligente compilazione riassuntiva gli strumenti e le convinzioni chiave del «conoscitore», del dilettante che riconosce stili e maniere, è consapevole dell’evoluzione storica di ogni singola scuola pittorica e si prefigge l’apprezzamento non solo estetico, ma storiografico e commerciale di ogni singola opera.

Il gesuita Lanzi consegna ai secoli futuri la summa più limpida e completa dell’elaborazione teorica settecentesca e dello sforzo storiografico di tre secoli: appoggiandosi ad una rete capillare di dilettanti minori dispersi anche nelle provincie più periferiche d’Italia (Pescia, Osimo) e basandosi sulla ricchissima letteratura biografica locale (Malvasia, Crespi e Zanotti per Bologna, Soprani e Ratti per Genova e la Liguria, Ridolfi e Boschini per Venezia, Dal Pozzo per Verona, Baruffadi e Cittadella per Ferrara, Pascoli per Perugia, De Dominici per Napoli, Verci per Bassano, ecc.), egli riesce a fornire un chiaro quadro complessivo dello svolgimento della pittura dal Medioevo ai suoi giorni in tutta Italia. Certo l’inquadramento degli artisti in precisi raggruppamenti regionali, la determinazione dei capiscuola e dei relativi entourages, la distinzione dei generi corrispondono al desiderio di sapore illuministico di riordinare la materia in una classificazione chiara e quasi scientifica: ma, a dispetto di una capillare verifica oculare della materia trattata, Lanzi propone soprattutto (cosa già chiara a Giacomo Carrara) un’epitome aggiornata, anche stilisticamente, delle descrizioni e dei giudizi altrui, il suo contributo più originale essendo in fondo la sistematica elencazione e rivalutazione dei «primitivi», sulla scorta della loro decisa promozione messa in atto dal Della Valle da un punto di vista storiografico, dal Lodoli da un punto di vista collezionistico e da Hugford, da Luigi Crespi ed altri da un punto di vista commerciale. Ma già Malvasia era riuscito a rendere con vivida aderenza il carattere spiritato e feriale della pittura di Vitale e di altri trecentisti bolognesi, avvalendosi a tal fine dell’estrema flessibilità ed espressività polivalente di un linguaggio critico sintatticamente e lessicalmente aperto e sperimentale di timbro moderatamente marinista, capace di aderire simpateticamente ad ogni variazione pittorica extra classicista, cosi come Boschini aveva forzato il dialetto veneziano onde fornire un’aderente equivalenza verbale alla bravura pittorica di Tiziano tardo e Tintoretto. L’opera lanziana si avvale però anche di altre due categorie importanti di fonti: le opere di consultazione (manuali bibliografici, dizionari, enciclopedie) e la letteratura periegetica.
Quanto al primo gruppo, basterà citare almeno il capostipite, l’Abecedario pittorico dell’Orlandi (1704) con le sue numerosissime ristampe nel corso del secolo (importante in particolare quella veneziana del Guarienti nel 1753). Da esso scaturiranno tanto le essenziali tabelle dell’Enciclopedia metodica-ragionata dello Zani alla fine del secolo, quanto le bibliografie storico-artistiche del Comolli prima e del Ranghiasci poi. Gli esempi italiani vengono prontamente recepiti e sviluppati all’estero: basti pensare al Dictionnaire portatif del Lacombe per la Francia, al Dictionary di Pilkington con successive edizioni riviste da Fuseli per l’Inghilterra, o all’Allgemeinen Künstlerlexikon di Johann Rudolf Füssli per la Germania, nonché alla bibliografia storico-artistica raccolta da C. G. von Murr.

L’Ottocento si limita ad approfondire e moltiplicare questo sforzo enciclopedico-divulgativo, con il dizionario del Ticozzi ed il Catalogo bibliografico del Cicognara, da cui deriveranno poi i grandi repertori manualistici, enciclopedici e lessicali soprattutto tedeschi di Müller, Kugler, Kraus, Pauly-Wissowa, Thieme-Becker, nonché il Bénézit, il Nagler ed il Bartsch per l’incisione, mentre per una panoramica generale delle fonti resta tuttora insuperato (benché incompleto e talvolta sorpassato nei giudizi critici) il lavoro dello Schlosser (1924). In queste grandi compilazioni si rifondono ovviamente gli sforzi euristici ed ermeneutici delle varie «storie dell’arte», che a partire dal d’Agincourt e dal Crowe-Cavalcaselle, si dimostreranno più attente all’analisi del fatto stilistico, alla distinzione ed al confronto delle forme (ancora primitivo in Lanzi o Fiorillo) ed in traccia di problematiche più complesse, rigorose nell’esame delle fonti e pronte alle ambientazioni ed alle correlazioni storiche (si pensi a Rumohr, A. Venturi, Toesca), nonché alle sintesi di periodi ed ambienti, illuminati dall’esame delle forme artistiche e dei documenti nella ricostruzione di una vera e propria «storia della civiltà» (Burckhardt, Justi, Müntz).

Si giunge così, a cavallo tra i due secoli, alle grandi aperture metodologiche fornite dalla cosiddetta Scuola di Vienna e dall’Istituto Warburg (prima ad Amburgo e poi a Londra), mentre in questo secolo si attuano, sul fronte della filologia visiva, le compilazioni sistematiche di van Marle e Berenson sulla pittura rinascimentale e le esperienze critiche di Longhi. D’altro canto, in Italia la storia dell’arte come storia della cultura trova in Argan il suo maggior rappresentante.

Anche la letteratura periegetica (guide, libri di viaggi) riveste un’importanza notevole come fonte storico-artistica, benché essa non sia nata, nella Grecia del v sec., per soddisfare
interessi propriamente artistici, ma piuttosto storico- geografico-etnografici; comunque le guide più tarde di Polemone di Ilio (ii sec. a. C.) e Pausania (ii sec. d. C.) non mancano di informazioni artistiche, specie su templi, tesori e santuari, anche se esse non sono assolutamente in primo piano. Nelle guide medievali e moderne si ritrova il gusto per gli excursus storico-leggendari sotto forma di lunghe introduzioni sulle origini della città (le antiche ktiseis) e delle famiglie più illustri; ma vi si ripropone anche, sempre più invadente, l’illustrazione sacra, ovviamente imperniata sulla nuova religione cristiana, e dunque alimentata naturalmente dagli itinerari dei pellegrinaggi.
Esemplari in tal senso le innumerevoli versioni dei Mirabilia Urbis Romae, che si succedono a partire almeno dal XII sec. fino al XVIII; in esse rispunta perfino il vecchio gusto per il magico ed il demonistico di cui si vuoi circondare l’antichità pagana (per esempio, il Caballus Costantini cioè la statua di Marc’Aurelio, oppure i Dioscuri di Montecavallo).

Un ribaltamento di prospettive si avrà soltanto con l’umanesimo, ed in particolare con le opere di Poggio Bracciolini e Flavio Biondo, in cui l’antico viene restaurato ad una dimensione moralmente esemplare. Ma è naturale che sia a Firenze, dove già si viene affermando una letteratura biografica sugli artisti, che nasce la prima vera guida in senso moderno, il Memoriale di molte statue e pitture che sono nell’inclita città di Florentia di Francesco Albertini (1510), cui si deve anche, alcuni anni più tardi, una prima guida più propriamente artistica di Roma. Albertini fornisce dati, non giudizi estetici o descrizioni: ed in questo senso rappresenta un livello più primitivo rispetto alle Notizie (peraltro rimaste inedite fino al secolo scorso, e certo mai pensate per la pubblicazione) del veneziano Marcantonio Michiel, il quale punta meno alla completezza e sistematicità dell’informazione e più alla verifica oculare dei pezzi citati, spesso raccolti in collezioni private.
A Firenze la tradizione guidistica prosegue con le Bellezze della città di Firenze di Francesco Bocchi (1591), aggiornata nel 1677 da Giovanni Cinelli e continuata nelle guide del Carlieri e, nel ’700 avanzato, nel repertorio sulle chiese del Richa e nell’Osservatore del Lastri. A Venezia la situazione si «normalizza» con la guida di Francesco Sansovino (1556 ed edizioni successive), poi aggiornata da Stringa (1604) e dal Martinioni (1663), per giungere alle guide storico-topografiche di Zanetti (1733) e più tardi, Moschini (1815). La guida di Boschini (1664), pur non presentando la stessa emotività e percettività descrittiva della Carta del navegar pitoresco (1660) dà indubbiamente voce ad una più esplicita sensibilità estetica per il secolo d’oro della pittura veneziana, mentre penalizzati restano i primitivi veneti e le maniere pittoriche non locali. Boschini è un artista, anche se mediocre, e tali sono molti compilatori di guide tra Cinque e Settecento, quali il romano Baglione, il bolognese Pietro Lamo, il piano Pandolfo Titi, il bergamasco Carboni, il vicentino Bertotti Scamozzi, il ligure Ratti, il perugino Baldassarre Orsini (cui va riconosciuta una particolare attenzione alla lettura formale delle opere in chiave ormai già neoclassica) e tanti altri. Ancora, è ad artisti minori come Giacomo Barri e Luigi Scaramuccia che vanno attribuiti i primi tentativi organici di «guide rapide» dell’intera penisola, che subentrano alle compilazioni più erudite ed umanistiche di Fichard (1536) e di Leandro Alberti (1550): nel caso di Scaramuccia, l’esperimento non è scevro di precisi e dichiarati intenti estetico-normativi, fondati su un’estetica classicista di stampo raffaellesco. In ogni caso, anche quando i compilatori di guide siano eruditi e letterati, sono per solito legati al mondo degli artisti e del mercato (si pensi ai bolognesi Masini (1660) e Malvasia (1686) o al veronese Scipione Maffei (1771) o al pisano Da Morrona (187).

Il timbro erudito che molte di queste guide tardo-settecentesche e primo-ottocentesche conservano si riallaccia certamente all’originaria vocazione antiquaria della periegetica,
illuminata però da una passione documentaria nuova. In seguito, in pieno Ottocento, in guide come quelle dello Zucchini (Venezia), del Siepi (Perugia) o del Nibbi (Roma) l’interesse artistico risulta assai attutito nella massiccia orchestrazione compilatoria ed enciclopedica. Quel municipalismo che ispirava l’allargamento della materia descritta oltre i confini puramente artistici onde fornire al forestiero ed al cittadino l’occasione di un’«istruzione» completa sulla città, determinava anche una focalizzazione sul locale che, come ricaduta positiva, poteva comportare la riscoperta di fenomeni artistici trascurati o fraintesi: è il caso della riscoperta dei pittori due-trecenteschi pisani da parte del Da Morrona (che primo fornisce al nome leggendario di Giunta un corredo di opere certe) o delle sculture romaniche parmensi da parte dell’Affò (1796). A sua volta ciò favoriva tanto l’affermazione di un nuovo relativismo storico, quanto la promozione di una sottolineatura delle opere più rappresentative su cui attirare l’attenzione del pubblico: l’idea di rilevarle graficamente con
l’aggiunta di un asterisco in margine, trovata da Malvasia (1686), diventa in seguito un luogo comune.

Sulla letteratura periegetica italiana, oltre che sull’esperienza diretta degli autori, si fondano gran parte dei volumi sul viaggio in Italia compilati, già nel Seicento ma soprattutto nel Settecento, da francesi, inglesi e tedeschi come aiuto per i propri connazionali impegnati nel Grand Tour; talora sono redatti in forma di lettere (De Brosses), più spesso di itinerari di viaggio. Particolarmente influenti furono le guide di Richardson, Cochin e Volkmann: benchè bersagliate di critiche feroci da parte degli italiani per le loro inesattezze, esse rispondevano ad un ovvio bisogno di informazione cui gli italiani, dopo i prodromi intravisti, non seppero dare risposta. L’impresa di descrizione periegetica dell’attore Francesco Bartoli è rimasta per la maggior parte manoscritta e del tutto abortito è il coevo tentativo da parte di Luigi Crespi di promuovere una descrizione standardizzata dei centri minori (Lucca, Pescia, Pistoia, Urbino, Volterra, Cortona) affidandola ad eruditi locali. Converrà inoltre sottolineare che la produzione sei settecentesca di guide locali resta un fenomeno prevalentemente settentrionale, pochissimi essendo i contributi meridionali (da ricordare soprattutto le guide di Napoli di Sarnelli e Celano).

Al tempo stesso, il fenomeno si internazionalizza: nel Settecento la letteratura periegetica comincia a proliferare anche nelle altre nazioni europee (basti ricordare, per la Spagna, il Ponz), ma la diffusione di tali scritti in Italia è stata pressoché nulla. D’altro canto, rare sono anche le descrizioni di paesi stranieri ad opera di italiani: le Lettere dalla Baviera (1763) di G. L. Bianconi sono uno dei pochi esempi citabili, e la menzione di opere d’arte vi risulta secondaria rispetto all’analisi dei costumi.
La dimensione apparentemente immediata, informale e confidenziale della lettera conosce nel Settecento una fortuna particolare, che favorisce il recupero e l’edizione di lettere di artisti dei secoli anteriori, ad opera dapprima del Bottari, e poi dei suoi due continuatori ottocenteschi, il Ticozzi ed il Gualandi. Sul loro esempio, ma spesso con criteri filologici migliori, più rispettosi dei testi originali, si muoveranno anche altri eruditi, quali Milanesi, Campori o Gaye. Il fine è quello della documentazione tanto biografica quanto estetica, o, più specificamente, del recupero di poetiche individuali e questo favorisce un interesse anche per altri scritti di artisti di dimensione più privata, quali i diari (diffusi specialmente tra i romantici, si pensi a Delacroix), i diari di viaggio (si pensi agli inediti taccuini italiani di Reynolds o ai suoi appunti sul viaggio nei Paesi Bassi pubblicati da Malone, oppure alle relazioni indirette, come quella di Chantelou sul viaggio del Bernini in Francia nel 1665), i libri dei conti (Lotto, Bassano, Guercino, Franceschini, Reynolds) o quelli di ricordi (a
partire da Neri di Bicci): ma si torna così a scritti di carattere spesso inconsapevolmente autobiografico, destinati a confluire come materiale preparatorio nella confezione delle biografie artistiche.
 

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