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Autobiografia
(dal gr. autós, stesso, bíos, vita, gràpho,
scrivo) racconto della propria vita, in prima o
in terza persona, che può assumere le forme più
diverse, dal diario alla confessione,
dall'apologia all'orazione, dal commentario al
romanzo, all'epistola, alla lirica. La più
antica a. è forse la Storia di Sinuhe, racconto
egiziano dei secc. XI-X a.C. Presso i greci e i
latini l'a. si presenta per lo più come apologia
di politici e oratori (i più noti sono Isocrate,
Demostene, Cicerone) o resoconto di imprese (l'Anabasi di Senofonte, i Commentari di Cesare, le Res gestae di
Augusto). Ma già Seneca (in molte pagine delle
opere morali e soprattutto nelle Lettere a
Lucilio) e Marco Aurelio nei Ricordi scoprono la
dimensione dell'interiorità e dell'analisi
psicologica.
Nel medioevo cristiano l'a. assume
definitivamente i caratteri della «storia
dell'anima» e spesso quelli dell'introspezione
ascetica. Il modello, a lungo imitato, sono le
Confessioni di sant'Agostino. Ma già alla fine
del Duecento, con la Vita nuova di Dante,
l'allegorismo autobiografico si colora di toni
romanzeschi.
Se con l'umanesimo, soprattutto in Italia, l'a.
tende a diventare celebrazione drammatizzata
dell'individuo eccezionale (si può citare per
tutte l'inattendibile Vita di Benvenuto Cellini),
in altri paesi il diverso clima politico e
culturale produce a. imperniate su conflitti
psicologici e religiosi ,basti pensare al Libro
della sua vita di santa Teresa d'Avila, al Nemo
dell'umanista luterano Ulrich von Hutten o alle
Memorie del poeta ugonotto francese Agrippa
d'Aubigné.
Nel Sei-Settecento da un lato si
accentua il carattere del «diario di un'anima» (genere
che culmina nelle Confessioni di Rousseau),
dall'altro quello delle memorie di viaggio, con
spiccato interesse per gli aspetti sociali,
politici e folcloristici di ciascun paese: dalle
Memorie di
Casanova alle Lettere familiari di
Baretti.
I tre capolavori dell'autobiografismo italiano
del Settecento (l'Autobiografia di G.B. Vico, le
Memorie di C. Goldoni e la Vita di V. Alfieri)
sono accomunati dall'intento di rintracciare,
nelle singole vicende, lo sviluppo delle
rispettive vocazioni, filosofiche o letterarie.
Un carattere che si ritrova, con accentuazioni
diverse – dall'eroico all'intimistico – in larga
parte della letteratura autobiografica del
romanticismo e del decadentismo, dalle
Memorie
d'oltretomba di Chateaubriand a Infanzia,
adolescenza, giovinezza di Tolstoj.
Mentre il
memorialismo italiano dell'Ottocento è
caratterizzato dall'impegno nelle vicende
politiche e ideologiche del risorgimento (dalle
Mie prigioni di S. Pellico ai Miei ricordi di M.
d'Azeglio, alle Ricordanze della mia vita di L.
Settembrini, fino alle rievocazioni
degli scrittori garibaldini), nel Novecento
dominano le esperienze delle due guerre e della
resistenza (fra i molti esempi, Un anno
sull'altipiano di E. Lussu e
Se questo è un uomo
di P. Levi).
Dal secolo scorso l'autobiografismo
domina gran parte della narrativa, spesso
dissolvendo i confini tra romanzo e «memoria»:
lo testimoniano opere come Alla ricerca del
tempo perduto di Proust, Dedalus di Joyce, La
coscienza di Zeno di Svevo,
L'uomo senza qualità
di Musil, Le parole di Sartre, fino ai più
recenti esempi di Marguerite Yourcenar (Archivi
del Nord, Care memorie) e di Thomas Bemhard (Il
respiro, Un bambino).
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