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Matteo Maria Boiardo

Il conte Matteo Maria Boiardo nacque a Scandiano (Reggio Emilia) nel 1441 da Giovanni e Lucia Strozzi. Con la madre, sorella dell'umanista Tito Vespasiano, trascorse la fanciullezza a Ferrara, dove venne curata la sua formazione classica. La morte del padre (1451), del nonno Feltrino che aveva curato il completamento della sua istruzione (1456),e infine dello zio Giulio Ascanio (1460) scandirono un periodo di controversie familiari per la spartizione dei beni ereditari, conclusesi poi con l'assegnazione del titolo feudale a Matteo e al cugino Giovanni. Con questi Matteo Maria divise le proprietà, rimanendo infine padrone, tra gli altri possedimenti, della contea nativa di Scandiano. Inserito nell'ambiente cortigiano estense, fu al seguito di Borso prima e di Ercole I poi, svolgendo per i suoi signori anche incarichi diplomatici: nel 1469 fece parte del corteggio che accolse l'imperatore Federico III, ospite di Borso; nel 1471 accompagnò lo stesso Borso a Roma per la cerimonia di investitura a duca; infine nel 1473 fece parte con Sigismondo d'Este della solenne ambasceria inviata a Napoli per accogliere la sposa di Ercole, Eleonora d'Aragona. Ricopri anche l'incarico di capitano ducale a Modena (1480-83) e di governatore di Reggio dal 1487 al 1494, anno della sua morte. Nel 1479 aveva sposato Taddea dei Gonzaga di Novellara, da cui ebbe cinque figlioli.

Fu autore fra l'altro di ecloghe in latino e in volgare, di alcuni volgarizzamenti (anche se di paternità dubbia e discutibili nel risultato) e di un Canzoniere dedicato alla nobildonna Antonia Caprara, oltre che di alcuni divertissement cortigiani, come la commedia in endecasillabi, riduzione del Timone lucianeo, composta e messa in scena per le nozze tra Alfonso d'Este e Anna Sforza (1491) e i cinque capitoli in terzine dedicati ad illustrare il gioco dei tarocchi. Lo si ricorda però principalmente per il poema cavalleresco di materia carolingia e di gusto arturiano noto come Orlando innamorato, di evidente impronta encomiastica (accolse e sviluppò infatti il suggerimento già proposto dallo zio Tito Vespasiano Strozzi di far risalire al paladino Ruggero la stirpe Estense). La composizione del poema, iniziata negli anni '70, fu frequentemente interrotta dalle cure politiche: nel 1482, per la guerra tra Ercole e i Veneziani, e nel 1494, a causa della calata di Carlo VIII, alleato degli Este, a cui Boiardo dovette procurare ospitalità e vettovaglie, impegno questo che gli impedí di riprendere il lavoro poetico poi definitivamente interrotto dalla morte occorsa nello stesso anno. La prima edizione completa del poema (di cui non si conserva alcun esemplare) è del 1495; possediamo solo copie della successiva stampa (1506).

L'Orlando innamorato

Al suo capolavoro, l'Orlando innamorato, il Boiardo mise mano nel 1476; nel 1483 pubblicò i 2 primi libri (60 canti); poi, per le varie incombenze e le condizioni di salute, procedette assai a rilento, e interruppe il lavoro alla ottava 25a del IX canto del 3° libro. La vedova (Taddea Gonzaga, sposata nel 1479) nel 1495 stampò tutta l'opera. L'intricatissima trama del poema scompare sotto l'accavallarsi di un'infinità di episodi, che il Boiardo trasse, in parte, dai romanzi cavallereschi, dalle letterature classiche, dalla novellistica, ma più dalla sua inesauribile fantasia, sebbene le invenzioni talvolta si ripetano. La grandezza del Boiardo è di aver creato, in un mondo di bella fiaba cavalleresca, una folla di personaggi vivi e umani, ciascuno operante nelle situazioni atte a esprimere il proprio carattere. Angelica, dominatrice senza pudori o rimorsi; Orlando, balocco nelle sue mani; Agricane, eroe epico; Origilli, perversa, cui il Boiardo diede i lineamenti della Caprara; Rodomonte, gigantesca forza bruta; Ruggiero, fiore di cavalleria; Astolfo, irresistibilmente comico; Brunello, furfante ma simpatico; Sacripante, sentimentale; Marfisa, Gradasso, Mandricardo, Tisbina, Leodilla, Fiordaliso, Doristella, ecc. sono tutte creature vive, e tutte - caratteristica notabile - creature d'istinto, d'impetuosa primitività. Non tutte artisticamente finite; parecchie sono più sbozzate che compiute; pochissime le incoerenze psicologiche ed estetiche, se si tolga la figura di Rinaldo, che, ubbidendo a una struttura rimasta esteriore, riesce contraddittoria. Mancò all'Innamorato il labor limae, che fece del Furioso dell'Ariosto un capolavoro. Tale mancanza, ma soprattutto la lingua che sembrò dialettale e rozza, spiegano i rifacimenti che furono fatti del poema da L. Domenichi e da F. Berni: il rifacimento berniano prese addirittura il posto dell'originale dalla metà del Cinquecento al 1830-31, quando il poema fu ristampato a Londra (con introduzione e note) da A. Panizza nella sua stesura originaria. E questa è ora tenuta in onore, pur essendo abbandonato il mito della presunta sua primitività e popolarità, che l'aveva fatta apprezzare dai romantici.



Così inizia l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, capostipite dei poemi epico-cavallereschi del Rinascimento italiano. All’opera di Boiardo spetta il merito di aver reinventato un genere che affonda profonde radici nella tradizione popolare e giullaresca dei cantari in ottave e di avergli dato dignità di alta letteratura, contribuendo inoltre in modo decisivo all’armonica fusione tra i due principali filoni tematici: la materia carolingia, tradizionalmente epica e guerresca, e quella bretone, più incline alle avventure amorose e fantastiche dei suoi cavalieri e delle sue dame.