LA QUESTIONE DELLA LINGUA NELL'ETÀ DEL ROMANTICISMO
Alessandro Manzoni Il dibattito in Europa: Humboldt e Schlegel L’età del Romanticismo dedica un’attenzione speciale al linguaggio, considerato nelle sue origini e nella sua evoluzione storica in correlazione con lo sviluppo civile dei diversi popoli. La lingua cessa di essere studiata con i metodi dell’empirismo e del sensismo, che ne sottolineavano il carattere di comunicazione e l’arbitrarietà dei significanti rispetto ai significati. La lingua ora viene vista come espressione dello spirito di un popolo; ogni lingua — sostiene il massimo linguista dell’epoca, il tedesco Wilhelm von Humboldt (1767-1835) — è dotata di una “forma interna” corrispondente alla visione del mondo del popolo che la parla. Il linguaggio non nasce, secondo Humboldt, da un’esigenza pratica di comunicazione, ma è una spontanea emanazione dello spirito. Con il Romanticismo si passa insomma da una concezione sensistica ed empirica a una spiritualistica e organicistica del linguaggio. Ne derivano conseguenze positive e aspetti più caduchi o discutibili. Fra gli aspetti positivi occorre annoverare la nascita della linguistica quale scienza autonoma volta a studiare il linguaggio come organismo vivente in continua evoluzione; la concezione storicistica che lega la lingua alla storia della civiltà e dei popoli; l’avvio degli studi di linguistica comparata. Fra gli aspetti più discutibili bisogna menzionare la tendenza a una concezione mitica del linguaggio, d’altronde organica alla diffusione delle poetiche simbolistiche. Si pensa, con A.W. Schlegel, a una lingua pura originaria, comune a tutti i popoli, che corrisponderebbe all’antico sanscrito, e che la poesia dovrebbe cercare di ricreare. In rapporto a tale tesi si riaffacciano ipotesi relative all’origine divina del linguaggio.
Il dibattito in
Italia
In Italia
la discussione verte soprattutto
sull’esigenza di creare una lingua
letteraria e una lingua d’uso comune che
siano nazionali. Nel nostro paese, come
spiegava Manzoni nelle lettere a Fauriel
scritte prima dell’elaborazione dei
Promessi sposi, la stessa conversazione
fra italiani di regioni diverse non poteva
svolgersi in modo spontaneo. Le uniche
alternative all’uso dei dialetti erano
rappresentate dalla lingua letteraria, del
tutto astratta e convenzionale,
lontanissima dal parlato, e perciò sentita
come artificiosa e innaturale, oppure da
una lingua straniera, il francese,
frequentemente impiegato nei salotti
letterari. Si ponevano dunque due problemi:
quello di creare, a livello nazionale, una
lingua di conversazione e d’uso comune e
quello di una lingua letteraria meno
lontana dall’uso. Come si vede, si tratta
di una questione di politica culturale
strettamente collegata al processo
risorgimentale: fare l’unità d’Italia
doveva significare anche realizzarne
l’unità linguistica e portare il nostro
paese a livello delle altre nazioni
europee, dove esistevano già da tempo una
lingua nazionale d’uso comune e una lingua
letteraria assai vicina a essa e comunque
comprensibile a tutti. E infatti il
problema linguistico è posto da tutta la
cultura romantica come questione non solo
letteraria, ma anche sociale e politica. I
romantici erano però divisi: alcuni
proponevano di fare del toscano allora in
uso, quale era parlato dalla borghesia
colta fiorentina, la base sia della lingua
di conversazione, sia della lingua
letteraria scritta; altri invece optavano
per una disposizione eclettica e per
l’accettazione di tutti i vocaboli che
rispondessero alle esigenze sociali e
all’uso in atto fra le persone colte di
ogni regione quando parlavano in italiano.
La prima posizione fu sostenuta dagli
intellettuali dell’«Antologia», e cioè da
Montani, Capponi, Tommaseo, Niccolini. A
essa aderì anche Manzoni nel rivedere
l’edizione del 1827 dei Promessi sposi.
Subito dopo l’Unità questa fu anche la
posizione del governo italiano che cercò
di imporla attraverso le strutture
scolastiche nazionali. La seconda
posizione venne sostenuta e praticata
dagli scrittori del «Conciliatore» — eredi
anche in questo delle idee del «Caffè» — e
soprattutto da Berchet e da di Breme. A
essa si rifece anche Manzoni nella stesura
delle tragedie e di Fermo e Lucia, prima,
cioè, di convertirsi al toscanismo. Una
posizione eclettica è praticata anche da
Nievo, che unisce termini settentrionali e
toscani, letterari e colloquiali, nelle
sue Confessioni di un italiano. La scelta
di lasciare che all’unità linguistica si
giungesse spontaneamente, per evoluzione
civile del popolo e non per imposizione
dall’alto di un unico modello (il
fiorentino), fu sostenuta dopo l’Unità dal
grande linguista
Ascoli. Di fatto, dopo i
tentativi del governo di affermare il
toscanismo e il manzonismo come soluzioni
linguistiche nazionali, essa finì per
imporsi come la più logica e naturale. I
romantici erano comunque uniti nella lotta
contro le posizioni classiciste e puriste.
Il purismo si era molto rafforzato nella
cultura italiana come resistenza
all’invasione del francese durante il
periodo napoleonico e come effetto del
predominio della poetica del
Neoclassicismo negli ultimi decenni del
Settecento e nei primi anni dell’Ottocento.
Così, in questo periodo, la distanza fra
lingua parlata e lingua scritta era
divenuta massima. Classicisti e puristi si
battevano perché la lingua letteraria
italiana restasse fedele alle sue
tradizioni. Di questa ripresa delle
posizioni puriste il massimo
rappresentante fu, all’inizio del secolo,
padre Cesari, che propose una nuova
redazione del Vocabolario della Crusca (uscita
a Verona fra il 1806 e il 1811) e sostenne
la necessità di rifarsi esclusivamente al
linguaggio dei Trecentisti: non solo
quello di Dante, Boccaccio e Petrarca, ma
anche dei minori di quel secolo. Le sue
tesi sono affidate a una Dissertazione del
1808 e ai dialoghi Le Grazie del 1813. Un
altro purista fu il napoletano Basilio
Puoti (1782-1847), che allargava però il
patrimonio linguistico letterario ai
prosatori del Cinquecento e ad alcuni
autori del Seicento (Segneri e Bartoli
soprattutto). Merito di Puoti fu di aprire
nel suo palazzo una scuola non solo di
lingua, ma anche di letteratura, in cui si
formò il grande critico letterario
Francesco De Sanctis. Occorre distinguere
la posizione dei puristi da quella dei
classicistici illuministi, come Monti e
Perticari, che riconoscevano l’importanza
dell’uso e si adoperarono perciò per
allargare il vocabolario della Crusca.
Monti e Perticari pubblicarono infatti fra
il 1817 e il1824 sei volumi di Proposte di
alcune correzioni ed aggiunte al
Vocabolario della Crusca. Fra i
classicisti illuministi svolse un ruolo di
rilievo Pietro Giordani, che condusse una
polemica contro l’uso del dialetto
incoraggiato dai romantici. Lo spunto
della discussione venne dalla
pubblicazione nel 1816 delle opere in
dialetto milanese di Domenico Balestrieri
da parte di Francesco Cherubini, autore
anche di un Vocabolario milanese-italiano.
Giordani riteneva il dialetto una lingua
inferiore, incapace di comunicazione
intellettuale. Le sue posizioni
provocarono la reazione di Carlo Porta,
poeta in dialetto milanese, e degli altri
scrittori romantici, i quali vedevano
invece nel dialetto una forma di
espressione popolare e dunque conforme
alle loro poetiche realistiche. Non è
certo un caso che due fra i maggiori poeti
italiani dell’età romantica scrivessero in
dialetto: Carlo Porta in milanese,
Giuseppe Gioachino Belli in romanesco.
Contrario all’uso comune è anche Leopardi:
per lui antico e poetico coincidono.
Leopardi anzi distingue la lingua della
poesia, che deve essere «distinta» e
perciò più selettiva, dalla lingua della
prosa. Ma anche nel caso di quest’ultima
si tratta di fondare una lingua «moderna
illustre», la quale non può che essere —
egli scrive nello Zibaldone — «una
continuazione, una derivazione dell’antica,
anzi la medesima antica lingua continuata».
Di fatto il suo repertorio linguistico è
più ampio di quello proposto dall’amico
Giordani (che si fermava al lessico del
Cinquecento) e giunge sino ai maggiori
autori del Settecento. E d'altra parte
nello Zibaldone Leopardi difende l'uso di
nuovi termini entrati nella lingua
italiana, non senza ironizzare sulla
chiusura culturalmente un po' gretta dei
puristi.
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