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Il Caffè
Il concetto di "piacere"
sostituisce la vecchia "meraviglia" barocca, e
la discussione sul bello coincide col bisogno di
eliminare o contenere gli effetti tetri e
devastanti della noia.
A
più di cinquant'anni di distanza dal successo di
"The Spectator", l'Accademia dei Pugni, meglio
conosciuta nell'Europa di Voltaire come l'école
de Milan, dà vita al grande esperimento
giornalistico del "Caffè" che raccoglie nei suoi
articoli il pensiero riformatore di Cesare
Beccaria e di Alessandro e Pietro Verri.
La rivista milanese, volgendosi sia
all'understatement narrativo di "The Spectator"
sia alla metodica divulgativa dell'Encyclopédie,
ripropone i tempi della civile e libera
conversazione delle coffee houses sotto la regia
di Demetrio caffettiere, maschera di Pietro
Verri e affabile voce narrante.
Sottoposto al fine della pubblica utilità,
l'intento divulgativo del "Caffè" si fa visibile
fin dal proemio volto a stabilire con il lettore
un colloquio vivace e istruttivo. Mediante il
sapiente uso della figura retorica
dell'occupatio, costruita sull'anticipo dei
dubbi e delle domande dell'interlocutore, Pietro
Verri dichiara gli scopi del giornale: "Il fine
di una aggradevole occupazione per noi, il fine
di fare quel bene che possiamo alla nostra
patria, il fine di spargere delle utili
cognizioni fra i nostri cittadini come già
altrove fecero e Steele, e Swift, e Addison e
Pope". La riproposizione dell'utile dulci
ritorna con i volti affabili degli amati autori
inglesi nel progetto di una rivista che sa di
dovere non solo soddisfare il palato del proprio
pubblico, ma anche crearselo tout court, vista
la premessa dei fortunati modelli di "The
Spectator" e del "Tatler" di Steele.
Nell'articolo "Dei fogli periodici", che fa leva
sull'incostanza del carattere femminile, è
dunque il pubblico delle donne a essere
lusingato, anche se a quest'ultimo si addice
maggiormente la lettura di un'agile rivista che
quella di un libro di scienza. Se Addison
scherzava in "The Spectator" a proposito della
frivola composizione della biblioteca di una
dama, gli autori del "Caffè" sono benevolmente
consapevoli del fatto che il successo del loro
giornale non può ignorare le ragioni della moda,
assai care al sesso femminile.
Nello stesso articolo viene tracciata
un'interessante distinzione fra il pubblico del
giornale e quello del libro, che segna il
massimo distacco dall'idea del "Journal des
Scavans" pensato come almanacco librario.
Il giornale giunge laddove il libro potrebbe
fermarsi, fermato solo dall'incostanza e dalla
pigrizia mentale del lettore. Grazie alla
saltuaria e colta brevità dei suoi articoli, il
"Caffè" si appresta a incontrare questo pubblico
per sedurlo con una sintesi senza forti
rimproveri: "Ma un foglio periodico che ti si
presenta come un amico, che vuol quasi dirti una
sola parola all'orecchio e che or l'una or
l'altra delle utili verità ti suggerisce non in
massa, ma in dettaglio [.. .] è per lo più ben
accetto e ben ascoltato".
Alessandro Verri: Programma linguistico degli illuministi milanesi
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