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La questione della lingua
Nel Cinquecento la produzione letteraria, pur
continuando a presentare un carattere bilingue,
mostra una prevalenza del volgare sul latino.
Accertata la validità letteraria del volgare, il
dibattito teorico si sposta dunque verso
l'individuazione del tipo di volgare adatto alla
scrittura e alla comunicazione colta. Tre sono
le principali tesi discusse lungo l'intero
secolo: la predominante tesi classicista,
propugnata da
Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua
(1525); la tesi "cortigiana',' promossa con
alcune sfumature da diversi esponenti (Calmeta,
Castiglione, Trissino) e quella cosiddetta del "fiorentino
parlato" sostenuta principalmente da Niccolò
Machiavelli (Discorso intorno alla nostra
lingua, 1524?) e diffusa in ambito toscano.
Nelle Prose Bembo proponeva un canone letterario
limitato a Petrarca per la poesia e a Boccaccio
per la prosa. Dalle opere dei due grandi autori
trecenteschi Bembo enucleava dettagliati
precetti linguistici, oltre che stilistici,
modello assoluto e inderogabile per chi voleva
produrre testi letterari. Dante risultava
escluso da questa operazione perché
plurilinguismo e pluristilismo rendevano la sua
opera un esempio irriducibile alle precise
indicazioni prescrittive enunciate dal cardinale.
Bembo propone dunque un modello esclusivamente
letterario, fortemente elitario e svincolato
dalla realtà del parlato. La contrapposizione
tra uso comunicativo e uso letterario è infatti
netta: la «favella» (semplice strumento pratico
di comunicazione) è distinta dalla «lingua»,
tratta dall'opera dei grandi autori tecenteschi
e adatta a perpetuare la scrittura letteraria.
Se da una parte un canone cosí precisamente e
indiscutibilmente delineato risulta astratto e
rigido, dall'altra la proposta bembiana presenta
caratteri di universalità che la rendono
facilmente attuabile. Propugnata da illustri
sostenitori tra cui Sperone Speroni (Dialogo
della lingua, pubbl. 1542) e Ludovico
Castelvetro (Giunte alle Prose, 1549-63),
risultò infatti la soluzione trionfante. La
maggior diffusione fu certo favorita anche
dall'adozione nelle stamperie delle proposte
normative bembiane; Bembo stesso fu
collaboratore del tipografo veneziano Aldo
Manuzio.
La tesi "cortigiana" invece si ispirava al De
vulgari eloquentia dantesco e proponeva un
modello linguistico ibrido, costituito dalla
mescidazione di diversi volgari italici parlati
nel nobile ed elegante ambiente delle corti. Pur
aspirando a proporre un modello sovraregionale e
cosmopolita che fosse adatto tanto
all'espressione letteraria quanto alla vita di
corte, tale proposta presentava però il limite
di risultare eccessivamente astratta. Ad ogni
modo, tra i principali sostenitori di questa
tesi vi fu Vincenzo Colli detto il Calmeta
(1460-1508), il quale scrisse un trattato Della
volgar poesia, che andò perduto e di cui
possediamo contraddittorie notizie da Bembo e
Castelvetro. Secondo quanto riferisce il Bembo,
il Calmeta proponeva di prendere a modello la
corte pontificia, dove la lingua in uso nasceva
dalla mescolanza dei diversi idiomi parlati
dalle persone, provenienti da tutta la penisola,
che vi dimoravano; secondo Castelvetro invece si
sarebbe dovuto prendere a modello il fiorentino
trecentesco, innovato in base all'uso della
corte romana. Altra figura rappresentativa della
tesi eclettica fu
Baldassarre Castiglione che nel Cortigiano
(1528) proponeva un'idea di lingua libera da
eccessivi condizionamenti letterari trecenteschi.
Tale idioma doveva essere stabilito dall'uso e
temperato dal «bon giudicio» degli «uomini che
hanno ingegno» in modo da essere adatto a
soddisfare le esigenze comunicative del ceto
aristocratico: piú un ideale, dunque, che un
modello concreto. Infine Gian Giorgio Trissino,
volgarizzatore del De Vulgari eloquentia, nel
dialogo II Castellano (1529) propugnò l'idea di
una «lingua italiana», frutto della mescolanza
delle parti migliori dei diversi volgari
contemperati dalla «pronunzia cortigiana».
Fautori di questa posizione Pierio Valeriano (Dialogo
sopra le lingue volgari, 1516-24) e Girolamo
Muzio (Battaglie per la difesa dell'italica
lingua, 1582). Alla tesi cortigiana si oppose il
Bembo poiché riteneva tale modello né duraturo
né universale e soprattutto lo considerava privo
di una produzione letteraria in grado di ergersi
a modello effettivamente perseguibile.
Una tesi ancora diversa fu quella del "fiorentin
parlato' difesa da Niccolò Machiavelli. Egli
sostenne l'egemonia del fiorentino, dicendola
fondata su una tradizione letteraria superiore a
quella di ogni altro volgare: «non c'è lingua
che si possa chiamare o comune d'Italia o
curiale, perché tutte quelle che si potessino
chiamare cosí, hanno il fondamento loro dagli
scrittori fiorentini e dalla lingua fiorentina;
alla quale in ogni difetto, come a vero fonte e
fondamento loro, è necessario che ricorrino». La
lingua fiorentina è dunque l'unica in grado di
conservare e proseguire, in qualità di erede
naturale, la contesa tradizione trecentesca. Ciò
è dimostrato dagli esperimenti letterari
quattrocenteschi prodotti nella Firenze medicea,
da Bembo ritenuti viceversa espressione di
involuzione e decadenza. Contrapponendosi
all'astrattezza della «lingua italiana» del
Trissino, Machiavelli sostiene che il fiorentino
ha dimostrato di essere l'unica lingua in grado
di inglobare i forestierismi, dando origine ad
una efficace mescidanza. E a Bembo, che
considera il fiorentino alla stregua di una
lingua morta, Machiavelli oppone la vitalità
dell'idioma, in grado di acquisire e rielaborare
apporti dall'uso orale, anche popolare.
Nonostante i contorni fortemente municipali, la
proposta di Machiavelli ebbe comunque diversi
sostenitori in area toscana (tra gli altri
Lodovico Martelli, Claudio Tolomei, Pier
Francesco Giambullari, Giovan Battista Gelli,
Carlo Lenzoni).
Bembo: Petrarca e Boccaccio modelli di lingua volgare
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