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COMICO

Il registro comico nelle sue varie declinazioni – dalla parodia alla satira, dall'umorismo al sarcasmo, dall'ironia alla caricatura, dal gioco di parole all'invenzione surreale, dal grottesco all'humour noir – è tra i più usati nella letteratura di ogni epoca. Situazioni ed episodi comici, nonché notazioni ironiche, fanno parte della gamma espressiva di moltissimi capolavori della letteratura.

UNA DEFINIZIONE IMPOSSIBILE

È difficile offrire una definizione esaustiva del comico, al di là della sua capacità di generare il riso o il sorriso, e dunque di riflettere e di ricreare una delle fondamentali esperienze umane. Esistono diverse autorevoli teorie sul riso: da Hobbes (la risata come sbeffeggiamento e aggressione dell'avversario) a Bergson (il riso scatenato dall'evidenza della meccanicità della vita e del corpo ridotto a burattino, a oggetto), da Freud (il motto di spirito che è una scarica di energie psichiche represse) a Pirandello (l'umorismo come «sentimento del contrario») ai più recenti approcci logico-linguistici (il riso permette di organizzare e riorganizzare le categorie cognitive). Tuttavia pare impossibile definire una volta per tutte la natura del riso e individuare i meccanismi che lo scatenano.
Già l'evidenza della reazione fisiologica è tuttavia indicativa del rapporto forte e immediato, una necessaria complicità, che viene instaurato con il destinatario, lettore o ascoltatore o spettatore. Non a caso la comicità è assai più efficace quando il rapporto con il pubblico è diretto (per esempio in teatro e, in epoca più recente, nei cabaret e al cinema, o attraverso la semplificazione grafica della vignetta o del fumetto) e quando prende spunto dall'attualità, come nella satira politica e di costume. Non può dunque sorprendere che il genere comico abbia avuto e continui ad avere grande successo di pubblico, magari con fogli volanti che riprendono gag di successo, con testi ricavati dai copioni teatrali, raccolte di barzellette, autobiografie di attori comici, testi di polemica politica (ne è una conferma il recente successo editoriale di personaggi come P. Villaggio, G. Bramieri, P. Rossi, R. Benigni, G. Covatta, A. Albanese e L. Littizzetto).
La difficoltà di definire il comico dipende anche da un'altra sua caratteristica: esso consente e impone una enorme e continua libertà d'invenzione. Le opere comiche sono probabilmente quelle che invecchiano più rapidamente: una trovata o una battuta che parevano irresistibili, se ripetute perdono gran parte della loro efficacia; non appena l'occasione che le ha generate svanisce, invecchiano istantaneamente: spesso, astratte dal contesto che le ha prodotte, appaiono difficilmente decodificabili. D'altro canto i meccanismi del comico restano sostanzialmente invariati, fin dai tempi di Aristofane e Pianto. La sua evoluzione ruota dunque intorno a questo paradosso: il continuo bisogno di novità e la necessità di restare ancorati a un'attualità in costante mutazione, ma ripetendo moduli antichissimi.

DAL BUFFONE MITOLOGICO AL GIULLARE DI CORTE

In diverse mitologie si trovano figure in grado di suscitare il riso con l'esibizione oscena dei genitali oppure compiendo azioni che trasgrediscono le norme e le regole condivise, come nel caso del «briccone divino» (Jung-Kerényi). Di questa figura è possibile ritrovare le tracce in diversi contesti, da certi eroi dei romanzi picareschi allo Svejk di Halek, dal Guizzardi di G. Celati al vitalissimo folletto inventato da Roberto Benigni in teatro e al cinema. In essa è implicita un'ulteriore ambiguità del comico, che può apparire tanto conservatore quanto rivoluzionario: le gesta di questo personaggio, come quelle dello «sciocco» a esso imparentato e presente in molte fiabe della tradizione popolare, evidenziano e sanzionano con il ridicolo determinati comportamenti considerati asociali o antisociali, e svolgono dunque la funzione di ribadire e consolidare l'ordine delle cose e la coesione della comunità; ma le stesse azioni possono suggerire, al di là della consapevolezza del loro ideatore, la possibilità di cambiare le regole e le norme che vengono infrante.
Sono dunque due gli atteggiamenti di fondo del comico, in apparenza opposti ma spesso compresenti. Uno parte da una posizione moralistica e da un intento velatamente pedagogico per rifiutare ogni forma di riso turpe e volgare, e mira ad ammaestrare il pubblico e a purgare i vizi e le passioni offrendo esempi negativi e mettendoli in ridicolo (si pensi all'amara riflessione sulla natura umana da Orazio e Giovenale a Molière e al Parini nel Giorno, con la loro aspra critica sociale). L'altro ama invece la trasgressione e segue un'ispirazione anarcoide; crea spazi di libertà e di invenzione, aprendo con una risata l'immaginazione utopica o eversiva di altri mondi possibili, affrontando gli argomenti proibiti, attaccando i tabù, facendo esplodere scandali, mettendo alla berlina i benpensanti e l'ordine costituito. E correndo il rischio della censura, quando opera in regimi totalitari o che limitano la libertà d'espressione: il giullare di corte e il buffone del re si muovono sempre su un sentiero molto stretto.
Se è possibile ritrovare nel corso dei secoli numerose eco delle sue origini mitiche, la storia del comico nella cultura occidentale è «anche la storia di proscrizioni compiute dalla cultura delle classi alte, contro un'attitudine alla parodia generalizzata che mal si concilia con il sapere assertivo e teologico»; è dunque la vicenda di «una tradizione plebea che ha subito bandi ed emarginazioni da parte del sapere costituito» (G. Celati). Il comico carnevalesco, legato al tempo della festa e alle sue trasgressioni, secondo il suo massimo teorico e studioso M. Bachtin, è caratterizzato dall'esaltazione della corporeità, del cibo, della sessualità, dell'escrezione e della poltroneria, e dall'inversione tra le gerarchie sociali, tra le parti del corpo, tra mashile e femminile, vita e morte, ragione e follia Frantuma l'unità del sapere e della visione del mondo, riducendo a caricatura ciò che altrove ha valore di destino. Esempio canonico di questo procedimento è l'opera di Rabelais, ma anche per certi aspetti il Morgante del Pulci e il Baldus di Folengo; più di recente, l'Ubu Re di Jarry, al di là della sua origine goliardica (nasce come parodia d'un gruppo di studenti del liceo), riprende molti tratti della comicità carnevalesca.

IL COMICO IN LETTERATURA

Ma cultura «alta» e «bassa» non sono impermeabili tra loro: una satira «colta» come la Dunciade di Pope si basa fondamentalmente sul meccanismo dell'inversione, applicato nell'occasione alla morale e alla teologia cristiana. Sono pure numerosi e fecondi i prestiti e gli scambi tra il comico e altri generi. Nel corso dei secoli la tradizione del comico si è spinta spesso sul versante del fantastico - una delle radici del romanzo occidentale - a partire dall'Asino d'oro di Apuleio per passare alle Avventure del barone di Miinchhausen di Raspe; si è confusa con le invenzioni satiriche di certo romanzo filosofico; e nel nostro secolo ha trovato nuova linfa in una comicità d'impronta surreale, spesso ravvivata da acidi umori di satira politica e sociale. All'indomani della rivoluzione russa Majakovskij nella Cimice e nel Bagno (con i suoi spunti fantascientifici) critica ferocemente la burocrazia: ma la tradizione risale almeno al Gogol' di L'ispettore e Le anime morte e troverà nuovi cultori nel Bulgakov di Le uova fatali e Cuore di cane, nel Dombrovskij di La facoltà delle cose inutili, nello Zinov'ev di Cime abissali e nell'Erofeev di Mosca-sulla-Vodka. In Francia si possono citare il teatro dell'assurdo di Ionesco e Tardieu, certe opere felicemente inventive di Queneau e la saga di Malaussène a opera di Pennac; negli Stati Uniti degli anni Ottanta e Novanta i romanzi di Tom Robbins e Mark Leyner, con il loro consumistico caos di invenzioni postmoderne. In Italia questa vena è avvertibile nelle fame di Fo, nei romanzi e racconti di Benni, dove le trovate ora parodistiche ora surreali vengono usate in chiave di satira politica, ma anche nelle stralunate divagazioni di E. Cavazzoni o di G. Gnocchi. Ma è possibile individuare anche una correlazione tra la tendenza al realismo, la scoperta e il godimento dei molteplici aspetti della realtà umana e la loro lettura in chiave comica, in un'articolazione sempre più complessa (come nota E. Auerbach) passando dal Satyricon di Petronio alle farse medievali, a Boccaccio e Chaucer, e alla grande tradizione del romanzo borghese europeo (fino al caso emblematico del Bouvard e Pécuchet di Flaubert). Spesso a far scattare il meccanismo comico, spingendo all'estremo l'opzione realistica, è appunto il personaggio del villano, del plebeo, del contadino rozzo e volgare. Ma anche questo motivo può ribaltarsi nella satira dei costumi cittadini da parte del villano, dotato di una sua concreta saggezza: se ne trovano tracce evidenti nel Ruzante e nel Bertoldo cui Giulio Cesare Croce ha dedicato il suo capolavoro.
Pur nella loro ricchezza umana, personaggi come Bertoldo e Ruzante possono apparire molto vicini a maschere. Tra i procedimenti abituali del comico va infatti ricordata proprio la capacità di lavorare sui caratteri (da Teofrasto a La Bruyère) e sui tipi umani, enfatizzando fino a renderle ridicolmente esemplari determinate caratteristiche sociali, geografiche, professionali, anagrafiche o sessuali. La cristallizzazione di questi tipi può dar vita a vere e proprie maschere, come quelle della Commedia dell'Arte, alcune delle quali, come Arlecchino e Pulcinella, con la loro fisicità scatenata, i movimenti violenti, i lazzi osceni, si sono innestate su un sostrato mitico antichissimo e ancora vitale; oppure può far nascere semplici macchiette, figure comiche che si esauriscono nell'arco di una breve canzonetta, scena o poesia. La tradizione resta viva: basti pensare a quell'autentica maschera moderna di impiegato che è il ragionier Ugo Fantozzi inventato negli anni Sessanta da Paolo Villaggio.
La capacità di leggere una società con occhi nuovi e diversi, in una prospettiva che ne riveli ingiustizie, inconsistenze e assurdità, ha dato vita, in esempi più «colti» e in epoche di vivace polemica ideologica, a numerosi capolavori del comico, a cominciare dai grandi romanzi di satira politica e filosofica del Settecento: Montesquieu nelle Lettere persiane descrive la società parigina e la vita di corte attraverso lo sguardo di un visitatore straniero, con il distacco, la curiosità e le incomprensioni dei viaggiatori occidentali che in quegli stessi decenni entravano in contatto con i popoli «selvaggi»; Voltaire nel suo Candide racconta come è e come non è «il migliore dei mondi possibili» ipotizzato da Leibniz; Diderot nei Gioielli indiscreti descrive il mondo dando la parola agli organi genitali; Swift manda il suo eroe Gulliver tra nani, giganti e cavalli parlanti per satireggiare l'intero genere umano e le sue pretese di verità; Washington Irving racconta il risveglio da un magico sonno di vent'anni, durante i quali si compie la rivoluzione, di Rip Van Winkle; Orwell attacca i totalitarismi del Novecento ambientando la sua parabola tra gli animali di una fattoria.
Quando invece viene messa la sordina alla violenza della lotta sociale e della polemica ideologica, si possono avere esiti più bonariamente umoristici e tuttavia esilaranti, come nel caso del tedesco Jean Paul, degli inglesi Jerome, Chesterton e Wodehouse (senza dimenticare Il circolo Pickwick di Dickens), degli americani Twain o Thurber; o, in campo teatrale, le pochades del francese Feydeau, con le loro perfette varianti sul tema del triangolo borghese; e, sempre nella Francia di fine Ottocento, i godibili ritratti della vita militare e del mondo impiegatizio di Courteline. In Italia, si possono citare gli spunti di Mosca, Zavattini, L. Goldoni e Fruttero & Lucentini.

IL LINGUAGGIO COMICO

I diversi atteggiamenti e l'ampia gamma di possibilità espressive del comico si riflettono da sempre anche nel rapporto con il linguaggio, uno dei terreni d'esplorazione e di reinvenzione più frequentati. Da un lato è possibile partire dall'osservazione della realtà: l'efficacia di certi personaggi e maschere nasce spesso dall'abilità con cui vengono riprese inflessioni e cadenze, gerghi ed espressioni peculiari - e naturalmente strafalcioni e sgrammaticature -di tipi umani, per poi esagerare questi scarti dalla norma fino allo stravolgimento oppure ripetendoli fino a trasformarli in un tormentone (frase, gesto o situazione che diventa talmente riconoscibile da far scoccare un'inevitabile risata). Nella letteratura italiana si trovano numerosi esempi di quest'uso comico della lingua: dal veneziano di Goldoni al milanese di Porta al romano di Belli, Pascarella e Trilussa, dove il dialetto offre anche un preciso punto di vista sulla società e sul mondo; ed è possibile ipotizzare un'affinità di questo mimetismo linguistico, forse più apparente che reale, con certi esiti espressionistici o con un multilinguismo alla Gadda.
Quando invece vien meno questa necessità mimetica, si libera il piacere gratuito del gioco linguistico; certe forme di comicità si possono avvicinare all'esperienza della poesia, agli esercizi dell'enigmistica, oppure ad avanguardie di matrice sperimentale come I' Oulipo: la parola, con tutte le sue ambiguità, assume esistenza e regole autonome da quelle della realtà, per abbandonarsi al libero meccanismo delle condensazioni verbali e delle combinazioni fonetiche, sotto il segno del sovvertimento dell'ordine. In Alice nel paese delle meraviglie Carroll offre quasi un inventano di queste possibilità, con effetti esilaranti, mentre i nonsense di Lear si spingono fino a svincolare definitivamente la parola dal suo significato. È possibile trovare esempi anche nella tradizione italiana, nei sonetti del
Burchiello, per esempio. Così come alcune delle più irresistibili trovate di Petrolini e Campanile nascono proprio da un'interpretazione eccessivamente letterale di modi di dire e idiotismi, che assumendo vita propria sfociano in un rovesciamento surreale della realtà. Il giocoso e funambolico virtuosismo verbale di Alessandro Bergonzoni è una recente esplorazione di questa possibilità.
Effetti di comicità ancora diversi nascono quando invece la lingua punta alla perfezione dell'essenzialità; effetti di sottile ironia, tra indignazione e disincanto, ottengono i grandi autori di aforismi, da Lichtenberg a Chamfort, da Wilde a Kraus, dal polacco Stanislaw Lec allo spagnolo Gómez de la Serna, senza dimenticare Nietzsche: in questi casi, la scoperta di una verità spesso amara sulla condizione umana - o meglio, nei casi più riusciti di una verità e mezza (Kraus) - si condensa in una massima folgorante. In Italia la forma dell'aforisma troverà efficaci cultori solo nel Novecento, in Longanesi, Prezzolini, Maccari, Sciascia e soprattutto Flaiano.
Non bisogna infine dimenticare che se tutto può diventare occasione di satira e parodia, anche la letteratura stessa può offrire spunti comici, o arricchirsi di invenzioni autoironiche. In numerose opere che utilizzano il meccanismo della mise en abyme in ambito letterario e teatrale, e in generale artistico, l'ironia è un elemento essenziale, necessario e inevitabile, come testimonia ogni lettore di Vita e opinioni di Tristram Shandy di Steme. E non è un caso se uno dei più grandi eroi della letteratura, il Don Chisciotte di Cervantes, deve la propria ridicola follia al fatto di aver creduto alla realtà dei libri che ha letto.

G.C. Croce: Le sottilissime astuzie di Bertoldo            
De Sanctis: Il riso dell'Ariosto
 

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